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  • La scuola come l'ex Iugoslavia

l'Unità, del 17-12-2013, di Mila Spicola

Spesso mi chiedono: qual è la prima cosa da fare per la scuola italiana? È possibile avere un’altra scuola? Cerco di approfondire, perché per desiderare un’«altra scuola» bisogna prima capire cosa sappia della scuola chi se ne auspica un’altra. E in genere ne sa poco. Molto poco. E quel poco è pieno di narrazioni falsate. Di opinioni personali derivanti dai propri ricordi, dai «bollettini di guerra» elaborati ad ogni rapporto nazionale sulle Invalsi o sui test Pisa in modo sommario e poco approfondito, o dalle complesse articolazioni dei personali rapporti con «l’insegnante di mio figlio». Credo però che tutti i cittadini debbano sapere e ogni volta, mi siedo con calma e comincio a discuterne, sempre, con chiunque. In rete, come al bar, come alla cena tra amici, come nell’azione politica, come nelle cose che scrivo. Vorrei che si capisse che la «scuola italiana» non esiste come unicum, ma esiste come una sorta di confederazione fatta di realtà e di esperienze e di razze e di persone così diverse, frammentate e varie che forse solo la Jugoslavia di Tito potrebbe rendere l’idea. E come quella è pronta a esplodere ad ogni azione governativa poco attenta. È una scuola che va dalle eccellenze mondiali del Nord Est alle disastrate realtà scolastiche della Sicilia. E anche lì, immagino che il dirigente dell’Istituto d’arte di Monreale possa bacchettarmi e ricordarmi che la scuola da lui diretta, un istituto tecnico, smentisce la vulgata dei pessimi istituti tecnici specie al Sud. E così l’Istituto alberghiero di Catania. Ma insieme a questi ci sono le 13 scuole che a Palermo i Vigili del fuoco hanno dichiarato inagibili. Ci sono i ragazzi della classe di un altro Istituto tecnico lasciati da soli senza prof e senza vigilanza per tre ore a scannarsi perché la scuola non ha i fondi per i supplenti, ci sono quelli che non hanno potuto occupare la propria scuola perché è caduto il solito cornicione dal tetto. Forse questa volta con gli auspici di genitori in apprensione. Ci sono i docenti scoraggiati e affannati che non trovano il tempo di posare manco la penna, altro che aggiornarsi, ma ci sono anche quel 20% di docenti italiani che rappresentano il gruppo più numeroso e qualificato in sede europea di sperimentazione nella didattica digitale e di condivisione metodologica. E però c’è quell’insegnante di italiano che, mi segnala la figlia di un’amica, «non ci guarda mai negli occhi» a fronte di «quella di filosofia» che ci incanta per un’ora. E poi ci sono le 8 ore trascorse a scuola dagli studenti lombardi e le 4 ore scarse passate sui banchi dai bambini siciliani e tutti là a dire che «non conta la quantità ma la qualità». Sfido la Lombardia a dimezzare il tempo scuola. Ci sono quei somari degli adulti che non sanno fare più due più due e non ci pensano che un bambino della periferia di Palermo, al di là della «qualità della didattica», fattore decisivo, lo so, ha bisogno innanzitutto di esser tolto dalla strada, di trascorrere a scuola non dico 8 ore, ma 12. Per vivere sano, prima che per imparare. Allora qual è il problema della scuola italiana? Se non la frammentazione? Se non la necessità di offrire a tutti i bambini pari opportunità di offerta formativa, anzi, offrire loro, nei casi in cui sono disgraziati per condizione e destino, magari di più? Perché a via di ripetere le frasi di Don Milani sulle fette di torta ne abbiam fatto una barzelletta mediatica mai un programma di governo. E qual è il problema della scuola italiana, se non la frammentazione di formazione dei docenti e di selezione? Jugoslavi anche noi per provenienza, formazione, selezione e professione? Chi forma i docenti? Come e a che cosa? Chi seleziona i docenti? Come e a che cosa? C’è una babele formativa e selettiva e gestionale. Eppure non sembra preoccupare nessuno. Sono tante le cose da fare per la scuola, intanto non pensare di desiderare un’altra scuola, ma pensare di fare finalmente la scuola italiana. Cercando di ottenere un’offerta uniforme ed equa, da Bolzano ad Agrigento, provincia tra le più povere d’Italia, e di mettere a sistema le mirabili eccellenze che noi abbiamo in ambito scolastico. Poi, possiamo metterci ad elencare i singoli ambiti di azione, docenti, gestione, organizzazione, strutture, valutazione e risorse… e magari lo faremo su questo giornale. Ma la prima cosa è dare ai bambini e alle bambine d’Italia pari opportunità, soprattutto a quelli poveri. Perché non è possibile che accada ancora oggi quello che raccontava il prete di Barbiana: che gli incapaci e immeritevoli nascano soprattutto tra i poveri. Lui lo vedeva, noi docenti lo vediamo. Oggi lo certificano i test Ocse Pisa. Se c’è qualcuno là fuori batta un colpo.


  • Scuola senza ferie. Per legge mille euro in meno ai precari

Le feste si avvicinano ma quest'anno gli insegnanti a tempo determinato non avranno retribuite le vacanze non godute. Di fatto perderanno un mese di stipendio

Il Fatto Quotidiano, del 17-12-2013

E’ come se mi togliessero la tredicesima. In genere quei mille euro arrivano tra gennaio e marzo e aiutano non poco". La precaria quarantenne, Claudia C., che racconta la storia delle ferie mancate ai precari della scuola è una di quelle che meglio sintetizzano le ingiustizie italiane. La scuola pubblica ci ha abituato a vicende di mala-gestione, di impoverimento progressivo, di svuotamento costante di competenze e prerogative. Ma la vicenda delle ferie non retribuite assomiglia a un furto con destrezza operato in nome della spending review, della sana gestione di bilancio e delle politiche "in nome dell'Europa". Una storia maldestra che per reggersi ha bisogno di norme interpretative, poco resocontabili, oggetto di una miriade di ricorsi a cui i sindacati di categoria stanno per prepararsi.
L'INGIUSTIZIA si traduce nella mancata corresponsione di una cifra misera, ma rilevante per le tasche degli insegnanti precari: 1.000-1.200 euro che, fino allo scorso anno, venivano corrisposti al termine di quelle supplenze della durata di dieci mesi. Le supplenze a tempo determinato, quelle che scadono a giugno e che per essere assegnate obbligano a file interminabili negli ultimi giorni di agosto, lasciando giovani e meno giovani docenti con l'ansia sospesa di chi sa che lavorerà quest'anno, ma non sa cosa farà l'anno successivo. Prima delle manovre di spending review del governo Monti, attuate tra luglio e dicembre 2012, il personale assunto a tempo determinato, sia per supplenza breve sia per supplenze da settembre a giugno, vedeva monetizzate le ferie non fruite durante il rapporto di lavoro. Quella cifra, circa mille euro, veniva corrisposta tra gennaio e marzo successivi e veniva a costituire un risarcimento per i periodi di disoccupazione. La spending review del 2012, invece, ha vietato la monetizzazione per tutti i dipendenti pubblici. Per i precari della scuola, però, che lavorano solo dieci mesi e nei quali, quindi, la messa in ferie darebbe il via a una serie infinita di sotto-supplenze se si assenta il precario c'è bisogno di un altro che prende il suo posto e così via la legge di Stabilità di dicembre è intervenuta con un provvedimento ad hoc a decorrere dal 1 settembre 2013. Nonostante l'evidente rabbia per il provvedimento, molti hanno ritenuto che per l'ultimo anno di lavoro le ferie sarebbero state pagate. Il 4 settembre, però, il ministero dell'Economia, dopo aver ricevuto da parte degli istituti scolastici la segnalazione delle ferie da retribuire per l'anno 2012-'13, ha ritenuto necessario diramare una nota interpretativa che ha introdotto la retroattività: la monetizzazione va interrotta a partire dal 1 gennaio 2013. Tutti coloro che si stavano predisponendo a incassare quei "maledetti" mille euro hanno così scoperto che le loro aspettative sarebbero andate deluse. Secondo la nota, infatti, le ferie potranno essere monetizzate solo dopo aver conteggiato tutti i giorni di sospensione previsti dall'anno scolastico. Quindi, Natale, Pasqua e altre possibili sospensioni, compresi i primi dieci giorni di settembre in cui, generalmente, gli insegnanti sono a disposizione, ma senza aver ancora cominciato l'anno scolastico vero e proprio.
I DOCENTI PRECARI non devono così sospendere il lavoro, e quindi essere sostituiti, ma semplicemente mettersi in ferie, o essere messi in ferie, durante le pause scolastiche. Un danno, aggravato dalla beffa. Da qui, la reazione dei sindacati che, però, finora non hanno invertito la situazione. La Flc-Cgil parla di "comportamento inqualificabile" da parte del Mef "nel metodo e nel merito". Per il sindacato di base, Usb, "la fantasia non ha limiti quando si vuole piegare il diritto ai propri comodi" e quindi "per far valere il diritto al pagamento delle ferie non godute sarà necessario portare le carte in tribunale. I ricorsi sono stati già preparati dall'Anief, come conferma al Fatto il suo presidente, Marcello Pacifico. "Noi pensiamo che la scelta del ministero dell'Economia sia in palese contrasto con la Direttiva comunitaria n. 2033/88" in base al principio, spiega Pacifico, che le ferie vanno godute ai fini ricreativi e quindi non sovrapponibili con periodi sovrapponibili al normale orario scolastico". Il linguaggio in alcuni casi è burocratico, ma i ricorsi ci saranno senz'altro come avviene da anni nel mondo della scuola.


  • Statali in cura dimagrante. 200 mila in meno in 4 anni

Retribuzioni ferme ai livelli del 2009. La scuola, da sola, ha contribuito per il 60% alla riduzione complessiva del personale nel pubblico impiego

Il Messaggero, del 17-12-2013, di Michele Di Branco

IL RAPPORTO
ROMA «La riduzione del personale conferma l’efficacia delle politiche di contenimento del turn over introdotte per la generalità dei comparti a partire dal 2008». Fredda ma efficace, la sintesi della ragioneria del ministero dell’Economia fotografa la situazione: grazie alle strategie messe in campo negli ultimi 4 anni da governi di ogni colore lo Stato ha tagliato 200 mila dipendenti. Una massiccia operazione fatta di prepensionamenti, esodi, scivoli e di una severa riduzione delle assunzioni. Tanto è vero che a decine di migliaia, pur avendo vinto un concorso, aspettano da anni il proprio ingresso in ruolo. I numeri del conto annuale 2007-2012 parlano di una delle più incisive cure dimagranti che abbiano mai riguardato i travet. Con conseguenze importanti sui posti di lavoro, sulle retribuzioni. E, ovviamente, sulla spesa. Via XX Settembre certifica che alla fine del 2012 i lavoratori pubblici erano 3 milioni e 238 mila, con una diminuzione di 198 mila unità rispetto al 2008 quando erano 3 milioni e 436 mila. Un calo del 5,7% che ha avuto un’accelerazione proprio tra il 2011 e il 2012, fase nella quale si è registrata una diminuzione di 45 mila unità (-1,4%). La ragioneria dello Stato sottolinea che la variazione, tra il 2007 e il 2012, sarebbe più marcata (-6,3%) se calcolata a parità di enti, ossia escludendo dal confronto quelli entrati per la prima volta nella rilevazione dal 2011. Il settore che più ha contribuito alla riduzione del personale è la scuola (125 mila unità in meno tra il 2007 e il 2012 con un -10,9% in cinque anni).
TEMPI DURI
Ed anche se i tecnici sottolineano che «la diminuzione di 2 mila persone nel 2012 ha rappresentato una sostanziale stabilità», il comparto presenta valori in calo per tutto il periodo. Una emorragia di tali proporzioni che la scuola, da sola, ha contribuito per il 60% alla riduzione complessiva del personale nel pubblico impiego. Tuttavia la variazione negativa ha interessato quasi tutti i comparti. Sacrifici pesanti per i ministeri (-11,5% dal 2007 e -2,6% tra il 2011 e il 2012), le autonomie locali (-5% nel quinquennio, -2,6% nell'ultimo anno) e gli enti pubblici non economici (-17%, - 3,3% solo nell'ultimo anno). Un trend che, secondo le valutazioni del ministero dell’Economia, si confermerà anche nel 2013. «A fine anno – annotano i tecnici – è probabile che ci sia una riduzione del personale sui livelli del 2012». Infatti nei primi sei mesi dell'anno nel quale si è confermato il blocco del turn over si è registrata una riduzione di personale dello 0,62%. Il taglio dei posti di lavoro ha centrato l’obiettivo principale per il quale era stato programmato: la riduzione del costo del lavoro. La spesa per le retribuzioni che nel 2008 valeva 167,8 miliardi si è ridotta a 160,4 nel 2012. E solo tra il 2011 e il 2012 è diminuita di circa 5 miliardi (-2,8% ). Pesanti anche i riflessi sui portafogli. Lo stipendio medio nel 2011 era di 34.899 euro, mentre nel 2012 è scivolato a 34.576 con un calo dello 0,9%. Ma non tutte i comparti hanno tirato la cinghia e i magistrati (che non hanno contratto ma retribuzioni stabilite per legge) hanno avuto nel 2012 un aumento dell'8% sul 2011 raggiungendo una retribuzione media di 141 mila euro. Nel frattempo, è cresciuta la presenza femminile negli uffici pubblici: nel 2012 ha raggiunto il 55,5% del totale (era al 54% nel 2007 ). L’incremento della quota rosa, fanno notare da Via XX Settembre, «è dovuto sia al maggior numero di assunzioni rispetto agli uomini (circa 5mila in più) sia al minor numero di cessazioni (17mila in meno)». Quanto alla distribuzione territoriale dei dipendenti, ad eccezione della Liguria tutte le regioni del nord hanno aumentato il loro peso. La Lombardia è la regione con il maggior numero di statali (il 12,5% del totale ).


  • Mobilità, il patto anti Brunetta

Miur e sindacati concordi nell'ignorare i vincoli della legge

ItaliaOggi, del 17-12-2013, di Carlo Forte

La riforma Brunetta preclude al tavolo negoziale la possibilità di pattuire accordi che dicano cose diverse da quello che è scritto nella legge. E ciò vale anche per la disciplina delle precedenze contenute nell'articolo 7 del contratto sui trasferimenti. Ma anche quest'anno le parti hanno deciso di fare finta di niente.
Secondo quanto risulta a Italia Oggi, infatti, i rappresentanti del ministero dell'istruzione e delle organizzazioni sindacali avrebbero deciso di lasciare pressoché intatto l'articolo del contratto che regola le precedenze anche in questa tornata negoziale. L'intesa dovrebbe essere sottoscritta oggi. Per velocizzare i controlli della Funzione pubblica sull'articolato, ai fini della firma definitiva, il tavolo negoziale è stato allargato ai rappresentanti di Palazzo Vidoni.
Il fatto è che dopo l'entrata in vigore della legge 15/2009 e del regolamento di attuazione, meglio noto come decreto Brunetta (decreto legislativo 150/2009), la contrattazione collettiva non può più derogare le norme di legge. E dunque le precedenze previste dal contratto, ma che non sono supportate da disposizioni di legge, sono da considerarsi inesistenti. Le precedenze, infatti, sono deroghe alla disciplina legale, che pone il principio del merito alla base di qualsiasi procedura che preveda l'attribuzione di punteggi finalizzati alla fruizione di diritti.
Le deroghe, peraltro, assumevano rilievo secondo una procedura binaria che partiva dalla disapplicazione delle disposizioni di legge e terminava con la regolazione della stessa materia tramite la stipula di apposite clausole negoziali. Venuto meno il potere di deroga della contrattazione collettiva, l'effetto non può che essere quello della rinnovata applicabilità delle disposizioni di legge non più derogabili dai contratti. Norme di legge che, è bene ricordarlo, non sono mai state abrogate. Riemerge, quindi, l'intero istituto della mobilità contenuto nella sezione III del decreto legislativo 297/94 (articolo 460 e seguenti). Che non prevede alcuna tipologia di precedenza nei trasferimenti.
Detto questo, nell'articolo 7 del contratto le precedenze a prova di ricorso sono soltanto alcune. La prima è quella destinata ai non vedenti e agli emodializzati. Perché tale precedenza è espressamente prevista in favore dei non vedenti dall'art. 3 della legge 120/1991. E per gli emodializzati dall'art.61 della legge 270/82. Quest'ultima disposizione di legge, però, prevede che tale precedenza si applichi anche «agli insegnanti non autosufficienti o con protesi agli arti inferiori». Di quest'ultima previsione non si fa menzione nel contratto. E qui scatta la prima trasfusione legislativa. Che consiste nell'introduzione automatica di questa disposizione nel contratto, anche se non è scritta. Resta in piedi anche la precedenza prevista per i portatori di handicap con invalidità superiore ai 2/3 (compresa quella per i portatori di handicap grave e di cui all'art. 33 comma 6 della legge 104/92). Idem per la precedenza che viene attribuita a chi assiste il familiare portatore di handicap grave in qualità di referente unico. Anche se, in quest'ultimo caso, il contratto necessiterebbe di una integrazione. L'articolo 33 della legge 104/92, infatti, prevede che la precedenza (e il relativo beneficio della inamovibilità d'ufficio del titolare della medesima) spetta al coniuge e al parente o all'affine fino al secondo grado. E se il coniuge o il genitore non c'è più, è invalido o ultra65enne, il diritto è esteso anche ai parenti o affini di terzo grado.
Il contratto, invece, restringe il novero degli aventi diritto al coniuge e al genitore oppure, se il genitore è totalmente inabile, al fratello o alla sorella del disabile grave.
A patto che siano conviventi o che gli eventuali altri fratelli co-obbligati risultino oggettivamente impossibilitati. Il diritto alla precedenza viene in parte recuperato in sede di utilizzazione o assegnazione provvisoria. Ma anche in questo caso si tratta di una deroga. Che non sana affatto la questione. Anzi, se possibile, la pone in evidenza, comprimendo il relativo diritto ponendogli un termine di durata annuale. Deroga che oltre tutto collide anche con l'art.601 del testo unico. E poi c'è la precedenza per i coniugi di miliari trasferiti d'autorità. Che pure è prevista da più leggi, anche se tra queste non c'è più la legge 100/87, di cui si fa menzione nel contratto. Legge ormai abrogata dall'art.2268 del decreto legislativo 66/2010 con effetti a far data dal 9 febbraio scorso. Infine resta in piedi la precedenza prevista per gli amministratori locali essendo prevista dalla legge 265/199 e dal testo unico degli enti locali. Fin qui le precedenze a prova di ricorso.
Quelle che invece dovrebbero cessare sono essenzialmente tre. La prima è quella che viene attribuita ai trasferiti d'ufficio che chiedano in via prioritaria di ritornare nella sede di precedente titolarità (art.7, comma 1 paragrafo II del contratto). La seconda è quella dei trasferiti d'ufficio che chiedono il rientro nel comune. E infine, la terza, è quella prevista per i sindacalisti che rientrano in servizio dopo l'aspettativa.


  • Giovani: 3,7 milioni non studiano né lavorano

I Neet (not in Education, Employment or Training) under 35 aumentano di 300 mila unità in un anno. Record al Sud

Corriere della sera.it, del 15-12-2013

In Italia ci sono oltre 3,7 milioni di giovani under 35 che non studiano, non lavorano né sono in alcun percorso formativo: il 28,5% della popolazione in questa fascia di età, in crescita e ai primi posti in Europa (più 300 mila rispetto a un anno fa). La fotografia sui Neet (Not in Education, Employment or Training) è stata scattata dall’Istat con riferimento al terzo trimestre 2013 ampliando (come fa l’Eurostat) il limite di età di riferimento dai 29 ai 34 anni. La situazione è drammatica al Sud con quasi il 40% degli under 35 che non studia né lavora (oltre due milioni di persone). Dalle tabelle si evince che su 3,7 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, 1,2 milioni non cercano lavoro né sono disponibili a lavorare. Ma per altri 2,5 milioni c’è la disoccupazione (1,333 milioni) o il limbo  delle «forze di lavoro potenziali» (ovvero la condizione di coloro che pur non cercando sarebbero disponibili a lavorare) con oltre 1,2 milioni di persone.  Finora l’Istat aveva diffuso le rilevazioni sui Neet fino ai 29 anni: 2,5 milioni contro i 2,3 del terzo trimestre 2012.  Oltre la metà dei Neet (2 milioni) sono al Sud con una percentuale che sfiora il 40% del totale . Se si guarda agli under 29 nel Mezzogiorno sono fuori dal percorso lavorativo, formativo e di istruzione il 36,2%(1,3 milioni su 2,5 milioni  in tutto il Paese). Nel complesso ci sono quasi 1,2 milioni di Neet tra i 30 e i 34 anni di cui 666.000 al Sud. Sulla cifra totale  di 3,7 milioni ci sono oltre 1,5 milioni di giovani con bassa scolarità (fino alla licenza media), mentre 1,8 milioni hanno il diploma di maturità e 437.000 hanno nel cassetto una laurea o un titolo post laurea.


  • Istruzione, i danni postumi di Gelmini: cancellata la Storia dell’arte

E se non ci pensa la scuola, è illusorio pensare che lo facciano altre agenzie (potenzialmente) educative

Il Fatto Quotidiano, del 15-12-2013, di Tomaso Montanari

Le colpe dei Padri ricadono sui figli, si sa. Così pagheremo per generazioni l’idea scellerata di affidare l’Istruzione (che una volta era) pubblica a un ministro come Mariastella Gelmini. Tra le eredità più pesanti di quel passaggio fatale si deve contare l’ulteriore estromissione della Storia dell’arte dalla formazione dei cittadini italiani del futuro.
Nonostante la raccolta di oltre 15 mila firme, nonostante l’appoggio esplicito del ministro per i Beni culturali Massimo Bray, nonostante la disponibilità di quasi 2500 precari prontissimi a insegnarla, la ministra Maria Chiara Carrozza non è per ora riuscita a rimediare al grave errore di chi l’ha, purtroppo, preceduta.
Fortemente ridotta negli Istituti tecnici, la Storia dell’arte è stata del tutto cancellata in quelli Professionali: dove è possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelangelo. E nei Licei artistici non si studierà più né il restauro né la catalogazione del nostro patrimonio artistico. Inoltre si chiudono tutte le sperimentazioni che rafforzavano l’esigua presenza della Storia dell’arte negli altri licei (compresi i classici, da sempre scandalosamente a digiuno di figurativo). Numeri alla mano, più della metà dei nostri ragazzi crescerà in un radicale analfabetismo artistico.
Non si tratta di una svista, né di un caso. È stata invece una scelta consapevole, generata dal disprezzo per le scienze umanistiche in generale e da una visione profondamente distorta del ruolo del patrimonio storico artistico del Paese: che non si salverà finché gli italiani non torneranno prima a saperlo leggere. Insomma, oggi non riusciamo a trovare qualche diecina di milioni per insegnare la Storia dell’arte: domani ne dovremo spendere centinaia o migliaia per riparare ai danni prodotti dall’ignoranza generale che stiamo producendo.
Perché un italiano dovrebbe essere felice di mantenere, con le sue sudate tasse, un patrimonio culturale che sente lontano, inaccessibile, superfluo come il lusso dei ricchi? È una domanda cruciale, e se davvero si vuol cambiare lo stato presente delle cose, è da qua che bisogna partire. Per la maggior parte degli italiani di oggi, il patrimonio è come un’immensa biblioteca stampata in un alfabeto ormai sconosciuto. E non si può amare, e dunque voler salvare, ciò che non si comprende, ciò che non si sente proprio. Per non parlare della nostra classe dirigente: la più figurativamente analfabeta dell’emisfero occidentale.
Lo storico dell’arte francese André Chastel scrisse che al Louvre gli italiani si riconoscevano dal fatto che sapevano come guardare un quadro: e lo sapevano perché, a differenza dei francesi, lo studiavano a scuola. Ma proprio ora che i francesi provano ad adottare il nostro modello, noi lo gettiamo alle ortiche.
E se non ci pensa la scuola, è illusorio pensare che lo facciano altre agenzie (potenzialmente) educative. Nei media, nei programmi televisivi, nei libri per il grande pubblico non c’è posto per una Storia dell’arte che non sia il vaniloquio da ciarlatani sull’ennesima attribuzione farlocca, o sulle mostre di un eventificio commerciale che si rivolge a clienti lobotomizzati e non a cittadini in formazione permanente.
Educare al patrimonio vuol dire far viaggiare gli italiani alla scoperta del loro Paese, indurli a dialogare con le opere nei loro contesti, e non in quelle specie di tristi giardini zoologici a pagamento che sono quasi sempre le mostre. Renderli capaci di leggere il palinsesto straordinario di natura, arte e storia che i Padri hanno lasciato loro come il più prezioso dei doni. Perché non dirottare la gran parte dei soldi pubblici spesi per far mostre (in gran parte inutili, anzi dannose) in borse di viaggio attraverso l’Italia per studenti capaci e meritevoli, di ogni ordine e grado? Ma tutto questo non si può fare se manca quel minimo di alfabetizzazione che solo la scuola può dare. E che – paradossalmente – gli insegnanti eroici della scuola dell’infanzia e della scuola primaria offrono spesso molto bene, costituendo un patrimonio di conoscenze che viene poi totalmente dissipato alle superiori.
Nel 1941, nell’ora più nera della storia europea, il grande storico dell’arte Bernard Berenson seppe distillare pagine profondissime, e sconvolgentemente profetiche, sul destino della storia dell’arte. In quei mesi, egli intravide un mondo “retto da biologi ed economisti, come guardiani platonici, dai quali non verrebbe tollerata attività o vita alcuna che non collaborasse a un fine strettamente biologico ed economico”. Egli previde anche che “la fragilità della libertà e della cultura” avrebbe potuto aprire la strada a una società in cui ci sarebbe stato spazio per “ricreazione fisiologica sotto varie forme, ma di certo non per le arti umanistiche”. Meno di un secolo dopo ci stiamo arrivando: anche se la Gelmini, nemmeno un Berenson poteva prevederla.


  • Carrozza: il mio Invalsi con il contributo di tutti

Il ministro sfida i critici: voglio candidature di alto livello

Corriere della sera.it, del 14-12-2013, di Mariolina Iossa

Presto sarà nominato il nuovo presidente dell’Invalsi. Lo dice il ministro Maria Chiara Carrozza al convegno organizzato da TreeLLLe e da Fondazione per la Scuola Compagnia di San Paolo alla Luiss sulle esperienze internazionali di valutazione dei sistemi scolastici. E così risponde alle polemiche di questi giorni su come il Miur e il governo stanno procedendo per la sostituzione di Paolo Sestito alla guida dell’Agenzia di valutazione e sul futuro della valutazione stessa.
IL NODO INVALSI – Sull’Invalsi non si torna indietro, insomma, non ci sono ripensamenti, c’è però, continua il ministro, la ferma intenzione di «lavorare con il coinvolgimento di tutti, della scuola e della società, per il potenziamento del sistema di valutazione. Io non credo in un governo top-down, che “impone”: dunque nessun sistema imposto dall’alto ma linee condivise». Quanto alle candidature per la presidenza dell’Invalsi, Carrozza assicura che sono «aperte a tutti, però voglio un profilo di alto livello, solo così diamo valore al sistema stesso», e anche qui la sua è una risposta indiretta alle critiche al  comitato di saggi che deve sottoporre al ministero una rosa di personalità. Il Miur, dice ancora Carrozza, insieme con il governo elabora un sistema standard, pone gli obiettivi, ma non fa i test, non dice quando vanno fatti. «Io voglio un’agenzia di valutazione indipendente, che lavori in modo indipendente. Invece, il ministero deve fare altro, attuare il regolamento che esiste, scenderanno presto in campo i 59 ispettori, anche se a me non piace il termine ispettore, per me sono valutatori». Il sistema standard che l’Italia deve elaborare, spiega il ministro «dovrà valutare se le competenze degli studenti stanno progredendo, la valutazione deve essere uno strumento che ci consente di raggiungere tre obiettivi, cioè fare in modo che i giovani escano dal sistema della formazione nei tempi giusti, sapendo quello che vogliono fare e che cosa vanno a fare, e avendo la migliore preparazione possibile per quello che devono fare».
SCUOLA E LAVORO – La questione dei tempi, dice Carrozza, non è da poco: «Dobbiamo formare meglio, in minor tempo, e in maniera adeguata alle richieste del mercato del lavoro». Questo non vuol dire, continua il ministro, «che voglio tagliare un anno di superiori e far fare un anno in meno di scuola, significa tener presente che i nostri studenti escono in ritardo, l’università non rispetta il 3 più 2, abbiamo il 15 per cento di quindicenni posticipatari, una dispersione scolastica drammatica che in alcune regioni raggiunge il 25 per cento, il forte divario tra Nord e Sud ma anche a macchia d’olio al centro e al nord».  Carrozza annuncia anche una riforma «complessiva su istruzione, università e ricerca, una riforma che non significhi qualche norma sparpagliata dentro decreti vari o emendamenti alla legge di stabilità».
LE RISORSE – Tutto questo però non si può fare senza risorse. «Non c’è riforma senza risorse – ha proseguito Maria Chiara Carrozza – e non credo che i nostri insegnanti siano troppi rispetto alle esigenze, anzi secondo me ce ne vorrebbero di più».  Ecco perché, intorno al tema della valutazione ci sono anche, secondo il ministro, i temi del «contratto e del reclutamento». I professori hanno dovuto «subire in questi anni il blocco dei contratti, bisogna intervenire su questo aspetto, quanto al reclutamento, ho trovato una situazione caotica, gruppi reclutati in un modo contro altri gruppi reclutati in altro modo, e tutti contro tutti. Per mettere ordine ci vorrà molto tempo».
LA VALUTAZIONE – Che un insegnante vada valutato è necessario, lo hanno confermato tutti gli interventi alla Luiss, qualunque cosa si pensi dell’Invalsi o di altra sperimentazione che sta muovendo i primi passi in questi ultimi anni in Italia, come la sperimentazione di autovalutazione «Valorizza», un sistema che potrebbe «portare a ottimi risultati se fosse gradualmente introdotto nelle scuole ma solo su base condivisa con il corpo docente e non imposto», ha spiegato il presidente di TreeLLLe, Attilio Oliva. Gli ospiti internazionali hanno parlato dei loro sistemi di valutazione. Con approccio molto scientifico, Eric Hanuschek, senior fellow all’Hoover Institution della Stanford University ha sottolineato come finalmente anche negli Usa, nazione che è indietro riguardo ai sistemi di valutazione, ci sono adesso maggiori indicatori da esaminare. «I nostri dati – ha detto Hanuschek – dimostrano che un insegnante che si colloca nella fascia alta della scala di qualità migliora le aspettative di reddito dei suoi studenti fino al 300 per cento della media attuale che è di 50 mila dollari annui». Sempre i dati americani dimostrerebbero che «l’anzianità non ha un grosso impatto in termini di qualità e che invece anche un giovane professore può accedere alle alte fasce di qualità. Ha invece molta importanza una politica di premi, che stimola il docente a fare meglio». Dalla Gran Bretagna arriva invece un riferimento di alta complessità ed efficienza dei sistemi di valutazione. Il visiting professor Institute of Education, Peter Matthews, che è stato anche dirigente dell’Ofsted, istituto di ispezione per la valutazione degli insegnanti inglesi, ha illustrato cosa si fa in Gran Bretagna per valutare: ci sono i test per conoscere il livello di apprendimento degli studenti, c’è il sistema ispettivo dell’Ofsted e ci sono anche sistemi di autovalutazione delle scuole. Da loro esiste forte differenziazione delle retribuzioni tra gli insegnanti a seconda del livello di qualità raggiunto e molta autonomia delle scuole, autonomia su cui tuttavia il governo centrale vigila con le ispezioni.


  • Valutazione docenti Apertura del Miur

L'occasione per tornare a discutere di valutazione nella scuola è stato un convegno ieri alla Luiss

Il Sole 24 Ore, del 13-12-2013, di Claudio Tucci

In Inghilterra la valutazione dei professori è una realtà da 15 anni, e aiuta a migliorare la qualità dell'insegnamento e l'apprendimento. Un terzo degli Stati americani pratica livelli salariali differenziati per i docenti, e stipendi più alti legati alle performance portano stabilità di organici e attirano anche i migliori laureati. In Norvegia ci sono linee guida per valutare i professori (approvate pure dagli studenti);.e in quasi tutti i paesi europei esistono sistemi di valutazione di scuole e docenti. E in Italia? Dopo un percorso cominciato nel 2001 (e passato attraverso il «Libro Bianco» di Fioroni del 2007 e i decreti Brunetta e Gelmini del 2009 e 2010) nel marzo del 2012, su input dell'Europa, il governo Monti ha varato un sistema nazionale di valutazione (Dpr 8o del 2012), che fa perno sull'Invalsi (affiancato da Indire e ispettori ministeriali). Norme però rimaste ancora sulla carta (sono stati avviati solo alcuni progetti sperimentali, poi frenati dall'ex ministro Profumo); e oggi gli stipendi dei docenti italiani crescono solo per anzianità. A differenza invece di altri paesi, come l'Inghilterra: qui c'è una elevata autonomia delle scuole (assumono, valutano, licenziano i capi d'istituto e tutto il personale); c'è un forte obbligo di "render conto"; ogni professore riceve una valutazione scritta annua della propria attività basata su standard e obiettivi assegnati dal preside; e c'è una differenziazione delle retribuzioni.
L'occasione per tornare a discutere di valutazione nella scuola è stato un convegno ieri alla Luiss, organizzato dai presidenti dell'Associazione TreeLLLe e della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Attilio Oliva e Anna Maria Poggi, alla presenza del ministro Carrozza, di Andreas Schleicher, responsabile dell'indagine Ocse-Pisa, e dell'ex presidente dell'Invalsi, Paolo Sestito. Il sollecito rivolto al Miur è di fare passi avanti sulla valutazione (e potenziare il progetto
Maria Chiara Carrozza non ha chiuso: ha detto che intende «mettere in atto il Dpr sulla valutazione»; assumere i 59 ispettori del dl Scuola; e scegliere («con candidature aperte») il nuovo presidente dell'Invalsi. Ci sarà quindi un potenziamento del sistema di valutazione, con il coinvolgimento di tutti i soggetti e della società. Del resto, ha concluso il ministro, «il primo obiettivo della scuola è formare alla cittadinanza e al lavoro».


  • Se la scuola non guarda lontano

l'Unità, del 01-12-2013, di Benedetto Vertecchi

Il confronto sulle scelte di politica scolastica si sta ormai trascinando su questioni di funzionamento quotidiano. Ognuna di esse ha certamente una sua rilevanza, se non altro perché coinvolge le condizioni di lavoro di un gran numero di insegnanti e quelle di studio di milioni di bambini e ragazzi, ma è spesso marginale rispetto agli intenti da perseguire attraverso il sistema di istruzione. Il limite di tale confronto è che ci si sofferma su questioni contingenti senza chiedersi cosa accadrà tra cinque, dieci, venti o più anni (Piaget se lo chiedeva già più di mezzo secolo fa). Men che meno ci si chiede in che modo la scuola possa concorrere attraverso l’attività educativa a indirizzare lo sviluppo della cultura e della società in questa o quella direzione.
Gli interventi che rispondono a logiche di breve periodo possono, nei casi migliori, rimediare al disagio che si manifesta in questo o quell’aspetto del funzionamento del sistema educativo, ma non modificano la direzione del suo sviluppo. Non è un caso che, ormai da troppo tempo, i provvedimenti che riguardano la scuola non sono il risultato di un confronto che coinvolga le forze politiche e quelle sociali interessate al miglioramento dell’istruzione, ma sono inseriti, come nel caso della legge di stabilità appena varata, in una sorta di omnibus legislativo. Non si possono determinare alla spicciolata nuovi traguardi per l’educazione, i cui effetti non si limitino a qualche aggiustamento nei conti, ma possano riscontrarsi quando i bambini e i ragazzi che ora frequentano le scuole avranno finito il loro percorso sequenziale di studio.
La contraddizione che non si fa niente per risolvere è quella che oppone la rapidità dei cambiamenti che si verificano nella vita sociale e nella conoscenza con la necessità di estendere nel tempo la progettualità educativa. Non sappiamo che cosa faranno nella vita (in una vita, oltre a tutto, che già oggi è molto più lunga di quella delle generazioni precedenti) gli allievi che in questi anni fruiscono di educazione scolastica. Quel che è certo, è che gran parte di loro sarà impegnata in attività che ancora non esistono e che ciò suppone una grande capacità di comprensione e una grande flessibilità di comportamento. È il contrario di ciò che si ricava da interventi la cui validità il più delle volte si esaurisce prima che gli allievi abbiano terminato gli studi nei quali sono al momento impegnati.
Le scarse indicazioni a carattere prospettico che si ricavano dal dibattito politico e dagli interventi dell’opinione pubblica indicano una sostanziale insensibilità nei confronti della tradizione culturale italiana ed europea, che si aggiunge ad atteggiamenti subalterni nei confronti di scelte culturali che rispondono a interessi di mercato, senza tener conto di fenomeni evolutivi che non è difficile ipotizzare si manifestino nel medio e nel lungo periodo. Quando si enfatizza l’importanza dell’apprendimento dell’inglese e dell’informatica si accetta una linea di modernizzazione schiacciata sul momento. Non ci si chiede, per esempio, quale potrà essere nei prossimi anni il quadro della comunicazione linguistica nel mondo (eppure, nel Paese che più ha determinato la diffusione della cultura anglofona, gli Stati Uniti, sono stati pubblicati studi dai quali risulta che nell’arco di alcuni decenni la lingua più diffusa nel Paese sarà lo spagnolo, che peraltro già oggi è la lingua maggioritaria in città importanti, come Miami). Né ci s’interroga sulle conseguenze che potranno derivare da un uso fondamentalmente consumistico di apparecchiature digitali. Eppure, basterebbe osservare le abitudini e il comportamento di bambini e ragazzi per trovarsi di fronte a problemi che, quanto meno, richiederebbero una riflessione approfondita.
Nelle scuole la mancanza di scelte e la subalternità al mercato (peraltro incoraggiate dalle politiche dei governi che dall’inizio del secolo si sono succeduti alla guida del Paese) hanno portato a una progressiva riduzione della capacità di bambini e ragazzi di operare con le cose, trasformandole secondo un progetto tramite azioni coordinate e coerenti. Sono state rapidamente abbandonate attività la cui presenza qualificava l’attività didattica, per il fatto che costituiva la congiunzione necessaria tra l’acquisizione di conoscenze slegate e la loro composizione in un quadro funzionale. Si trattava delle attività di laboratorio, nelle quali era possibile superare la scissione tra il pensare e il fare, tra la mente e le mani. Non solo: l’apprendimento cessava di essere qualcosa di apprezzato solo nell’ambito di ritualità scolastiche, per segnare in profondità il profilo degli allievi. Quel che si sarebbe potuto lamentare, semmai, era l’insufficienza delle dotazioni delle scuole, al fine di porvi rimedio. È accaduto, invece, il contrario: anche le scuole che disponevano di gabinetti e laboratori per le dimostrazioni scientifiche e per l’osservazione naturalistica, e che avevano nel tempo raccolto collezioni importanti di campioni minerali e biologici, hanno lasciato disperdere tale patrimonio, destinando le risorse a disposizione all’acquisto di materiale digitale.
Non starò qui a ricordare altre scelte ugualmente distruttive: quante sono oggi le scuole che dispongono di un teatro, di una sala da musica, di una biblioteca? Eppure, basterebbe considerare che tutte le dotazioni citate potevano essere utilizzate per molte generazioni di studenti, mentre le apparecchiature digitali sono soggette a un rapido superamento, per capire quanto i condizionamenti che, con la complicità dei governi, hanno finito con l’affermarsi comportino lo spreco delle limitate risorse disponibili per sostenere il lavoro didattico. La questione non è tuttavia solo di qualità dell’impegno delle risorse finanziarie. Se si potesse dimostrare che tramite le nuove dotazioni è possibile migliorare la qualità dell’educazione scolastica, se ne dovrebbe sollecitare la disponibilità indipendentemente dal costo. Il fatto è che i dati disponibili vanno in altra direzione. Da qualche tempo nella stampa internazionale, sia quella specializzata, sia quella d’informazione, si legge di progetti centrati su strumentazioni tecnologiche che sono stati interrotti per gli effetti negativi che stavano producendo o, addirittura, si apprende che in alcune università americane nei luoghi di studio sono state eliminate le connessioni alla rete. A mio giudizio erano eccessivi gli entusiasmi precedenti come lo sono gli atteggiamenti negativi che ora si stanno diffondendo. La questione vera è che cosa sia preferibile per l’educazione dei nostri bambini e dei nostri ragazzi. Un fatto è certo: nei laboratori che abbiamo evocato si acquisiva autonomia e si stabilivano rapporti positivi con la natura, mentre la realtà simulata nella quale oggi gli allievi sono immersi, se considerata come un’alternativa, produce l’effetto contrario. La conclusione mi sembra scontata.


  • Istruzione. Italia in ritardo. Resta ancora divisa in due

NEI GIORNI SCORSI È STATO PRESENTATO A ROMA UN RAPPORTO sul sistema educativo promosso da quattro associazioni scolastiche di diverso orientamento

l'Unità, del 01-12-2013, di Giorgio Mele

NEI GIORNI SCORSI È STATO PRESENTATO A ROMA UN RAPPORTO sul sistema educativo promosso da quattro associazioni scolastiche di diverso orientamento: il Cidi (insegnanti democratici), l’Aimc (maestri cattolici), Lega Ambiente scuola e formazione, Proteo Fare Sapere. La ricerca, coordinata da Emanuele Barbieri, è stata condotta sulla base dei dati del 2009 che sono i più completi. Ciò che colpisce è il giudizio perentorio che viene espresso in premessa e cioè il fatto che dopo 150 anni di unità d’Italia, rispetto ai tassi di successo scolastico, nonostante lo sviluppo culturale del Paese si registrano disuguaglianze che ricordano i «dati relativi ai tassi di analfabetismo della popolazione adulta nel 1861». L’allarme riguarda due elementi decisivi: il primo è relativo al fatto che la scuola sembra aver esaurito la sua funzione positiva di promozione sociale, di garanzia delle pari opportunità di successo formativo che ha avuto in altri momenti della nostra storia e, dall’altro che tutti i dati riconfermano un distacco ampio e strutturale tra il centro-nord e la quasi totalità del Sud, come era appunto nel 1861. A conferma della distanza tra le «due Italie» basta leggere i dati relativi alla carenza dei servizi per la prima infanzia come gli asili nido - in Emilia c’è una copertura di questo servizio del 29%, in Campania del 2,7-, l’ assenza quasi completa del tempo pieno, i tassi di abbandono scolastico che in Sicilia raggiungono il 26, 5 % tra i ragazzi tra i 18 e i 24 anni. Oppure i dati dei cosiddetti Neet (ragazzi che non studiano né lavorano) con una percentuale in Campania del 32,9, rispetto al 9% del Trentino Alto Adige. Dal rapporto emerge anche un indice preoccupante di sperequazione territoriale. La caratteristica della nostra penisola è tale che in essa convivono zone metropolitane densamente popolate e zone montane che lo sono meno. E i processi di ridimensionamento delle unità scolastiche, compiute negli anni scorsi su parametri numerici uniformi e dettati solo dalle compatibilità finanziarie, hanno generato «disfunzioni nella qualità dell’offerta del servizio» con «classi sovraffollate nelle aree urbane, pluriclassi, e soppressione di plessi nei piccoli montani». Ora, se si considera che stiamo parlando di 9 milioni di persone, si comprende che le politiche dei tagli hanno causato la compressione del diritto all’istruzione come stabilisce la nostra Costituzione. D’altra parte la spesa per la scuola in Italia rimane abbastanza bassa: il 4.8% del Pil, che ci colloca al ventiduesimo posto tra i Paesi europei, prima della Grecia e anche della Germania, ma molto lontano da tutti gli altri. Un quadro complessivamente preoccupante, quindi, tenendo conto che andrebbero verificate con più attenzione le conseguenze del «taglio colossale» operato dalla coppia Tremonti-Gelmini, che finora nessuno ha messo in discussione, neanche la legge di stabilità appena varata. È probabile perciò che tutti gli indicatori siano peggiorati rispetto al 2009 e che il lavoro per ridare senso alla scuola italiana sia ancora più difficile.


  • Prof inidonei verso l'approdo

Ata solo su richiesta, sì alla mobilità in altri comparti

ItaliaOggi, del 26-11-2013, di Carlo Forte

 Al via la ricollocazione dei docenti inidonei all'insegnamento. Il ministero dell'istruzione ha predisposto la circolare con la quale sarà trasmesso agli uffici periferici il decreto interministeriale di attuazione del decreto legge 104/2013. Che ha innovato la disciplina della ricollocazione, prevedendo che gli inidonei possano evitare il demansionamento coatto nei ruoli del personale Ata.
Il dispositivo prevede, infatti, che l'inquadramento nei ruoli del personale non docente potrà avvenire solo se saranno gli interessati a chiederlo. E se non lo faranno, oppure lo faranno ma non ci saranno posti a sufficienza per tutti, saranno ricollocati d'ufficio in altri comparti della pubblica amministrazione. Il decreto prevede anche la rivedibilità dei docenti che all'entrata in vigore del decreto saranno già stati dichiarati inidonei. Sempre che i diretti interessati non chiedano espressamente il ricollocamento. Nel quale caso l'accertamento medico-collegiale non verrà più disposto. In ogni caso, se a seguito dell'eventuale vista medica il docente interessato dovesse essere ritenuto non più inidoneo all'insegnamento, l'amministrazione procederà a ricollocarlo immediatamente nei ruoli del personale docente. Ecco qualche dettaglio in più.
Mobilità nella provincia
La normativa di riferimento è costituita dall'articolo 15, commi 4 e seguenti, del decreto legge 104/13, convertito con modificazioni dalla legge 128/2013. Che ha disciplinato lo stato giuridico del personale docente dichiarato permanentemente inidoneo all'espletamento della funzione di docente ma idoneo ad altre mansioni. La normativa prevede, infatti, che tale personale possa, su istanza di parte, essere inquadrato nei profili professionali di assistente amministrativo e di assistente tecnico del personale Ata. In assenza di istanza o nell'ipotesi in cui la domanda non possa essere accolta per indisponibilità di posti, l'interessato sarà invece tenuto a presentare domanda di mobilità intercompartimentale, in ambito provinciale. Così da transitare obbligatoriamente nei ruoli delle amministrazioni dello stato che presentino vacanze di organico, anche in deroga al piano delle assunzioni previsto dalla legislazione vigente. In ogni caso, a seguito della ricollocazione, i docenti interessati manterranno l'eventuale maggiore trattamento stipendiale. E ciò avverrà mediante assegno personale riassorbibile con i successivi miglioramenti economici a qualsiasi titolo conseguiti.
I progetti transitori
Fino a quando i provvedimenti di mobilità intercompartimentale non saranno materialmente disposti, i docenti interessati potranno essere utilizzati per le iniziative di prevenzione della dispersione scolastica ovvero per attività culturali e di supporto alla didattica. E cioè per quelle attività individuate dal decreto Carrozza al fine di consentire, se possibile, il prolungamento dell'orario di apertura delle scuole. La bozza di decreto precisa, inoltre, che la domanda per transitare nei ruoli del personale Ata dovrà essere presentata su carta semplice all'ufficio scolastico regionale della provincia di titolarità entro 30 giorni dalla data di conferma della dichiarazione di inidoneità. Per agevolare le procedure l'amministrazione ha anche predisposto un modulo che sarà allegato alla circolare. La ricollocazione nei ruoli del personale Ata comporterà l'immissione in ruolo su tutti i posti di assistente amministrativo e di assistente tecnico vacanti e disponibili. L'immissione in ruolo sarà disposta nella provincia di appartenenza oppure in altra provincia a domanda, con priorità rispetto alla preferenza indicata dall'interessato. Le disponibilità conseguenti all'accettazione dell'inquadramento in altra provincia non potranno essere utilizzate per la revisione di provvedimenti già adottati.
Il personale che non transiterà nel ruolo Ata per mancanza di disponibilità, rimarrà nell'attuale posizione e sarà ricollocato a mano a mano che si verificheranno nuove disponibilità di posti. Le immissioni in ruolo del personale su posti di assistente tecnico saranno disposte in relazione alla corrispondenza tra le aree didattiche di laboratorio ed i titoli di abilitazione all'insegnamento ovvero i titoli di studio posseduti dall'interessato.
Sede provvisoria
L'assegnazione della sede provvisoria di servizio sarà effettuata sulle disponibilità residuali alla mobilità del personale Ata per l'anno scolastico 2013/2014 e anche sulla base di quelle conseguenti all'eventuale adeguamento dell'organico di diritto alla situazione di fatto. I direttori regionali disporranno affinché il personale già dichiarato inidoneo possa essere sottoposto a nuova visita, entro il 20 dicembre prossimo, da parte delle commissioni mediche competenti. Se all'esito della nuova visita la dichiarazione di inidoneità non sarà confermata, il personale interessato tornerà a svolgere la funzione di docente. In alternativa potrà transiterà, a domanda, da presentarsi entro il 10 dicembre, nei ruoli del personale Ata oppure potrà essere avviato alla mobilità intercompartimentale.


  • Precari, la Ue non ci sta più Italia a rischio condanna

Stipendi più bassi rispetto ai colleghi di ruolo

ItaliaOggi, del 26-11-2013, di Franco Bastianini

Sul trattamento giuridico ed economico riservato dalle leggi italiane agli insegnanti e all'altro personale precario in servizio nelle scuole statali, l'Europa non ci sta più.
La Commissione EU sembra infatti avere perso la pazienza nei confronti dell'Italia che, nei fatti, continua ad ignorare le richieste di adeguamento alle norme, contenute nella direttiva comunitaria 1999/70/CE e successive modificazioni, appunto in materia di trattamento giuridico ed economico degli insegnanti e del personale precario della scuola statale.
Se entro sessanta giorni, si legge infatti in una nota della Commissione inviata nei giorni scorsi alle autorità italiane, l'Italia non avrà fornito risposte alle richieste di chiarimenti sulla discriminazione economica in atto tra il personale non di ruolo e quello di ruolo, questione già oggetto di procedure d'infrazione avviate nel 2010, nel 2012 e nel 2013, la Commissione si vedrà costretta a portare l'Italia davanti alla Corte di giustizia europea che, nel caso di una sentenza di condanna, potrebbe costare alla casse dello stato qualche decina di milioni di euro.
Il pericolo non poteva lasciare indifferenti le organizzazioni sindacali che, infatti, da tempo stanno sollecitando il ministro dell'istruzione a porre fine ad una situazione non più sostenibile soprattutto per quanto riguarda il numero sempre più alto di contratti a tempo determinato, anziché di contratti a tempo indeterminato a copertura di tutti i posti vacanti negli organici di fatto e di diritto dei docenti e del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario.
Anche se provvisori, i dati relativi al numero dei docenti e degli Ata in servizio nel corrente anno scolastico con contratti fino al 30 giugno o fino al 31 agosto 2014 non fanno che confermare la validità delle riserve espresse dalla Commissione EU concretizzatesi nelle predette procedure d'infrazione. Dovrebbe infatti aggirarsi intorno alle 120.000 unità il numero dei docenti non di ruolo attualmente in servizio, mentre il numero del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario in servizio con contratti a tempo determinato dovrebbe aggirarsi intorno alle diciottomila unità.


  • Maturità sprint, il liceo si accorcia solo quattro anni per il diploma

Il ministro accelera sulla sperimentazione, ecco le prime scuole pubbliche

la Repubblica, del 25-11-2013

LA MINISTRA dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza sponsorizza il liceo di quattro anni. Dopo le prime sperimentazioni che hanno interessato tre scuole paritarie in Lombardia, arrivano quelle statali autorizzate. Un via libera in sordina, spinto dalle convinzioni del ministro che questa sia la strada giusta, forse preludio di un’ennesima riforma. AL MOMENTO, gli istituti statali che dal prossimo anno — il 2014/2015 — potranno attivare percorsi quadriennali per giungere al diploma sono quattro: il liceo internazionale delle scienze applicate Carlo Anti di Villafranca di Verona, l’istituto tecnico economico Tosi di Busto Arsizio, l’istituto superiore Majorana di Brindisi e il liceo classico Flacco di Bari. Ma in attesa del benestare ministeriale ci sarebbero altre tre scuole campane e l’elenco potrebbe allungarsi. Semplice sperimentazione o preludio dell’ennesima riforma scolastica a costo zero? Basta infatti compattare in quattro anni l’orario delle lezioni previsto per il quinquennio per diplomarsi a 18 anni o addirittura a 17 anni, nei casi in cui si è sfruttato l’anticipo. Un’eventualità che metterebbe l’Italia al passo con quei Paesi europei dove l’intero percorso scolastico termina un anno prima che da noi. Il liceo internazionale delle scienze applicate Carlo Anti di Verona, in luogo delle 4.752 ore previste per l’attuale percorso di cinque anni, prevede 4.125 ore di lezione spalmate in quattro anni e 200 ore di stage. Mentre gli studenti che vorranno frequentare il liceo classico internazionale Flacco di Bari dovranno sobbarcarsi 4.752 ore in quattro anni — 6 ore al giorno per sei giorni a settimana — più 233 ore di laboratorio e stage. «Le sperimentazioni vengono autorizzate senza nessun criterio, senza nessun parere da parte degli organi competenti, senza nessun riferimento normativo e senza nessun limite», tuonano dalla Flc Cgil. «Basta alzarsi la mattina e chiedere l’autorizzazione per ottenerla? E quante scuole potranno averla: dieci, venti, cento?», si chiede Domenico Pantaleo che punta il dito contro la ministra Maria Chiara Carrozza. Ma non solo. «Tutti i progetti — spiega Pantaleo — presentano tre punti qualificanti: l’innovazione della didattica, il cambio di denominazione dei percorsi ordinamentali in percorsi internazionali — con lo studio di più ore di lingua straniera — e una selezione in ingresso per reclutare gli studenti più motivati e che hanno ottenuto ottimi risultati alla scuola media. Selezione che non è prevista dalla Costituzione. Siamo ancora nella scuola dell’obbligo e non può esserci nessuno sbarramento per l’accesso». «In effetti, il problema della riduzione da 13 a 12 anni del percorso scolastico in Italia si pone. Ma occorre capire — spiega Ivan Lo Bello, vicepresidente di Confindustria, con delega all’Educazione — come vanno distribuiti questi 12 anni. Non credo sia opportuno ridurre il liceo a quattro anni: rischiamo di indebolirlo. E, considerando le criticità del nostro percorso, vediamo meglio un primo ciclo di 7 anni e 5 anni di scuola superiore ». La riduzione dell’intero percorso scolastico di un anno, per allinearlo agli standard europei, è contenuto nell’Atto di indirizzo sulle priorità politiche per il 2013 che l’ex ministro Francesco Profumo ha lasciato in eredità al suo successore. Una operazione che, secondo Profumo, serviva anche a trovare le risorse da destinare al miglioramento della qualità dell’offerta formativa in Italia. Ma i sindacati temono il taglio di 20mila cattedre, corrispondenti ad un “risparmio” di mezzo miliardo di euro. Ma come funzionano le cose in Europa? In alcuni Paesi — Spagna, Francia, Portogallo, Inghilterra e Grecia — la scuola termina a 18 anni. In altri — come l’Italia, la Germania, la Finlandia, la Svezia, la Norvegia e la Danimarca — gli studenti si diplomano a 19 anni. Nazioni, soprattutto quelle del nord Europa, che però ottengono i migliori piazzamenti nei test Ocse-Pisa.


  • Liceo di 4 anni. Carrozza e Puglisi: perché no?

Si può uscire un anno prima dalla scuola senza tagliare neppure un insegnante

Tuttoscuola, del 26-11-2013,

Dopo l’altolà di Sel al liceo in quattro anni si registrano invece due importanti prese di posizione non ostili a questa possibilità. Scendono in campo il ministro dell’istruzione Maria Chiara Carrozza e la capogruppo del Pd in commissione Cultura del Senato Francesca Puglisi.
Il ministro, al termine del Consiglio Ue Educazione e Giovani, tenutosi a Bruxelles, ha detto in proposito che si tratta di una “sperimentazione con poche scuole, vedremo quello che succederà. Sicuramente dovremmo aspettare l’esito di questa sperimentazione prima di riparlarne”. Comunque “sono richieste fatte dalle scuole, quindi lasciamo che sperimentino questa possibilità”.
Poi ha spiegato che “la sperimentazione di poche scuole non deve essere vista come una minaccia, ma come un’opportunità di vedere quello che le scuole progettano in termini di cambiamento. Il cambiamento deve essere visto sempre come un’opportunità”.
Possibilista anche la senatrice Francesca Puglisi, già responsabile scuola della segreteria Pd con Bersani: “Si può uscire un anno prima dalla scuola senza tagliare neppure un insegnante. Ma serve un disegno complessivo che sappia coinvolgere pienamente gli insegnanti, gli studenti, gli educatori per immaginare insieme la scuola che serve per ricostruire l’Italia”.
Poi l’esponente pd ha allargato il discorso chiedendo al ministro di valorizzare l’autonomia scolastica e le “buone esperienze che si stanno facendo in molti territori” e di permettere agli studenti  di “vivere la scuola anche il pomeriggio puntando sull’innovazione della didattica e assicurando alle scuole un organico funzionale stabile”.
Puglisi ha anche chiesto che venga offerta agli studenti “la possibilità di costruire curricula personalizzati su una base di discipline comuni obbligatorie orientandoli poi verso scelte consapevoli, che si tratti di università o di lavoro”.


  • Riforme, stavolta Carrozza sentirà le categorie interessate

Largo, quindi, ad un'ampia consultazione prima di presentare un disegno di legge di riforma.

La Tecnica della Scuola.it, del 22-11-2013, di A.G.

Le rassicurazioni giungono dal sottosegretario all’istruzione, Gianluca Galletti: ferma restando la necessità di un intervento legislativo, è intenzione del Ministro coinvolgerle. Largo, quindi, ad un'ampia consultazione prima di presentare un disegno di legge di riforma
Il Governo non ha alcuna intenzione di ledere le prerogative del Parlamento" in tema di istruzione, università e ricerca ma intende proporre un ddl che riguarderà soltanto la materia universitaria per l'elaborazione di un testo unico. A sostenerlo, il 21 novembre, è stato il sottosegretario all’istruzione, Gianluca Galletti, rispondendo alla Camera ad un'interpellanza in tema di riordino normativo del settore e di delega legislativa. Galletti ha ricordato che un primo testo, al quale fa riferimento l'interpellanza, è stato "oggetto di confronto nelle sedi tecniche, ma non è stato discusso dal Consiglio dei ministri. Uno schema di disegno di legge sarà invece esaminato in una delle prossime riunioni del Consiglio dei ministri. Esso riguarderà soltanto la materia universitaria e prevederà una delega legislativa solo per l'elaborazione di un testo unico in materia. Non si tratterà di un disegno di legge collegato alla legge di stabilità, ma di una normale iniziativa legislativa, che è lo strumento con il quale il Governo deve normalmente sottoporre le sue proposte al Parlamento per un esame approfondito".
Galletti ha anche assicurato che, "ferma restando la necessità di un intervento legislativo, è intenzione del Ministro coinvolgere tutte le categorie interessate nel processo di formazione delle future decisioni. Nel settore della scuola, si procederà con un'ampia consultazione prima di presentare un disegno di legge di riforma". Viene confermata, quindi, la linea del dialogo. Che è poi quella che avevano chiesto alcuni sindacati, come la Flc-Cgil e l’Anief.
Il riordino della disciplina può essere operato senza costi, ma - ha aggiunto il sottosegretario - per un rilancio dell'istruzione e dell'università servono risorse. Al riguardo, vorrei ricordare che, in una difficilissima congiuntura economica come quella attuale, il Governo ha mostrato una grande attenzione per questo settore, al quale ha dedicato anche rilevanti risorse economiche".
In particolare, Galletti ha segnalato le risorse previste dal "decreto-legge n. 69 del 2013 (c.d. "decreto del fare"), che ha stanziato 450 milioni di euro per l'edilizia scolastica; quelle previste dal decreto-legge n. 104 del 2013, che a regime ammontano a 450 milioni di euro; e quelle previste dal disegno di legge di stabilità, che sarà all'esame di questa Camera nelle prossime settimane e che prevede, tra l'altro, lo stanziamento di 150 milioni di euro aggiuntivi per il Fondo di finanziamento ordinario delle università e 80 milioni di euro per i policlinici universitari, oltre al consueto stanziamento – ha concluso Galletti - per le scuole paritarie, pari a 220 milioni di euro". Uno stanziamento, quest’ultimo, che però non ha proprio destato consensi assoluti.


  • Servizi e comunicazioni   La riforma che serve

Tuttoscuola, XXXVI, 507, del 21-11-2013, di di Benedetto Vertecchi

Quanto il marchese Casati propose al Parlamento piemontese la sua riforma della scuola, alla vigilia dell’Unità nazionale, cercò di prevedere tutti gli aspetti, anche quelli più minuti, del suo funzionamento. Il quadro normativo che il nuovo Stato italiano ereditò nel 1861 era dunque costituito da una legge monumentale (oltre 450 articoli), che, in effetti, dava forma al sistema scolastico. Nessuno  dubitava del fatto che le norme contenute nella legge fossero adempiute, per la semplice ragione che il piccolo sistema che Gabrio Casati aveva in mente era caratterizzato dalla stabilità di riferimenti. La legge supponeva che l’educazione dei figli non fosse sostanzialmente diversa da quella dei padri. Di conseguenza, l’intento degli ordinamenti era quello di assicurare, con la continuità fra le generazioni, l’omogeneità delle proposte culturali.
L’impostazione e i criteri seguiti dal marchese Casati nell’elaborazione della riforma non erano sostanzialmente diversi da quelli che si andavano affermando altrove, e in particolare in Francia: si trattava di una scuola di  impianto centralistico, volta ad ottenere profili culturali omogenei, caratterizzata da una elevata condivisione del ruolo che l’educazione avrebbe dovuto svolgere nella rigenerazione della società. In questo senso, anche se si trattava di una legge piemontese, la riforma di Casati anticipava un progetto di educazione che sarebbe stato poi ripreso dallo Stato nazionale. In breve, Casati aveva bene interpretato il senso che poteva aveva una legge generale sull’istruzione verso la metà dell’Ottocento. Ed era anche corretto il presupposto dell’attuabilità delle norme, assicurato proprio dalle dimensioni limitate del sistema scolastico. Le complicazioni hanno incominciato a manifestarsi quando l’accesso alla scuola di nuovi strati di popolazione che in precedenza ne erano esclusi pose in evidenza i limiti del disegno ottocentesco dell’ordinamento di Casati. Finché ai nuovi arrivati ci si limitava a fornire due o tre anni di istruzione di base i presupposti selettivi del sistema non erano posti in discussione. Al contrario, si poteva porre l’enfasi sul progresso della società italiana e sui vantaggi che i diversi settori della vita sociale (in particolare l’industria e i servizi) potevano trarre dalla modernizzazione conseguente al diffondersi dell’alfabetismo. In effetti, nei primi cinquant’anni di vita nazionale si ebbe una grande crescita della parte alfabetizzata della popolazione (si stima che bastasse una sola cifra per indicare la percentuale di quanti erano in grado di leggere e scrivere nel 1861). Ma alla crescita della popolazione alfabetizzata corrispondeva un cambiamento nella domanda sociale di istruzione. Da un lato, infatti, continuava a crescere la domanda di istruzione di base (assicurata dalla scuola elementare), dall’altro si manifestava una crescente esigenze di studi secondari.
E fu proprio questa esigenza a porre le premesse per una conflittualità sull’istruzione determinata dagli opposti interessi degli strati sociali che già fruivano di istruzione secondaria e di quelli  che aspiravano a fruirne. A questo disagio della scuola cercò di porre rimedio il ministro Gentile. Ma cercò di farlo con una crescita esponenziale della base normativa. Se si considera l’insieme delle norme che definiscono la riforma di Giovanni Gentile le centinaia di articoli della legge Casati sembrano un esempio di sobrietà normativa. In altre parole, Gentile si propose di intervenire su una riforma ottocentesca con un’altra riforma ottocentesca, senza voler considerare che i tempi erano cambiati e che le precedenti logiche malthusiane non avrebbero potuto reggere la pressione esercitata da una crescita della domanda sociale d’istruzione sempre più sollecitata dai cambiamenti in atto nelle diverse realtà sociali ed economiche. Questi limiti della riforma di Giovanni Gentile emersero fin dai primi anni della sua attuazione. Il presupposto delle poche scuole ma buone si rivelò impraticabile, e così quello della doppia canalizzazione, inferiore e superiore, degli studi secondari. A meno di una decina d’anni dal 1923, l’anno in cui la riforma prese avvio, il principio della doppia canalizzazione subì un duro colpo con la nascita del liceo scientifico, al quale non corrispondeva un segmento inferiore. Fu il ministro Giuseppe Bottai, nel 1939, poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, ad avviare, con la Carta della Scuola, il sistema italiano d’istruzione sulla via di una trasformazione più adeguata alla cultura del Novecento. L’impianto scolastico della riforma Gentile ne fu sconvolto, anche se nominalmente quella che era stata salutata come la riforma fascistissima restò in vigore.
Quel che è certo è che dopo la guerra, per l’affetto combinato degli interventi di Bottai e di quelli di Carleton Washburne, Commissario alleato per l’Istruzione, l’ordinamento scolastico italiano appariva ben diverso da quello disegnato da Gentile. Ma restava la sua cultura ottocentesca, la presunzione che per via legislativa si potesse intervenire sull’azione quotidiana delle scuole, la resistenza a considerare i cambiamenti socioculturali non come accidenti da contrastare ma come aspetti strutturali dell’educazione, l’insensibilità all’esigenza di sostenere le decisioni, a livello di governo come a quello didattico, con riferimenti conoscitivi derivanti dalla ricerca. Il reale successo di Gentile non è stato la sua riforma, ma aver posto le premesse perché il dibattito educativo si impastoiasse in un confronto verboso capace di consumare le ipotesi di cambiamento senza che si potesse giungere ad una loro verifica sensata. Non è un caso che la sola modifica di ordinamento che nella seconda metà del Novecento ha segnato in profondità lo sviluppo del sistema scolastico italiano sia consistita in una semplificazione: mi riferisco, come è evidente, alla riforma della scuola media del 1962. Da allora non è mancata qualche buona legge (come la 517 del 1977 o la riorganizzazione della scuola elementare (1990), ma si è costatata una divaricazione sempre maggiore tra gli intenti perseguiti dalla normativa e la capacità di attuarli. Quella che oggi non si può non constatare è l’inconsistenza degli impianti interpretativi sui quali si fondano gli interventi sul sistema scolastico. Si indicano alle scuole funzioni e compiti che echeggiano temi sui quali altrove è in atto un confronto impegnativo (e ben sostenuto dalla ricerca), ma se ne riduce la densità del significato attraverso l’assimilazione al senso comune. In altre parole, fenomeni che dappertutto danno luogo a cambiamenti imponenti, e sui quali si cerca di riflettere utilizzando apparati conoscitivi capaci di alimentare con continuità il confronto tra quanti sono interessati allo sviluppo dell’educazione, sono ridotti in Italia ad esercitazioni retoriche al più sostenute da banalità di senso comune o da calchi assunti per assonanza da altri settori dell’intervento sociale.
Si continua a evocare sempre più stancamente l’esigenza di riformare il sistema educativo. Ma credo che parlare di riforma non produca più alcun coinvolgimento emotivo in chi dovrebbe fruirne (sarebbe meglio dire subirne) gli effetti. Nelle scuole, come nelle università, la parola si è desemantizzata. Non si associa a riforma l’idea di un progresso nell’educazione, ma solo quella di interventi pasticciati che – se attuati – possono ulteriormente complicare il compito educativo. Poiché quello del nostro sistema educativo è ormai uno scenario da dopoguerra, in cui l’esigenza preliminare è quella di ricostruire, vorrei sommessamente proporre che si abbandoni la logica delle riforme ottocentesche e ci si preoccupi di favorire il manifestarsi di una nuova cultura educativa, capace di interpretare e di proporre soluzioni. Occorrono decisioni semplici ed essenziali, che sono immediatamente comprese se si inseriscono in un quadro nel quale la conoscenza abbia scacciato le assonanze: per esempio, vogliamo prendere atto che nei paesi industrializzati la scuola è sempre più l’ambiente dell’esperienza educativa e per questo estende la sua azione a gran parte della giornata? Che senso ha continuare a parlare di orari scolastici come si fa da noi, se non quello di giustificare un moto retrogrado volto a ridurre la consistenza dell’offerta educativa?


  • TuttoScuola  del 21-11-2013

"Un richiamo ulteriore che dovrebbe spingere a trovare una soluzione strutturale". Così il segretario della Uil scuola, Massimo Di Menna, commenta lo stop alla discriminazione degli insegnanti precari arrivato oggi da Bruxelles.
"Più volte abbiamo sollecitato il Governo a considerare oltre all'ingiustizia la non legittimità dei rapporti di lavoro precari nella scuola" spiega il sindacalista sottolineando che a oggi ci sono ancora oltre 130.000 persone con contratto a tempo determinato che fanno funzionare la scuola.
"Nonostante i continui richiami, la risposta data con il Piano di immissioni in ruolo è - osserva Di Menna - una soluzione parziale perché ci sono ancora posti in organico di diritto coperti con contratti annuali reiterati di anno in anno. La soluzione - prosegue il leader della Uil scuola - è nell'organico funzionale, lasciando l'adozione dei contratti a tempo determinato solo per i casi dove c'e' una motivazione contingente, come, ad esempio, una supplenza di 20 giorni per malattia.
Anche per Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, il pronunciamento della Commissione Europea contro le discriminazioni degli insegnanti precari in Italia "è di straordinaria importanza".
Il sindacalista ricorda che la Flc sostiene da anni che nella scuola "è stata ripetutamente violata la direttiva europea sul lavoro a tempo determinato precarizzando strutturalmente il lavoro di migliaia di docenti e negando sistematicamente la loro stabilizzazione".  
"La Flc-Cgil ha promosso - sottolinea Pantaleo - un ricorso alla Corte di iustizia Europea. Adesso il Governo metta in campo un piano pluriennale che consente la stabilizzazione dei precari andando oltre gli stessi contenuti della legge sull'istruzione recentemente approvata dal Parlamento. Non ci potrà essere nessuno scambio tra assunzione in ruolo dei precari e riduzione dei diritti contrattuali, come stabilito dalla legge sull'istruzione, ma il Governo è obbligato alla stabilizzazioni. Su questo punto la Flc-Cgil - avverte il sindacalista - sarà intransigente e non permetterà ulteriori perdite di tempo".


  • Liceo breve: La pezza è peggiore del buco

Da Lettera di Ecole 19 11 2013, di Pino Patroncini

Su Italia Oggi del 5 Novembre u.s. Mauro Ghisellini, direttore degli Istituti “Olga Fiorini”, che, se non sbaglio, costituiscono la scuola privata autorizzata dal Ministro Carrozza ad avviare la sperimentazione della conclusione del liceo a 18 anni anziché a 19 ( 4 anni anziché 5) attacca i sindacati e tutti coloro che criticano l’abbassamento a 18 anni ,perché, a suo dire, l’unica preoccupazione di questi sarebbe il fatto che sparirebbero 46.000 posti di lavoro (più o meno quanto corrisponde in termini di organico al cumulo orario annuale dell’anno scolastico che scompare). Premetto che questa non è la sola preoccupazione, né dovrebbe essere la principale, in una Italia dove ancora gli ultimi dati Piaac dimostrano che si va avanti poco negli studi, tanto che solo circa il 72% dei giovani arriva al traguardo di quella che una volta si chiamava maturità (contro l’85% che ci viene richiesto dall’Europa), solo un 45% prosegue all’università (un 45% che è già in calo con la crisi e che già l’anno successivo si riduce al 36% per via degli abbandoni), solo un 20% si laurea (contro una media europea del 35%,una media OCSE del 34% e una richiesta dell’UE di arrivare nel 2020 al 40%) e dove i famosi ITS, alternativi all’università, accolgono all’incirca 2.500 alunni quando altrove analoghi percorsi in altri paesi europei viaggiano nell’ordine delle centinaia di migliaia di alunni (in Francia sono 300.000!). Riducendo di un anno il percorso senza compensazioni si rischia solo di ridurre di circa un migliaio di ore la formazione di almeno il 27% dei nostri diciannovenni! E’ questo un problema che dovrebbero avere ben presente tutti i fautori delle riforme, a meno che non si voglia continuare sulla via delle riforme a capocchia, quelle a cui ci hanno abituati tanti ministeri precedenti che hanno introdotto misure senza tenere conto dei contesti, delle premesse e delle conseguenze. Ma, tanto per stare all’argomentazione del nostro Ghisellini, costui dice che i sindacati hanno fatto male i conti perché non ci sarebbe riduzione in quanto a compensazione dell’anno perduto ci sarebbe un aumento delle ore del primo biennio del liceo da 27 a 34 e del secondo da 30 a 35, questo almeno nel modello dell’”Olga Fiorini”, che non è detto debba essere il modello nazionale. E’ comunque una pezza peggiore del buco per svariati motivi. Primo: l’aumento delle ore per anno aumenta la pesantezza degli studi in un paese dove a detta di molti gli studi (vista anche la mai perduta tradizione contenutistica e nozionistica) sono già più pesanti che altrove in termini di orari, nozioni e parcellizzazioni del sapere. Mi piacerebbe sapere dove era e cosa pensava il dott. Ghisellini quando la Gelmini riduceva gli orari della secondaria superiore accampando la motivazione della pesantezza per accattivarsi le simpatie degli studenti e dell’opinione pubblica, in realtà col solo scopo di ridurre organici e cattedre. Secondo: l’operazione viene fatta su un liceo, che, guarda caso, è il percorso scolastico con gli orari più bassi. Negli istituti tecnici e nei professionali che si fa? Si riportano le ore a 36 e 40 settimanali? Si spera così, con queste intensità di lavoro, di risolvere la mole di bocciature e di abbandoni che proprio in questi due ordini scolastici sono per lo più localizzati? Inoltre il liceo è il percorso scolastico in cui il problema della lunghezza degli studi si pone meno (e tanto più in un liceo privato dove comunque vanno i più abbienti), perché quasi tutti i diplomati proseguono negli studi universitari. Ma non è la stessa cosa negli istituti professionali e tecnici. Terzo: Siccome l’operazione dovrebbe essere avviata gradualmente e ci metterebbe quattro anni ad andare a regime noi avremmo per questi anni un doppio organico: quello ordinario comprensivo del quinto anno e la maggiorazione crescente di anno in anno corrispondente ai nuovi orari. Un conto è sperimentare ciò su una scuola, un conto è proiettarlo su un intero sistema nell’ordine delle decine di migliaia di insegnanti da assumere e poi ad un certo punto da liquidare di punto in bianco. Do you remember l’onda anomala? Qualcosa di simile! Tra l’altro i sindacati, se fossero quel coacervo di interessi corporativi con cui ultimamente ci si diverte a descriverli (e che anche il Ghisellini sembra adombrare riferendo la loro ostilità solo a mere questioni di organico), dovrebbero esserne al contrario ben contenti, perché, si sa, i docenti funzionano all’inverso del dentifricio che una volta uscito dal tubetto non si può più rimettere dentro: loro una volta entrati è più difficile buttarli fuori. Ma questo nelle scuole private, dove i gestori fanno i loro comodi, non lo sanno.


  • Precari ai Pas per tutte le classi

Un anno sulla stessa cattedra, vale anche la formazione

19/11/2013

ItaliaOggi, del 19-11-2013, di Carlo Forte

Docenti precari ai blocchi di partenza in vista dell'avvio dei corsi abilitanti speciali. Il ministero dell'istruzione ha già predisposto la bozza di decreto con le disposizioni a cui dovranno attenersi gli atenei, gli istituti di alta cultura e gli uffici periferici per organizzare i corsi.
Italia Oggi è in grado di anticiparne il contenuto: i corsi saranno obbligatoriamente istituti e organizzati dalle università, dai conservatori (purchè sedi di dipartimento di didattica della musica) e dalle accademie. L'elenco degli aventi diritto a frequentare i corsi, però, sarà compilato e trasmesso dagli uffici scolastici regionali, sulla base delle domande e previo accertamento del possesso dei requisiti richiesti.
Destinatari
Saranno ammessi ai corsi i docenti non di ruolo, compresi gli insegnanti tecnico pratici, in possesso dei titoli di studio previsti dal decreto n.39/1998 e dal decreto n.22/2005, che abbiano maturato, a decorrere dall'anno scolastico 1999/2000 fino all'anno scolastico 2011/2012 incluso, almeno tre anni di servizio in scuole statali, paritarie ovvero nei centri di formazione professionale, limitatamente ai corsi accreditati per l'assolvimento dell'obbligo scolastico.
Requisiti di servizio
Per avere diritto ad accedere ai corsi bisognerà essere in grado di vantare un periodo di servizio di almeno tre anni, ognuno dei quali su una specifica classe di concorso. Almeno un anno di servizio dovrà essere stato prestato sulla classe di concorso per la quale si chiede l'accesso al percorso formativo abilitante speciale. Per essere considerato valido, ciascun anno scolastico dovrà comprendere un periodo di almeno 180 giorni. Oppure il servizio dovrà essere stato prestato ininterrottamente dal 1° febbraio fino al termine delle operazioni di scrutinio finale. Il requisito di servizio si matura anche cumulando servizi prestati, nello stesso anno e per la stessa classe di concorso o posto, nelle scuole statali, paritarie e nei centri di formazione professionale.
Servizi utili
A questo proposito, però, il ministero dell'istruzione, con la nota 11970 dell'8 novembre scorso, ha chiarito che al fine del raggiungimento dei tre anni di servizio e analogamente a quanto previsto per la scuola primaria e per la scuola dell'infanzia, possono essere cumulati i servizi prestati su classi di concorso appartenenti alla scuola secondaria sia di primo che di secondo grado. Fermo restando che almeno un anno scolastico deve essere stato prestato sulla stessa classe di concorso (si veda altro articolo in pagina). Il servizio prestato nei centri di formazione professionale deve essere riconducibile a insegnamenti compresi in classi di concorso e prestato nei corsi accreditati dalle regioni per garantire l'assolvimento dell'obbligo di istruzione a decorrere dall'anno scolastico 2008/2009. Il servizio sul sostegno è valido alle stesse condizioni del servizio prestato su classi di concorso, avendo come riferimento la graduatoria che ha costituito titolo di accesso al servizio sul sostegno. Gli aspiranti che anno prestato servizio in più anni e in più di una classe di concorso dovranno optare per una sola di esse.
Domande
Le classi di concorso richiedibili sono quelle previste nelle tabelle A, C e D allegate al decreto 39/98. La domanda di partecipazione dovrà essere inoltrata agli uffici scolastici regionali tramite apposita istanza online.
Modalità organizzative
I candidati ammessi ai corsi saranno assegnati ai singoli atenei, ai conservatori e alle accademie della regione secondo criteri che dovranno assicurare sia la frequenza dei corsi che lo svolgimento del servizio. Se non sarà possibile soddisfare tutte le richieste, per scarsità di posti attivabili, i corsi saranno suddivisi in più anni accademici. In tal caso, l'accesso degli aventi titolo avverrà, con priorità, in favore di chi non ha l'abilitazione e secondo il criterio della maggiore anzianità di servizio. Che sarà calcolata secondo i punteggi indicati dal decreto 13 giugno 2007 per la III fascia delle graduatorie di istituto. I servizi valutabili sono quelli presenti al Sidi (sistema informativo dell'istruzione) se prestati nelle scuole statali e quelli derivanti dalle autocertificazioni degli interessati, se prestati nelle scuole paritarie o nei centri di formazione professionale. A parità di punteggio il candidato con maggiore anzianità anagrafica avrà la priorità. Se non si raggiungeranno almeno 30 unità per corso, potranno essere attivati corsi interregionali oppure i corsisti potranno essere raggruppati per classi di concorso affini. E in ogni caso, tali corsi potranno prevedere anche dosi massicce di attività in e-learnig. I corsi dovrebbero iniziare entro la seconda metà del mese di dicembre 2013 e terminare, possibilmente, entro la prima decade del mese di giugno 2014. Gli esami si svolgeranno entro la fine del mese di luglio 2014. La durata complessiva dei corsi sarà di 900 ore pari a 36 Cfu. La frequenza dei corsi è obbligatoria. Sarà consentito un massimo di assenze nella percentuale del 20%.


  • Istituti tecnici, la Carrozza studia la riforma: si parte dal nuovo orario

Repubblica.it. del 16-11-2013, di Corrado Zunino

UNA DELLE RIFORME sul tavolo del ministro della Pubblica istruzione è quella degli istituti tecnici (e professionali). Sono una dorsale fondamentale dell’istruzione italiana ed europea, garantendo si tempi della crisi un legame diretto tra i luoghi della formazione e i luoghi del lavoro. L’esempio, per tutti, è la Germania, dove i 'tecnici' sono da sempre curati e finanziati e diplomano ragazzi che al primo impiego possono guadagnare – non è infrequente – stipendi superiori ai duemila euro.
 In Italia la strada è chiara, dai tempi della Gelmini: gli istituti tecnici e professionali, troppo spesso immaginati come scuole per radunare i ragazzi della classe proletaria che non volevano studiare, devono tornare al centro del sistema istruzione. La struttura produttiva del Paese – la diffusione capillare di piccole-medie imprese sul territorio - ha bisogno di giovani periti industriali, agronomi, ma anche ragionieri e geometri preparati. I ministri Profumo e Carrozza hanno continuato, nelle dichiarazioni di intenti, su questo solco.
 Il ministero sotto Maria Chiara Carrozza sta articolando una riforma che, come primo passo, deve rimuovere le ridondanze e i vuoti (entrambi) creati dalla riforma Gelmini. Con la Gelmini si è ridisegnato il quadro orario degli istituti tecnici nel nome dei tagli alla spesa riducendo drasticamente le ore di materie di indirizzo e inserendo nell’organico un numero elevato di insegnanti tecnici “in compresenza” che, in alcuni istituti, semplicemente non servono. Fanno solo lievitare i costi. 
Un esempio, segnalato dagli stessi docenti. Nel corso Costruzioni, territorio, ambiente (ex geometri) sono previsti insegnanti in compresenza per informatica, fisica, chimica, tecniche di rappresentazione grafica, estimo, tecnologia delle costruzioni e impianti, topografia. Bene, il risultato è quello di avere in classe un docente laureato che continua a fare il lavoro che ha sempre fatto e un docente tecnico che sta a guardare. Questa sovrapposizione negli anni si è rivelata inutile e ha sottratto risorse ai corsi di aggiornamento, per le discipline tecniche fondamentali, e all’acquisto di strumentazione tecnica adeguata.
 Sempre l’area geometri (oggi Istituto tecnico costruzioni ambiente territorio) ha visto tagliare i rudimenti di giurisprudenza, quando un geometra dovrà vivere quotidianamente immerso nel codice civile e tra i regolamenti degli enti locali. Anche gli ex istituti alberghieri (ora enogastronomia) hanno perso l’insegnamento delle discipline giuridiche nel triennio.
Da qui, dalla rimozione degli ostacoli, dalla rimodulazione delle materie settimanali, una buona riforma della scuola tecnica e professionale deve ripartire.
La portavoce del ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza ha precisato che all'ordine del giorno del ministro non c'è la riforma degli istituti tecnici e professionali.


  • 'Repubblica' choc: in classe gli Itp stanno a guardare!

Sta facendo discutere la rivelazione di 'Repubblica' sulla ipotetica volontà del ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, di voler rivedere la formulazione degli insegnamenti degli istituti tecnici e professionali

La Tecnica della Scuola.it, del 18-11-2013, di Alessandro Giuliani

Servizi e comunicazioni  
Il quotidiano romano sostiene che il ministro Carrozza sarebbe in procinto di riformare tecnici e professionali rimodulando le materie settimanali: l’obiettivo è eliminare il “numero elevato di insegnanti tecnici ‘in compresenza’ che, in alcuni istituti, semplicemente non servono. Fanno solo lievitare i costi”. Col risultato “di avere in classe un docente laureato che continua a fare il lavoro che ha sempre fatto e un docente tecnico che sta a guardare”. Ogni commento sul vero ruolo degli Itp, sull’importanza nelle scuole del ‘fare’ quanto si apprende a livello teorico, appare superfluo. Anche il Miur prende le distanze: nessuna riforma in atto.
Sta facendo discutere la rivelazione di 'Repubblica' sulla ipotetica volontà del ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, di voler rivedere la formulazione degli insegnamenti degli istituti tecnici e professionali. In particolare, per il quotidiano romano sarebbe ormai impellente l’esigenza di eliminare le copresenze dei docenti teorici con gli Itp, gli insegnanti tecnico pratici che conducono le esercitazioni in laboratorio.
Con una formulazione a metà tra il semplicistico e il luogo comune, il cronista giustifica anche le intenzioni che sarebbero state espresse dal titolare del dicastero di Viale Trastevere: in talune classi sarebbe il caso di “rimuovere le ridondanze e i vuoti (entrambi) creati dalla riforma Gelmini. Con la Gelmini – sostiene ancora il quotidiano - si è ridisegnato il quadro orario degli istituti tecnici nel nome dei tagli alla spesa riducendo drasticamente le ore di materie di indirizzo e inserendo nell’organico un numero elevato di insegnanti tecnici ‘in compresenza’ che, in alcuni istituti, semplicemente non servono. Fanno solo lievitare i costi”.
Sempre nell’articolo vengono riportati degli esempi forniti da alcuni docenti. “Nel corso Costruzioni, territorio, ambiente (ex geometri) – continua Repubblica - sono previsti insegnanti in compresenza per informatica, fisica, chimica, tecniche di rappresentazione grafica, estimo, tecnologia delle costruzioni e impianti, topografia”. La conclusione è, almeno per un addetto ai lavori, davvero sconvolgente. “Bene, il risultato è quello di avere in classe un docente laureato che continua a fare il lavoro che ha sempre fatto e un docente tecnico che sta a guardare”.
Con chiosa finale che trova anche i colpevoli delle mancate risorse fornite scuola per far aggiornare tutti i docenti. “Questa sovrapposizione negli anni si è rivelata inutile e ha sottratto risorse ai corsi di aggiornamento, per le discipline tecniche fondamentali, e all’acquisto di strumentazione tecnica adeguata”.
Ogni commento appare superfluo. Qualsiasi persona che conosce la scuola superiore italiana e la strutturazione della didattica degli istituti tecnici e professionali sa bene che le cose non stanno così. Lo sa bene anche il ministro Carrozza, la cui portavoce “ ha precisato che all'ordine del giorno del ministro non c'è la riforma degli istituti tecnici e professionali.
 


  • Didattica per competenze e paradosso scolastico

ScuolaOggi.org, del 07-11-2013, di Ariella Bertossi

Spesso nel vivere quotidiano eventi incomprensibili e difficilmente giustificabili si parano davanti ai nostri occhi. Qualcuno preferisce chiamarli incongruenze, qualcuno assurdità, altri ancora “il colmo”: in ogni caso che nella vita tutti giorni ci si trovi davanti a frequenti paradossi è innegabile. Accade però a volte che tali situazioni si possano ritrovare anche nel mondo della scuola, dando al tutto una caratteristica ancora più “paradossale, poiché dalla scuola tutti si aspettano congruenza e linearità di processi. A tale proposito ripenso a quando, trasferita in Svizzera, ho iscritto i miei figli alla scuola primaria italo-tedesca di Zurigo. Dopo il secondo giorno di lezione la maestra di italiano, un altoatesina il cui nome poteva essere simile a Ruth Hofenbach mi fermò e, con un italiano alquanto traballante e che facevo fatica a comprendere, mi consigliava di sottoporre mio figlio a delle sedute di logopedia poiché il suo tedesco era incomprensibile. Immaginate il mio sgomento di fronte a questa affermazione. Posto che mio figlio in tedesco non sapeva neanche contare, non osavo pensare a chissà cosa avesse potuto mai dire in tedesco dopo due giorni e aggiungendo il fatto che pronuncia l’erre “moscia” come tutti i maschi di famiglia, sono rimasta comunque sconcertata di fronte ad una docente di italiano che mi parlava della pronuncia di un bambino mentre la sua, di docente, era pessima. Paradosso… Poniamo ora di possedere una macchina che debba essere sottoposta alla revisione prevista per legge. Ci rivolgiamo al meccanico abilitato che rilascerà l’attestazione e gli chiediamo di effettuare tutte le manutenzioni necessarie perché la macchina sia dichiarata idonea. Il meccanico svolge diligentemente le riparazioni del caso, ma mettiamo che, al momento del rilascio del certificato, ci dica che la macchina non ha superato la revisione. Ognuno di noi reagirebbe in maniera diversa, ma da tutti la cosa sarebbe percepita assurda: una situazione simile non è giustificabile. Ebbene nella scuola paradossi simili avvengono ogni anno. Mi riferisco al fenomeno della bocciatura. Definisco tale situazione un paradosso perché uno studente preparato ed “allenato” per tutto l’anno scolastico da un team di docenti, da quello stesso team alla fine dell’anno scolastico può non essere giudicato idoneo, non superare la revisione insomma. Tutto ciò genera imbarazzo quando avviene nella scuola primaria, ma nella scuola secondaria, invece, è diventato un fenomeno tollerato e giustificato. Altre volte si arriva definire di qualità una scuola selettiva, rendendo gli istituti più “severi” quelli gettonati da un utenza convinta che “selezione” coincida con “qualità”. L’elogio del paradosso, dunque. Sebbene tutte le indagini Ocse Pisa e altri sondaggi sostengano che bocciare è inutile, gli insegnanti continuano in questo tipo di pratica senza porsi veramente dalla parte dell’alunno che essi stessi avrebbero dovuto preparare, per la formazione e il successo del quale essi sono tenuti, anche contrattualmente, ad impegnarsi. La giustificazione data è che alcuni studenti non raggiungono quegli obiettivi che gli insegnanti decidono debbano essere raggiunti sulla base di determinate osservazioni, per la normativa, per i quadri comuni di riferimento e per paura dei sondaggi Invalsi che poi si abbattono come una scure sulle scuole classificandole in più o meno virtuose. “Secondo la classifica Pisa (2011) - che valuta i sistemi educativi nell'area Ocse - più di uno studente su dieci (il 13%) è stato bocciato almeno una volta nel suo percorso di studio. Il 7% alle elementari, il 6% alle scuole medie e il 2% al liceo. L'Italia si colloca appena al di sopra della media Ocse, con una percentuale di allievi bocciati del 18%. I ricercatori danno inoltre un giudizio negativo su un'altra pratica comunemente utilizzata per trattare gli studenti che vanno male a scuola, o hanno un comportamento inadeguato: il trasferimento in altre strutture scolastiche. Un metodo che, scrivono, "tende ad essere associato con una segregazione nel sistema scolastico, in cui gli studenti che provengono da contesti avvantaggiati finiscono in scuole con risultati migliori mentre quelli di origini svantaggiate finiscono in scuole peggiori". Condannando la pratica delle boccature poiché inutile, l' Ocse raccomanda anche maggiore elasticità da parte dei dirigenti scolastici sulla valutazione di fine anno, in base a criteri meno rigidi. Laddove i presidi hanno infatti più autonomia nel decidere la promozione, spesso vengono agevolati percorsi di accompagnamento che incentivano gli alunni più in difficoltà” (da “La Repubblica 26 luglio 2011). I docenti insorgono di fronte a questi argomenti, da un lato non accettando la pratica buonista del 6 politico poiché sostengono che la bocciatura risponde anche ad un concetto di giustizia, naturale conseguenza per chi non si è impegnato, dall’ altra continuando a sostenere che sono gli alunni a non adeguarsi a quanto proposto. “Dal punto di vista sociale, inoltre, bocciare costa. Oltre a non garantire il progresso educativo, far ripetere un anno scolastico pesa sui bilanci dell'Istruzione pubblica, proprio in un momento di crisi economica e tagli alle scuole. Ogni bocciatura, hanno calcolato gli esperti dell'Ocse, costa in media tra i 10 e i 15 mila dollari annuali. In paesi come la Spagna, il Belgio o l'Olanda, i "ripetenti" incidono sul 10% del budget complessivo per l'educazione. Un altro effetto di lungo termine, registrato dall'Ocse, è il ritardato ingresso dello studente nel mondo del lavoro e la diminuzione di manodopera qualificata. Se le bocciature si ripetono nel ciclo scolastico, gli alunni tendono ad abbandonare lo studio, già prima del diploma. Un fallimento. Non solo per loro.” (cit.) Dove sta l’inghippo? Dov’è dunque la falla? Come mai un sistema istituzionale che dovrebbe formare ed istruire ad un certo punto fallisce e non raggiunge l’obiettivo previsto? Certamente c’è la matrice individuale: per fortuna gli essere umani non sono macchine da revisionare e ogni persona può rispondere in modo diverso alle stimolazioni, a volte anche rifiutandosi di imparare. Una soluzione al paradosso però deve essere trovata, non ci si può infatti più permettere che l’investimento sull’istruzione che ogni stato promuove non produca i risultati sperati. Il cambiamento di prospettiva non è facile da comprendere, ma in effetti è talmente semplice quanto disarmante. Si chiama didattica per competenze. I nuovi orientamenti pedagogici prospettano infatti una metodologia che, invece di insistere sulla trasmissione di contenuti che trova risposta solo in una fetta della popolazione, punti sullo sviluppo di risposte che potremmo definire “pratiche”, cioè il possesso di determinate competenze. Che cosa esse siano dovrebbe essere ormai ben noto a tutti i docenti, ma come in definitiva si possa passare al loro sviluppo non è ancora ben chiaro. La didattica per competenze prevede che il lavoro dell’insegnante non si esaurisca in una lezione classica volta all’imbonimento di conoscenze da parte di studenti che le ripeteranno per il tempo necessario a ricordarle e poi finiranno nel dimenticatoio. Le conoscenze, importanti e necessarie in tutte le discipline, devono essere completate con la padronanza di determinate competenze, cioè del saper veramente usare quelle conoscenze dimostrando di aver compreso e sapendo traslare i contenuti applicandoli in altri contesti. La prospettiva quindi non sarà più quella di valutare quanto un ragazzo sa, ma quanto sa fare. Pensiamo a quanto ognuno di noi ha imparato durante gli anni della crescita, all’interno delle proprie famiglie. Sicuramente i genitori avranno raccontato, insegnato, trasmesso idee ed insegnamenti, ma gran parte delle conoscenze si sono tradotte in comportamenti pratici. La mamma che vuole insegnare ad un bambino ad allacciarsi le scarpe non inizierà mai a dire “prendi una spighetta con la mano destra e fanne un cappio, ecc”, ma avrà fatto vedere come si fa, facendo ripetere l’esercizio varie volte finchè ognuno di noi non è riuscito, con somma soddisfazione, a fare il proprio fiocco: così siamo diventati competenti con i lacci delle scarpe. Non si comprende perché invece nella scuola, soprattutto in alcune materie, l’insegnamento sia così astratto da ridursi solo in conoscenze, tralasciando completamente la sua utilità sul piano pratico. Tutti i docenti della scuola italiana già da qualche anno sono tenuti a certificare le competenze raggiunte dai propri alunni alla fine di alcune tappe del percorso scolastico. Ora la normativa lo prevede, ma perché tale certificazione non si riduca ad un mero formalismo burocratico, il lavoro da fare è molto. Gli insegnanti non sanno ancora lavorare per lo sviluppo delle competenze, soprattutto quelli che dicono di averlo sempre fatto. Si tratta di capovolgere la prospettiva e ragionare in termini diversi, strutturando le prove di verifica in modo nuovo, per poter valutare veramente quanto è passato del loro insegnamento. Per quanto io non apprezzi il sistema scolastico svizzero, devo dire che riguardo a questo aspetto i docenti svizzeri erano ben abituati a tale tipo di operatività. Durante i tirocini che ho potuto seguire, ho visto maestri che entrando in classe scrivevano alla lavagna che cosa e come avrebbero imparato gli alunni durante quella lezione, i contenuti, in che modo sarebbero stati valutati, nonché come sarebbero state recuperate le carenze. Una didattica per competenze non ammette fallimenti. Un alunno potrà possedere la determinata competenza in livelli diversi: base, intermedio o avanzato, ma non potrà non essere competente del tutto perché in quel caso vorrebbe dire che la didattica non è stata strutturata nel modo corretto. Sono da prevedere tutte le strategie perché ogni individuo si impossessi del saper fare almeno a livello base, poiché l’interesse sociale e la valenza dell’insegnamento deve produrre individui che siano inseriti in una società, la quale chiede appunto il traslare nella pratica quanto è stato interiorizzato: la fine dell’accademia. Il modello di certificazione delle competenze proposto in questi mesi dal MIUR si rifà alle competenze chiave di cittadinanza europea, esse sono: comunicazione nella madrelingua, comunicazione nelle lingue straniere, competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia, competenza digitale, imparare ad imparare, competenze sociali e civiche, senso di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale. Se le prime quattro sono riportabili in maniera generale alle conoscenze e certamente si potrebbero dare quasi per scontate (ma tanto scontate non lo sono) le ultime quattro sono meno intuitive. Ad un individuo che si sa esprimere correttamente nella propria lingua e in lingua straniera, che da nativo digitale padroneggia il linguaggio informatico, quello scientifico e matematico e che si inserisce correttamente all’interno di una società viene chiesto anche di porsi, alla luce della mobilità della conoscenza, in continua formazione diventando il tutor di se stesso, per attivare la propria iniziativa e l’imprenditorialità in un mondo che chiede tutta la flessibilità possibile ai giovani in cerca di impiego. Certificare tali tipi di abilità con una verifica di storia sui contenuti della “Prima guerra mondiale” certamente non sarà possibile. Ciò non significa che saranno banditi tutti i tipi di test conoscitivi, ma alla fine del suo percorso la scuola dovrà aver trasmesso ben oltre alle conoscenze. Nelle prove per competenze i ragazzi meno studiosi spesso raggiungono risultati migliori e nei test di accesso all’università gli alunni con i punteggi più alti della scuola superiore spesso non riescono ad entrare, soppiantati da ragazzi meno studiosi, ma più competenti. Infatti all’università sempre più spesso le prove richiedono una preparazione ad ampio spettro, per selezionare non soltanto gli alunni diligenti, ma le menti più fresche e sveglie, che hanno già imparato, ma purtroppo non sempre grazie alla scuola, ad applicare quanto raggranellato qua e là. Tutto ciò getta nello sconforto quei ragazzi che per il loro impegno si sono visti sempre premiati nella scuola, ma non in un mondo dominato dalla logica economico- produttiva che schiaccia il più debole con molta facilità. Le Università selezionano i loro iscritti con dei parametri che non coincidono con quelli della scuola secondaria, fino a quando non ci si adeguerà e non si comprenderà che la scuola non si può più considerare un viaggio su binari paralleli rispetto alla società. Per ultima cosa vorrei affrontare il discorso della motivazione. Per troppo tempo il riuscire o meno a scuola è coinciso con la capacità di saper esporre determinate conoscenze, saper risolvere determinati quesiti, produrre disegni e così via nelle varie discipline. Lo studente modello che si prefigurava uscito da un tipo di scuola prevedeva determinati requisiti da classificare con un voto finale. Ciò è stato terribilmente frustrante per quella parte di ragazzi che, per tutti i motivi che la sociologia e la psicologia hanno analizzato, non sono riusciti a dare quanto la scuola chiedeva loro. Ora la società non ha bisogno solo di liceali più o meno bravi nel fare i compiti, ma di individui completi che, pur possedendo competenze a livelli diversi, possano inserirsi nel mondo produttivo. Quante volte il ragazzo che a scuola non combinava niente è diventato un ottimo lavoratore, magari più di successo del primo della classe? Ha dovuto attendere però il lavoro per il proprio riscatto sociale perché dalla scuola non era stato dichiarato idoneo. Ecco, credo che la scuola non possa permettersi la dispersione che ogni anno crea, mettendo ai margini chi non riuscendo a produrre conoscenze, automaticamente viene bocciato. La didattica per competenze può essere una risposta anche alla motivazione per tutti i ragazzi che nella scuola spesso non vedono la risposta alle loro domande.. Concludo dicendo che forse sarebbe utile che tutti coloro che operano nella scuola non fossero più solo insegnanti, ma diventassero finalmente educatori. C’è infatti una profonda differenza tra le due categorie, perché per insegnare basta conoscere, per educare è necessario essere, con tutto ciò che ne consegue. 


  • I doveri della sinistra

la Repubblica, del 07-11-2013, di Nadia Urbinati

Come si può pensare di fare a meno della Sinistra in una società nella quale il tasso di disoccupazione ha superato il 12 per cento, la soglia di povertà è sempre più alta, e il senso di impotenza dei giovani e meno giovani ha effetti deprimenti sull’intera società? La domanda dovrebbe sembrare retorica e invece non lo è perché la Sinistra incontra difficoltà straordinarie a convincere i cittadini che di essa c’è bisogno. Non solo in Italia. L’ostacolo è prima di tutto ideologico; non dipende dal fatto che la Sinistra non può dimostrare di avere una storia di successo: la costruzione dello stato sociale è avvenuta anche grazie alla Sinistra ed è stata una storia di successo. Dopo di che, però, le idee che erano della Sinistra – la liberazione dal bisogno, la dignità e la libertà individuale, e perfino l’eguaglianza delle opportunità – sono state per anni rappresentate dalla Destra; e fino allo scoppio di questa crisi, sembravano meglio realizzate dal liberismo la cui potente ideologia – “meno stato più mercato” – ha convinto per anni le maggioranze politiche, un poco dovunque, che questa fosse la strada migliore per realizzare la promessa di libertà. Quella della Sinistra è stata una sconfitta ideologica dunque, che dura da molti anni. Aggravata dalla crisi di legittimità dei partiti politici che sta cambiando la faccia della democrazia rappresentativa e che alimenta l’insoddisfazione per la politica praticata la quale a sua volta dà ossigeno ai populismi e al mito della politica anti-partititica. Un mito che appartiene sia ai demagoghi sia agli esperti di economia che sognano di liberare la politica dall’ideologia e di portare la competenza tecnica al potere.
Se non che le sorti possono cambiare – questo ha detto il nuovo sindaco di New York, Bill de Blasio. Possono cambiare se sappiamo spiegare di chi sono le responsabilità di questa crisi devastante: sono della Destra non della Sinistra, del giacobinismo liberistico che ha conquistato il palazzo d’Inverno prima a Londra e a Washington per poi mettere al bando in pochi anni la social-democrazia del vecchio Continente e dimostrare che al benessere diffuso si arrivava meglio e prima scatenando il capitale invece di responsabilizzarlo e regolarlo. Si tratta ora di deviare da questo percorso: la sfida non è facile, ma non utopistica come la vittoria del progressista de Blasio dimostra. Certo, ci vuole coraggio. Ci vuole la determinazione a recuperare il linguaggio e gli ideali che danno senso a questa sfida, la giustificano e, soprattutto, richiedono un soggetto politico che operi nel solco della tradizione social-democratica.
Gli ideali sono gli stessi che erano alla base della costruzione delle democrazie europee nel secondo dopoguerra, e che la reazione neo-liberista ha sminuito; tre in particolare: 1) l’eguaglianza, non solo delle opportunità legali ma anche delle condizioni sociali che consentono ai cittadini di intraprendere le loro scelte di vita con responsabilità; 2) il senso di sé delle persone, la fiducia nelle proprie forze progettuali che nasce
dalla libertà dal bisogno; e 3) la dignità delle persone per ciò che sono, comunque esse siano.
Tre ideali sono contenuti nella nostra Costituzione e hanno spesso avuto come protagonisti attivi i cittadini che stanno ai margini, le minoranze morali e culturali appunto; coloro che hanno sperimentato e mostrato il valore del movimento e della partecipazione politica, spesso spontanea e non rappresentata dai partiti parlamentari: i movimenti femminili contro la violenza, per il lavoro e la non discriminazione nella carriera; quei cittadini che comprendono l’importanza di difendere beni comuni fondamentali, come la scuola e l’ambiente; gli omosessuali o chi ha differenze di stili di vita e di fede rispetto alla maggioranza – tutti questi protagonisti interpellano la collettività e la politica istituzionale nel nome di ciò che la democrazia promette: eguaglianza di considerazione e delle condizioni di partenza per poter esprimere se stessi; libertà dal bisogno che umilia la responsabilità individuale e rende passivi; libertà dall’offesa e dall’umiliazione che deriva dall’essere penalizzati per non appartenere alla parte giusta o alla maggioranza. Restituire alla Sinistra il significato progressista di emancipazione dalla servitù del bisogno – e per questo riportare al centro l’attenzione alle condizioni sociali della cittadinanza.
Il preambolo della nostra Costituzione rende perfettamente il significato di questi valori quando afferma che l’Italia è “una Repubblica fondata sul lavoro”. Ci dice infatti che la libertà politica (la repubblica) è possibile perché i cittadini sono socialmente autonomi, non soggetti al dispotismo degli amministratori delegati, ma nemmeno al paternalismo della carità pubblica. La cittadinanza lancia un progetto ambizioso contro la povertà perché la tratta come un male non da lenire ma da sradicare. Alla povertà, la democrazia sociale del dopoguerra ha dato un nome preciso: assenza di lavoro, disoccupazione. Perché questo sistema politico si regge sulla possibilità di ciascuno di pensare a se stesso e alla cura dei figli; di farlo con dignità e per mezzo di un’attività che non umilia: il lavoro in cambio di un salario dignitoso e di diritti ad esso associati, da quello alla scuola, alla salute e alla sicurezza sociale. Mettere il lavoro alla base del sistema politico comporta rivederne il significato, il valore, il senso: significa emanciparlo dallo stigma della sofferenza facendone una condizione di possibilità ed emancipazione. Un’impresa titanica che la democrazia moderna è riuscita a compiere solo molto parzialmente e quando si è legata alla tradizione socialista non quando se ne è distanziata. Perché lavoro dignitoso e fiducia nelle proprie capacità stanno insieme e possono decadere insieme, come vediamo oggi. La cultura politica di una Sinistra democratica dovrebbe riportare al centro la battaglia contro un’ideologia che ci ha inculcato l’abitudine a leggere gli squilibri di potere come malasorte o sfortuna, la diseguaglianza nelle condizioni sociali come meritata sconfitta.


  • Scuola, pensieri random

l’Unità, del 07-11-2013, di Mila Spicola

Mettetevi comodi, ci sono un po’ di questioni che vorrei condividere con voi, così, a saltare, senza nemmeno perder tempo a strutturare il discorso in modo lineare.
Iniziamo da una ricorrente. Soldi alle private? No. La penso da sempre come Rodotà: sono contraria a fondi pubblici per le scuole private. Per una questione di principio non di soldi. Perché non credo che le somme destinate alle private risolverebbero i problemi della scuola.  Il bilancio interno della Scuola è di circa 80 miliardi l’anno. I soldi alle private sono circa 400 milioni. Io voglio toglierli per principio e coerenza, ma so che non è  con 400 milioni che rendo la scuola statale “adeguata ai propri fini”. Questo Paese tutto (non i governanti ma gli elettori) deve capire che per rendere la scuola adeguata ai propri fini ci vogliono somme in più adeguate, certo non le bazzecole dei 400 milioni, che tra l’altro ha già destinato Letta con il suo Decreto Scuola appena approvato che non credo che porterà alla scuola grandi mutamenti.
Il perno del problema è che, secondo me, e di questo voglio parlarvi, si deve mettere mano alla riorganizzazione del nostro mondo a cominciare dai docenti.
Non siamo la scuola di 40 anni fa, che aveva ben altri numeri (meno studenti), altre risorse e un’altra Italia. Oggi siamo la scuola di tutti, finalmente, in un Paese profondamente diverso: in crisi economica ma anche etica, meno coeso da questo punto di vista, con valori una volta scontati e condivisi da difendere oggi da capo e volta per volta. Siamo in un mondo profondamente diverso: in mutazione e in pieno smottamento. Abbiamo sì un corpus culturale da trasmettere ma da ridefinire proprio nelle modalità e nel senso di trasmissione. Di fronte a tutto ciò,  per portare avanti i “tutti” che abbiamo faticosamente ammesso nella Scuola, anche i deboli, anche gli ultimi, anche gli stranieri, serve un impianto di scuola diverso. Che si inventi un nuovo modo di promuovere le eccellenze e di recuperare le debolezze. E che punti su queste due cose potendolo fare. Non come pii desideri destinati a rimanere tali.
Abbiamo vinto una sfida: di avere tutti i bambini, adesso dobbiamo vincere l’altra sfida profonda di portarli tutti, a prescindere dai loro vissuti e dal fato che li ha fatti nascere in un posto piuttosto che in un altro, a raggiungere tutti almeno il livello della sufficienza, a condurli tutti al diploma, come mezzo di crescita individuale del singolo e collettiva del sistema Italia. Lasciando per una buona volte alle ortiche la convinzione che “chi non ha testa di studiare se ne vada a lavorare anche senza pezzo di carta”. Perché chi rimane fuori dai saperi oggi rimane fuori dal mondo. Io sono cosciente che questa sarebbe la vera rivoluzione politica e storica mai compiuta nel nostro Paese. Altro che Rivoluzione Francese. Non so se ne son coscienti tutti. Alcuni di quelli che remano contro forse sì.
Dalla scuola per pochi alla scuola per tutti, alla scuola che recupera tutti.
L’impianto di scuola che oggi abbiamo è di fatto ancora quello selettivo gentiliano che non riesce a portare avanti tutti. Con modalità tacite o meno tacite, contrastate o meno, la scuola di oggi è ancora legata a un sistema che la condanna ad essere la scuola selettiva e discriminatoria. Non è colpa nostra, di noi docenti, ma il sistema è predisposto in un modo tale che ci ritroviamo di fatto a doverlo assecondare. Gli scarsi di qua e i bravi di là. Con poche e difficilissime condizioni per trasformare “gli scarsi” almeno in  sufficienti. E con l’enorme esercito dei “sufficienti” sempre stabile.
La prima modalità che si era messa in campo per mutare questo assunto era stata la scuola elementare coi moduli. E’ il sistema della scuola che recupera gli ultimi e cerca di predisporre la condizione per il recupero di tali ultimi. Anzi, di più, era un sistema predisposto per evitare che i divari si formassero, volendo agire fin dai primissimi anni. Annullato. Demagogicamente e ciecamente.
La seconda modalità è quella che tenta di evitare l’insorgere delle debolezze prima ancora della scuola: l’asilo. E’ l’unico modo per contrastare le differenze enormi in entrata nel ciclo della scuola formale.
Asili? Annullati, non ce ne sono,  soprattutto là dove servono di più, cioè dove è certo che si formeranno debolezze: nelle aree depresse del Paese. In Sicilia si varia dall’1% al 6 % di possibilità per i bambini di accedere all’asilo, in altre aree del Paese si raggiunge il 40% e siamo nelle eccezioni.  E sempre con una gran confusione di dati: non si capisce mai quali siano le differenze tra asilo, scuola materna, scuola dell’infanzia. Aiuterebbe parlare di ciclo prescolare 0-6 anni? Aiuterebbe.  I dati e le rilevazioni provano il legame diretto tra successo scolastico e anni prescolari (asilo, scuola materna, nido) frequentati.
La terza modalità potrebbe essere impiantare il tempo pieno obbligatorio nelle aree del Paese a più alto rischio debolezza (e sono esattamente le aree dove il tempo pieno latita), attivando processi individualizzati costanti per il recupero degli ultimi e per il potenziamento dei primi.
La quarta modalità: agire sul motore della scuola, creare un corpo docente forte (dal punto di vista formativo e professionale) e compatto, che abbia strumenti lessicali e professionali comuni per poter attivare confronti, scambi e reti nel merito dei nodi pedagogici e didattici, anche per sperimentare tesi e impianti teorici tutti in divenire in modo scientifico rigoroso, a cui fa seguire le diverse pratiche estese. E qua parliam di cose veramente serie.
Un corpo professionale capace di portare avanti la “contrattazione” dei metodi didattici, dei fini pedagogici e delle visioni di politiche scolastiche su una base comune di lessico, di formazione e di missione è veramente quello che si augurano i sistemi incancreniti e immobili delle burocrazie ministeriali, o gli uffici polverosi e mal gestiti degli uffici scolastici regionali e provinciali di tutta Italia?
Siamo il corpo di lavoratori del pubblico servizio più numeroso. Sapete cosa vorrebbe dire avere quasi un milione di teste attive e messe in rete e formate in modo eccellente a parlar e fare scuola in modo unitario? Non omologato attenzione, unitario? Quando si pensa alle rivoluzioni è proprio alla comunanza informativa e formativa che si fa riferimento. Non so se sono chiara.  Se oggi si fa un’indagine nel corpo docente su un qualunque argomento ne viene fuori una frammentazione abnorme di posizioni, a partire dalle basi conoscitive sul merito delle cose e dei problemi, perché abnorme è la differenza di formazione  dei singoli docenti, come anche di selezione, come anche di condizioni strutturali o contestuali in cui si opera.
Faccio un esempio: l’idea di griglia o criterio valutativo che ha una collega della primaria è completamente diversa dall’idea di griglia o criterio valutativo di una collega di liceo, quando questa ultima ce l’abbia..perché viene fuori da un percorso formativo e selettivo di tipo esclusivamente conoscitivo della disciplina insegnata non di tipo pedagogico didattico, non solo, non avendolo maturato nella formazione, sarà portata a rifiutarlo a priori. Nello stesso tempo: una docente di italiano di una scuola primaria di Trento si trova ad operare in condizioni strutturali e contestuali completamente diverse da quelle di una collega di Canicattì, non solo: con un bagaglio formativo diverso e con dei processi di selezione diversi.
Mi capita spessissimo di sentire a docenti di scuole superiori “a me basta dare il mio voto e va benissimo così”. Ma “il mio voto” cos’è, cara collega? Se il tuo sei non corrisponde al sei della collega della stessa disciplina della classe accanto? E’ una finzione, non altro. E così via tutto il resto. Dai processi ai metodi. Ecco: una formazione comune in servizio o iniziale servirebbe non ad omologare ma a motivare e a comprendere nel merito, le scelte, le assunzioni e i rifiuti. Ad essere coscientemente soggetti di libertà d’insegnamento. Lo diciamo sempre no? Senza conoscenza non c’è libertà.
Nemmeno puoi spiegare queste cose al cittadino comune, è così ancorato a un’ idea di scuola che deriva dalla sua percezione di ragazzino, che al massimo può fornire opinioni sulla sua personale esperienza facendo spallucce se discuti in modo acceso di processi, metodiche, organizzazioni didattiche. Il cittadino medio immagina il docente per come lo ha vissuto e visto: qualcuno che entra nella classe e poi esce dalla classe. E finisce là. Nulla può, giustamente, dire circa tutto il lavoro che c’è prima, durante e dopo a quella “entrata in classe”. La quale cosa vale per l’ortolano, per il medico, per il politico, per il Premier. Il che blocca la scuola a un’idea profondamente provinciale, deprofessionalizzata e naif .
Pensieri e ipotesi sulle cose da farsi.
Per migliorare la scuola dunque forse aiuterebbe un processo di uniformazione non dei metodi o delle pratiche ma delle conoscenze e dei lessici, prima di allargarsi a proporre mutamenti o modifiche al sistema organizzativo strutturale. E’ un’ipotesi che andrebbe percorsa.
Un nuovo e più adeguato sistema formativo comunque è necessario: con la laurea non esci insegnante oggi. Anche se sei il miglior laureato d’Italia e sei arrivato primo al concorso. Esci “lavorante generico”, arrivi in classe ad agir come non lo sai nemmeno tu. Arrivi in un consiglio di classe o in una scuola in cui ci son mille teste con mille definizioni diverse per ogni cosa e non sai nemmeno di cosa si parli se non ne hai incontrato la trattazione nel percorso universitario: docimologia? analisi dei processi didattici, metodologia…strategia? Inizialmente tutto si risolve in un approccio troppo spesso  naif. E se non sai cosa sono, metodi, processi e metodologie, la prima cosa che viene in testa è il rifiuto di “queste teorie” e ci si ritrova a reiterare meccanismi per imitazione che si traggono dalla personale esperienza scolastica. Ci si affida alle proprie risorse, si cerca di instaurare una qualche relazione con le classi e si fa lezione.  Bene che vada dopo tre giorni ti chiederai: Ma com’è che queste cavallette non mi ascoltano? E penserai che non ci son più i ragazzi di una volta…Poi, piano piano maturerai modalità per far qualcosa comunque. Per spiegare, verificare…e pensi che questo sia insegnare. Qualcuno si mette a studiare. Poi scopri che quasi tutti ci mettiamo a studiare. Ma lo facciamo in un modo così sconnesso, frammentato e discontinuo che i nostri studi iniziano e finiscono nelle nostre classi, senza riuscire mai fare sistema nel sistema.  Perchè il sistema non te lo chiede.
Non va bene. Scordiamoci questa leggenda che conta l’esperienza, oggi avere strumenti professionali adeguati e e un sistema di conoscenze pedagogico-didattiche comuni all’ingresso è indispensabile, perché intanto che ti fai “l’esperienza” sono passati dieci anni di mestiere e le difficoltà e le richieste del mestiere oggi sono tante e tali che non si può derogare più.
Persino le sperimentazioni possibili devono essere guidate da coscienza professionale dei processi che stai mettendo in campo.
Nella primaria tutto questo è più facile da far capire, sono gli unici che hanno un’idea delle problematiche,  avendo seguito percorsi di scienze della formazione. Molto più difficile è parlarne con docenti di scuola superiore: laureati in matematica, in lettere, in scienze,..bravissimi nelle loro discipline..ma..monchi. Il terreno di confronto poi si fa complessissimo per mancanza, ripeto, di lessico comune e di definizione dei temi e dei problemi. E’ solo un fattore discrezionale e personale se poi ci siano ottimi insegnanti o meno. Questo fattore ad oggi non è una condizione professionale fornita e verificata dal sistema in partenza, ne dai mezzi formativi, ne da quelli selettivi: le oscure “competenze professionali della docenza” non sono richieste più di tanto nei prerequisiti per accedere ai concorsi per docenti. Perché non sono previste nemmeno nei percorsi formativi.
Difficilmente si recupererà dopo, la formazione in servizio è poi discontinua se non assente (nelle scuole autonome c’è poco, quando c’è) ed è uno degli anelli deboli. Il bravo docente diventa una figura mitologica che misuri e individui nel campo,  non una precondizione verificata nella selezione, in base ad alcune competenze specifiche che si sono sviluppate nel percorso di studi. Diciamola tutta: perché non si dà valore alcuno alle competenze specifiche professionali che qualificano la professione docente. Non se ne parla, non si sa cosa siano, non le individua il cittadino, perché ne è all’oscuro, no le regola il legislatore,  e la differenza tra il docente bravo e quello meno bravo è quella generica e retorica tra “eroe” o “fannullone privilegiato”. Ecco: non riconoscere le competenze professionali specifiche di un docente è stato il primo passo per la dequalificazione della professione in termini salariali e sociali.
Questa di sopra non vuole essere una recriminazione ma un dire come stanno le cose per poterle cambiare in vista di un miglioramento.
Per cui cadiamo dal pero tutti, persino noi docenti, nell’apprendere che in una recente ricerca inglese sono i docenti italiani a trovarsi a fianco di quelli finlandesi per competenza e per influenza positiva sugli studenti. Cosa vuol dire? Vuol dire che, nonostante i bachi del sistema il singolo docente una professionalità, tacitamente, silenziosamente, faticosamente e autonomamente la matura.
Il gruppo più numeroso e qualitativamente alto di docenti del programma europeo di digitalizzazione didattica Etwinning ad esempio è italiano. Il problema è che non si fa sistema, non c’è lo spazio per il confronto e non c’è un’organizzazione superiore tale da mettere in rete e istituzionalizzare studi, sperimentazioni, aggiornamenti.
L’assurdo è che il docente che vuole farlo può oggi aggiornarsi con estrema difficoltà, spesso a sue spese, con ricatti psicologici, con scambi e con sensi di colpa. I casi in cui non è così sono eccezioni. Mi si dirà che non tutti i docenti si aggiornano: io dico invece che quasi tutti tentano di farlo e incontra strade in salita. Sapete perfettamente che è così, cari colleghi. Chi di voi ha chiesto al proprio preside permessi per seguire dei corsi ha dovuto sguainare le spade per ottenerli e ha dovuto pagarseli. Il danno oltre la beffa. Beh no: studio e ricerca sono funzioni strutturali della docenza, non accessori della docenza. Averlo dimenticato è il primo indebolimento di qualificazione professionale.
Eppure trattano di cose importanti, essenziali, ineludibili. Quante campagne informative  nazionali si mettono in campo contro il bullismo? Un’infinità: su tv e stampa. A che servono? A nulla. Quante formazioni nazionali invece si predispongono per i docenti delle scuole superiori sulle dinamiche di individuazione e contrasto educativo del bullismo? Nessuna.  E così per ogni tema.
Altro esempio cruciale. Quante campagne nazionali di formazione dei docenti sulla metodologia di condivisione della conoscenza e non della trasmissione della conoscenza si son fatte? I processi di apprendimento oggi sono quasi esclusivamente per condivisione e non più per trasmissione.  Chi ne parla? In quali momenti di confronto ci si interroga in modo strutturato e organizzato? Mai. Prof Spicola di cosa stai parlando? Appunto. Perché ci si stupisce dell’ apatia nello studio di numeri sempre più alti di studenti? Forse perché “i ragazzi di oggi sono senza interessi”? Ne siam sicuri? O perché ci sono  problemi enormi di linguaggio e di paradigmi didattici da rivedere?
No, non è la retorica della digitalizzazione, è il desiderio di affrontare il nodo vitale del cambiamento, è il terreno di scontro che stiamo vivendo in questo istante. E’ la riflessione su cosa sia mutato nel mondo. Sono problemi filosofici che si riflettono poi nel mondo culturale. Chi ne parla? Stiam qua a fissarci sul tablet senza prima aver almeno discusso di questo? Quando ha smesso la scuola di essere il primo riflesso del mondo culturale?
Da quando l’insegnante si è trasformato da intellettuale a impiegato togliendogli lo spazio e la funzione dello studio in servizio? A qualcuno tutto ciò ha giovato. Non ai docenti. A chi fa comodo la mancata riqualificazione in servizio dei docenti? A chi fa comodo che i docenti vivano in un sistema che rende inevitabile un babele di pratiche, di didattiche, di metodiche e di mancanza di confronto comune sui temi? Che rende inevitabile l’enorme difficoltà dell’ autoaggiornamento? Secondo me fa più comodo ai governi e agli ingranaggi ministeriali, quelli che riescono a imporre di tutto di più come apprendisti stregoni e neofiti, con tanti alibi dalla loro parte.
Quello della “professione non abbastanza qualificata” o, detta più brutalmente “dei docenti che non sanno insegnare” è il vessillo più facile per imporre e portare avanti con il consenso dell’elettore scelte di razionalizzazione della spesa ma molto, molto dubbie dal punto di vista pedagogico, o quanto meno, non adeguatamente discusse con coloro che poi se ne devono fare interpreti operativi nel sistema scolastico, cioè i docenti. Siamo sicuri che “non sappiano insegnare come facevano una volta” e invece il problema è che “non devono più insegnare come facevano una volta”?
Ad esempio: a che serve un sistema di valutazione nazionale su cui la classe docente non ha avuto modo ne occasione di confrontarsi riguardo alle premesse, ai metodi e alle finalità, cosa completamente nuova e delicatissima per le ricadute sui processi d’insegnamento apprendimento? A che serve tenerli all’oscuro o coltivarne l’ostilità se poi tale sistema lo devono portare avanti e rendere efficace (attivando processi di insegnamento-apprendimento conseguenti) gli stessi docenti che non ne hanno vissuto insieme i momenti di costruzione e la definizione delle finalità? Non mi si dica che è momento di confronto l’individuazione random di qualche docente che diventa “esperto” Invalsi e nemmeno qualche corso che “racconta” cosa è e a cosa serve la prova Invalsi.  Beh no. Non funziona così e infatti non sta funzionando. Si rischia di vanificare un percorso importante e serio come quello della valutazione nazionale, si rischia di non predisporre in modo serio ampio e condiviso nuove pratiche o riflessioni che potrebbero nascere dall’analisi dei dati.
Quello che mi auguro per i docenti è intanto un nuovo e più adeguato sistema selettivo: non un miliardo di sistemi, ma uno solo. Rigoroso quanto si voglia, selettivo quanto si voglia, ma trasparente, serio e onesto. Senza fare l’occhiolino a politiche occupazionali e sindacali, ma facendo derivare queste ultime solo ed esclusivamente dai bisogni della Scuola. Il secondo indebolimento (psicologico come sociale) della nostra professione lo incontriamo nel processo selettivo e nell’immissione in ruolo. I sindacati si preoccupino piuttosto di verificare la regolarità dei passaggi, le tutele da attivare e la qualificazione del mestiere.
E infine mi augurio una diversa impostazione dell’organizzazione del lavoro, perché questo è il terzo indebolimento della nostra professione, la disorganizzazione e la fumosità delle funzioni connesse alla docenza. Oggi ci troviamo in un sistema che rende possibile l’altissima specializzazione di alcuni ma anche la possibile dequalificazione e il lavoro difficile, o poco attento, di altri. Chi osserva da fuori più facilmente fissa l’attenzione sui casi di deprofessionalità e li assurge a sistema. Riorganizzazione dunque, fondata su tre cardini: tempo scuola, la funzione lavoro docente sia ridefinita con l’elenco dei mille “lavori” che svolgiamo dentro la scuola e per la scuola oltre le lezioni frontali: non solo dunque le ore di lezione ma le ore di lavoro funzionali oggi svolte e poco conosciute socialmente (cosa sono: programmazioni, consigli di classe, ricevimenti, funzioni strumentali, organizzazione, scrutini,..), la formazione in servizio che diventi una funzione docente organica e strutturale, non come punizione o premio,ma come  parte definita del tempo scuola, e, per favore, si parli di tutela della salute e di salario adeguato al tempo scuola svolto. Le attività funzionali crescono in maniera esponenziale anno dopo anno e nessuno le riconosce, già per effettuare azioni quotidiane come il registro elettronico e le attività burocratico giornaliere, etc..etc..vanno via circa due ore in più al giorno senza che ce ne accorgiamo noi per primi, per non parlar del resto che abbiamo, dai consigli a tutto il resto…questo è lavoro e i primi a non riconoscerlo siamo noi. Collegare le funzioni alla sostenibilità poi: esiste un diritto alla stanchezza, iniziamo a riconoscercelo noi per primi e forse lo riconosceranno gli altri.
Occorrerebbe una riorganizzazione nazionale dei servizi offerti in base a  degli standards almeno quantitativi nazionali, aggiornati, obbligatori, un’ uniformazione dell’offerta formativa almeno sulle cose minime: in termini di asili, in termini di tempo scuola (quanto più uniformato da Duino a Lampedusa) e di qualità di strutture: vincolando le regioni e i comuni a standards comuni inderogabili.
La scuola è frammentata ed è nel caos perché oltre alla carenza di risorse e alla frammentazione formativa dei docenti  vive la frammentazione di condizioni strutturali e una disorganizzazione nazionale cronica. Siamo una babele di orari, di qualità di strutture,oltre che  di metodologie e di lessico.
Non riusciamo nemmeno a capirci sulle cose elementari in un consiglio di classe, figurarsi da sezione a sezione, da scuola a scuola e da regione a regione e ciascuno di noi si illude di essere il padrone della terra appena entra in classe.
Una rete di idee e di docenti
Dovremmo maturare l’idea che insegnare è sì mestiere individuale in cui vige la libertà d’insegnamento, che ha però valore collettivo,e che la libertà individuale può assumere un valore diverso se c’è una base comune e continua di confronto su temi professionali di cui conosciamo l’esistenza, i nodi e le diverse posizioni, un mestiere libero che deve offrire alla collettività un servizio democraticamente uniforme. Per essere collettivo devi condividere, confrontare e mutare, giorno dopo giorno. Questo lo si fa solo se è un atto previsto e predeterminato, destinando tempo, volontà e soldi al confronto e alla costruzione di una rete comunicativa professionale, che non abbia finalità sindacali ma solo professionali, metodologiche e didattiche.
La costruzione di una rete simile è difficilissima se non la si vuol fare, facilissima se la si vuol fare: pensate che sarebbe facile, per un governo, avere a che fare con una classe di 700 mila insegnanti tutti in rete, tutti informati e tutti attivi dal punto di vista dei temi e dei nodi educativi? Saremmo un nucleo sensibile e importante dal punto di vista politico, al di là della funzione educativa. Pensate che decidere di portare tutti i docenti e gli allievi alle eccellenze e pensare a come farlo sia un atto politico meno importante dell’ avere dieci euro in più in busta paga? Io credo che sarebbe il vero atto politico e che le dieci euro siano ragioneria, non Politica.
Fare i conti con la realtà
Per fare queste cose, fosse anche solo la necessità di ridefinire necessariamente i salari in rapporto a una riqualificazione professionale  - non perché oggi non lo sia, lo è, ma perché oggi non ci son “le prove”, se riscrivi i termini contrattuali riconoscendo il lavoro effettivamente svolto in termini di orario e di formazione, gli alibi del “lavoro scarso” e dei “privilegi del docente” addotti  finora svaniscono -, 400 milioni di euro previsti nel Decreto Scuola, o i fondi destinati alle scuole private, circa 300 milioni di euro, eventualmente recuperati per la scuola statale, sono nulla, servono miliardi: dai 10 ai 15. Sono tanti? Sono troppi? Per noi sono persino pochi.
Fatte alcune delle cose descritte sopra, la mitica “qualità della scuola” su cui tutti si affannano a dir la loro alla domenica mattina, verrebbe di conseguenza, perché siamo noi docenti con le nostre teste e con le condizioni del nostro lavoro a tenere in piedi la scuola. I 400 milioni delle scuole private sarebbero un tassellino, ma evitiamo di sparare ingenuità tipo che sarebbero la panacea, perché se lo dovessero fare, di eliminarli, e poi dirci “mò statevi zitti” avremmo ottenuto il piffero. Se io son contro i fondi alle private, lo ripeto, lo sono per principio costituzionale, per motivazione ideale e non per soldi.
E per questo mi ribecco pure l’accusa di “ideologia” da tutti, da destra a sinistra. Ideologia? Cioè? Direi di più: si tratta di un’idea.
Detto ciò, da un sondaggio di un anno fa solo il 2 % dell’elettorato attivo ritiene che la scuola debba avere fondi in più. Dunque ce la cantiamo e ce la suoniamo. Le scelte dei governi sono venute fuori da un circolo vizioso di ricerca di consenso facile e di necessità di far cassa. Su un dato millantato: la dequalità della scuola e degli insegnanti. Millantato perché discrezionale e avallato dalle zone di vuoto (immissione in servizio non chiara e sempre rigorosa, opzionalità della qualificazione in servizio, ore di lavoro non quantificate….). I rilevamenti dei rendimenti mettono in rapporto i risultati scolastici coi contesti, non con la docenza. Le poche indagini sulla qualità della docenza (in genere straniere) rivelano che i docenti italiani sono generalmente professionali e competenti molto più di tanti altri.
E’ il senso comune quello che non ritiene in questo momento la Scuola un pilastro essenziale perché, in un paese che ha perso identità comune e individuale, come anche certezza dei processi e dei comportamenti corretti, pensa che per “trovare lavoro non sia essenziale, serve altro, serve la telefonata” e dunque, in fondo, “non ci vuol mica tanto a far il docente…che vuoi che sia? perché pagarli? e cosa pagare?”. Questo è il sentire comune e, di conseguenza, le forze politiche si regolano con azioni che incontrano il favore certo: per agire sulla scuola basta “punire” il docente e si ottiene subito favore sociale.
Eppure i docenti, che siamo scontenti eccome, siamo quasi un milione, se fossimo compatti questa idea potremmo ribaltarla nel paese e nell’immaginario dei singoli, prima ancora che nelle forze di governo.
Narrando un’altra immagine del docente italiano. Lontana da quella naif del docente che vuol “conservare privilegi e in fondo lavora poco” come anche da quella del “docente eroe missionario” e vicina a quella più rispondente al vero: quella del docente che lavora,  con spirito di servizio, che è cosciente della sua professionalità e la difende con le mani e con i denti, pretendendo nero su bianco su alcuni temi senza nessuna remora a partire dalla riqualificazione professionale e dal salario adeguato al mutamento di ruolo e funzione. Passare cioè dalla visione impiegatizia del docente (che hanno voluto in tanti, per pagarla poco, sindacati e politica insieme e parte del nostro mondo) a quella di professionista e intellettuale. E nemmeno mi convince tanto l’immagine del docente bravo da “premiare” accanto a quella del docente pessimo da punire: preferisco immaginarmi dei meccanismi di progressione di carriera lontani dal libro Cuore e più vicini alle organizzazioni serie dei sistemi di lavoro: organizzazione, definizione e divisione del lavoro, diversificazioni funzionali, progressioni di carriera correlate, definizioni di standards quantitativi e qualitativi di riferimento.
Il riconoscimento del merito deve perdere tutto quello che di confuso, “romantico”, o tacitamente “sanzionatorio” ha, per acquistare i caratteri del normale riconoscimento della necessità della differenziazione del lavoro svolto dentro le scuole: si chiama divisione del lavoro e viene normalmente adeguata ai tempi e alle necessità in ogni ambito, sarebbe bene farlo anche nella scuola.  Certo, sono sarà duro introdurre in Italia la differenziazione delle funzioni all’interno della scuola.  Anche solo a livello di dibattito non ne parla nessuno, nemmeno si conoscono o considerano le figure del middle management scolastico, in genere assolte da docenti che, gradualmente, son meno docenti e più “altro”, figure normali e previste negli altri paesi ma totalmente assenti nel nostro perché quelle funzioni sono assolte in modo nebuloso dai docenti, ma se si vuol difendere la qualità e la professionalità della scuola Governi, Paese e sindacati devono iniziare a capire che il difetto di professionalizzazione della scuola e dei docenti è innanzitutto nelle loro teste, non nelle nostre.
Forse ce la potremmo fare…a cambiar verso alla scuola..ma… Osservando il vostro collegio docenti, i colleghi e le colleghe, in che percentuale ritenete che sarebbero disposti/e a mutare la loro comoda posizione impiegatizia sempre uguale con quella attiva e mutevole di intellettuale? Attuando cambiamenti profondi proprio nella considerazione di se? Osservando lo scontento crescente e le condizioni sempre peggiori mi sa che la percentuale stia crescendo.
Io credo che la scuola debba cambiar verso intanto dal basso, dalla consapevolezza condivisa di ciò che si è e uno dei modi passa dalla testa di noi docenti.  Non è facile, no, non lo è. Ma è una cosa possibile.
Iniziare con un  Theacher’s Pride ad esempio non sarebbe male. L’ orgoglio di essere insegnanti. Io ce l’ho e voi?


  • WORLD INNOVATION SUMMIT FOR EDUCATION

Corriere della Sera.it, del 31-10-2013

I buoni frutti dell’educazione per tutti
L’esempio finlandese e la selezione degli insegnanti
Un gruppo di studenti tra i banchi, seduti di fronte ad un professore che insegna: immagine che dal medioevo ad oggi non è cambiata, peccato che fuori da quella classe tutto non sia più lo stesso. Questa è prima immagine che ci restituisce il 
World Innovation Summit for Education di Doha. Emerge palpabile la necessità di reinventare un’educazione che sia davvero utile alla vita di ogni bambino che diverrà adulto. Reinventare l’educazione perché sia più vicina alla vita reale, perché possa servire ad interpretare il mondo, a capirlo, a sopravvivere a globalizzazione e complessità crescente.
LA VECCHIA EUROPA - I dati raccontano lo scandalo di 57 milioni di bambini che non hanno concluso la scuola primaria, tra cui 30 milioni non hanno mai messo piede in una scuola, dove soprattutto il continente africano non vede i progressi asiatici. Ma anche di ormai l’80% della popolazione mondiale che sa leggere e scrivere (con la curiosità che meno del 10% degli europei conosce questo dato) certificando come il lavoro sull’accesso all’istruzione raccolga buoni frutti, con progetti come «Educate a Child» che ha l’obiettivo ambizioso di riportare a scuola 10 milioni di bambini entro il 2016. Paesi dalla grande vivacità come Ghana e Bangladesh, in termini di progettualità educativa evoluta, che significa sperimentazione pedagogica, uso delle nuove tecnologie spinto, relazioni con le grandi università per certificare o confrontare modelli educativi. C’è poi un’Europa soprattutto sud-continentale, (l’intervento del commissario europeo Vassiliou ha rafforzato in tutti questa sensazione) che fatica a trovare una sua via (basti pensare al ritorno di attenzione per il metodo montessoriano e allo stupore che qui da noi non sia, ahimè, così diffuso) stretta come è in discussioni tutte centrare sul tema dei tagli di spesa e riduzione del corpo docente.
L’ESPERIENZA FINLANDESE - Dal tetto della classifica PISA (sistema di valutazione delle competenze degli studenti), ha riproposto la centralità della qualità e selezione dei docenti. Un solo dato: 8500 domande alla laurea magistrale per divenire maestri della scuola primaria e solo 750 selezionate. Lontani anni luce dal nostro sistema di selezione e valutazione dei docenti, troppo spesso simile ad un grande welfare. A ciò si affiancano le provocazioni che le nuove tecnologie ci pongono, nel ridisegnare il profilo dell’insegnante. In alcune aree del mondo i normali modelli educativi con rapporti numerici da noi consueti tra docenti e insegnanti non saranno mai raggiungibili e così le tecnologie, soprattutto basate su dispositivi mobili, sono una risorsa formidabile per raggiungere milioni di bambini. Basti pensare ai positivi esperimenti nelle zone più povere dell’India o Bangladesh. Per ultimo il tema della formazione universitaria.
I DIECI LAVORI PIU’ RICHIESTI - Tra i 10 lavori più richiesti oggi al mondo almeno la metà non esistevano solo 10 anni fa. La laurea è un background, un punto di partenza, come ha ricordato il rettore della Bocconi Andrea Sironi qualche giorno fa da queste pagine. Si devono anche qui reinventare percorsi meno centrati sull’accademia, sulle materie e più sull’acquisizione di quegli strumenti che consentano di continuare a imparare in un percorso di lifelong learning senza fine. E noi in questo cammino dove siamo? Siamo ai margini. O si ricomincia ad aver il coraggio di tornare a parlare di come facciamo scuola, partendo dai processi formativi e ridiamo, con coraggio, vitalità ad un sistema che è ormai asfittico o quello che accadrà è che chi potrà si comprerà sul mercato i servizi educativi migliori e tutti gli altri....


  • TUTTOSCUOLA, del 31-10-2013

Gli investimenti nell’educazione e nella formazione in Italia sono scesi dal 2009 al 2012 e continuano a essere molto al di sotto della media europea. In Italia, si investe solo il 4,2% del Pil in educazione e formazione, mentre la media dei 28 stati membri Ue è al 5,3%, anch'essa però in decrescita, come mostra l'ultimo monitoraggio della Commissione Ue su educazione e formazione.
Ben sedici stati membri, infatti, hanno tagliato gli investimenti all'educazione, con sei di questi, tra cui l'Italia, che l'hanno fatto in maniera più accentuata. L'Italia è molto al di sotto della media Ue, in particolare, nel "raggiungimento dell'educazione universitaria": 21,7% contro il 35,7% comunitario nel 2012. Comunque sia in Italia che in Ue il dato è in lieve miglioramento rispetto al 2009.
Il tasso di impiego dei laureati è in Italia del 54,3%, a confronto del 75,7% in Europa, con un calo nelle cifre in tutta l'Ue, Italia compresa.
Infine, anche il dato sugli abbandoni scolastici e della formazione conferma la distanza tra Italia e media Ue: 17,6% contro il 12,7% dell'Unione.


  • Scuola breve, è già coro di no

Il taglio di un anno delle superiori prende piede, sperimentazione richiesta anche al Sud. I sindacati attaccano: si fanno saltare altri 46 mila posti

29-10-2013, ItaliaOggi, di Alessandra Ricciardi

Il progetto era già pronto e proprio la riduzione di un anno del percorso delle superiori era considerata la soluzione migliore. Per raggiungere l'obiettivo di allineare la durata del percorso scolastico italiano alla media europea con il diploma a 18 e non più 19 anni. L'allora ministro dell'istruzione, Francesco Profumo, ha lasciato l'eredità di quel progetto nella sua direttiva sulle priorità dell'azione amministrativa, al termine di un'attività di governo giocata sempre sul filo del rasoio del consenso dell'esecutivo dei tecnici.
Ora il ministro Anna Maria Carrozza ci riprova anche se nella forma ridotta di una sperimentazione. Sarebbero al momento tre gli istituti, tutti paritari, e tutti della Lombardia, patria del progetto già negli anni passati, che stanno testando un corso di 4 anni utile a diploma e un quinto anno riservato ad esperienze anche all'estero per chi ce la fa a ultimare prima. Un modello che piace se è vero che anche istituti statali del Sud hanno chiesto di poter aderire alla stessa sperimentazione. Un modello che piace certamente al ministro dell'istruzione, «se ci fosse stata quando ero studentessa», ha detto nel corso di un incontro con gli studenti sperimentandi del liceo Carli, «anch'io mi sarei iscritta a una scuola come la vostra». E ha poi aggiunto: «Si tratta di un'esperienza che dovrebbe diventare un modello da replicare in tutta Italia anche per la scuola pubblica». Un annuncio che la messo in allarme i sindacati della scuola. Ancora da smaltire gli 8 miliardi di tagli delle riforma Gelmini, il blocco del contratto deciso da Giulio Tremonti e poi prorogato da Mario Monti e ora da Enrico Letta, contro il quale hanno indetto una manifestazione unitaria il 30 novembre, i sindacati di categoria devono fronteggiare pure gli effetti di una riforma delle pensioni che ha alzato l'asticella del pensionamento, riducendo le chance assunzionali. Un taglio di un anno della durata del percorso delle superiori, portato a regime, darebbe il colpo di grazia: il calcolo è presto fatto, un anno in meno vale 46 mila posti di lavoro. E con un precariato nella scuola che è in continua crescita, a dispetto dei vari freni legislativi posti alla riapertura delle graduatorie, anche la sola idea di una sperimentazione che possa prendere piede sul territorio, aprendo una falla del sistema, desta preoccupazione. «Ridurre di un anno il percorso delle superiori significa l'impoverimento ulteriore della qualità formativa con un effetto devastante sia sul personale a tempo indeterminato che sul personale precario in attesa di stabilizzazione», attacca Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil. «Chi lavora nella scuola è reduce da una stagione di enorme travaglio che ha visto crescere a dismisura elementi di tensione e disagio destinati a incidere negativamente sull'organizzazione del lavoro e quindi sulla qualità del servizio Non si avvertiva proprio», ragiona Francesco Scrima, segretario della Cisl scuola, «alcun bisogno di segnali che rimettessero la scuola in uno stato di incertezza sui suoi assetti presenti e futuri». La questione va capovolta, dice Massimo Di Menna, segretario della Uil scuola: «Prima si stabilizza l'organico, non in base alle classi funzionanti ma ai docenti che ci sono, si prevede un quinto anno per i tecnici e professionali con stage di lavoro e per licei con attività di orientamento universitario. Fatti questi interventi, si può procedere a una sperimentazione di ordinamento triennale. E poi, visti i risultati, si può pensare a un intervento strutturale. Altrimenti è solo improvvisazione».


  • La scuola non indugia. In piazza contro i tagli

La legge di Stabilità va cambiata, i sindacati della scuola hanno messo in fila una serie di richieste che vanno dal rinnovo del contratto, al pagamento degli scatti di anzianità dal 2012, un piano di investimenti per la scuola pubblica e un piano pluriennale per la stabilizzazione dei precari.

l'Unità, del 29-10-2013, di Giulia Pilla

La legge di Stabilità va cambiata, i sindacati della scuola hanno messo in fila una serie di richieste che vanno dal rinnovo del contratto, al pagamento degli scatti di anzianità dal 2012, un piano di investimenti per la scuola pubblica e un piano pluriennale per la stabilizzazione dei precari. Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Gilda e Snals-Confsal si rivolgono a governo e Parlamento e per farsi ascoltare hanno messo in cantiere una manifestazione a Roma per il 30 novembre. «Questo è solo il primo passo», ha detto il segretario generale della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo, «finora abbiamo avuto risposte insufficienti». Anche Francesco Scrima, segretario generale della Cisl Scuola, promette rilanci e altre mobilitazioni «perché quando c'è di mezzo la dignità delle persone il sindacato non deve fare nessun passo indietro». Sotto accusa è la doppia penalizzazione dovuta al blocco e a quello degli scatti di anzianità sul quale il dissenso è netto. «Ancora una volta si è voluto infliggere a chi lavora nella scuola un'intollerabile penalizzazione, che non si spiega né si giustifica con le difficoltà finanziarie del Paese denunciano i sindacati È inaccettabile che si prelevino dalle tasche dei lavoratori ulteriori risorse» anche perché in questo modo si indebolisce ancor di più il potere d'acquisto delle retribuzioni, peraltro già basso, mentre mancano per i lavoratori pubblici misure di alleggerimento delle tasse. Ma non c’è solo questo: la scuola pubblica ha subito pesantissimi tagli, per i sindacati occorre passare agli investimenti, con un piano pluriennale che arrivi ad allineare la spesa per istruzione e formazione alla media europea. Le risorse si possono trovare dicono e puntano l’indice contro la spesa pubblica improduttiva, tagliando i costi di politica e istituzioni, additano gli sprechi e «la scandalosa evasione fiscale».

  • Contratti e scatti, tutto bloccato

Gradoni, il 2013 non vale più ai fini dello stipendio. In Gazzetta Ufficiale il dpr. Ma la Stabilità dice cose diverse. Sindacati sul piede di guerra

ItaliaOggi, del 29-10-2013, di Carlo Forte

Il blocco degli scatti di anzianità esce dalla porta e rientra dalla finestra. Nella Gazzetta Ufficiale 251 del 25 ottobre scorso è stato pubblicato il regolamento (nato con il governo Monti e poi ultimato con modifiche dall'esecutivo Letta) che blocca la contrattazione retributiva, differisce di un anno la maturazione degli scatti di anzianità e congela l'indennità di vacanza contrattuale (decreto del Presidente della Repubblica 122/2013).
Il provvedimento interviene su due materie previste nell'articolo 11 del disegno di legge di stabilità: blocco della contrattazione e indennità di vacanza contrattuale. E quindi, l'applicazione delle disposizioni in esso contenute potrebbe creare non pochi problemi di coordinamento con quelle del disegno di legge AS1120, la legge di stabilità. In più dispone la cancellazione dell'utilità del 2013 ai fini dei gradoni e la possibile riapertura della contrattazione solo per la parte normativa. Sindacati sul piede di guerra: Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals-Confsal e Gilda ieri hanno concordato una manifestazione di categoria per il 30 novembre: obiettivo, modificare la legge di Stabilità per rinnovare i contratti e garantire il pagamento dei gradoni. In vista, lo sciopero di categoria.
Contratti
Il decreto 122 dispone il blocco della contrattazione collettiva per il biennio 2013-2014 (ora possibile solo per la parte normativa) senza possibilità di recupero (art. 1, comma 1, lettera c). E il disegno di legge di stabilità ricalca testualmente le disposizioni contenute nel decreto, modificando in tal senso l'articolo 9 del decreto legge 78/2010. Ciò conforta la tesi di coloro che sostenevano che il decreto fosse viziato da un eccesso di delega. Secondo i quali, l'intervento legislativo si sarebbe reso necessario perché il blocco della contrattazione collettiva non poteva essere disposto con un semplice regolamento governativo.
Scatti
La copertura legislativa mancherebbe, invece, per quanto riguarda la cancellazione dell'utilità del 2013 ai fini dei gradoni. Questa disposizione, infatti, è presente solo nel decreto 122 e non nel disegno di legge di stabilità. In questo caso, dunque, l'esecutivo non avrebbe ritenuto necessario l'intervento del parlamento, optando per l'utilizzo del potere regolamentare. Che discenderebbe dall'articolo 16, comma 1, del decreto legge 98/2011, il quale dispone che il governo può disporre per regolamento «la proroga fino al 31 dicembre 2014 delle vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici anche accessori del personale delle pubbliche amministrazioni».
Indennità di vacanza
Sull'indennità di vacanza contrattuale (Ivc) le disposizioni contenute nel decreto 122 collidono, invece, con quelle contenute nel decreto legge di stabilità. Nel decreto c'è scritto che nel triennio 2015/2017, fermo il congelamento dell'importo nel biennio 2013-2014, l'indennità sarà corrisposta secondo le disposizioni contenute nei protocolli e nei contratti. Che prevedono, a regime, la corresponsione di incrementi retributivi pari al 50% del tasso di inflazione. Nel disegno di legge di stabilità, invece, viene disposto che l'importo dell'indennità continuerà ad essere corrisposta regolarmente, senza congelamenti di sorta, ma nel triennio 2015/2017 l'importo non subirà incrementi e rimarrà fermo a quello in godimento al 31 dicembre 2013. Ciò determina l'insorgenza di un contrasto tra fonti di difficile soluzione. Teoricamente, il decreto 122 si pone in rapporto di specialità con la legge di stabilità (che per sua natura è derogabile dai regolamenti). E quindi dovrebbe prevalere su quest'ultima. Resistendo anche al fatto che l'entrata in vigore della legge di stabilità risulterebbe posteriore rispetto al decreto. Ma la Costituzione prevede che ogni nuova legge che importi maggiori spese debba necessariamente indicare i mezzi per farvi fronte. E siccome il decreto si limita a scaricare il problema sul ministero dell'economia (si veda il comma 3 dell'art. 1) è ragionevole ritenere che una lettura costituzionalmente orientata delle due fonti dovrebbe far pendere la bilancia dal lato della legge di stabilità. Resta il fatto, però, che se il parlamento non risolverà il contrasto direttamente in sede legislativa, si rischia di porre le basi per un ennesimo contenzioso seriale.


  • Parte il liceo breve Ecco chi sperimenta il diploma in 4 anni

Il primo sì al San Carlo di Milano

Corriere della sera.it, del 24-10-2013, di Federica Cavadini

Il liceo in quattro anni ha il via libera del ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. Maturità con un anno di anticipo. All’università o al lavoro prima dei diciott’anni, come in altri Paesi europei. La sperimentazione è stata autorizzata per tre scuole paritarie, il collegio San Carlo di Milano, il Guido Carli di Brescia e l’istituto Olga Fiorini di Busto Arsizio. La prima maturità «anticipata» sarà quella dei liceali milanesi, il prossimo anno. Nell’istituto religioso di corso Magenta il progetto era stato avviato tre anni fa con un primo (parziale) sì del ministro Mariastella Gelmini e poi con l’assenso di Francesco Profumo. Poi era partito a Brescia e in provincia di Varese. Il sì del ministero è arrivato per tutti dopo l’estate.
E in viale Trastevere si dice che il ministro vorrebbe introdurre il modello del doppio biennio anche nei licei statali. Immediata la reazione dei sindacati: «Comprimere il percorso scolastico comporterebbe sul quinquennio la perdita di 40 mila cattedre. E un risparmio di un miliardo e trecento milioni di euro», dice il presidente dell’Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori), Marcello Pacifico.
Intanto la sperimentazione procede. E altre scuole, da Brindisi a Verona, anche statali vorrebbero il via libera del Miur. «A Busto Arsizio ha chiesto l’autorizzazione anche lo scientifico statale Tosi. E il nostro obiettivo è arrivare alle scuole pubbliche», dice il direttore dell’Ufficio scolastico della Lombardia, Francesco de Sanctis.
Un percorso di studi ridotto, come l’International Baccalaureate. E come i licei italiani all’estero, che durano quattro anni. Il ministro va avanti. Intanto dal San Carlo il rettore don Aldo Geranzani replica ai sindacati: «L’innovazione non ha impatto sull’organico, né sulle risorse. Nessun taglio, nessuna riduzione, piuttosto un nuovo modo di fare scuola che ci allinea all’Europa». Al Liceo internazionale del collegio milanese oggi sono iscritti cento studenti: due classi prime, due seconde e una terza. «Il livello è alto, svolgiamo gli stessi programmi dei licei italiani, non quelli delle scuole internazionali — assicura il rettore — ma il metodo è nuovo». Al San Carlo ci sono classi da venti studenti, metà degli insegnanti madrelingua inglese, lavagne luminose e iPad, anche lezioni in videochat per gli studenti in stage all’estero: l’offerta è ricca, ma è una scuola privata, le famiglie pagano rette da novemila euro all’anno. Possibile replicare questo modello nella scuola pubblica? «Il metodo è esportabile anche con meno risorse», sostiene don Aldo Geranzani. «Tanti presidi mi hanno già contattato».
 


  • Sperimentazione del liceo con 4 anni anziché 5

Sta suscitando qualche preoccupazione l’autorizzazione data dal Miur al liceo “Carli” di Brescia di ridurre da 5 a 4, in via sperimentale, il percorso di studi alle superiori

La Tecnica della Scuola.it, del 24-10-2013, di Pasquale Almirante

Sta suscitando qualche preoccupazione l’autorizzazione data dal Miur al liceo “Carli” di Brescia di ridurre da 5 a 4, in via sperimentale, il percorso di studi alle superiori. Una sorta di prova generale per poi contagiare il resto dell’istruzione superiore italiana? “Profumo” di nostalgie? Tuttavia, bisogna tenere conto che la scuola in questione, il “Liceo Internazionale per l’impresa Guido Carli”, è un istituto paritario e quindi ottenere una autorizzazione per implementare una sperimentazione, come quella di accorciare di un anno il corso di studio, potrebbe essere letta senza le giuste apprensioni che però scattano per due ordini di motivi.
Il primo riguarda le dichiarazioni della stessa ministra, invitata all’inaugurazione del corso: “Se ci fosse stata quando ero studentessa, anch’io mi sarei iscritta a una scuola come la vostra. Si tratta di un’esperienza che dovrebbe diventare un modello da replicare in tutta Italia anche per la scuola pubblica”.
Il secondo invece ha caratteristiche più particolari, considerata la fame di risorse di cui il nostro governo è afflitto, dal momento che se questo modello, suggerito già dall’ex ministro Francesco Profumo in epoca Monti, passasse, significherebbe la soppressione di 40mila cattedre con un risparmio stimato a circa 1.380 milioni di euro, che non sono noccioline. E non lo sono soprattutto per il governo di Enrico Letta: affamatamente famelico.
Inoltre gli stessi dirigenti del liceo Carli di Brescia hanno dichiarato che questa sperimentazione intende “utilizzare un metodo che privilegia la didattica per competenze, laboratoriale e fortemente integrata. Se da un lato si incrementa l’apprendimento in tempi inferiori, dall’altro si migliora la qualità, riducendo la quantità, facendo meglio in meno tempo e consentendo agli allievi di concentrarsi sugli obiettivi educativi e didattici volti a sviluppare al meglio i loro talenti”.
Come si possa incrementare l’apprendimento in tempi inferiori è difficile capirlo, a condizione che le 27-30 ore settimanali previste per i Licei si svolgano con tempi più contingentati, nel senso di accumulare in 4 anni tutto il programma (le cosiddette Indicazioni nazionali) che attualmente viene si spalmato in 5, per cui sarà giocoforza passare da 27/30 ore a settimina ad almeno 36 e oltre, mentre di qualche insegnamento si dovranno ridurre le ore, se non sopprimerlo: quale?. Una sperimentazione dunque “pelosa” ma che, siccome passa attraverso una scuola paritaria voluta fra l’altro da Confindustria, non pare coinvolgere il resto della scuola pubblica, a condizione che dal cilindro (ricordiamo quello di Profumo) non esca qualche coniglio bizzarro. Uno di questo potrebbe essere quello antropomorfo, con l’orologio di Alice, delle 24 ore a settimana.
 


  • Decreto scuola al giro di boa

Nuove assunzioni e istituti sempre aperti osservati special

ItaliaOggi, del 08-10-2013, di Alessandra Ricciardi  

Nuove assunzioni e ampliamento dell'offerta formativa, dall'ora in più di geografia all'apertura anche pomeridiana delle scuole, osservate speciali. Tra i rilievi del Servizio Bilancio e le richieste di chiarimento della V commissione della camera, è toccato al vice ministro dell'economia, Stefano Fassina, intervenire in parlamento per spiegare fin dove si spinge la copertura finanziaria delle misure proposte con il decreto scuola.
Una sorta di controrelazione tecnica al provvedimento oggetto di conversione in legge alla camera. Provvedimento che, superata la crisi di governo, oggi è al suo giro di boa: in mattinata il parere proprio della commissione bilancio presieduta da Francesco Boccia, e nel pomeriggio il termine per il deposito degli emendamenti nella commissione cultura presieduta da Giancarlo Galan. Quelli parlamentari, ma non si escludono governativi che nell'immediato dovrebbero limitarsi ad alcune correzioni poco più che formali. Intanto sempre oggi proseguono gli incontri informali tra i vertici del dicastero dell'istruzione e le altre forze politiche della maggioranza, Pdl e Scelta civica. Già avvenuto infatti quello con il Pd, che ha caldeggiato la necessità di un intervento sui docenti inidonei per affidare alla contrattazione la definizione del passaggio del personale in altri profili. Per il Pdl, invece, sembrano decisive alcune integrazioni sul fronte delle scuole paritarie, in crisi tra tagli ai finanziamenti e difficoltà delle famiglie a pagare le rette. Gli interventi richiesti riguardano Imu e Tares. Ma restano i dubbi sulle coperture finanziarie che avevano già stoppato le misure al consiglio dei ministri.
Il dicastero dell'economia ha risposto a molti rilievi, e si vedrà oggi se le risposte saranno sufficienti per il parere favorevole della commissione bilancio. Per quanto riguarda per esempio il potenziamento dell'offerta formativa, geografia e laboratori didattici, Fassina ha precisato che lo stanziamento di 9,9 milioni di euro fa parte del fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche statali e che tocca al ministero guidato da Maria Chiara Carrozza fare, con decreto, il riparto tra le varie voci.In quella sede «si potrà quindi stabilire l'importo assegnato alle nuove finalità».
Il Servizio bilancio di Laura Boldrini aveva anche chiesto conto dei parametri della stima dei 3,6 milioni di euro per il 2013 e degli 11,4 per il 2014 destinati a coprire l'apertura pomeridiana degli istituti contro la dispersione scolastica, in particolare al Sud. Si tratta di un tetto massimo di spesa, ha precisato l'Economia, nel quale non rientrano le spese per il maggior impegno richiesto al personale: «Flessibilità oraria, attività aggiuntive di insegnamento e funzionali all'insegnamento, prestazioni aggiuntive del personale Ata», il tutto «è remunerato nell'ambito del fondo dell'istituzione scolastica». Il nuovo stanziamento del dl serve a pagare infatti i materiali e le prestazioni d'opera. Sarà la contrattazione integrativa, agendo sul Fis (che ammonta, rileva la relazione tecnica, a 762,47 milioni), a individuare quanto andrà per le nuove attività al personale scolastico impegnato anche il pomeriggio. E poi, dulcis in fundo, le coperture per le assunzioni di docenti e Ata sui posti vacanti e disponibili per il prossimo tirennio: il decreto rinvia a un apposito contratto il compito di garantire l'invarianza di spesa. A chi chiedeva dettagli, l'Economia risponde che toccherà all'autonomia delle parti in sede negoziale decidere cosa fare. Ricorda solo che, nella precedente tornata, sindacati e governo hanno concordato di sopprimere il primo scatto di anzianità che va dai 3 agli 8 anni di servizio.


  • Analfabetismo funzionale...

Tuttoscuola, del 08-10-2013

Un’indagine dell’Ocse, denominata All, Adult Literacy and Life Skills, ha messo in evidenza per l’Italia una pesante situazione di analfabetismo funzionale, cioè l’incapacità di una persona di usare in modo adeguato le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana.
Tullio De Mauro, che da anni si occupa delle ricerche sull’analfabetismo funzionale, scrive che “soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.
I dati sul resto della popolazione fanno paura: il 5% di chi ha tra i 14 ed i 65 anni non sa distinguere una lettera da un’altra o una cifra da un’altra; il 38% riesce a leggere con difficoltà, quando si tratta di singole scritte o cifre. La maggior parte degli italiani a stento riesce a comprendere la posologia di un farmaco: il 5% non capisce quanto scritto sul bugiardino. La metà poi non è in grado di capire le informazioni su un foglio di istruzioni.
Per combattere questo nuovo analfabetismo (di ritorno, come viene anche chiamato) che compromette il diritto di cittadinanza attiva di milioni di italiani tra i 15 e i 64 anni, il nostro Paese ha ancora molto da fare, perché la percentuale di iscritti a corsi di istruzione per gli adulti (6%) è attualmente tra le più basse dei Paesi dell’Unione.
Dal prossimo anno scolastico prenderanno l’avvio i nuovi Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, che saranno organizzati con propria autonomia di istituzione scolastica e affidati a un dirigente scolastico. Si tratta di una sfida difficile e complessa per la quale l’Italia è impegnata a raggiungere per il 2020 (strategia di Lisbona) l’obiettivo del 12,5%.
Contestualmente il nostro Paese è impegnato anche a conseguire per quella data la riduzione del numero di giovani con limitata alfabetizzazione e scarse competenze di base al 15,5% del totale.
Lo sviluppo del Paese passa anche dalla lotta all’analfabetismo funzionale.


  • Sostegno, il MIUR “riesuma” la riconversione per i sovrannumerari: va fatta subito

La Tecnica della Scuola.it

Del 07-10-2013, di Alessandro Giuliani

Lo prevede la Nota n. 10402 con cui viale Trastevere invita Usr e atenei ad avviare i corsi di specializzazione, nell’anno accademico 2013/2014, con priorità rispetto alle attività formative omologhe rivolte a 6.398 docenti abilitati. Andando a scartabellare i riferimenti normativi emerge che la formazione per i docenti rimasti senza cattedra dovrebbe essere gratuita e prevedere un monte ore ridotto. Polemiche in arrivo.
Mentre le università sono sul procinto di pubblicare i bandi di concorso per selezionare i complessivi 6.398 candidati alla frequenza dei percorsi formativi, riservati ai docenti abilitati, il 4 ottobre il Miur ha pubblicato la Nota n. 10402. Attraverso cui invita Usr e gli atenei coinvolti ad avviare le attività specializzanti, sempre per il sostegno e nell’anno accademico 2013/2014, da riservare al personale docente di ruolo sovrannumerario.
Il Miur sottolinea, infatti, “l’urgenza di avviare prioritariamente i corsi destinati ai docenti delle classi di concorso in esubero”. Pertanto, è evidente l’intenzione dell’amministrazione di far specializzare (e quindi collocare sui posti vacanti) prima il personale di ruolo privo di titolarità (dalle ultime rilevazioni si tratterebbe di oltre 8mila docenti, in gran parte operanti alle superiori). E solo successivamente alla stabilizzazione dei precari.
A grandi linee non vi dovrebbero essere particolari problemi, perché entrambe le procedure (e le conseguenti assegnazioni di posti) vengano completate. A tal proposito, basta ricordare che il Governo attraverso il D.M. 104, approdato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 12 settembre, ha previsto la trasformazione in tre anni di circa 27mila posti da sposare dall’organico di fatto a quello di diritto.
Ma la Nota ministeriale 10402 fa riferimento anche ad un’altra Nota, la DGPER n. 2935, risalente al 17 aprile 2012, attraverso cui il Miur ha dato attuazione al Decreto Direttoriale n. 7 del 16 aprile 2012: il Decreto che, in pratica, ha istituito e regolamentato gli stessi corsi specializzanti (previo accordo con la Conferenza nazionale dei presidi di Scienze dalla formazione). In quest’ultimo decreto, il Miur sottolineava che le specializzazioni sul sostegno sarebbero state attivate per la “piena integrazione degli alunni portatori di disabilità fisiche, psichiche e sensoriali”, solo “su base volontaria” e riservati a “docenti delle classi di concorso o tipologie in esubero, con particolare riguardo a tutte le classi di concorso interessate da restrizioni di orario prodotte della riforma in atto”. Nel decreto si specificava, inoltre, che il numero dei corsi sarebbe stato “programmato” (senza però esplicitare la quota massima di partecipanti) e che sarebbe stato lo stesso Ministero i coprire gli interi costi delle formazione dei soprannumerari. A differenza della specializzazione rivolta ai precari, per la quale si prevedono costi almeno pari a quelli affrontati dagli ammessi ai Tfa ordinari.
Solo che quei corsi (oggi tornati in auge) non solo non furono mai attivati. Ma determinarono pure una coda di polemiche, soprattutto da parte delle associazione dei disabili. Perché i “tre moduli, equivalenti ciascuno a 20 Cfu, corrispondenti a un livello base, intermedio, avanzato”, non sembravano offrire garanzie adeguate sulla formazione dei frequentanti.


  • Abbandono scolastico, l’Italia prima in Europa: ogni anno lasciano 700 mila ragazzi

Con il 17,6% siamo ancora lontani dal 10% indicato dall’Ue

La Tecnica della Scuola.it, del 02-10-2013

Con il 17,6% siamo ancora lontani dal 10% indicato dall’Ue: il dato aumenta al Sud Italia e si riduce al Centro-Nord. Avviato uno studio nazionale che avrà come capofila la onlus Intervita, con l'associazione Bruno Trentin della Cgil e la Fondazione Giovanni Agnelli: il fine è identificare la tipologia, i ragazzi che lasciano i banchi di scuola, i tipi di intervento e la loro efficacia.
Ammonta a circa 700 mila la quota di ragazzi e ragazze che ogni anno lascia i banchi di scuola oppure li frequenta saltuariamente tanto da non avere alcuna possibilità di successo formativo. Sono i preoccupanti dati nazionali sulla dispersione scolastica, ricordati il 1° ottobre a Roma dai realizzatori di uno studio che avrà come capofila la onlus Intervita, con l'associazione Bruno Trentin della Cgil e la Fondazione Giovanni Agnelli.
Questi i numeri: con il 17,6% di ragazzi che abbandonano gli studi l'Italia, secondo i dati Istat ed Eurostat, è in fondo alla classifica europea; un gap pesante con il resto dell'Europa, dove in media l'abbandono scolastico è del 14,1%. Nei paesi di pari sviluppo socio-economico la media è molto più bassa: in Germania è 10,5%, in Francia 11,6%, nel Regno Unito 13,5%. Il dato aumenta al Sud Italia, dove è al 22,3%, mentre al Centro-Nord di attesta intorno al 16%.
A ben vedere, in Italia rispetto al 2000, quando erano il 25,3%, i cosiddetti early school leavers sono diminuiti, con un primo passo avanti verso il raggiungimento dell'obiettivo Europa 2020 del 10%. Un dato su cui è prudente il sottosegretario all'Istruzione Marco Rossi Doria: "C'è un lento miglioramento dei dati sulla dispersione, assolutamente insufficiente, che deriva dallo sforzo immane delle scuole pubbliche. Il danno alle possibilità di sviluppo e il fallimento formativo sono stati finalmente messi in relazione con strumenti molto più fini che in passato", ha aggiunto il sottosegretario intervenendo alla presentazione degli obietti della ricerca.
"Colpisce soprattutto - per Valeria Fedeli, vice presidente del Senato - che al Sud quasi un ragazzo o una ragazza su 4 abbandonino la scuola: in un circuito esponenziale che unisce dispersione scolastica e disoccupazione giovanile con la criminalità. Con un danno per la società che perde capitale umano".
La ricerca che parte il prossimo mese e i cui risultati saranno presentati tra un anno, ha come aree di riferimento le province di Milano, Roma, Napoli e Palermo. Il fine è identificare la tipologia e il numero di ragazzi che lasciano i banchi di scuola e i tipi di intervento e la loro efficacia. Intervita ha già lanciato lo scorso anno un progetto pilota con Frequenza 200, duecento come il numero dei giorni di lezione che la scuola deve garantire per legge, che prevede attività di un centro diurno operativo 5 pomeriggi a settimana. Il network coinvolge 800 insegnanti e dirigenti scolastici, 2.500 famiglie e gli operatori sociali in attività educative.

Un piano ambizioso, dunque, che prevede il coinvolgimento di più settori: la scuola, del resto, di fronte ad un fenomeno complesso e trasversale come quello dell’abbandono scolastico precoce da sola non può farcela a vincere la sfida.


  • Fuga dai banchi, ogni anno lasciano in 700mila

SULLA DISPERSIONE STIAMO LENTAMENTE MIGLIORANDO

Il Messaggero, del 02-10-2013, di A. Cam.

ROMA Uno studente su cinque non ritorna a scuola. Si chiama «dispersione scolastica», è un fenomeno drammatico, che in Italia continua a mantenersi su medie molto elevate. Sono settecentomila bambini o ragazzi italiani, tra i 10 e i 16 anni, che abbandonano la scuola prima del tempo, non presentandosi all’inizio dell’anno oppure frequentandola talmente a singhiozzo che è come se non studiassero più. Il fenomeno in Italia è così elevato che nelle regioni del Sud raggiunge cifre doppie rispetto ad altri Paesi europei. Ma anche nella media nazionale, secondo i dati Eurostat, siamo maglia nera in Europa. La percentuale nazionale di abbandono degli studi è in Italia del 17,6% dei ragazzi. La media europea è pari al 14,1%, decisamente meglio vanno le cose in Germania (10,5%), in Francia (11,6%) e siamo lontani anche dalla Gran Bretagna (13,5%). Se ci limitiamo al Sud del nostro Paese la media è del 22,3%, mentre al centro-nord si ferma al 16,2%. Un dossier su questa emergenza nazionale è stato elaborato da Intervita Onlus, una Ong di cooperazione allo sviluppo. Sui dati nazionali, però, non tutto è negativo. Si può ragionevolmente guardare al futuro senza troppo pessimismo. C’è un miglioramento, sostanziale, rispetto alla situazione di inizio secolo, fatidico anno 2000, quando gli early school leavers (bambini che abbandonano la scuola) risultavano il 25,3%. Segnando un passo avanti verso gli obiettivi degli impegni europei riguardo all'istruzione, che prevedono una riduzione del tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10% per l’anno 2020.
«C'è un lento miglioramento dei dati sulla dispersione - commenta il sottosegretario all'Istruzione Marco Rossi Doria - assolutamente insufficiente, e che deriva dallo sforzo immane delle scuole pubbliche». «Colpisce soprattutto - è il commento di Valeria Fedeli, vice presidente del Senato - che al Sud quasi un ragazzo su 4 abbandoni la scuola: in un circuito esponenziale che unisce dispersione scolastica e disoccupazione giovanile con la criminalità. Con un danno per la società che perde capitale umano». I ragazzi in fuga dalla scuola avrebbero un costo di oltre 70miliardi di euro e 4 punti di Pil, secondo una prima stima fatta dall’economista Daniele Checchi, dell’Università di Milano. Per indagare a fondo l’impatto economico e sociale del fenomeno della dispersione scolastica la Onlus Intervita, con l’associazione Bruno Trentin della Cgil e la Fondazione Giovanni Agnelli, dal prossimo mese avvierà una ricerca della durata di un anno su quattro province di riferimento: Milano, Roma, Napoli e Palermo.


  • Il «concorsone» premia i docenti precari

I candidati già iscritti nelle graduatorie ottengono l'85% delle cattedre

Il Sole 24 Ore, del 01-10-2013, di Francesca Milano

Il concorso della scuola bandito un anno fa dall'ex ministro dell'Istruzione, Alessandro Profumo, ha premiato l'esperienza: su 8.3o3 vincitori, ben 5.733 sono docenti già iscritti nelle graduatorie a esaurimento, 1.290 sono i laureati presenti nella terza fascia e 66 quelli presenti nella seconda fascia delle graduatorie di istituto. Solo 1.214 «outsider», ossia aspiranti docenti provenienti da altri settori, sono risultati vincitori. Un dato, questo, che ribalta la situazione iniziale: su 326mi1a iscritti al concorso, oltre 2oomila non sono nelle graduatorie a esaurimento né facevano supplenze. Dai dati diffusi ieri dal ministero dell'Istruzione emergono anche le difficoltà del concorso: degli 8.3o3 vincitori, solo 3.255 sono stati già assunti nello scorso mese di agosto. Gli altri saranno assunti nei prossimi anni, in base alle cattedre che saranno disponibili. Oltre ai vincitori dell'ultimo concorso, da quest'anno scolastico sono saliti in cattedra anche 834 vincitori dei concorsi precedenti e 7.453 docenti dalle graduatorie a esaurimento (per un totale di 11.542 posti). «I risultati del concorso ha spiegato il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza so- no da considerarsi parziali perché ci sono ancora commissioni al lavoro in Toscana, Lazio, Sicilia, Calabria e Veneto». L'identikit del docente vincitore del concorso è: donna, over 355 già iscritta nelle graduatorie a esaurimento. Tra i vincitori, infatti, le donne superano di gran lunga gli uomini: solo 1.582 nuovi docenti sono maschi. L'esperienza ha pesato durante tutto l'iter del concorso: dalla preselezione allo scritto, fino all'orale e alla simulazione di una lezione: meno di 800 sono i vincitori con meno di 3o anni, appena il io°io del totale. La scrematura tra docenti con esperienza e outsider è avvenuta già dal test di preselezione, superato dal 32,1% dei docenti presenti in graduatoria contro i127,5% degli «outsider». Allo scritto, poi, il 31,2% dei docenti precari ha passato la prova, contro i119,50 degli esterni. Alla fine, gli aspiranti docenti provenienti da altri settori hanno ottenuto solo il 15% dei posti.

Dispersione, 4% del Pil in fumo

Intervita, Fondazione Agnelli e Cgil valutano l'impatto economico degli abbandoni.

 


  • Lasciano 2 studenti su 10, primato italiano in Europa

ItaliaOggi, del 01-10-2013, di Emanuela Micucci

Settanta miliardi di euro e 4 punti di Pil. Tanto costa all'Italia la dispersione scolastica, un fenomeno che attraversa la Penisola, da Nord a Sud, interessando quasi 2 studenti su 10. Da questa prima misurazione, effettuata da Daniele Checchi, economista dell'Università di Milano, sui dati dell'indagine Isfol Plus 2006, prende le mosse la Ricerca nazionale sulla dispersione scolastica che Intervita, Fondazione Giovanni Agnelli e l'associazione Bruno Trentin della Cgil lanceranno oggi al Senato.
Obiettivo: quantificare per la prima volta l'incidenza degli abbandoni scolastici sul Pil italiano e i relativi investimenti messi in campo dal Terzo Settore per contrastarla.
Nonostante le risorse stanziate e i progetti realizzati in questi anni per contrastare il fenomeno sia da parte del ministero dell'istruzione sia da parte del privato sociale, il 17,6% dei ragazzi minori di 16 anni lascia prematuramente la scuola, un tasso di abbandoni che tra i giovani maggiorenni fino a 24 anni tocca il 18,2%. Dati Eurostat,che collocano l'Italia in fondo alla classifica europea, dove la media degli abbandoni è il 14,1% dei ragazzi, che scende al 10,5% in Germania, 11,6% in Francia e 13,5% nel Regno Unito. Percentuale che allontana dall'obiettivo di Europa 2020 di ridurre la dispersione sotto il 10%.
Un ritardo di cui l'Italia paga un prezzo salatissimo: 70,7 miliardi di euro l'anno, pari a circa il 4% del Pil che si potrebbe guadagnare, spiega Checchi, «se per un incantesimo si riuscisse a portare l'intera popolazione italiana a conseguire un diploma di scuola superiore e se ci fosse un ipotetico mercato del lavoro in grado di assorbirla tutta». «Un calcolo che – sottolinea Alessandro Volpi di Intervita - dà l'idea dell'importanza di contrastare la dispersione scolastica in modo efficace e del potenziale economico che ha per il Paese».
Di qui la nuova ricerca lanciata stamattina non solo per valutare l'impatto economico della dispersione, ma anche per comprendere quali sono le migliori iniziative messe in campo sia del Miur sia del Terzo Settore, valutarne e ottimizzare le risorse. «I dati del Miur non ci tornano – prosegue Volpi -, perché c'è un sommerso non registrato.
Si pensi ai dopo scuola organizzati dagli studenti universitari o dalle parrocchie: realtà in alcun territori molto forti. O al mercato in nero delle ripetizioni.
Ai progetti delle associazioni no profit. Oltre ai fondi per bandi come quello della Legge 285 o il Por del Miur. Operando sul campo con il progetto Frequenza200 registriamo nuove forme di disagio che con la crisi si stanno affacciando non solo al Sud ma anche al Nord, nei quartieri bene e nelle periferie urbane, colpendo ragazzi provenienti da fasce sociali finora non a rischio, come le famiglie separate o con disoccupati». «I dispersi – sottolinea Gianfranco De Simone di Fondazione Agnelli – sono soprattutto i maschi, provenienti da un ambiente familiare con un livello di istruzione basso e/o d'origine straniera, soprattutto di prima generazione. Di solito ci si concentra sul biennio delle superiori, ma il meccanismo inizia alle medie. Un intervento più efficace, poi, dovrebbe contare su un sistema di monitoraggio integrato tra Miur, regioni e provincie».
L'anagrafe degli studenti del ministero infatti segue il percorso di ogni studente ma, se un ragazzo dopo le medie iscrive alla formazione professione per assolvere l'obbligo scolastico, risulta nell'anagrafe dell'ente locale che non è integrata con quella ministeriale. «Il rischio - precisa De Simone - è sovrastimare la dispersione, che tuttavia resta alta».


  • I padroni dell'Università

Dopo il caso della Sapienza a Roma storie di studenti tartassati e sfruttati dai “padroni” degli atenei. Professori che si tramandano posti e potere. Se lo studente si piega, per alcuni anni fa carriera. Se protesta, è tagliato fuori

la Repubblica.it, del 24-09-2013, Corrado Zunino

Il barone, oggi, non è austero né lontano. Non dà del lei. Non ha un linguaggio letterario. Il barone d’ateneo italiano oggi va al bar con lo studente, quello privilegiato s’intende. Ride con lui, usa le sue parole, il caffè poi lo paga lo studente. Il barone d’ateneo, salda maggioranza accademica visto che novemila docenti nelle nostre università sono oltre i sessant’anni, allarga la sua corte facendo finta di reclutare giovani intellettuali, dar loro una possibilità in un paese che disprezza cultura e conoscenza. E così, in cambio di un voto generoso all’esame di biochimica, un’illegittima spallata per entrare alla scuola di specializzazione di Cardiologia, il barone d’ateneo ottiene in prestito, in alcuni casi in ostaggio, la vita dei suoi discenti. Devono lavorare per lui a tutte le ore, fare le guardie di notte anche se non sono ancora medici e viaggiare a spese proprie per i congressi italiani a cui il prof non potrà partecipare. Produrre ricerche ponderose, ancora, che poi il docente, solo, firmerà. E si rivenderà per la media Anvur (arrivano così i finanziamenti pubblici). Se lo studente volenteroso si piegherà alcune stagioni e per il resto della vita porterà questa idea di gerarchia dentro, arriverà il giusto insegnamento. Un po’ di carriera, qualche occasione per farsi notare. Se, neoabilitato o specializzando, alzerà la testa, chiederà un rimborso o magari spiegazioni, se alla festa di compleanno del figlio del barone non sorriderà abbastanza, a casa. Avanti un altro. L’esercito degli universitari disperati è davvero largo, il barone li sostituisce con uno schiocco di dita. Con l’ultimo concorso di Cardiologia alla Sapienza, l’accesso alla scuola di specializzazione, si è scoperto che per passare una prova pubblica che porta a cinque anni d’inizio professione e a uno stipendio da 1.800 euro il mese, serviva accompagnare il direttore di scuola e primario — professor Francesco Fedele, sei pagine di curriculum — in auto. All’università, all’aeroporto, ai convegni, in salumeria. Ora un amico di corso dello studente-autista rivela che lo specializzando premiato non era un furbo lecchino, piuttosto un neoliberto senza via d’uscita. Racconta il “compagno vicino”: «Il cosiddetto autista del professor Fedele è lo studente con la media più alta del mio corso, una persona davvero in gamba che, emigrata da Lamezia Terme a Roma, indisponibile a una nuova fuga, è stato costretto a lavorare come uno schiavo in reparto e, quindi, ad abbassarsi al ruolo di autista. Conosco a memoria i problemi dei concorsi di medicina, accadono da sempre e non so se esiste una cura: i figli dei professori continueranno a entrare saltando la fila. Chi rimane in questo paese non è uno stupido, è qualcuno che crede che si possa migliorare, che questa decadenza sociale possa finire. Finora, purtroppo, è stato impossibile denunciare un professore e avere una possibilità di entrare con le proprie gambe in una scuola di specializzazione». I figli, i famigli. Uno studente di Tor Vergata, sulla scia del concorso scandalo della Sapienza, rivela adesso come è stato preparato il prossimo dottorato in diritto pubblico nella seconda università romana (dieci posti disponibili). Lo scritto è andato via il 9 settembre e l’universitario consapevole è pronto a sottoscrivere i nomi dei vincitori in anticipo. Un’anomalia è già chiara: uno dei partecipanti al concorso è il figlio di un cattedratico di diritto penale. Junior, si è scoperto, corre per lo stesso settore di diritto penale e procedura penale di senior, e questo denuncia lo scarso coraggio del “figlio di” nel cercare strade nuove. Il problema serio, però, è che nella commissione giudicante dell’erede del cattedratico c’è la docente con cui il ragazzo è cultore della materia. Il familismo universitario, ecco, in Italia tocca i migliori. Il professor Attilio Mastino è un rettore, a Sassari, di riconosciuta serietà e sta lottando con i denti e con le unghie per tenere in piedi un ateneo che in una terra di dispersione scolastica e poco lavoro è un avamposto. Da anni, ormai, i concorsi per ricercatori a Sassari sono contestati, una contestazione a bando. E la canea si è alzata anche per l’ultimo: un posto da assegnare a Demoetnoantropologia. Ha vinto Rossella Castellaccio, che, si è poi saputo, era figlia del professore ordinario Angelo Castellaccio, fino al 30 giugno 2012 vicepreside di Lettere, facoltà affine al mini-dipartimento. Il ricorso non l’aveva certo firmato il figlio di un minatore del Sulcis, era stata Chantal Arena, a sua volta discendente di un ex docente di Medicina. Il maxi-dipartimento di Lettere ha rimandato tre volte gli orali di “demoetno”: tra due “figlie di” non sapeva chi scegliere. E il rettore Mastino è stato in difficoltà personale: tra i sei candidati ammessi agli orali c’era pure la figlia di sua sorella, Susanna Paulis, e del professor Giulio Paulis, ordinario di glottologia ed ex preside di Lettere del vicino ateneo di Cagliari. Il rettore Mastino cita l’articolo 97 della Costituzione: «I concorsi sono pubblici e tutti possono partecipare». Ma puntualizza: «I parenti del rettore hanno zero possibilità di prendere servizio, lo dice la legge 240 del 2010». I “Pro concorso nazionale (di Medicina) hanno appena raccolto un dossier di storie e di esami con il dubbio. Tra queste, si legge il racconto di un esterno. «Il mio professore ha rivelato che è usanza dell’ateneo capofila passare le domande della prova scritta agli studenti della facoltà interna qualche giorno prima, rendendoci così impossibile competere lealmente con loro». I ragazzi della Link, sparsi in tutta Italia, spiegano che il tentativo della legge Gelmini di allontanare i parenti dalle facoltà è fallito: «Si iscrivono a un altro corso di laurea, ed è fatta». Raccontano poi, soprattutto quelli iscritti al Centro-Sud e in atenei metropolitani — Luca, Alberto, Diana, Lorenzo — come si vive oggi da studente prigioniero in facoltà. «A Medicina, ma anche a Lettere, Ingegneria e Giurisprudenza, ti devi mettere dietro un professore a partire dal terzo anno». Diventerà il tuo tutor. «Devi essere disponibile a lavorare per lui, incontrarlo a casa sua la domenica e fare ricerche, ricerche. Se sono buone, le firmerà il tutor, acquisendo nuovi punteggi per sé e per il suo dipartimento. Le firmerà anche se sono scritte in inglese, quasi nessun barone sa l’inglese. Spesso le ricerche sono solo una scusa per ribadire un’autorità... “Dai un’occhiata a questo paper”, ti dicono, e tu ci passi una settimana. Fuori dall’università lavori per loro e in dipartimento invece di studiare per te fai fotocopie, se ti va bene consigli libri alle matricole». Ci sono docenti di Architettura che hanno fatto mappare il centro storico di Roma per tre mesi di fila agli studenti assegnati. Il risultato, poi, è stato presentato alla stampa solo dal professore ordinario. Ad Architettura della Sapienza, d’altro canto, un docente si vendeva a duemila euro a esame le risposte per gli scritti dei “fondamentali”: «Mi raccomando, solo contanti». L’universitario italiano sempre più spesso si prepara sui libri di testo del suo tutor: l’ultimo bestseller obbligato per gli ingegneri civili è “Tecnica ed economia dei trasporti” del professor Stefano Ricci, associato alla Sapienza di Ro- ma, centoventi pubblicazioni all’attivo. In questo clima di contiguità senza uguaglianza accade che esaminandi e preparatori entrino in confidenza: «Inizi a partecipare ai convegni dei professori, presto alle feste di famiglia. Poi, puntualmente, porti la loro biancheria in lavanderia perché i prof non hanno tempo, accompagni la madre a farsi operare di cataratta perché non hanno tempo. Una nostra compagna si è trovata a spolverare lo studio del professore, a casa, perché lui non aveva tempo». Per ottenere l’ingresso a una specializzazione ti scopri a dire sempre sì, «a volte anche alle proposte più sconce». L’università, dicono loro, i nuovi servitori del sapere, ha baroni di destra e di sinistra. Credono tutti, senza distinzione, nella fidelizzazione del candidato, a prescindere dall’attitudine. Si è tornati agli anni Cinquanta. Arianna Fioravanti nel 2011 venne cacciata dal dipartimento — e dal dottorato — di Italianistica alla Sapienza. La tutor Biancamaria Frabotta, poetessa del catalogo Donzelli, si offese perché non aveva appuntato al petto l’icona femminista di “Se non ora quando” nei giorni delle proteste anti-Berlusconi. L’assegno di ricerca sarebbe andato alla figlia dell’editore Donzelli, ma il Tar del Lazio, in questi giorni, ha reinsediato al dipartimento la studentessa che aveva alzato la testa. Una delle poche

 


 

  • Nuovo contratto oltre gli scatti

Nel Def le riforme per la scuola: svincolare la carriera dagli aumenti per anzianità

ItaliaOggi, del 24-09-2013, di Alessandra Ricciardi

Una nuova modalità di sviluppo della carriera. Che superi gli scatti di anzianità per legare lo stipendio alle prestazioni professionali. Ne scrive il governo Letta nel paragrafo, dedicato alla scuola e al capitale umano, della nota di aggiornamento del Def, il documento di economia e finanza.
Ma non solo. La revisione della carriera dei docenti, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, è al centro del dibattito tra i tecnici del dicastero della Funzione pubblica e quelli dell'Istruzione in vista della prossima direttiva per il rinnovo contrattuale. Il governo ha infatti aperto all'ipotesi di un nuovo contratto per i dipendenti pubblici e per la scuola che però sarà solo normativo visto che non ci sono risorse da mettere sul piatto degli stipendi. Su questo il ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni, è stato tassativo. Salvo quelle economie di spesa frutto di eventuali risparmi interni ai comparti, che però nella scuola sono già assorbiti proprio dagli scatti di anzianità. Insomma, la riapertura della stagione contrattuale pubblica dovrà necessariamente essere caratterizzata da una portata innovatrice in larga misura di carattere normativo. E quelle poche risorse che nella scuola possono essere attivate dal bilancio statale sono al momento impegnate per il pagamento degli scatti, l'unica progressione che consente a circa un milione di lavoratori aumenti di stipendio rispetto all'inquadramento iniziale. Facile dunque immaginare che, senza risorse aggiuntive, il confronto governo-sindacati sul punto sarà a rischio di tensioni se non di rotture, visto che tutte le sigle sindacali di settore, Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda, hanno sempre rivendicato il mantenimento degli scatti, seppur diluiti come già avvenuto con l'ultima manovra.

Il Def messo a punto dal Tesoro, con l'apporto dei singoli ministri competenti, sottolinea tra i comparti necessari per il rilancio del paese quello della conoscenza, «un sistema di istruzione qualitativamente migliore, con un'attenzione costante alla riduzione degli abbandoni scolastici, con la promozione dell'apprendimento permanente e il potenziamento del rapporto tra scuola e esigenze del mercato del lavoro». Una centralità, quella dell'istruzione, che il titolare del dicastero di viale Trastevere, Maria Chiara Carrozza, chiede a gran voce che sia anche sostenuta finanziariamente. Qualcosa si è fatto, soprattutto grazie all'utilizzo dei fondi europei, con il decreto legge sulla scuola. Ma per il personale c'è ancora da attendere. Intanto arriva il via libera al confronto sulla valorizzazione del personale. Che per il governo passa, si legge nel Def, attraverso l'avvio «di un sistema di valutazione delle prestazioni professionali collegato a una progressione di carriera svincolata dalla mera anzianità di servizio. Inoltre è necessario avviare una riflessione per il nuovo reclutamento dei dirigenti scolastici e dei docenti per assicurare una selezione di alto profilo e una maggiore qualità alle istituzioni scolastiche». Per i presidi il dl scuola ha già previsto che ci sia il corso-concorso affidato alla Scuola della pubblica amministrazione.

 


 

  • Caos sulle nomine fuori lista

Nel giro di pochi giorni, due interventi del ministero dell'istruzione, ma non c'è chiarezza

ItaliaOggi, del 24-09-2013, di Carlo Forte

 

Nomine sul sostegno e messe a disposizione: è caos. A soli due giorni di distanza dall'emanazione della nota 9416, del 18 settembre, che doveva servire a mettere ordine nelle assunzioni dei docenti di sostegno fuori graduatoria, il ministero dell'istruzione è dovuto intervenire con una nuova nota (9594 del 20 settembre scorso) per tentare di diradare le nebbie suscitate dalla nota del 18 settembre.

Elenchi aggiuntivi

Secondo la lettura incrociata dei due pareri ministeriali, l'assunzione dei supplenti di sostegno, individuati tramite le messe a disposizione, va fatta con priorità rispetto ai non specializzati.

A patto però, che siano esaurite tutte le graduatorie di istituto della provincia, che l'aspirante docente abbia presentato le messe a disposizione in una sola provincia e che non risulti incluso nelle graduatoria di alcuna provincia. Resta ferma, in ogni caso, la priorità per gli aspiranti abilitati rispetto ai non abilitati e l'obbligo per i dirigenti scolastici di graduare gli aspiranti con messa a disposizione tramite la compilazione di apposite graduatorie aggiuntive. Il tutto mediante l'applicazione delle regole e dei punteggi validi per le graduatorie di istituto.

La messa a disposizione

La questione riguarda le cosiddette messe a disposizione dei docenti di sostegno. Che sono mere istanze con le quali gli aspiranti docenti in possesso del diploma di specializzazione per il sostegno agli alunni portatori di handicap dichiarano di essere disponibili ad accettare eventuali proposte di assunzione a tempo determinato da parte dei dirigenti scolastici. Le istanze vengono presentate direttamente presso le scuole. E vengono considerate dai dirigenti scolastici all'atto dell'esaurimento delle graduatorie di istituto. Intendendo per tali sia le graduatorie dell'istituzione scolastica di riferimento, che quelle delle altre scuole della provincia. In buona sostanza, dunque, si tratta di un criterio di assunzione meramente residuale. Che può essere utilizzato solo dopo avere adottato senza esito tutte le soluzioni previste dalla normativa. Compreso l'esaurimento delle graduatorie d'istituto dei non specializzati.

Priorità agli specializzati

Negli ultimi anni, però, secondo quanto si evince dalla nota del 18 settembre, l'amministrazione ha dovuto fare i conti con il contrario avviso della giurisprudenza. Che sarebbe incline a ritenere tassativo il criterio del previo possesso del titolo di specializzazione ai fini dell'insegnamento agli alunni disabili. E quindi il ministero dell'istruzione è dovuto correre ai ripari, avvisando i dirigenti scolastici che, quando si tratta di sostegno, bisogna fare uno strappo alla regola. In pratica, dopo l'esaurimento degli elenchi di sostegno, il dirigente scolastico non dovrebbe applicare il comma 2, dell'articolo 6, del regolamento sulle supplenze. Ma dovrebbe passare all'individuazione di un docente specializzato tra quelli che abbiano presentato la messa a disposizione.

Note e regolamenti

Ma il condizionale è d'obbligo. Perché, fino ad ora, il regolamento delle supplenze non è stato modificato nel senso indicato dalla giurisprudenza. E dunque, continua a dispiegare effetti. Effetti vincolanti, evidentemente. Oltre tutto il ministero, pur avendo titolo a regolare la materia del reclutamento dei supplenti, per farlo ha bisogno di utilizzare lo strumento regolamentare. Che di per sé è soggetto a rigidi vincoli procedurali. Insomma, può modificare gli istituti sostanziali e le procedure. Ma non può farlo con una semplice nota.
 


  • Spending review colpisce ancora la scuola: meno fondi per i libri alle famiglie in crisi

Il taglio ai costi per la politica regionale, deciso da Monti e attuato da Letta, va a danneggiare gli stanziamento per l'acquisto dei testi dei nuclei meno abbienti. Il contributo pro-capite passa da 163 euro a 85 euro. La maggior parte dei danneggiati al meridione

la Repubblica.it, del 23-09-2013, di Salvo Intravaia

IL GOVERNO taglia i costi della politica regionale ma ci vanno di mezzo gli studenti meno abbienti. È un po’ difficile comprenderne le motivazioni, ma da quest’anno per gli alunni appartenenti alle famiglie che stentano ad arrivare a fine mese, comprare i libri di testo scolastici sarà un problema ancora più grosso dello scorso anno. Perché, mentre con una mano il governo assegna alle scuole 8 milioni di euro per l’acquisto di volumi in comodato d’uso, con l’altra ne taglia 50 che fino al 2012/2013 andavano a rimpinguare il capitolo di spesa che serviva per assegnare un contributo alle famiglie con figli alla scuola media o al superiore per l’acquisto dei libri scolastici. Contributo che viene assegnato ogni anno attraverso le regioni, in base al reddito familiare.
Ma per quest’anno le risorse si sono praticamente dimezzate e il contributo medio per studente in difficoltà passa da 163 euro – con cui era possibile acquistare da 6 a 7 libri – ad appena 85 euro a testa, che bastano a malapena per tre libri al massimo. Il resto dei testi scolastici dovranno sobbarcarselo le famiglie. Si tratta, secondo le stime effettuate dallo stesso ministero dell’Istruzione di più di 647mila studenti, appartenenti a nuclei familiari “con reddito inferiore ad 15.493,71 euro”. Famiglie che abbondano soprattutto nelle regioni meridionali. Nell’anno scolastico 2012/2013 il ministero erogò alle regioni ben 103 milioni di euro che per il 2013/2014 diventano 53.560.000.
Ma è la motivazione della sforbiciata che lascia perplessi. Nel 2012 il governo Monti emanò un decreto legge per tagliare i costi della politica nelle regioni. Una norma che, per il capitolo relativo all’acquisto dei libri di testo per gli studenti meno abbienti, rimase in stand by per qualche tempo. Poi arrivò il governo Letta che lo scorso 29 maggio, attraverso il suo ministero dell’Economia, ha operato “un accantonamento di 49.440.000, effettuato, in via cautelativa, nelle more dell’applicazione dell’articolo 2 del decreto-legge” sul taglio dei costi della politica regionale. Il decreto montiano che intendeva limitare vitalizi, indennità e gettoni di presenza degli amministratori locali finisce così per colpire gli studenti meno abbienti.
È soprattutto nelle regioni meridionali che abita la maggior parte degli studenti meno abbienti, sempre secondo viale Trastevere. Qualcosa come un milione e 721mila studenti di medie e superiori corrispondenti al 41 per cento del totale degli studenti poveri censiti dal ministero. Le regioni più penalizzate saranno quelle che hanno la percentuale più alta di studenti appartenenti a nuclei familiari in difficoltà rispetto al totale della popolazione scolastica regionale: Sicilia, Basilicata e Campania nell’ordine. In Sicilia, dove gli studenti meno abbienti ammontano al 29,1 per cento, verranno a mancare quest’anno risorse per 8 milioni e 600mila euro. In Campania, gli studenti poveri dovranno accontentarsi di 8 milioni in meno.


  • L’Italia è nella fascia bassa Ue per gli stipendi ai docenti e tra i peggiori per gli scatti di carriera

Il top dei trattamenti economici è in Lussemburgo, il dato peggiore in Bulgaria

La Tecnica della Scuola.it, del 23-09-2013, di P.A.

Il "Fatto quotidiano" riprende l’antica questione dello scarso apprezzamento della professione insegnante in Italia e dello scarto stipendiale che c’è in confronto con le altre nazioni, anche se già in Europa è presente al suo interno una differenze stramba di stipendi tra il corpo docente, con la consequenziale differente considerazione in cui è tenuta la professione in ogni Stato.
Si passa da una media per il secondario di 4.780 euro annui lordi in Bulgaria per arrivare ai massimi del Lussemburgo, dove un prof del liceo viaggia su una media di 104.049 euro.
L’Italia, come è noto, si posiziona nella fascia bassa, caratterizzata tra l’altro, rispetto alla stragrande maggioranza degli altri Paesi europei, da un aumento molto ridotto e lentissimo dello stipendio durante la carriera.
I dati più affidabili, specifica Il Fatto, nel settore provengono da uno studio di Eurydice, organismo che dipende dalla Commissione europea, che sottolinea come in tanti Stati europei, a partire dall’anno scolastico 2009-2010, i salari nelle scuole siano stati congelati o addirittura ridotti, a causa della crisi.
Si tratta di dati relativi all’anno scolastico 2011-2012, sono cifre da cui vanno tolte le imposte che variano da Paese a Paese, mentre le statistiche sono espresse in base allo standard del potere d’acquisto. Sono prese poi in considerazione i soli docenti di ruolo.
In Italia, sostiene Eurydice, il salario medio annuo della secondaria superiore si posiziona a quota 30.431 euro e il livello massimo è raggiunto con 34.867, ma solo dopo 34 anni di anzianità.
In Francia invece il livello minimo della secondaria è di 28.666, e si può arrivare a 47.610 per il secondario superiore.
I Paesi europei dove ci vogliono almeno 34 anni di anzianità per raggiungere lo stipendio più alto sono, oltre all’Italia, Spagna, Ungheria, Austria, Portogallo e Romania, mentre ce ne vogliono appena dieci in Danimarca, Regno Unito ed Estonia.
Gli insegnanti più poveri si ritrovano in Bulgaria, appena 4.780 euro annui lordi in media per il secondario. Bassi i salari dello stesso ciclo di studi anche in altri Paesi dell’Europa centro-orientale: Romania (5.078), Lettonia (9.216), Ungheria (9.448), Estonia (9.520) e Slovacchia (9.605).
Niente rispetto ai 104.049 del Lussemburgo e a seguire, nei primi posti, ci sono la Danimarca (70.097) e l’Austria (57.779);
e poi la Finlandia (49.200), che per il parametro Pisa, che a livello dei Paesi Ocse, i più industrializzati, misura la qualità formativa degli studenti, figura sempre al primo posto a livello mondiale. Seguono: Belgio (48.955), Regno Unito (44.937), Svezia (35.948).
Due casi a parte sono la Germania e la Spagna, dove gli stipendi, oltre che per l’anzianità, differiscono molto anche secondo la regione. In Germania, ad esempio, i salari sono ancora decisamente più bassi nell’Est e a Berlino rispetto all’Ovest. A livello nazionale per il liceo si passa da un minimo a inizio carriera di 45.400 euro fino ad arrivare a 64.000. In Spagna, invece, si passa da 33.000 a 46.000, comunque decisamente al di sopra dell’Italia


  • Rossi Doria: “Nuovo clima ora l’educazione torna al centro dell’agenda”

Intervista

La Stampa.it, del 10-09-2013, di Flavia Amabile

Tre anni da sottosegretario al ministero dell’Istruzione non hanno fatto perdere a Marco Rossi Doria la vocazione di maestro, e soprattutto di maestro di strada. È felice delle misure approvate ieri dal consiglio dei ministri, e lo è perché ad essere difesi sono quegli ultimi che sono i suoi alunni preferiti. Tra insegnanti di sostegno assunti e fondi per combattere la dispersione scolastica ci sono tutti i suoi cavalli di battaglia di sempre.
Ma lei era sottosegretario già l’anno scorso. Che cos’è cambiato in quest’anno?
«Rispetto al passato è cambiato il clima. È una questione politica, ora finalmente la scuola è al centro dell’agenda politica, considerata di nuovo un investimento e non una spesa. Il segnale per famiglie e professori è chiaro: si può ripartire, forse non ci sono tutti i soldi ma già qualcosa è stato fatto».
È una questione di governo, di ministro?
«E’ una questione di risultati. Bisogna portare fondi a casa e stavolta i soldi ci sono. Erano due lustri che non si vedeva un intervento così. Stavolta è davvero cambiato il vento».
Sono stati assunti oltre 26 mila insegnanti di sostegno. Che cosa vuol dire per gli alunni?
«Per i professori vuol dire non dover essere più licenziati ogni anno e poi essere riassunti, ma per le famiglie e i ragazzi vuol dire ancora di più: si affida il proprio figlio o la propria figlia ad un insegnante e si sa che il lavoro compiuto in un anno scolastico continuerà il successivo con lo stesso insegnante. Si darà così una risposta stabile a più di 52.000 alunni».
Sono stati trovati anche fondi per la dispersione scolastica.
«Si tratta di 15 milioni in totale (3,6 per il 2013, 11,4 per il 2014) e altri ancora potranno essere trovati attraverso i fondi europei. Nelle zone a rischio si potrà tenere le scuole aperte anche di pomeriggio per il consolidamento delle competenze di base. Sono iniziative che abbiamo già sperimentato con successo ad esempio nella regione Puglia. Sappiamo che porteranno ad un calo duraturo della dispersione scolastica e ad un miglioramento delle conoscenze dei ragazzi come è confermato dai dati Ocse e Invalsi».
Come saranno scelte le scuole a cui saranno destinati i fondi?
«Ci metteremo al lavoro con i direttori regionali per capire i criteri da utilizzare e per fare una programmazione relativa al prossimo anno scolastico. Si cercherà di privilegiare soprattutto le realtà della scuola primaria».


  • La voglia di riscatto

Il decreto è un primo, importante segnale

l'Unità, del 10-09-2013, di Massimo Adinolfi

Il decreto è un primo, importante segnale. Per anni scuola e università sono scivolati a margine delle politiche di governo e dell’attenzione pubblica, oppure sono stati interessati da propositi di riforma confusi, accompagnati da una sempre più accentuata diminuzione delle risorse, a sua volta coperta da una aggressiva quanto velleitaria ideologia meritocratica. Come se il problema della scuola italiana stesse esclusivamente nel permettere ai migliori di eccellere, con buona pace di tutti gli altri. Come se non fosse invece necessario recuperare la centralità della vita scolastica nei processi educativi, nella considerazione delle famiglie, nel tessuto sociale del Paese. Ci sarà tempo per analizzare nel dettaglio il provvedimento varato ieri, che interviene su diversi aspetti del pianeta scuola: dal caro-libri, che si cerca di contenere, agli interventi per l’edilizia scolastica, che possono rappresentare solo il primo passo di un piano più generale e di stanziamenti più cospicui. Dal fondo per le borse di studio per studenti universitari, che si incrementa (anche se di poco) alla lotta alla dispersione scolastica, che questo decreto prova a rilanciare (anche se, di nuovo, 15 milioni non sono certo un intervento risolutivo). Il piano di immissione degli insegnanti, peraltro, attende ancora di essere definito nel dettaglio. Ma, detto ciò, quel che conta è l’impegno generale del governo a mettere mano a una materia su cui per troppo tempo ha prevalso una logica penalizzante, se non addirittura punitiva, nella convinzione che la scuola italiana fosse un vasto continente di sprechi diffusi, eccessivamente sindacalizzato e pesantemente ideologizzato, da riportare quindi sotto gli standard di razionalità e efficienza che l’imperativo tecnocratico dei nostri tempi prova a dettare in ogni ambito del sociale: che si tratti di scuola o di ospedali, di cultura o di salute, tutto ciò che è pubblico essendo per principio giudicato inefficiente, bisogna, questa è la parola, razionalizzare. Il che equivale a ridurre le spese, efficientare, sburocratizzare, professionalizzare e, in ultima analisi, selezionare, in uno spirito competitivo che appartiene ai dettami concorrenziali del mercato, ma che nulla o poco dovrebbe avere a che fare con i progetti educativi e formativi di un’istituzione scolastica. C’è uno stanziamento, nel decreto di ieri, che merita di essere segnalato a questo proposito. Si tratta, anche in questo caso, di pochi milioni, dieci per l’esattezza, destinati a finanziare l’ingresso gratuito per i docenti nei musei e nei siti culturali. Non è cosa da poco: non certo dal punto di vista della cifra, ma dal punto di vista della direzione che il provvedimento si sforza di indicare. Immaginiamo infatti cosa possa significare presentarsi presso la biglietteria di un museo e, in forza di un tesserino da impiegato pubblico, vedersi riconosciuto il diritto di visitare gratuitamente una mostra: non equivale automaticamente a far parte di una casta di privilegiati? Sembra che finalmente il governo a questo domanda si sia attrezzato per rispondere di no, e che voglia anzi consentire all’insegnante che torna a frequentare i musei con soldi pubblici, e non con piccole economie tolte a un bilancio familiare sempre più magro, di rispondere che quella visita è importante, per il docente certo ma anche per il discente, che troverà in aula, l’indomani mattina, un professore non solo o non tanto più preparato, ma più invogliato a trasmettere ai propri allievi il gusto della scoperta, il piacere del bello e del vero, il valore della cultura. Il corpo docente rischia in questi anni di apparire formato da sfigati incapaci di farsi valere nella giungla del mercato e perciò imbucatisi nella scuola. Con questo decreto possiamo perlomeno augurarci che i docenti ricomincino ad apparire per quel che sono e che devono essere: un pezzo essenziale della classe dirigente del Paese. Aiutiamo l’Italia se restituiamo loro la dignità e il rilievo che la loro funzione merita.


  • Nuove assunzioni e libri meno cari. Via da subito il bonus di maturità

Estesi i permessi di soggiorno per studio, cade l'esenzione Imu per le paritarie

Corriere della sera.it, del 10-09-2013, di Mariolina Iossa

ROMA — «Si torna a investire nella scuola perché anche così si esce dalla crisi», dice il ministro Maria Chiara Carrozza che poi annuncia uno dei provvedimenti più attesi e discussi: «Il bonus maturità è stato cancellato già da quest'anno, abbiamo verificato che produceva squilibri e disparità». Ma per tutto il mondo della scuola la buona novella è un'altra: dopo anni di tagli arrivano 400 milioni di euro e «l'istruzione riparte».
Il Consiglio dei ministri vara il pacchetto scuola e università con una serie di misure che per il governo sono il segnale di un cambiamento di rotta perché, dice il premier Enrico Letta, «le attese sono moltissime da parte del mondo dell'istruzione e abbiamo voluto dare le prime risposte. Le risorse sono limitate, abbiamo dovuto fare i salti mortali», ma almeno adesso, conclude il presidente del Consiglio, «torna ad essere applicato il principio costituzionale del diritto allo studio, se non c'è diritto allo studio le persone non sono in grado di superare le diseguaglianze dei punti di partenza».
Ecco allora che arrivano i soldi: una bella fetta (13 milioni per questi ultimi tre mesi dell'anno, 107 a regime) servirà per l'immissione in ruolo di 26 mila insegnanti di sostegno, ma per il prossimo triennio è prevista l'assunzione di 69 mila docenti e 16 mila Ata. Un'altra grossa fetta, 100 milioni, è destinata alle borse di studio degli studenti universitari per il Fondo che diventa consolidato, e 15 milioni vanno agli studenti medi e superiori meritevoli ma privi di mezzi per trasporti e mense scolastiche; 15 milioni sono per aumentare la rete wireless nelle scuole secondarie, 6 milioni per gli studenti iscritti alle accademie di danza, belle arti, arte drammatica e conservatori.
Tetto massimo ai libri di testo e 8 milioni per finanziare l'acquisto da parte delle scuole di libri di testo e di ebook da dare in prestito agli alunni in condizioni economiche disagiate. Oltre 6 milioni saranno destinati a potenziare già dal quarto anno del liceo l'orientamento alla scelta della facoltà universitaria mentre con più di 3 milioni sarà reintrodotta la geografia al biennio negli istituti tecnici e professionali e altri 3 milioni, con il contributo del ministero dei Beni culturali, andranno ai licei musicali paritari. Ai professori 10 milioni per la formazione.
Sarà vietato fumare negli istituti, non più soltanto nelle aule ma anche nei cortili. Esteso il divieto alle sigarette elettroniche. La durata del permesso di soggiorno degli studenti stranieri sarà allineato a quella del corso di studi. Sulle paritarie e l'articolo 12 (requisiti minimi delle classi), in Consiglio dei ministri ci sono state polemiche per cui si è deciso di «stralciare» le norme e di non inserirle nel decreto mentre, a differenza di quanto si era creduto in un primo momento, le scuole paritarie gestite dalle onlus non saranno esentate dal pagamento dell'Imu.
«Grazie al ministro Carrozza e al Pd finalmente si torna a investire nella formazione», dice il segretario del Partito democratico, Guglielmo Epifani. Approva la Uil. Piace alla Cgil il pacchetto scuola anche se, dice il portavoce nazionale del settore Mimmo Pantaleo, «il decreto è un primo passo per invertire le politiche degli ultimi anni che hanno devastato il sistema d'istruzione e ricerca del nostro Paese», e bisognerà fare di più. Tutto il Pd e il Pdl, con Stefania Prestigiacomo, rivendica il contributo della coalizione all'approvazione del decreto. Critica la Lega: «Così aumenteranno la spesa pubblica e le tasse», dice il deputato Gianluca Pini.


  • Per la scuola 400 milioni. Libri di testo, si cambia

Il premier: il diritto allo studio in primo piano

10/09/2013

l'Unità, del 10-09-2013, di Luciana Cimino

Lo avevano annunciato già all'insediamento, ieri lo hanno concretizzato. Dopo quasi due lustri si torna a investire nella scuola pubblica. Certo, i danni causati dai tagli dei governi precedenti sono difficili da affrontare, ma l'esecutivo Letta ha cercato di dare almeno un segnale di inversione di tendenza. Il decreto legge approvato ieri in consiglio dei Ministri non a caso è stato intitolato «L'Istruzione riparte». Due gli obiettivi: salvare l'anno scolastico in corso e gettare le basi per le prossime riforme organiche. Gli interventi previsti dalla ministra per l'Istruzione, Maria Chiara Carrozza (che si è detta «commossa e orgogliosa per aver riportato l'istruzione al centro dell'agenda politica») e il premier Letta riguardano tutti i settori del comparto grazie a uno stanziamento di 400 milioni di euro, coperti prevalentemente dall'accisa sugli alcolici. I primi fondi, dopo anni dì tagli per un ammontare complessivo di circa 10 miliardi di euro. «L'applicazione della Costituzione sul diritto allo studio è all'inizio del nostro provvedimento - ha spiegato il presidente - Ci interessa ricominciare a investire sulla scuola e l'istruzione dopo anni di tagli perché sono il centro per il rilancio del nostro Paese. Abbiamo messo a punto alcune prime risposte, ne verranno altre». Per prima cosa viene cancellato il contestato bonus maturità, già dall' anno in corso. Significa che le facoltà a numero chiuso che stanno somministrando i test di accesso in questi giorni non dovranno tenerne conto nel calcolo per l'ammissione. «Era di difficile applicazione e avremmo creato iniquità», ha ammesso Carrozza. Soddisfatte le associazioni di studenti che ne chiedevano l'abrogazione. «Finalmente è stato cancellato il bonus - ha dichiarato Alberto Campailla, portavoce nazionale di Link (coordinamenti universitari) - uno strumento che avrebbe creato grandi discriminazioni. L'abrogazione rappresenta una grande vittoria derivante dalle tante iniziative di protesta degli studenti». Si interviene poi nuovamente sul caro libri. Il governo incentiva l'utilizzo dei libri usati e nel contempo cambia le regole i tetti di spesa. Da oggi saranno i dirigenti scolastici a vigilare sul rispetto del budget. Inoltre sono previsti 8 milioni di euro (2,7 per il 2013 e 5,3 per il 2014) per finanziare l'acquisto di test e e-book da parte delle scuole secondarie da destinare, in comodato d'uso, agli alunni in situazioni economiche disagiate. Sono invece 15 i milioni di euro a favore degli studenti «capaci e meritevoli ma privi di mezzi» di modo che, come prevede appunto il dettato Costituzionale, possano raggiungere il più alto livello d'istruzione. I fondi saranno assegnati sulla base di graduatorie regionali e serviranno a coprire le spese di trasporto e ristorazione. Altrettanti milioni (3,6 per il 2013, 11,4 per il 2014) serviranno per la lotta alla dispersione scolastica attraverso un Programma di didattica integrativa che contempla metodi didattici individuali e il prolungamento dell'orario per gruppi di alunni nelle realtà a rischio abbandono. 6,6 milioni anche per l'orientamento (1,6 per il 2013 e 5 per il 2014), «sarà coinvolto nel processo l'intero corpo docente e le ore extra saranno numerate», ha spiegato il Cdm. 100 milioni di euro saranno destinati alle borse di studio degli universitari con altri 6 milioni stanziati a favore degli studenti iscritti alle Istituzioni dell'Alta formazione artistica, musicale e coreutica. Altre novità riguardano l'estensione del permesso di soggiorno per chi studia nel nostro Paese (definita dalla ministra per l'Integrazione Kyenge «un grande passo per l'Italia»), il potenziamento delle ore di geografia generale ed economica con lo stanziamento di 13,2 milioni; poi 15 milioni, subito spendibili, per il wireless nelle scuole secondarie, con priorità alle superiori. Spiegano da palazzo Chigi che «gli studenti potranno accedere a contenuti digitali in modo rapido e senza costi»; il divieto di fumo (incluse le sigarette elettroniche) anche negli spazi aperti. Ma la parte più attesa del decreto riguarda le assunzioni. «Le nostre scuole sono in drammatica carenza - ha detto Letta - e la ripresa delle assunzioni è un fatto molto significativo». Il piano del governo punta a coprire il turn-over in tre anni con circa 42mila posti in più. Poi si stabilizzeranno 27mila docenti di sostegno (trasformando in organico di diritto le supplenze) e dal 2014 si comincerà ad assumere anche 16 mila (in tre anni) tecnici e amministrativi (Ata). Soddisfazione è stata espressa dai sindacati. «Il decreto va nella direzione giusta», ha detto la Cisl mentre Domenico Pantaleo, segretario generale Flc - Cgil parla di «primo passo avanti». «S'iniziano a raccogliere i primi frutti delle tante iniziative per ridare valore e dignità all'intero sistema della conoscenza». Dl «positivo » anche per Matteo Renzi, «se non si investe sulla scuola non si esce dalla crisi». «Fondamentali i provvedimenti sul welfare studentesco », commenta Valeria Fedeli, esponente Pd e vicepresidente del Senato. Un plauso al governo arriva da tutti i democratici mentre rimangono perplessi Sel e PdL 


  • 26.000 insegnanti di sostegno, wireless, libri in prestito e mutui per costruire nuove scuole

Approvato il pacchetto-scuola. Da gennaio assunzioni per il personale Ata. Borse di studio per i meritevoli e permessi per gli stranieri. Insegnanti gratis nei musei

Corriere della sera.it, del 09-09-2013, di Valentina Santarpia

Via libera del consiglio dei ministri all’assunzione a tempo indeterminato di 26.000 insegnanti di sostegno: verranno stabilizzati nell’arco di un triennio passando dall’organico di fatto a quello di diritto. Da gennaio partiranno le assunzioni anche di personale Ata per il funzionamento delle scuole. Ma, il decreto approvato in mattinata prevede anche l’apertura di mutui per ristrutturare e sistemare le scuole. Per favorire interventi straordinari e la messa in sicurezza di istituti scolastici, nonché la costruzione di nuove scuole, le Regioni possono stipulare mutui trentennali con la Bei, la banca di sviluppo del consiglio d’Europa e la Cassa Depositi e prestiti. Sono stanziati contributi pluriennali per 40 milioni di euro annui per la durata dell’ammortamento del mutuo, a partire dal 2014.
Per le famiglie è prevista la possibilità di avere libri in comodato d’uso per contenere la spesa per l’istruzione. È una possibilità prevista dal decreto legge sulla scuola approvato oggi dal consiglio dei ministri. Il ministero assegnerà direttamente alle scuole la somma di 2,7 milioni di euro nel 2013 e 5,3 milioni nel 2014 per l’acquisto, anche tra reti di scuole, di libri adottati dal collegio dei docenti, ovvero dispositivi per la lettura di contenuti digitali, da concedere in comodato d’uso ad alunni individuati sulla base dell’indicatore Isee. Gli insegnanti potranno invece entrare gratis nei musei italiani.
Arrivano anche 15 milioni di euro per il wireless nelle scuole con priorità per quelle di secondo grado: lo scopo è mettere in rete tutto il sistema scolastico
Borse di studio. E’ previsto lo stanziamento di 15 milioni per il 2014 per garantire agli studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi il raggiungimento dei più alti livelli di istruzione. I fondi saranno assegnati sulla base di graduatorie regionali e serviranno per coprire spese di trasporto e ristorazione. Alle erogazioni potranno accedere gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Nel decreto c’è una norma che estende il permesso di soggiorno alla durata della frequentazione dei corsi di studio per gli studenti che vengono dall’estero a studiare in Italia.
Infine nel decreto rientrano anche le norme anti-fumo che prima dell’estate aveva presentato il ministro Lorenzin: sono previste multe per chi non rispetterà, da subito, il divieto di fumo negli ambienti scolastici, nei cortili e nei pressi degli istituti.


  • Scuola, Letta: "Si torna a investire". Ridotto costo dei libri, nuove assunzioni

Via libera del Cdm al decreto con misure urgenti in vista del nuovo anno scolastico.

la Repubblica.it, del 09-09-2013

Via libera del Cdm al decreto con misure urgenti in vista del nuovo anno scolastico. Tra le misure principali: l'eliminazione del bonus maturità, l'istituzione di un fondo per il welfare scolastico, le sanzioni per chi utilizza sigarette elettroniche a scuola, la stabilizzazione di personale Ata e insegnanti di sostegno
ROMA - Eliminazione del bonus maturità già da quest'anno. Riduzione del costo dei libri per famiglie e studenti, con l'istituzione di un fondo per il welfare scolastico. Sanzioni per chi utilizza sigarette elettroniche a scuola. Estensione del permesso di soggiorno per studenti stranieri. Assunzioni per il personale Ata e stabilizzazione di 27mila insegnanti di sostegno. Sono le principali misure contenute nel decreto legge su scuola e università approvato oggi dal Consiglio dei ministri. "Quattrocento milioni di euro", il valore complessivo dell'operazione, secondo il ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza.
Cancellazione del bonus maturità. "L'applicazione della Costituzione sul diritto allo studio è all'inizio del nostro provvedimento - ha sottolineato Enrico Letta" . Che ha aggiunto: "Ci interessa ricominciare a investire sulla scuola e l'istruzione dopo anni di tagli perché sono il centro per il rilancio del nostro Paese. Abbiamo messo a punto alcune prime risposte, ne verranno altre". La misura più attesa era quella che cancella il cosiddetto bonus maturità: "Abbiamo ritenuto che il bonus, così, creasse disparità che non potevano andare", ha spiegato il premier.  Nella tornata di test d'ingresso alle facoltà a numero chiuso in corso in questi giorni non si terrà dunque conto del voto conseguito all'esame di Stato. "Era di difficile applicazione e avremmo creato iniquità", ha ammesso il ministro Carrozza.
Assunzioni per personale Ata e insegnanti di sostegno. Significative anche le misure che riguardano il personale tecnico e amministrativo degli istituti scolastici. "Per il funzionamento delle scuole, nel decreto c'è l'inizio della soluzione della questione del personale Ata. Dal primo gennaio partiranno le assunzioni" - ha annunciato il presidente del Consiglio - "Le nostre scuole sono in drammatica carenza" e la ripresa delle assunzioni "è fatto molto significativo, perché la carenza non poteva continuare" . Via libera anche  all'assunzione a tempo indeterminato di insegnanti di sostegno. "Con questo provvedimento ci saranno 27mila immissioni in ruolo - ha detto il ministro Carrozza -. Poi c'è un piano triennale che prevede l'assunzione di 69mila insegnanti. In un momento di crisi come questo, il governo dà un segnale importante". Sempre i docenti potranno beneficiare "dell'ingresso gratuito al sistema museale del nostro Paese". Voglia dare un "grande messaggio di attenzione nei confronti di questo mondo" - ha detto Letta.
Riduzione del costo dei libri. Previsti anche sgravi nei costi dei libri di testo per le famiglie. "Già da quest'anno scolastico, gli studenti potranno utilizzare i libri di testo delle edizioni precedenti - ha spiegato il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza -, a patto che siano "conformi alle indicazioni nazionali". Cambiano anche le regole sui tetti di spesa dei libri scolastici: d'ora in poi dovranno essere i dirigenti ad assicurarne il rispetto non approvando le delibere del collegio dei docenti che ne prevedono il superamento. Mentre è previsto uno stanziamento di 8 milioni di euro (2,7 per il 2013 e 5,3 per il 2014) per finanziare l'acquisto di libri di testo e e-book da parte delle scuole secondarie, che li destineranno agli alunni in situazioni economiche disagiate in comodato d'uso.
Arriva il 'welfare dello studente'. Con uno stanziamento di 15 milioni di euro nel 2014 per "favorire il raggiungimento dei più alti livelli negli studi" e "il pieno successo formativo" degli studenti delle medie e delle superiori. Il decreto varato oggi dal governo introduce contributi e benefici in base a tre parametri: l'esigenza di alleggerire la spesa delle famiglie per pasti e trasporti; le condizioni economiche dello studente sulla base dell'Isee; il merito negli studi in base alla valutazione scolastica. Mentre 100 milioni di euro saranno destinati al Fondo per le borse di studio degli studenti universitari.

  • Dai precari al caro-libri: oggi la mini rivoluzione

I provvedimenti del governo

La Stampa.it, del 09-09-2013, di Flavia Amabile

Dai precari al bonus maturità, fino agli insegnanti di sostegno e gli aiuti per evitare il caro-libri: oggi in consiglio dei ministri si discute un sostanzioso pacchetto-scuola mirato soprattutto alle famiglie e alla volontà del governo di rendere meno caro il costo dell’istruzione.
Sulle misure si lavorerà fino all’ultimo istante, il Consiglio dei ministri è convocato per oggi alle undici. E ci potrebbero essere modifiche anche durante la riunione. Nell’articolato sarà previsto uno spostamento di diverse migliaia di posti di sostegno: si parla di 27-28mila cattedre che passeranno dall’organico di fatto a quello di diritto.
Un altro capitolo sarà il dimensionamento delle scuole con riferimento agli organici di dirigenti scolastici e direttori generali amministrativi (in base all’accordo Stato-Regioni), ma i dettagli saranno resi noti soltanto oggi.

Libri di testo Si cercherà di ridurre i costi dei libri di testo da adottare, prevedendo anche il comodato d’uso per gli studenti meno abbienti. E di approvare le misure annunciate nei giorni scorsi dalla ministra dell’Istruzione Carrozza sul welfare scolastico, con un pacchetto trasporti valido su autobus e treni, che dovrebbe consentire di rendere meno caro il costo dell’istruzione per gli studenti e le famiglie.
Si sta studiando un intervento sui libri digitali che tenga in considerazione sia le esigenze di innovazione e risparmio che quelle poste dalle case editrici. Si dovrà scegliere se verrà imposta una piattaforma centralizzata a livello ministeriale o sarà data mano libera alle case editrici.
I presidi Dovrebbe esserci una norma salva-presidi e finanziamenti del fondo ordinario delle scuole utilizzato per le esigenze che ogni istituto deve affrontare all’inizio dell’anno scolastico. Non si hanno cifre anche perché la materia è di competenza del ministero dell’Economia che tende a tenere sempre molto stretti i cordoni della borsa. La ministra aveva chiesto un aumento del fondo ordinario, portando la quota per alunno da 8 euro a 25. Vorrebbe dire triplicare i fondi ma è difficile che si arrivi ad un simile risultato.
Si sta pensando ad un potenziamento dell’insegnamento della geografia negli istituti tecnici e professionali.
Università Per quel che riguarda le università dovrebbe esserci un aumento dei fondi per la ricerca e la cancellazione dal prossimo anno del contestatissimo bonus maturità assegnato agli studenti che affrontano i test di ammissione nelle università a numero chiuso.
Sarà istituita una graduatoria unica nazionale per i medici specializzandi che sostituirà quelle attuali per singolo ateneo in modo da favorire la trasparenza degli esami e arginare le baronie.
L’orientamento Uno stanziamento è previsto per favorire l’orientamento dei ragazzi, in uscita da medie e superiori, con l’obiettivo di far emergere attitudini ed evitare scelte sbagliate. Ma si dovrebbe intervenire anche sull’orario degli insegnanti per fare in modo che una quota delle loro ore annuali dedicate ad attività funzionali debba essere svolta sotto forma di orientamento per gli studenti degli ultimi anni, per guidarli nella scelta dell’università o degli istituti più adatti alla loro formazione.
I precari Per quel che riguarda i precari si sta elaborando un piano triennale per le immissioni in ruolo. Secondo le anticipazioni del ministero dovrebbe riguardare 44mila immissioni dal 2014 al 2017 ma anche in questo caso sulle cifre tutto può accadere. Si tratterebbe di 26.264 professori normali, 1.608 docenti di sostegno e 13.400 Ata, per un totale di 41.272 posti. A questi andrebbero aggiunte le cattedre in più sul sostegno.
Gli «inidonei» Non ci sarà alcun intervento sui 3.500 insegnanti non più idonei all’insegnamento nei ruoli di assistenti amministrativi e tecnici dei laboratori . E non sarà affrontata dal punto di vista pensionistico nemmeno la vicenda «Quota 96», almeno in questo provvedimento.


  • Rossi Doria: servono più risorse, altrimenti penalizziamo gli alunni deboli

Per il sottosegretario all’Istruzione il rischio è di ritrovarci con una scuola dei talenti da una parte e una degli 'sfigati' dall'alt

La Tecnica della Scuola.it, del 05-09-2013, di Alessandro Giuliani

Per il sottosegretario all’Istruzione il rischio è di ritrovarci con una scuola dei talenti da una parte e una degli 'sfigati' dall'altra: grazie invece a maggiori finanziamenti, gli insegnanti si organizzerebbero in autonomia, rispondendo direttamente ai ragazzi e ottenendo risultati, sia in termini di riduzione delle bocciature sia accompagnando chi è in difficoltà. È difficile, però, che questo Governo possa fornire certe risposte.
Dare più risorse alla scuola, per superare il problema dell’appiattimento formativo. Che penalizza, certamente, i ragazzi più svantaggiati e provenienti da famiglie culturalmente meno dotate. A farne richiesta è uno dei rappresentanti più alti del ministero dell’Istruzione, il sottosegretario Marco Rossi Doria.
“Nella scuola oggi – ha detto intervistato dal programma 'Tutta la città ne parla' di Rai Radio3 - c'è un problema di equità, la nostra scuola è troppo standardizzata: una scuola equa non dà la stessa cosa a tutti, ma dà di più a chi parte con meno, come diceva don Milani. Fa scoprire le parti nascoste di ciascuno studente e ne stimola i lati più forti. Se non si procede così, ci ritroveremo con una scuola dei talenti da una parte e una scuola degli 'sfigati' dall'altra, ma questo sistema non funziona”.
Rossi Doria, che è stato confermato nello stesso ruolo dopo averlo già ricoperto con l’ex ministro Profumo, è convinto che “equità non significa uguaglianza astratta, ma saper riconoscere i diversi contesti familiari e sociali di provenienza e colmare gli svantaggi con dei programmi integrati e razionali: gli insegnanti italiani hanno gli strumenti per fare tutto questo?”.
La questione, a suo avviso, è anche economica: “bisogna investire più risorse. Negli ultimi anni sono stati sottratti 8,4 miliardi all'istruzione. Laddove ci sono risorse e gli insegnanti si organizzano in autonomia, rispondendo direttamente ai ragazzi, si ottengono grandi risultati sia in termini di riduzione delle bocciature sia nel settore difficile dell'accompagnamento di chi è in difficoltà. Mancano le risorse, non gli strumenti culturali e didattici”.
Al sottosegretario è stato anche chiesto il parere sulla posizione espressa di recente dal ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, a proposito della quale la bocciatura deve essere adottata solo come “scelta estrema“. Secondo Rossi Doria, che è anche maestro di ‘strada’, “bisogna essere onesti coi ragazzi: fargli capire quello che sanno e quello che non sanno, certo non regalargli la promozione perché significherebbe negare la loro dignità, e poi accompagnarli nel superamento delle difficoltà”.
Il messaggio è chiaro. Anche ai colleghi di partito del Partito Democratico. Ma il Governo, di tipo bipartisan e con una crisi forse irreversibile sullo sfondo, sarà in grado di recepirlo? Il triste epilogo della questione dei ‘Quota96’ rappresenta un esempio di come la volontà di voler approvare determinati provvedimenti, anche a favore degli alunni, oltre che dei dipendenti, si scontri con la cronica scarsità di fondi statali. Come dire: in questo momento ha probabilmente più potere la Ragioneria generale dello Stato che il presidente del Consiglio coadiuvato da tutti i suoi ministri.


  • E' quasi ufficiale: il fondo di istituto sparirà

Se il fondo di istituto verrà di nuovo usato per gli aumenti, alle scuole rimarrà ben poco da contrattare

La Tecnica della Scuola.it, del 05-09-2013, di Reginaldo Palermo

I sindacati, Cgil esclusa, chiedono di conoscere l'entità delle risorse derivanti dai risparmi di sistema, in modo da poter decidere qualcosa in merito agli scatti stipendiali. Se il fondo di istituto verrà di nuovo usato per gli aumenti, alle scuole rimarrà ben poco da contrattare.
Ormai è chiaro come andrà a finire anche quest’anno la contrattazione di istituto.
Nella giornata del 3 settembre il Ministero ha comunicato ai sindacati che ci sarà un modesto incremento delle risorse destinate al funzionamento delle scuole (ma solo per alcune voci particolari che non riguardano tutti).
Ci saranno anche un po’ di soldi in più per le supplenze, ma questo è semplicemente un “atto dovuto” in quanto come avviene da alcuni anni anche per il 2013 la previsione iniziale su questa voce era stata sottostimata.
Ma più interessanti di tutte sono le notizie su quanto si è detto in fatto di fondo di istituto.
Sono stati gli stessi sindacati a chiedere al Miur di aspettare a dare delle cifre.
“Prima - hanno detto i sindacati, Flc-Cgil esclusa - vogliamo sapere a quanto ammontano i risparmi di sistema derivanti dalla applicazione della legge 133/08 e poi ne parleremo”.
Evidentemente i sindacati hanno in mente di chiedere anche questa volta che i risparmi di sistema vengano utilizzati per pagare gli scatti stipendiali e siccome già si sa che non basteranno l’idea è appunto quella di tagliare ancora le risorse destinate al fondo di istituto. Oltretutto c’è da dire che la legge 133 prevedeva per il 2012 un risparmio di 3miliardi e 188 milioni, superiore di 650milioni esatti a quello calcolato per il 2011.
Ora, se già lo scorso anno i risparmi sono stati risibili, è del tutto evidente che per il 2012 sarà anche peggio.
Ciò significa che gli eventuali scatti stipendiali dovranno gravare pressoché interamente sul fondo di istituto che, in pratica, si ridurrà a poca cosa.
E, poiché alcune voci non potranno essere eliminate del tutto (per esempio i compensi per i collaboratori del ds o quelli per le ore eccedenti o per il lavoro festivo e notturno) è del tutto chiaro che il taglio dovrà essere fatto sul resto.
E’ quindi necessario che le scuole facciano molta attenzione a programmare le proprie attività e forse non sarebbe male se anche docenti e Ata prestassero maggiore attenzione agli incarichi assunti.
A marzo ci si potrebbe trovare di fronte ad un fondo di istituto pressoché azzerato, con tutte le conseguenze del caso.


  • Bonus malus

l'Unità, del 04-09-2013, di Franco Labella

L’assicurazione auto non c’entra niente, c’entra, invece, la difficoltà di cui ha parlato anche Mila nel suo ultimo post: non riusciamo, anche nella scuola, ad essere un Paese normale.
Un Paese dove si blatera da tempo di meritocrazia e poi si varano meccanismi come quello relativo alle prove di selezione alle Facoltà universitarie a numero chiuso che è noto come “bonus”.
Ma bisognerebbe chiamarlo decisamente “malus”.
Se vi fate una googlata con “bonus maturità” vi salta subito fuori il quadro d’insieme: un provvedimento del MIUR che è riuscito a suscitare un coro unanime di dissenso.
Dagli studenti ai genitori passando per i presidi e per i professori.
Non piace nemmeno ai rettori.
Proprio a nessuno.
E perché non lo eliminiamo?
Perché come si dice,
cosa fatta capo ha.
Anche se, magari, non ha molto senso.
E’ come la storia che i miei quattro lettori conoscono già.
La Gelmini elimina lo studio del Diritto alle superiori.
E’ un’assurdità ma secondo Profumo e temo anche Carrozza cosa fatta capo ha anche se evito il turpiloquio e non scrivo di che capa si tratta.
Tornando al bonus malus, stavolta, pur essendoci profili quanto meno di evidente disparità di trattamento, non hanno intervistato giuristi a profusione come nella allucinante vicenda della decadenza di B. e meno male perché, sicuramente, ne avremmo lette delle belle.
Ideato da Fioroni, riportato in auge dal tecnocrate Profumo, già criticatissimo al suo primo apparire, il provvedimento è stato poi rivisto dall’attuale ministro Carrozza in un percorso così dilatato che il decreto a sua firma è stato pubblicato il 12 giugno ma il corredo dei dati necessari al calcolo è apparso in Rete qualche giorno fa, il 30 agosto.
Ieri un amico me ne ha parlato veramente con il sangue agli occhi.
E’ l’ amico un mite collega di religione poco avvezzo alle sparate polemiche.
E’ un amico che fa del principio di legalità la sua seconda religione e che m’ha spiegato che il provvedimento ha subito quattro cambiamenti nel corso della sua breve vita.
Mi fido dell’amico e rinuncio a controllare anche perché non ci sarebbe da meravigliarsi troppo dell’idea che si pensi di cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Alla faccia della certezza del Diritto….
Non l’abbiamo persino visto proprio con le regole dell’esame di Stato come , ad esempio, con la valutazione del triennio precedente per aspirare al voto massimo con lode ma con lo studente che lo scopre a triennio già completato?
Chissà perché allora la retroattività, Gelmini imperante a Trastevere, non c’ha appassionato….
Ho descritto il carattere del mio amico ma la premessa era indispensabile per capire che, come leggerete, c’entra, nel sangue agli occhi, sicuramente il ruolo di padre ma c’entra, soprattutto, lo scoramento del docente mosso da profondo senso civico e rispetto delle regole che deve provare a “giustificare” l’ingiustificabile.
Il sangue agli occhi era, perciò, quello del padre “costretto” a spiegare alla figlia un’assurdità ma anche quello di chi deve, coltivando il civismo, provare a spiegare un meccanismo incivile che ho persino difficoltà a spiegare in termini semplici.
Avrei dovuto rispolverare i ricordi di un lontano esame di Statistica perché in gioco ci sono concetti un po’ astrusi, percentili et similia, difficili da far digerire a chi ha visto questo provvedimento cambiare tre o quattro volte dalla sua ideazione.
Cercherò, allora, di scriverla semplice.
Noi non siamo un Paese normale per due ragioni: la prima è che, come spiegherò, dubitiamo di noi stessi, la seconda poi è quella solita.
Siamo la patria del Diritto ma riusciamo sempre a far diventare il Diritto un esule che sta da qualche altra parte ma non in Italia.
In sintesi il punto di partenza è questo: c’è il valore legale del titolo di studio, mettiamo in piedi un meccanismo anche formale di commissioni per gli esami di Stato, di procedure, di controlli ma dubitiamo delle valutazioni delle commissioni.
Siamo convinti che , come si chiamano a Napoli, agli esami si facciano trastole, qualcosa tra il malfatto e l’imbroglio.
La vulgata dice che, mettiamo il caso, al Sud regaliamo voti, i mitici cento e siccome le trastole, se ci sono, non le scopriamo o non le vogliamo scoprire, cosa c’inventiamo?
Che chi prende un voto alto in una classe con voti alti lo dobbiamo punire.
Quindi quella che formalisticamente ha preso 98 in una classe con altri voti alti diventa sospetta e da punire.
Siccome c’abbiamo il sospetto statistico che quella non sia una classe di geni ma di piccoli imbroglioni, all’allieva di quel 98 lì non diamo i punti di bonus che le spetterebbero mentre, invece, alla sua compagna che il 98 l’ha preso nella classe a fianco, la classe di pochi voti alti, sì.
Ma mica la differenza è solo all’interno delle classi di uno stesso istituto.
Perché il meccanismo fa sì pure che, in base ai risultati medi, lo studente dell’ istituto professionale che prendesse 86/100 avrebbe diritto a 3 punti di bonus maturità mentre lo studente del liceo classico che prendesse 92/100 si ritroverebbe con 0 (zero) punti di bonus.
Se volete rovinarvi la giornata ed approfondire vi metto un link utile.
Assurdo, complicato, inspiegabile, mostruoso sotto il profilo giuridico?
Scegliete voi.
E mettetevi nei panni dell’amico che deve far digerire questa mostruosità ad una figlia che, oltre tutto, decide di partecipare alla lotteria del numero chiuso.
Ma sarebbe tanto difficile eliminare il numero chiuso sostituendolo con un meccanismo effettivamente meritocratico?
A Medicina o a Veterinaria ti ci iscrivi liberamente ma se poi il tuo percorso di studio si inceppa non puoi più proseguire.
Troppo complicato?
Sì ma nel Paese normale dove siamo costretti ad avere sogni.
Senza avere nessun Martin Luther King.


  • Senza bocciature la scuola sarebbe migliore?

Bocciare o non bocciare, è un'alternativa che torna nel dibattito sull'educazione.

Corriere della sera.it, del 04-09-2013, di Gianna Fregonara

ROMA — «La bocciatura? È utile soltanto in casi rari», perché «quando si entra in una scuola, si entra per uscirne vincitori con il diploma». Parole del ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza, che solleveranno il morale agli studenti alla vigilia del rientro.
Meglio una selezione all'ingresso, con l'orientamento, suggerisce il ministro, e casomai proprio non riuscissero a seguire, «indirizzare gli studenti verso altri percorsi», che «l'estrema soluzione». Questione di motivare i ragazzi ma anche questione di sistema: «L'alto tasso di respinti in Italia è legato alla dispersione scolastica e all'incapacità delle famiglie di seguire al meglio i propri figli — ha detto ieri Carrozza al Mattino —. Insomma è un elemento di disagio del sistema educativo nel suo complesso».
Bocciare o non bocciare, è un'alternativa che torna nel dibattito sull'educazione. E in Italia evoca certi fasti scolastici sessantottini e infastidisce i sostenitori del merito. Ma è diventato negli ultimi anni, da quando sono disponibili i rapporti internazionali dell'Ocse (il prossimo alla fine di quest'anno) un tema europeo. Una questione psico-pedagogica certo, ma anche economica. Era stato nel 2008 il ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa a fornire i dati del costo per il bilancio dello Stato delle bocciature scolastiche: due miliardi e mezzo all'anno, dieci miliardi in quattro anni, ottomila euro per ogni ragazzo che deve ripetere l'anno, secondo l'Ocse.
Da allora di che cosa fare con i «costi» economici e non solo sociali del fallimento scolastico si è molto parlato. In Italia c'è stata la «stretta» sui voti (condotta innanzitutto) imposta dalla riforma Gelmini. In Europa l'ultima proposta in ordine di tempo è tedesca: la coalizione Spd-Verdi in Bassa Sassonia ha in mente l'abolizione delle bocciature nelle scuole del Land. Non sarebbero d'accordo i colleghi bavaresi: lo scorso giugno in una scuola tecnica vicino a Monaco un'intera classe ha conquistato il record negativo della bocciatura collettiva, 27 su 27 ripeteranno l'anno. Il dilemma europeo attraversa tutti i Paesi. In Francia, dove la scuola vive uno dei momenti più turbolenti degli ultimi decenni, dopo lungo dibattito il Parlamento ha approvato in primavera una legge per la riduzione progressiva delle bocciature che diventano «eccezionali». In Finlandia, il migliore sistema scolastico europeo secondo l'Ocse, come in Danimarca, Grecia, Regno Unito, Norvegia, Svezia e Cipro, la promozione è automatica fino ai 16 anni (scuola dell'obbligo) e la bocciatura è prevista solo in casi eccezionali (assenze, gravissime lacune) e concordata con psicologi e genitori. L'aria cambia nel biennio finale dove il sistema diventa ovunque più rigido.
«Il tema non è quello della bocciatura ma delle alternative che la scuola e le famiglie riescono a mettere in campo prima di arrivarci — spiega Andrea Gavosto della Fondazione Agnelli —. La bocciatura sanziona un errore di percorso e dunque bisognerebbe insistere con l'orientamento». A Torino la Fondazione con il Comune ha predisposto un test attitudinale per tutti i ragazzi delle medie pubbliche per aiutare gli insegnanti a dare indicazioni: «Chi segue i risultati ha un tasso di abbandono minimo». Ma poi servirebbero corsi di recupero personalizzati, scuole aperte il pomeriggio... Insomma, «finanziamenti e una riorganizzazione dell'insegnamento».
Certo il rischio che la scomparsa anche solo della minaccia della bocciatura porti un certo lassismo è un dubbio anche per i sostenitori del sistema più «inclusivo». I dati sulla dispersione scolastica contenuti nell'ultimo rapporto del Miur (giugno 2013) sono chiari sul rischio di fallimento del sistema: rispetto alla media europea l'Italia ha una dispersione del 18%, quasi uno studente su cinque, un tasso più alto della media europea. Dunque è venuta l'ora di cambiare, come peraltro consiglia l'Ocse («I Paesi con il maggior numero di bocciati sono anche quelli con il sistema meno efficiente»)?
A riabilitare la bocciatura è invece uno che ha dovuto «incassare il colpo», parole sue, di dover ripetere la quarta ginnasio e poi, venticinque anni dopo, ha vinto il premio Strega, Niccolò Ammaniti: «La bocciatura serve, se riconosciuta dallo studente e dalla famiglia come tale: come un momento per resettarsi, mettersi in discussione e ricominciare. Se invece è contestata, considerata come un problema da superare senza onta, allora no. Anche se fosse ingiusta, serve perché ti mette alla prova con l'ingiustizia di fondo che c'è anche nella vita».


  • Il governo e il nodo della ricerca

la Repubblica.it, del 04-09-2013, di Tito Boeri

Da settimane l’attività del governo è paralizzata dal tentativo di spostare l’Imu e l’aumento dell’Iva un po’ più in là. In attesa di ogni compiuta decisione in merito, i sindaci, che non sanno su quali risorse potranno contare, hanno chiesto e ottenuto di avere più tempo a disposizione per decidere sulle tasse addizionali che possono attivare. I bilanci di previsione (!) 2013 verranno così presentati a fine novembre, un mese prima della chiusura dell’esercizio. L’incertezza regna sovrana anche tra imprese e famiglie: non sanno quali tasse e quale ammontare dovranno pagare. Circolano tanti acronimi, che iniziano immancabilmente con un Ta come tassa (Tari e Tasi tra i più gettonati), l’unica cosa certa è che il nuovo involucro avrà un nome inglese, forse più accattivante. Il decreto varato dal governo martedì scorso è stato riscritto prima di andare in Gazzetta ufficiale, introducendo, tra le altre cose, l’ennesima clausola di salvaguardia: se le fantasiose coperture trovate per abolire la prima rata dell’Imu 2013 non si rivelassero all’altezza, fra quattro mesi scatteranno aumenti automatici di Irap, Ires e accise. Per scongiurare questa eventualità bisognerà ovviamente che questo governo sia in carica. È forse questo il fine ultimo della clausola: serve a salvaguardare il governo, ad accordargli lunga vita nonostante un breve mandato.
Nel frattempo le energie più vitali del paese non vengono affatto salvaguardate. Anzi se ne vanno. L’ultimo episodio è quello di Wise srl, premiata lo scorso anno ad Aarhus come la migliore start up europea nelle innovazioni di grande sviluppo. Nata da uno spin-off della Statale di Milano, cercava mezzo milione di euro (un ottavo dello stipendio di base, tra l’altro più che dimezzato, di Kakà) di finanziamenti per proseguire le ricerche sull’uso di nanotecnologie nella cura di un’ampia gamma di patologie. Le banche italiane, prodighe nel concedere finanziamenti ben più consistenti a palazzinari inquisiti e finanzieri falliti, non l’hanno ritenuta meritoria di credito. Il Fondo Italiano di Investimento e il Fondo Strategico Italiano della Cassa Depositi e Prestiti non devono averla ritenuta un’italianità strategica. Così, alla fine è stato un fondo tedesco ad accordare il finanziamento, imponendo però che impresa, brevetti e ricercatori si trasferissero in Germania.
Difficile trovare qualcosa di più strategico per il nostro paese del capitale umano. Non possiamo farne a meno per tornare a crescere. Eppure non facciamo nulla per migliorare un bilancio disastroso: per ogni cervello che riusciamo ad attrarre, otto se ne sono andati. La posizione dell’Italia nella competizione mondiale per attrarre talenti è, per certi aspetti, ancora peggiore di 50 anni fa, quando il fisico Giovanni Piovani, allora presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, lanciava il campanello d’allarme: “Nei giovani sempre più si radicherà il desiderio di andare fuori dal Paese pur di trovare condizioni e mezzi scientifici adeguati alla loro ansia e alle loro necessità di ricerca”.
Allora, come oggi, chi faceva ricerca in Italia si trovava di fronte a vincoli di bilancio stringenti e alla miopia di una classe dirigente incapace di capire il valore dell’investimento in ricerca, un “bene di lusso” per De Gasperi. Allora, come oggi, la ricerca più avanzata veniva in gran parte finanziata dal-l’estero, da fondazioni private come la Rockfeller Foundation o agenzie come l’Atomic Energy Commission. Ma c’era comunque l’idea di un paese in forte crescita economica — che prima o poi avrebbe permesso anche a noi di acquisire “beni di lusso” — e di una rivoluzione culturale in atto, in grado in un tempo non troppo lontano di far capire a tutti il valore economico della ricerca scientifica, soprattutto di quella di base. Nascevano così, grazie al volontarismo di scienziati come Adriano Buzzati Traverso (il cui impegno instancabile viene ricostruito, passo per passo, in un bel libro di Francesco Cassata, “L’Italia Intelligente”) centri di eccellenza come il Laboratorio internazionale di genetica e biofisica di Napoli. Sarebbero durati poco perché la rivoluzione culturale non ci sarebbe poi stata e molti dei ricercatori che fornivano la massa critica a questi centri sarebbero emigrati in Svizzera e poi negli Stati Uniti. Ma quel che conta è che allora c’era una speranza di cambiamento, in grado di spingere molti nostri scienziati a investire sull’Italia, malgrado tutto.
Oggi questa speranza non c’è più. Difficile farsi illusioni in un paese in cui non si fa nulla per tornare a crescere, destinato solo fra 10 anni a raggiungere i livelli di reddito pro capite del 2007. Un paese poi in cui non si tiene in alcun conto la ricerca scientifica. L’ultimo esempio lo abbiamo avuto con il voto di Camera e Senato di qualche settimana fa che impone vincoli irrazionali alla sperimentazione biomedica sugli animali, portandoci fuori dall’Europa e dalla comunità scientifica internazionale. Quel che è più indicativo è il fatto che il Parlamento abbia deciso senza neanche sentire la necessità di consultare chi fa ricerca biomedica in Italia: nessuna audizione, nessun parere richiesto. Al contrario, a Silvio Garattini, uno dei più grandi scienziati italiani, viene chiesto di non parlare in pubblico del problema per non urtare le suscettibilità degli animalisti. Ci si condanna così a non poter sperimentare terapie per malattie oggi incurabili, fra cui il cancro e le patologie da dipendenza. Lesley Rochat, la ragazza sudafricana che nuota con gli squali tigre per convincere tutti che non sono pericolosi, può decidere di correre il rischio di morire in nome della difesa di quella specie animale. Qualcuno può ammirarla, altri considerarla dissennata.
Ma perché mettere un intero Paese nella sua condizione?
Il segno più evidente della perdita di speranza nella ricerca è nelle scelte dei giovani ricercatori italiani che hanno ottenuto, nel luglio scorso, un finanziamento dell’European Research Council. Il finanziamento è legato a un particolare ricercatore, che può decidere dove utilizzarlo anche spostandosi da una istituzione a un’altra nel corso dei quattro anni in cui fruisce dei fondi. Tra i 287 vincitori, solo 8 ricercatori (meno del 3 per cento) hanno scelto l’Italia come sede dove svolgere la propria ricerca. Tra questi,un solo straniero mentre tra i 17 italiani che hanno vinto il grant, ben 10 hanno deciso di utilizzarlo in altri paesi. Il messaggio è forte e chiaro: l’Italia non è un paese per chi fa ricerca.
Il governo Letta può continuare nel solco delle classi dirigenti che hanno guidato il Paese nel Dopoguerra, mettendo la testa sotto sabbie e cemento e prestando attenzione quasi solo a chi ha rendite immobiliari da proteggere. Se, invece, vuole dedicare nella sua agenda anche un minimo di attenzione al futuro, deve prendersi la responsabilità di discernere ciò che ha potenziale di ricerca da ciò che è mero presidio di potere locale, distinguere chi vive per la ricerca, prima ancora che della ricerca, dalle baronie, evitando nel modo più assoluto di spargere a pioggia le poche risorse disponibili. La valutazione della ricerca completata dall’Anvur nel luglio scorso fornisce al governo il supporto per interventi selettivi di questo tipo. Il fatto importante è che la quota di finanziamenti attribuiti sulla base di queste valutazioni deve aumentare significativamente perché, con le regole attuali, si rischia di premiare proprio quegli atenei in cui un terzo dei docenti non ha pubblicato un saggio che sia uno nel giro di 7 anni. Bene anche concedere ai dipartimenti che dimostrano di fare davvero ricerca maggiore autonomia nel reclutamento, ad esempio permettendo loro di offrire abilitazioni con procedure d’ateneo, senza dover   necessariamente passare attraverso i concorsi nazionali. Un segnale importante di svolta si avrebbe anche emettendo un bando nazionale per assumere i migliori ricercatori (italiani o stranieri) che decidono di trasferirsi in Italia, con profili di eccellenza. Numeri piccoli, ma molto influenti per creare valore e lavoro. Le candidature dovranno essere proposte dalle università, e le decisioni prese da commissioni di settore cui partecipino scienziati di tutto il mondo, tranne quelli operanti in istituzioni universitarie italiane, per ovvi conflitti di interesse. È il modello delle Canada excellence chairs,replicato con successo in Catalogna con l’Icrea (www. icrea. cat). Anche nel mezzo della crisi, nel 2012, sono riusciti a reclutare 13 ricercatori di livello internazionale. Per cambiare registro dobbiamo rafforzare le aree in cui abbiamo già un ruolo non secondario nella ricerca mondiale. Una parte poco commentata del rapporto Anvur mostra che, nei confronti internazionali, soprattutto le scienze mediche, la fisica teorica e l’ingegneria industriale non sfigurano. Altrove bisogna ancora costruire quella massa critica che da noi non c’è. Ci vuole tempo per farlo. Se i rinvii per il governo sono una forma di assicurazione, per la ricerca hanno il sapore acro dell’addio.


  • Assunzioni, certificato addio

Va in soffitta l'attestazione di idoneità all'impiego

ItaliaOggi, del 03-09-2013, di Antimo Di Geronimo 

L'obbligo di presentare la certificazione sanitaria di idoneità all'impiego all'atto dell'assunzione è stato abolito dall'art. 42 del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69. Lo ha ricordato il ministero dell'istruzione con la prot. n. 1878 del 30 agosto 2013. Il provvedimento reca le istruzioni e le indicazioni operative per le supplenze, ma la cancellazione dell'obbligo vale anche per i docenti neoimmessi in ruolo.
L'amministrazione ha ricordato, inoltre, che la rinuncia alla nomina o l'abbandono del lavoro comporta sanzioni; il part time è previsto ma è soggetto ad alcune condizioni; la precedenza nella scelta della sede è anch'essa soggetta a limitazioni. Ecco qualche dettaglio in più.
La rinuncia
Gli aspiranti che all'atto della presentazione della proposta di lavoro dovessero rinunciarvi o dovessero risultare assenti, perderanno il diritto a ricevere ulteriori proposte derivanti dallo scorrimento della graduatoria a esaurimento della classe di concorso o posto di riferimento.
La supplenza
Qualora, dopo l'accettazione l'interessato non prenda servizio presso la scuola di riferimento, la sanzione prevista dall'ordinamento è la perdita della possibilità di ottenere proposte di lavoro sia dalle graduatorie a esaurimento che da quelle di istituto, limitatamente alla classe di concorso o al posto di riferimento. Per esempio, se un docente viene assunto sulla classe di concorso A043 e non si presenta a scuola ingiustificatamente, perde il diritto alla supplenza già ottenuta e decade anche dal diritto di riceverne altre dai dirigenti scolastici. Sempre però nella classe di concorso A043. Per le altre classi di concorso tutto resta come prima.
L'abbandono fa perdere tutto
Nel caso in cui il supplente prenda servizio e poi, senza giustificato motivo, dovesse ritenere di non andare più a scuola, oltre alla supplenza perderà il diritto a ricevere proposte di lavoro per tutte le classi di concorso o per tutti i posti per i quali risulta incluso sia nelle graduatorie a esaurimento che in quelle di istituto.
Le sanzioni per un anno
E' bene precisare che le sanzioni derivanti dalla rinuncia, dalla mancata presa di servizio e dall'abbandono del servizio valgono solo per la durata del corrente anno scolastico. Dal prossimo anno, dunque, gli interessati che sono stati sanzionati o lo saranno nel corso dell'anno, rientreranno nel pieno possesso di tutti i loro diritti. Sia per quanto riguarda le graduatorie a esaurimento che per le graduatorie di istituto.
Il part time
L'amministrazione ha ricordato, inoltre, che anche per le assunzioni a tempo determinato vige la facoltà, per l'interessato, di chiedere il part time. A questo proposito, il ministero ha chiarito che nel contratto bisognerà indicare anche l'articolazione dell'orario di lavoro. E in ogni caso l'adozione del tempo parziale dovrà garantire l'unicità del docente nei rispettivi insegnamenti.
Riservisti
Anche quest'anno l'amministrazione ha recepito il criterio di individuazione degli aventi titolo alla riserva dei posti indicato dalla Corte di cassazione. In particolare, il ministero ha ricordato che oltre agli invalidi, ne hanno titolo anche gli orfani per lavoro o le vittime del terrorismo. E sebbene rinviando ad altra normativa, ha chiarito che le assunzioni dei riservisti vanno effettuate senza tenere contro delle fasce, come se si trattasse di un'unica graduatoria.
Le precedenze
Per quanto concerne la precedenza nell'assegnazione della sede prevista dalla legge 104/92 per i portatori di handicap e chi li assiste, il ministero ha spiegato che i criteri da adottare sono diversi a seconda se si tratti di handicap personale o assistenza. Nel primo caso la precedenza assume rilievo su tutte le sedi disponibili. Nel caso degli assistenti, invece, il diritto di precedenza ha valore solo per il comune di residenza del disabile da assistere o, in mancanza, nel comune più vicino.
Ore eccedenti
Quanto agli spezzoni fino a 6 ore, il dicastero di viale Trastevere si è conformato alla prassi in uso, secondo la quale, tali spezzoni devono essere utilizzati dai dirigenti scolastici per garantire il completamento ai docenti in servizio nell'istituzione scolastica. E qualora non ve ne fosse bisogno dovranno essere proposti ai docenti interni a titolo di lavoro supplementare: prima agli insegnanti di ruolo e poi ai supplenti. Se anche in questo modo non sarà possibile individuare un docente interessato ad occuparsene, il dirigente dovrà scorrere la graduatoria di istituto e assegnare lo spezzone a supplenza. L'amministrazione ha chiarito che questa procedura vale solo per gli spezzoni che nascono tali già in organico. Per quelli che dovessero venire fuori da frazionamenti di cattedre dovuti a part time o altre operazioni, invece, bisognerà procedere direttamente con lo scorrimento della graduatoria di istituto così da assegnare la frazione di cattedra disponibile direttamente a supplenza.


  • Carrozza a caccia di 600 milioni

Decreto legge, cdm rinviato. Round sulle assunzioni

ItaliaOggi, del 03-09-2013, di Alessandra Ricciardi

È lievitato a circa 600 milioni di euro, dai 400 iniziali, il pacchetto scuola messo a punto dal ministro dell'istruzione, Maria Chiara Carrozza. E nel conto non rientra l'università, le cui misure allo studio dovrebbero finire in un decreto ad hoc, e neanche il piano triennale per le assunzioni degli insegnanti, già annunciato ma i cui oneri non sono stati ancora quantificati.
In attesa di definire i costi, e soprattutto di avere un riscontro sulle coperture da parte del Tesoro, il decreto legge per la scuola salterà un giro, si parla come prossima data papabile del 9 settembre, alla vigilia della riapertura di tutte le scuole. Sempre che il confronto con il ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni, si chiuda positivamente. Un risultato, questo, sul quale sono scettici gli stessi tecnici del ministero dell'istruzione che hanno scritto buona parte delle misure oggetto di esame. «Vanno stabilite le priorità, che devono essere il più possibile ad ampio impatto», dicono da Viale Trastevere.
In pole la misura della stabilizzazione dei docenti di sostegno su tutti i posti di organico: altre 27 mila assunzioni, costo stimato 100 milioni. Una misura molto attesa nella scuola che servirebbe anche a risolvere il problema del contenzioso con le famiglie dei ragazzi che richiedono maggiore presenza di docenti specializzati. È in discesa invece la quotazione della norma che autorizza i docenti con i requisiti per il pensionamento pre Fornero al 31 agosto 2012, e non al 31 dicembre 2011, ad andarsene in pensione: troppi i 200 milioni necessari per la copertura. Anche perché ci sono i docenti inidonei per motivi di salute, che la legge vorrebbe siano trasferiti, al di là di competenze e stato di salute, di forza tra gli Ata, ai quali dare una risposta. E poi c'è l'organico di rete, che da solo assorbe un altro centinaio di milioni di euro.
Forte il pressing politico e sindacale per il sì a un nuovo piano triennale di assunzioni a tempo indeterminato: servirebbe a recuperare i 14 mila posti su cui non si sono fatte immissioni in ruolo questo settembre e a coprire il resto del turn over del triennio: ma i costi? Il via libera a nuove assunzioni potrebbe calmare gli animi di una categoria che ha la prospettiva di avere gli stipendi bloccati per 7 anni e che vede un precariato record nel pubblico impiego: sono circa 107 mila i contratti di supplenza sottoscritti nel 2012/2013. E, al tempo stesso, darebbe una risposta di garanzia di continuità didattica a famiglie e studenti.
Trattative in corso poi per i candidati al concorso a dirigente della Lombardia, a cui il Consiglio di stato ha imposto la ricorrezione degli scritti: il decreto potrebbe prevedere, per la copertura delle scuole prive di dirigente titolare, incarichi assegnati a chi ha superato le sole prove preselettive. Si creerebbe però una situazione di fatto di dirigenza che potrebbe dare luogo, è il timore dei tecnici, alla richiesta di regolarizzazione, a dispetto del responso finale del concorso. La revisione generale delle prove di accesso alla dirigenza a questo punto sembra però inevitabile, dopo la messe di sentenze della giustizia amministrativa che hanno sanzionato, in lungo e in largo, i concorsi regionali.
Spuntano nel pacchetto scuola anche proposte di più ampio interesse come il welfare per gli studenti, con interventi a sostegno del diritto allo studio, dai trasporti all'acquisto dei libri che potrebbe essere sostituito dal comodato d'uso. Per favorire la formazione dei prof, invece, è all'esame un'intesa con il dicastero dei beni culturale per l'accesso gratuito ai musei.
Ritorna in ballo la misura delle scuole aperte anche di pomeriggio per contrastare la dispersione scolastica. Una misura che deve fare i conti con il maggior impegno dei docenti e del personale di vigilanza che già in passato ne ha frenato la realizzazione causa carenza di risorse. Ecco perché si potrebbe optare, se la coperta finanziaria dovesse risultare corta, per una nuova sperimentazione che riguardi i territori a più alta esposizione mafiosa.


  • Se un solo ispettore controlla 2.076 scuole

Lo spreco di 10mila istituti con meno di 50 alunni

Corriere della sera.it, del 02-09-2013, di Gian Antonio Stella

Un ispettore ogni 13 scuole in Gran Bretagna, uno ogni 22 scuole in Francia, uno ogni 2.076 scuole nel Lazio. Bastano tre numeri per capire quanto il nostro sistema scolastico sia fuori controllo e come l'autonomia sia stata vissuta come «tana libera tutti». Lo denuncia un dossier di Tuttoscuola. Che lancia sei idee per cambiare tutto. A partire dalla rottura del vecchio patto scellerato «ti pago poco, ti chiedo poco» per passare a un altro: «ti do di più, ti chiedo di più».Che l'autonomia sia una cosa seria non si discute. Anzi, gli esperti concordano nel ritenere che proprio un'ampia autonomia dovrebbe spingere le scuole a assumersi più responsabilità. Fino a essere costrette a migliorare la loro offerta agli studenti e alle famiglie per poter essere «competitive» in un mondo in cui il «pezzo di carta» di per sé è sempre meno importante.
Il guaio è che la concessione di un'autonomia sempre più larga a partire da 2000 col riconoscimento anche della parità alle «non statali», denuncia Tuttoscuola, doveva essere parallela a un aumento dei controlli. È successo il contrario. «Prima» c'erano in organico 695 «ispettori», oggi 301. Solo sulla carta, però. In realtà, a causa di circa 200 vuoti, sono solo un centinaio: «In intere regioni, con centinaia di istituzioni scolastiche e migliaia di insegnanti, opera a volte un solo ispettore».
Come nel Lazio, appunto, dove il poveretto, contando non solo gli istituti centrali ma anche le «dependance», dovrebbe vigilare su 4.603 scuole. E poi ci sono due ispettori a disposizione dell'ufficio scolastico regionale in Piemonte, uno in Liguria, uno nelle Marche, neppure uno in Toscana. Zero carbonella. C'è chi dirà che si possono sempre inviare per un'ispezione dei dirigenti scolastici investiti volta per volta del ruolo. Sarà...
Restano i buchi, però. Aggravati dai tempi biblici con cui è stato avviato il rammendo: «Il concorso per reclutare nuovi dirigenti tecnici (con funzioni ispettive) è stato bandito quasi sei anni fa per coprire 144 posti vacanti, ma si è concluso solo nella primavera di quest'anno con circa 70 vincitori, che però non sono stati ancora nominati. Si parla della prossima primavera... E nel frattempo sono diventati vacanti per pensionamento altre decine di posti». Non bastasse, quel concorso ha avuto una grandinata di ricorsi per il sospetto che abbiano vinto «amici degli amici». Auguri.
Una domanda emerge angosciante dalla lettura del dossier, che ricorda storture inaccettabili sui deficit di qualità e di equità («come spiegare che a Milano solo un maturando su 381 è valutato meritevole di lode, e a Crotone uno ogni 35?») e la necessità di una dura lotta all'abbandono scolastico. Quanto potremo resistere tra i Grandi con il 65% degli italiani tra i 16 e i 65 anni con livelli di «competenze funzionali effettive» valutate «fragili» o addirittura «debolissime»?
Mentre sta rimettendosi a girare il pianeta scolastico, al quale Corriere.it dedicherà un «Canale Scuola» quotidiano, la rivista di Giovanni Vinciguerra lancia, accanto alle denunce, sei idee «un po' rivoluzionarie» per cambiare «una scuola dove si è sballottati da una sede a un'altra, dove è riservato lo stesso trattamento a chi lavora duro e con passione e a chi ha la testa altrove, dove si guadagna tutti una miseria» e «dove la carta igienica e quella per le fotocopie le portano i genitori».
Primo: basta con le scuole «chiuse agli studenti per molte ore al giorno durante i periodi di lezione e per mesi interi al di fuori». È uno «spreco enorme». Gli spazi scolastici potrebbero restare aperti al pomeriggio e anche fino a fine luglio per offrire agli studenti «servizi aggiuntivi» che oggi le famiglie pagano ai privati: dalle lezioni di musica ai «summer camp», dai corsi di lingue alla ginnastica artistica. Organizzandoli in proprio, grazie ai dipendenti che ne ricaverebbero più soldi in busta paga, o affidandoli a privati dietro precise garanzie. Certo, occorrono elasticità e fantasia, ma non solo le scuole potrebbero ricavarne fondi da reinvestire ma «si sbroglierebbe anche l'inaccettabile matassa dei precari».
Secondo: per recuperare risorse servono tagli «chirurgici». Esempio? Ci sono 10mila «microscuole» primarie con meno di 50 alunni, «che costano in termini di personale il doppio delle altre (fino a 8 mila euro per alunno, contro i 3.500 euro di una scuola standard con 100 alunni)». Guai a toccare quelle in montagna e nelle piccole isole: sono sacre, anche a costo di rimetterci. Ma tantissime «sono lì spesso per motivi di campanile». I risparmi sarebbero «reinvestiti in spesa "buona", a partire da edilizia, banda larga, laboratori, palestre».
Terzo: occorre «liberare e premiare le energie degli insegnanti. Sono loro che "fanno" la scuola. Certo, guadagnano poco. Il 10-15% in meno della media dei colleghi europei. Ma riallineare la retribuzione per tutti costerebbe oltre 3 miliardi di euro l'anno. Troppo per l'Italia di questi anni». Ma «allora concentriamo le risorse e gli sforzi per premiare chi vuole dare di più» rompendo con «la carriera dei docenti legata solo all'anzianità di servizio».
Quarto: guerra agli abbandoni con «corsi di recupero obbligatori e sistemi di incentivi e disincentivi d'intesa con le famiglie. Per esempio: se non hai concluso l'obbligo scolastico non puoi comprare/guidare il motorino o partecipare a programmi sportivi del Coni». Perché non possiamo più permetterci di avere «il 20% dei nostri 18-24enni in possesso al massimo della licenza media».
Quinto: più autonomia, ma anche più controlli, più trasparenza nei conti e «una rigorosa valutazione dei risultati» che premino le scuole virtuose e si spingano con quelle che non raggiungono determinati standard «fino alla chiusura», come accade in America.
Sesto: «digitalizzazione delle scuole (per tutti)». Non è accettabile che l'Italia abbia in totale solo 14 scuole statali «2.0», cioè digitalizzate, su oltre 9.000. Né che ci siano soltanto, citiamo il Rapporto «Review of the Italian Strategy for Digital Schools» voluto da Francesco Profumo, 6 Pc ogni 100 studenti contro i 16 europei e il 6% delle scuole altamente digitalizzate contro il 37% del resto d'Europa. Insomma, «la scuola digitale può offrire un grande contributo al cambiamento del Paese, ed è un treno che non può essere perso».


  • Scuola, come si formano gli insegnanti

L’Unità del 02-09-2013, di Giunio Luzzatto

OPPORTUNAMENTE, MILA SPICOLA (L'UNITÀ DI SABATO 31 AGOSTO) DENUNCIA IL PESSIMO SISTEMA (ANZI, NON-SISTEMA) DI FORMAZIONE (SI FA PER DIRE) E DI RECLUTAMENTO DEGLI INSEGNANTI IN ITALIA, e formula numerosi drammatici interrogativi: «è possibile chiedere un percorso formativo universitario unico, con uno zoccolo di aree disciplinari funzionali alla docenza obbligatorie e una divaricazione poi a seconda delle discipline e dei cicli?»; e ancora «È possibile chiedere... una selezione meno "all'italiana"? ... Evitare le bolge attuali di precari, classi di concorso, precari di un tipo e altri di un altro tipo, provenienti da Tfa, o dal concorso, o dalle Gae, o dalla Sissis, o ... ». Si tratta, ovviamente, di domande retoriche: nessuno sosterrebbe che questo caos va bene così. Anche la conclusione di Mila Specola è un interrogativo: «Un sistema selettivo tra i peggiori al mondo. Chi ne ha la colpa? Chi dovrebbe sistemare la faccenda?». È importante provare a dare una risposta; troppo spesso, infatti, i guai di questo Paese vengono deplorati senza individuare cause e responsabili, come se si trattasse di difetti genetici del Dna nazionale (ipotesi quasi razzistica) o comunque di una maledizione divina (ipotesi blasfema, per i credenti). Le colpe maggiori, senza dubbio alcuno, sono dell'area conservatrice del Paese; «conservatrice » in senso culturale oltre che politico. Domina tuttora, in ambienti cui viene fornito ampio spazio sui media, la vecchia mentalità gentiliana che a livello secondario (non parliamo poi di quello universitario) contesta l'idea stessa di una specifica professionalità docente, con lo slogan «chi sa bene sa anche insegnare»; da ciò, l'insistenza su curricula formativi totalmente spostati verso i contenuti disciplinari (per l'università, verso la ricerca), e comprendenti solo marginalmente le tematiche pedagogico-didattiche. Il lungo dominio della Dc nel governo del Paese, e in particolare dell'Istruzione dello stesso (Pubblica, ma non troppo... ), si è svolto su tale linea, che era diversa solamente per la scuola primaria; a coloro che rivolgeranno l'insegnamento ai bambini piccoli, e solo a loro, la pedagogia serve, veniva riconosciuto, anzi, l'insegnamento a loro diretto costituisce addirittura una «vocazione» (e si difese tenacemente l'Istituto Magistrale, cioè l'obbligo di una scelta precoce per chi intendeva dedicarsi a tale attività). La sinistra si batté a lungo contro questi schemi; basti ricordare le battaglie di uomini come Gaetano Salvemini in epoca giolittiana e come Tristano Codignola e Aldo Visalberghi in periodo repubblicano. È troppo comodo, però, dar sempre le colpe agli altri. Anche dalla parte «nostra» i limiti sono stati forti; non è un caso che i personaggi sopra ricordati sono stati spesso considerati come eretici rispetto alla ortodossia del verbo socialista. In termini più direttamente politici, va poi ricordato che non vi è stata alcuna continuità, né condivisione, nello sviluppo di strategie coerenti: vi sono stati ministri che le hanno impostate, ma sono state considerate loro scelte individuali, presto smentite dai successori o dai colleghi. E, demagogicamente, la tutela dei legittimi interessi particolari di «precari» già presenti, e ben organizzati, ha sempre prevalso sulla difesa dell'interesse generale, che richiederebbe non solo di non togliere opportunità ai nuovi laureati (ovviamente non ancora presenti, e perciò non organizzati), ma soprattutto di assumere i docenti guardando al bene degli studenti, sulla esclusiva base del merito dei candidati, in funzione della qualità dell'insegnamento. Per citare momenti recenti: Luigi Berlinguer stabilì nel 1999, in occasione di una legge che in via immediata era anche una «sanatoria» (ogni volta, si affermava solennemente che si trattava dell'ultima... ), che ogni tre anni ci sarebbe stato un regolare concorso; nonostante periodi governativi anche di centrosinistra, ciò non avvenne però fino alla gestione Profumo del 2011, e conseguentemente il precariato si è sempre più esteso. Inoltre, nel corso dell'ultimo governo Prodi vi fu un tentativo (l'unico, nell'intera vita della Repubblica) di connettere, come giustamente auspica Spicola e come avviene in tutti i Paesi culturalmente avanzati, la formazione degli insegnanti con il loro reclutamento; tale progetto, redatto da una commissione presieduta dal Sottosegretario Modica per l'Università e dalla vice-Ministro Bastico per l'Istruzione, fu però bloccato dal ministro Fioroni (e insufficientemente sostenuto dal ministro Mussi), col risultato di lasciare campo libero al successivo intervento Gelmini (il Tfa, criticabilissimo sia in sé sia perché totalmente scisso dal reclutamento). Come dicevamo all'inizio, occorre andare oltre le pur sacrosante denunce. La risposte, cioè le soluzioni, ci sono, e le forze di progresso del Paese devono perseguirle con impegno, cercando anche di comprendere il perché degli insuccessi del passato.


  • Sette mosse che fanno scuola

Assunzioni di docenti e Ata In arrivo il piano triennale del personale, si parte con almeno 44mila stabilizzazioni. Il braccio di ferro con l'Economia Si tratta per far andare in pensione con le vecchie regole 5-6mila persone

Il Sole 24 Ore, del 02-09-2013, di Claudio Tucci

Aumento delle risorse per il fondo di funzionamento ordinario delle scuole (da attuare magari gradualmente nei prossimi anni). Proroga del piano triennale di assunzioni di docenti e Ata (cioè, gli amministrativi), per coprire il fabbisogno di personale dall'anno scolastico 2014/2015 all'anno scolastico 2016/2017 (dove si stima, per effetto della legge Monti-Fornero, un turnover totale di 44mila posti). In più, un intervento sul decreto Profumo sui libri digitali, per rivedere tempi e modi di adozione dei testi in formato digitale, ma anche i tetti di spesa; e norme ad hoc per alleviare gli esborsi delle famiglie per il corredo librario. Inizia a prendere forma il decreto sulla scuola annunciato da Maria Chiara Carrozza, che dovrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri lunedì 9 settembre, e comunque prima dell'avvio del nuovo anno scolastico. E se il ministro parla di «provvedimento rivolto essenzialmente a studenti e famiglie» (invitando però a non avere «aspettative troppo elevate»), dalle primissime bozze di misure allo studio dei tecnici del ministero di Viale Trastevere si profilano anche interventi, di peso, sul potenziamento dell'autonomia scolastica e sul personale (soprattutto precario). Sul primo punto, «si lavora per innalzare la quota di funzionamento ordinario delle scuole, puntando a incrementarlo del 15-2o%», spiega il capo dipartimento dell'Istruzione, Luciano Chiappetta. La situazione oggi del budget per il funzionamento regolare degli istituti è piuttosto variegata: si passa da una punta di19-20 euro a studente in alcune zone, a valori più modesti di 9 euro a studente, in altre. Se la misura passerà il vaglio finanziario (che si sta trattando con l'Economia) la quota di 19-20 euro si alzerebbe a 23-24 euro; e quella di 9 curo passerebbe a poco più di n euro. «Una decisa inversione di tendenza - sottolinea Chiappetta - a tutto vantaggio del buon funzionamento degli istituti». Tra le ipotesi per coprire questo aumento di spesa ci sono le economie derivanti dai nuovi appalti per il servizio di pulizia delle scuole. Il braccio dì ferro con Via XX Settembre è anche sul fronte del personale. A partire dal piano triennale di nuove assunzioni. Qui si discute dei posti dì diritto in più da attribuire al sostegno e degli altri posti (da coprire con nuovi assunzioni) che si formerebbero mettendo insieme gli spezzoni orari (le ore eccedenti l'orario normale di cattedra). Lo sblocco di queste due questioni potrebbe far salire ancor di più il numero di stabilizzazioni fino al 2o16/2017, oltre le già conteggiate 44mila (che coprono il turnover). Nel decreto Carrozza troverebbe spazio, ma riformulata, la norma "salva presidi", per superare l'impasse, in alcune regioni (soprattutto Lombardia), dovuto all'annullamento dei giudici del concorso presidi 2011. L'obiettivo è confezionare una norma immune da possibili nuovi contenziosi. In forse (anche qui c'è da convincere Fabrizio Saccomanni) c'è pure la questione dei docenti inidonei all'insegnamento che la spending review n. 95 declassa ad Ata (norma tuttavia ancora non attuata). Il Miur punta a evitare il "declassamento", che sbloccherebbe anche la mancata immissione in ruolo quest'anno di 3.730 Ata (ritenuta non necessaria dal Mef in caso di transito nei ruoli amministrativi di questi circa 3.500 prof inidonei). Più difficile è l'ok del Tesoro sulla norma su «Quota 96», per consentire a circa 5-6mila unità di andare in pensione con le regole pre Monti- Fornero. Sarebbe una misura troppo costosa. Novità invece potrebbero arrivare sul fronte Its, con all'orizzonte possibili nuovi finanziamenti. «Già oggi sono previsti13 milioni nel triennio. Puntiamo a incrementarli ulteriormente - sottolinea il direttore generale per gli ordinamenti e l'autonomia scolastica, Carmela Palumbo - e legare poi la distribuzione delle risorse a un monitoraggio, che guardi anche agli esiti occupazionali dei ragazzi». In cantiere c'è pure la norma che fa scendere aut anni la possibilità di entrare nei percorsi di alternanza scuola-lavoro. Una norma su cui preme il sottosegretario, Gabriele Toccafondi: «Aiuta i ragazzi ad avere un primo approccio con il mondo delle imprese; e anche a recuperare l'abbandono scolastico».


  • Piano su mutui e affitti, assunzioni nella scuola

Pronto un decreto da 5 miliardi per rilanciare il settore. Aumentati gli insegnanti di sostegno

la Repubblica.it, del 28-08-2013, di Salvo Intravaia e Roberto Mania

ROMA

— Un piano da quasi 5 miliardi di euro per provare a rilanciare il mercato della casa. Il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, potrebbe presentarlo già oggi al Consiglio dei ministri. Un decreto per favorire l’acquisto della prima casa per le giovani coppie under 35, insieme ad alcune misure per sostenere il pagamento degli affitti da parte delle famiglie più svantaggiate. Mentre sarà un prossimo Consiglio dei ministri (probabilmente quello del 3 settembre) a varare un “pacchetto scuola”: allargamento dell’organico relativo agli insegnanti di sostegno, soluzione alla questione dei docenti inidonei e una norma salva-presidenze.
I tecnici del ministero delle Infrastrutture lavoreranno tutta questa mattina per inviare il piano casa all’esame del Consiglio dei ministri del pomeriggio. Nel piano sarà decisivo il ruolo che giocherà la Cassa depositi e prestiti. Perché una delle principali ragioni che ha portato al blocco della compravendita di immobili (Nomisma stima che il 2013 terminerà con un ulteriore calo del 6 per cento delle attività) c’è la chiusura dei rubinetti da parte delle banche per l’erogazione dei mutui. L’Ance, l’associazione dei costruttori, ha calcolato un crollo del 63,5 per cento nell’ultimo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2011. Le banche non concedono i mutui e quando lo fanno richiedono super-garanzie e impongono requisiti rigidissimi fino a chiedere il pagamento di circa il 40 per cento del valore dell’immobile. Prima della crisi la percentuale si fermava intorno al 15. Gelata, dunque, nel mercato dell’abitazione, con centinaia di migliaia di posti di lavoro che sono saltati e aziende che non alzano più la saracinesca. Ma senza la ripartenza dell’edilizia è difficile immaginare che il nostro Pil possa rivedere davanti il segno più.
Gli istituti di credito non concedono più i mutui a soggetti che non siano iper solvibili. Non rischiano più, anche per via dei vincoli europei. Ma a garantire indirettamente l’affidabilità delle giovani coppie (o anche dei single) ci sarà, appunto, nel piano del ministro Lupi, che riprende un progetto già abbozzato dal suo predecessore, Corrado Passera, la Cdp. Dopo alcune resistenze hanno accettato questa impostazione sia l’associazione dei banchieri (il cambio della guardia alla presidenza con Antonio Patuelli, proveniente dalle file dei piccoli banchieri, è stato decisivo) sia il titolare dell’Economia, Maurizio Saccomanni.
E il meccanismo dovrebbe essere il seguente: gli istituti di credito — un po’ come ai tempi delle cartelle fondiarie che negli anni Sessanta contribuirono al boom economico — emetteranno obbligazioni per erogare i mutui, garantite dalla Cassa depositi e prestiti, in sostanza dallo Stato.
Slitta alla prossima settimana invece il pacchetto scuola che è stato stralciato dal decreto D’Alia sulla Pubblica amministrazione. Dovrebbe esserci l’incremento degli insegnanti di sostegno, da tempo una richiesta delle famiglie degli alunni disabili. L’attuale organico di diritto è composto da 63mila docenti in pianta stabile più 38mila supplenti che cambiano
ogni anno scuola e alunno. Il decreto dovrebbe innalzare da 63mila a 79-81mila la quota di organico di diritto per dare stabilità ad uno dei settori più delicati della scuola. Un’altra misura dovrebbe riguardare l’ormai annosa questione dei tremila docenti inidonei per motivi di salute che il governo ha retrocesso al rango di assistente di laboratorio e assistente amministrativo, bloccando le assunzioni in questi due profili. Il decreto dovrebbe riportare in biblioteca i tremila inidonei e sbloccare l’assunzione di 3.200 unità di personale non docente. C’è infine la grana delle reggenze. In Lombardia, quest’anno, per l’annullamento del concorso a preside bandito nel 2011 da parte dei giudici ammini-strativi, 473 presidenze — il 41 per cento — saranno assegnate ad altrettanti capi d’istituto reggenti: che guidano già un’altra scuola. Una situazione che appare insostenibile e per la quale il governo sta cercando una soluzione.


  • Critiche dai sindacati “Troppi esclusi”

Lasciati fuori interinali e co.co.co.

La Stampa.it, del 28-08-2013, di [R. I.]

ROMA

«Inaccettabile» è la parola ricorrente, nelle dichiarazioni affidate alle agenzie di stampa. E a pronunciarla, con toni minacciosi e annunci di «battaglie», sono tutti quei sindacati - soprattutto la Cgil e le organizzazioni di base - che si sono messe a leggere nelle pieghe del decreto sui precari della pubblica amministrazione e hanno scovato «sacche» di trascuratezza, con categorie intere escluse dal beneficio dell’inquadramento. Ad alzare la voce è soprattutto il Nidil-Cgil, il sindacato che raccoglie i lavoratori atipici (precari per eccellenza) e che lamenta l’esclusione dei «lavoratori in somministrazione (ex interinali) e dei co.co.co.». Di «beffa» parla, invece l’Unione sindacale di base (Ubs) specialmente per i ricercatori e critica la norma che prevede la possibilità di bandire concorsi pubblici a titoli ed esami con la riserva del 50% dei posti per i lavoratori che abbiano maturato almeno tre anni di contratti a tempo determinato, lasciando fuori gli altri. Anche un sindacato strutturato e forte come Flc-Cgil (l’ex Cgil scuola) è critico con il provvedimento e per le stesse ragioni: «A fronte della grande enfasi posta dal presidente del Consiglio sulla necessità di una selezione - dice il segretario Mimmo Pantaleo - è inaccettabile che si costringono i precari di università e ricerca a un ennesimo concorso anche laddove hanno già superato prove concorsuali ed esistendo strumenti contrattuali di tenure track (cioè i titoli acquisiti che giustificano al riconferma di un ricercatore, ndr) che dovrebbero essere esigibili». Quanto al Codacons, che privilegia la via delle carte bollate, il decreto lascia fuori dalla stabilizzazione decine di migliaia di precari della scuola. «Scegliere i “migliori” tra coloro che hanno avuto un contratto a tempo determinato, vuol dire dimenticare e ignorare i precari storici della scuola che, nonostante le numerose sentenze dei Tar, non hanno avuto riconosciuto il diritto al ruolo».


  • Perché la cultura disturba i manager

la Repubblica.it, del 28-08-2013, di Chiara Saraceno

Nell’Italia dei paradossi ci siamo spesso sentiti dire, da datori di lavoro e ministri, che una delle cause della disoccupazione giovanile è il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, unita alla scarsa disponibilità per i lavori manuali. Le storie raccontate qui offrono un’altra prospettiva: pur di lavorare, molti giovani laureati sarebbero disposti anche a fare lavori ampiamente al di sotto delle proprie competenze. Ma per essere presi in considerazione devono nascondere di avere studiato. In un mercato del lavoro come quello italiano, ove la domanda di lavoro qualificato è contenuta e gran parte di proprietari e manager non ha la laurea, un lavoratore italiano sovraqualificato è un potenziale pericolo. Non tanto perché potrebbe andarsene presto (vista la propensione dei datori di lavoro per i contratti a termine e l’assenza di investimenti negli occupati con le mansioni più basse, questa sembra proprio una preoccupazione risibile).E neppure perché si tratterebbe di uno spreco sociale. Piuttosto, perché con le loro aspirazioni e la loro cultura potrebbero creare disturbo in organizzazioni del lavoro e sistemi produttivi incapaci di innovare e immobili.
In altri termini, la disoccupazione e sotto-occupazione dei laureati in Italia è dovuta alla scarsità della domanda in un sistema produttivo e amministrativo che — anche nel settore pubblico ed anche ai livelli medio alti del management — è largamente controllato da persone con livelli di istruzione medio-bassa, poco capaci di valorizzare e investire nel capitale umano. Ne vediamo i risultati sul piano della scarsa efficienza della nostra pubblica amministrazione e nella ridotta competitività di larga parte delle nostre aziende.
La scoraggiante esperienza dei laureati che, per lavorare, devono presentare un profilo più dimesso, meno qualificato, tuttavia, non deve indurre a generalizzazioni. In primo luogo, è una esperienza che, non solo da oggi, riguarda più le donne degli uomini, in base all’idea, condivisa da molti datori di lavoro, che le donne vadano tenute ai gradini più bassi della scala occupazionale. In secondo luogo, riguarda più alcune lauree — giuridiche, psicologiche, letterarie e geo-biologiche — di altre. Si tratta, per altro, di quelle più femminilizzate. In questo caso si può parlare di forme di mismatch, non rispetto ai lavori poco qualificati, ma a quelli qualificati richiesti dal mercato. Anche se la sotto-occupazione dei geologi e dei biologi in un Paese in cui ogni pioggia minaccia un disastro ecologico e in cui ci sono elevati rischi di inquinamento ambientale interroga più la domanda che non l’offerta di lavoro. Interroga più in generale l’insipienza di un Paese che spreca le proprie risorse vivendo alla giornata senza alcuna preoccupazione per il futuro. Analogamente, lo stato di abbandono e sotto-valorizzazione in cui si trovano i beni culturali suggerisce che ci saranno, forse, troppi laureati in lettere, ma ci sarebbe bisogno di un’iniezione di professionisti di vario tipo per la manutenzione e la valorizzazione del patrimonio artistico. Infine, nonostante dal 2008 il vantaggio si sia ridotto sensibilmente, i laureati continuano a trovare più facilmente lavoro — anche se non sempre aderente alla loro preparazione — dei non laureati e a guadagnare di più nel mediolungo periodo. In altri termini, sono svantaggiati nel mercato del lavoro poco qualificato, dove devono nascondere di avere una laurea. Ma continuano a godere di vantaggi nel mercato del lavoro nel suo complesso, per quanto questo sia asfittico, non molto qualificato e premi più i titoli formali che non le competenze ed esperienze specifiche.
È certo umiliante dover nascondere di aver studiato per poter fare un lavoro che non richiede qualifiche. Mi sembra tuttavia più scoraggiante doversi adattare a fare lavori poco qualificati nonostante anni di impegno nello studio. Non si tratta di essere choosy, ma di non sprecare risorse individuali, e anche collettive. Tanto più che in Italia, Paese in cui l’origine tende anche a diventare un destino, avere un curriculum professionale non standard, non “coerente”, non è considerato un possibile vantaggio, il segno di capacità di iniziativa, di ricerca di autonomia, di voglia di apprendimento extracurriculare. Al contrario, dopo aver dovuto nascondere di avere una laurea per essere assunto come operaio o addetto ad un call center, ci si può trovare nella necessità di dover nascondere di aver fatto questi lavori per poter essere presi in considerazione per un lavoro “da laureato”.


  • Grande fuga dei presidi rinunciano per stress

C’è una situazione di incertezza totale nella scuola e si scarica tutto sui dirigenti - sostiene Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil

Il Messaggero, del 27-08-2013, di Alessia Camplone

IL CASO

ROMA Sono manager. Le scuole le loro aziende. Hanno pesanti responsabilità. Devono fare i conti ogni giorno con risorse sempre più limitate, con personale ridotto all’osso, con genitori sempre più esigenti. Devono saper leggere i bilanci e conoscere il linguaggio giuridico, pensare alla didattica e progettare percorsi di studio. Insegnanti, ma anche contabili e soprattutto burocrati. Sono i dirigenti scolastici, i “Ds” come li chiamano nelle aule, i presidi come venivano chiamati prima della riforma dell’autonomia scolastica, che li impegna con nuove responsabilità amministrative, giuridiche e non solo didattiche.

IL CONCORSO

Fino a qualche anno fa un lavoro ambito. Troppo pesante ora. E c’è chi inizia a lasciare. Nonostante la tanta fatica fatta per arrivare a guidare una scuola. Un fenomeno che sta crescendo. In tanti preferiscono tornare a fare i prof. Solo per fare qualche esempio, in Umbria l’anno scorso hanno rinunciato in tre. Nel Lazio due. Altri due in Piemonte. Tutti giovani, appena immessi in ruolo con l’ultimo concorso del 2011. «C’è una situazione di incertezza totale nella scuola e si scarica tutto sui dirigenti - sostiene Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil -. Il problema è che i presidi si sono trasformati da organizzatori didattici a cardinali amministrativi». «Quando abbiamo chiesto ai due dirigenti del Lazio perché lasciavano – racconta Mario Rusconi, vice presidente nazionale dell’Associazione nazionale dei presidi, l’Anp - ci hanno risposto che si sentivano abbandonati dall’amministrazione, pressati dai sindacati interni e dagli enti locali che non davano ascolto alle loro esigenze».

BUSTA PAGA

Il vantaggio economico, poi, non sembra sufficiente. Un preside guadagna circa seicento euro in più rispetto allo stipendio dei docenti. In media 2.600 euro netti al mese con una scuola dai 1.200 alunni in su. Un insegnante delle scuole superiori di 50 anni percepisce sui 2.000 euro. Ma le responsabilità sono molte di meno, e l’orario di lavoro è più leggero. E avere le scuole in reggenza, ossia avere in affidamento gli istituti senza dirigente, moltiplica le responsabilità ma non il salario che cresce solo di qualche centinaio di euro. La Disal, l’altra associazione di categoria dei dirigenti di scuola, in questi giorni ha invitato i presidi a fare “obiezione di coscienza” e a rifiutare di guidare altre scuole oltre la propria.

LE ASSUNZIONI

Il riferimento è soprattutto alla Lombardia. Perché le assunzioni in ruolo sono bloccate per via delle vicende giudiziarie che hanno fermato il concorso da Ds e anche quest’anno dovrebbero andare in reggenza ben 424 scuole. La Lombardia è una delle cinque regioni dove il concorso è bloccato e le assunzioni anche.

Un ruolo difficile quello dei presidi. E che richiede talento. Le capacità possono fare la differenza: lo conferma uno studio della Fondazione Agnelli e dell’Università di Cagliari. Per ogni punto in più di “abilità manageriali” del dirigente, è stato riscontrato che diminuiscono del 3% gli alunni che ripetono l’anno. Mentre nei test Invalsi i risultati degli studenti con i Ds “migliori” sono in media più alti di 2,2 punti. Ma la stessa ricerca conferma che le capacità gestionali dei nuovi presidi prima e dopo la riforma crescono. E in fondo molti chiedono, per essere soddisfatti, solo qualche frustrazione in meno e qualche risorsa in più.


  • A rischio l'attività di laboratorio negli istituti tecnici

Dal Mef stop a 3.370 Ata

Il Sole 24 Ore, del 26-08-2013, di Claudio Tucci

Il ministero dell'Economia blocca le assunzioni per il prossimo anno scolastico, il 2013-2014, di 3.730 unità di personale tecnico-amministrativo (gli Ata); e così a settembre si mettono a rischio le attività di laboratorio nelle scuole, soprattutto negli istituti tecnici. Una questione delicata; e connessa alla sorte dei circa 3.500 docenti inidonei all'insegnamento che dovrebbero transitare nei ruoli amministrativi, come previsto dalla spending review n. 95 del 2012. Questa norma, tuttavia, non è ancora stata attuata (e in parlamento ci sono anche proposte per cassarla). Ma finché è vigente e rimane "appesa" la sorte di questi prof il ministero dell'Economia non indietreggia, e tiene congelate le immissioni in ruolo del personale amministrativo (in ballo ci sono risparmi per l'Erario nell'ordine di centinaia di milioni di euro per effetto, appunto, delle mancate stabilizzazioni di nuovi Ata). Il piano di riduzione del personale amministrativo voluto dall'ex ministro, Giulio Tremonti, per contenere il numero di bidelli (in Italia si era arrivati alla cifra record di 250mila, ben 5 volte i bidelli delle scuole tedesche) è stato portato avanti con il meccanismo dei tagli lineari, che ha fmito per penalizzare anche i tecnici di laboratorio, che negli ultimi anni si sono più che dimezzati (gli Ata infatti sono composti da bidelli, personale di segreteria, ma anche, appunto, tecnici di laboratorio). I sindacati protestano; e il ministero dell'Istruzione sta trattando con il Mef possibili soluzioni, visto che i docenti dichiarati inidonei vengono comunque pagati, ma senza di fatto lavorare. I primi di agosto, dopo quasi un anno di trattativa, si è sbloccata la questione relativa alle nomine in molo 2012/2013 del personale Ata, con le autorizzazioni per le assunzioni di 5.336 unità (i contratti a tempo indeterminato avranno decorrenza giuridica dall'anno scolastico 2012/2013, mentre la decorrenza economica partirà dal nuovo anno scolastico, il 2013/2014). Ma anche questo nuovo contingente di assunzioni non risolve il problema nelle scuole, «visto che copre solo in parte il turn-over dello scorso anno», sottolinea Antonino Petrolino, della direzione nazionale dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Ci sono casi in cui sono i presidi ad aprire i laboratori (in assenza dei tecnici): «E la didattica ne risente visto che sarà quasi impossibile procedere a esercitazioni pratiche, non essendoci nessuno in grado di utilizzare i materiali». A spingere per una rapida soluzione per il personale Ata è anche il sindacato: «Lo stop alle immissioni in ruolo per il 2013/2014 dice il leader della Uil Scuola, Massimo Di Menna è un modo ottuso di procedere perché contemporaneamente si abbassa la qualità dell'offerta formativa, specie negli istituti tecnici e professionali, e si ricorre a un rapporto di lavoro precario. La questione va sbloccata, e per il futuro, occorre garantire un tecnico per ogni scuola».


  • Scuola, assunzioni a metà. Mancano le graduatorie

Solo 3.200 docenti del «concorsone» entreranno in ruolo

Corriere della sera.it, del 25-08-2013, di Valentina Santarpia

ROMA — Solo meno della metà delle graduatorie del «Concorsone» è definitiva: a sette giorni dal termine ultimo stabilito perché i nuovi docenti entrino in ruolo per l'anno scolastico 2013-2014, le commissioni regionali ancora arrancano: a rivelarlo è il monitoraggio che, giorno per giorno, sta effettuando Orizzontescuola.it sulla base dei dati degli uffici scolastici regionali. Ad oggi, esclusivamente le province autonome di Bolzano e Trento e la Valle d'Aosta hanno le graduatorie finali, mentre Lazio e Toscana hanno gettato la spugna. La regione Lazio ha comunicato, il 21 agosto, che «non sarà in grado di pubblicare alcuna graduatoria definitiva entro il 31 agosto», mentre la Toscana ha specificato che potrà fornire i vincitori solo per tre classi di concorso. E ci sono molte altre Regioni, come la Campania o l'Emilia Romagna, che hanno fino ad ora graduatorie provvisorie in tutte le categorie. In base ad una prima stima, questo significa che appena 3200 vincitori del nuovo concorso potranno realisticamente prendere servizio: non solo perché in molti casi le procedure per le prove orali sono state rallentate oltre misura, complici le fughe dei commissari. Ma anche perché in molte classi di concorso ci sono meno posti disponibili rispetto alle stime.
Il ministero dell'Istruzione assicura: il 75% delle procedure si concluderà entro il 31 agosto, e tutti gli altri docenti abilitati entro il 15 ottobre entreranno in servizio il prossimo anno scolastico, 2014-2015, oppure quello successivo, 2015-2016. Ma l'Anief, il sindacato dei precari della scuola, non ci sta: e annuncia un ricorso al Tar del Lazio per contestare la validità pluriennale delle graduatorie del concorso a cattedra. Secondo il segretario, Marcello Pacifico, il bando sarebbe «illegittimo perché ha violato il testo unico sulla scuola», che prevede che i concorsi diano immediato accesso ai posti vacanti. Ma questo è un altro capitolo spinoso: perché, come rileva sempre l'Anief, le cattedre disponibili non sono quelle previste un anno fa, quando è stato bandito il concorsone per 11.524 docenti perché ne mancano 2032 all'appello.
Chi andrà quindi a ricoprire quelle 11.268 assunzioni autorizzate venerdì dal Consiglio dei ministri? Si pescherà per il 50% dalle graduatorie ad esaurimento e, per la restante metà, dal concorso, ma visto che per il 1° settembre non ci saranno abbastanza vincitori ufficiali da coprire 5634 posizioni, si attingerà alla vecchia graduatoria del concorso del ‘99. Con la desolante conseguenza che quello che l'ex ministro Francesco Profumo immaginava come uno strumento per svecchiare la scuola, il primo concorso pubblico dopo 13 anni, rischia di partorire l'ennesimo compromesso burocratico all'italiana. Senza parlare della questione degli Ausiliari tecnici amministrativi della scuola, gli Ata, un altro nodo spinoso che il nuovo ministro Maria Chiara Carrozza dovrà affrontare nel decreto scuola annunciato per settembre: sono infatti state sospese per ora le 3730 immissioni in ruolo richieste, in attesa dei chiarimenti del Tesoro.


  • Il naufragio del Concorsone

Il grande concorso della scuola naufraga sugli scogli della macchina burocratica

Corriere della sera.it, del 25-08-2013, di Paolo Conti

Il grande concorso della scuola naufraga sugli scogli della macchina burocratica. Quando il traguardo finale è ormai alle viste per il grande concorso che coinvolge migliaia di possibili nuovi docenti, commissari e impiegati, aprendo anche le porte della personale speranza di tanti uomini e donne in comprensibile attesa di un incarico stabile, si scopre che la struttura ministeriale davvero non può farcela a reggere tutto quel peso. Risultato finale: soltanto uno su due dei professori vincitori avrà il posto. Concorsone della scuola colpito e affondato. Anzi bloccato sugli scogli della macchina burocratica nostrana, un po' come la Concordia. Tutto rientra nella grande tradizione della disastrata scuola italiana. Si indice, appunto, un «concorsone» coinvolgendo migliaia di possibili nuovi docenti, di commissari, di impiegati aprendo anche le porte della personale speranza di tanti uomini e donne in comprensibile attesa di un incarico stabile. E poi puntualmente si scopre (nemmeno a dirlo, all'ultimo momento, in pieno agosto, quando il traguardo finale è già in vista) che no, la struttura ministeriale davvero non può farcela. Manca nemmeno una settimana al termine stabilito ed è tutto clamorosamente in alto mare. In tante classi ci sono meno posti disponibili del previsto perché, nel frattempo, l'allungamento dei tempi per la pensione ha cambiato le carte in tavola.
Le commissioni regionali arrancano e quasi naufragano sommerse dai dati e dagli elenchi. Lazio e Toscana si sono già tirate indietro annunciando che di rispettare i tempi nemmeno se ne parla. Non si contano i commissari che sono fuggiti per la mole di lavoro e l'inezia dei compensi previsti. Risultato finale di tutto questo disastro, solo la metà delle graduatorie è definitiva. E, come spiega nella sua cronaca Valentina Santarpia, appena 3.200 vincitori sui 6.000 previsti potranno prendere il loro posto. E naturalmente, visto che siamo in Italia, non poteva mancare la tradizionale prospettiva di un mega-ricorso al Tar che migliaia di precari esclusi dalle graduatorie presenteranno.
Di tutto avrebbe avuto bisogno la scuola italiana tranne che di uno psicodramma collettivo simile a quello che si sta vivendo e soprattutto si vivrà quando, a metà settembre, ricominceranno le lezioni e si riapriranno le aule. Nel 2012 il 17,6% degli studenti italiani ha abbandonato la scuola secondaria. Peggiori solo i dati di Spagna (24,9%), Malta (22,6%) e Portogallo (20,8%) quando la media dell'Unione Europea è al 12,8% e l'obiettivo per il 2020 è quello di scendere sotto il 10%. Continuando così, a colpi di concorsi indetti con mesi di anticipo e poi bloccati dal male di sempre (l'incapacità di gestire un evento annunciato) gli abbandoni aumenteranno. E l'Europa si allontanerà ancora.


  • La beffa del concorsone: non c’è tempo per assumere chi ha vinto

Gli Uffici scolastici regionali in ritardo con le graduatorie. Da settembre i posti liberi dovranno andare ai supplenti

la Repubblica.it , del 25-08-2013

ROMA

Concorsone a rilento, presidenze vacanti e supplenze che arriveranno a ridosso o addirittura dopo la ripresa delle scuole. Questa coda di agosto annuncia un anno pieno di difficoltà. Gli Uffici scolastici regionali hanno ingaggiato una corsa contro il tempo per pubblicare le liste definitive del concorso a cattedra entro il 31 agosto. Dopo, non sarà più possibile nominare i vincitori e i posti andranno ai supplenti. Nel Lazio, il direttore scolastico regionale Giuseppe Minichiello ha comunicato che «entro il 31 agosto non sarà possibile pubblicare alcuna graduatoria definitiva». E, a una settimana dalla fine del mese, le graduatorie definitive pubblicate sono un quinto del totale.
In Lombardia intanto scoppia la grana delle reggenze. Il concorso a preside del 2011 è stato annullato e restano vacanti 473 poltrone che saranno assegnate a presidi che già guidano altre scuole. Ma i sindacati non ci stanno e invitano i capi d’istituto a non accettare le reggenze. Mentre in Sicilia i Cobas hanno inviato una lettera ai provveditori dicendosi preoccupati per i ritardi nell’assegnazione delle supplenze.


In 100 giorni la scuola ha spuntato solo i soldi per l'edilizia

Per la scuola, a conti fatti, c'è solo il fondo per l'edilizia scolastica. E' quanto si evince dall'esame del documento pubblicato nel sito del Governo. Ma va anche detto che il fondo corrisponde all'incirca ai finanziamenti che erano previsti per l'autonomia

La Tecnica della Scuola, del 07-08-2013, di R.P.

Per la scuola, a conti fatti, c'è solo il fondo per l'edilizia scolastica. E' quanto si evince dall'esame del documento pubblicato nel sito del Governo. Ma va anche detto che il fondo corrisponde all'incirca ai finanziamenti che erano previsti per l'autonomia.
Per capire quanto e come, in concreto, il Governo Letta si sia impegnato sui temi dell’istruzione è sufficiente leggere il documento sui primi cento giorni di lavoro pubblicato in queste ore nel sito ufficiale dell’esecutivo.
Alla resa dei conti, per il momento, c’è una solo provvedimento significativo, che peraltro deve ancora essere perfezionato in Parlamento.
“La cittadinanza di domani si costruisce sui banchi di scuola – si legge nel documento - e per dare concretezza a quest’auspicio, contribuendo alla sicurezza degli edifici e alla riduzione della dispersione scolastica, il governo con il “decreto Fare” stanzia fino a 100 milioni l’anno per l’edilizia scolastica per i prossimi tre anni da fondi INAIL, integrati da altri 150 milioni nell’iter parlamentare”.
In pratica, quindi, le uniche risorse “fresche” sono 150milioni all’anno; ma – non per fare i pignoli – bisogna anche ricordare che nel corso degli esercizi finanziari, tralasciando i tagli di organico e quant’altro, i fondi per la scuola sono stati appunto tagliati di alcune centinaia di milioni all’anno.
Basti ricordare i fondi per l’autonomia derivanti dalla legge 440 che fino a 4-5 anni ammontavano appunto a 150milioni e che ora sono stati praticamente azzerati.
Per non parlare delle risorse per l’aggiornamento e per le stesse attività finalizzate alla sicurezza realizzate dalle scuole (si tratta di altri 40-50 milioni all’anno).
Insomma, a conti fatti, i 150 milioni per l’edilizia scolastica corrispondono appunto ai risparmi su fondi che già erano destinati alla scuola.
Lascia peraltro piuttosto perplessi l’affermazione secondo cui in questo modo si potrà combattere la dispersione scolastica.
E’ davvero curioso che si possa pensare che per migliorare i livelli di scolarità possa bastare una migliore manutenzione degli edifici scolastici e non invece aumentare attrezzature (non solo quelle informatiche), biblioteche e arredi.


  • Edilizia, sindaci e presidenti province diventano commissari straordinari

Per accelerare le procedure di spesa e di apertura dei cantieri negli istituti che necessitano di interventi urgenti. Stanziati anche 450 milioni di euro per la messa in sicurezza sismica, ristrutturazioni e rimozione amianto o la realizzazione di nuove scuole. Svincolata pure la spesa per gli arredi scolastici dal patto di stabilità

La Tecnica della Scuola, del 07-08-2013, di A.G.

Per accelerare le procedure di spesa e di apertura dei cantieri negli istituti che necessitano di interventi urgenti. Stanziati anche 450 milioni di euro per la messa in sicurezza sismica, ristrutturazioni e rimozione amianto o la realizzazione di nuove scuole. Svincolata pure la spesa per gli arredi scolastici dal patto di stabilità. La soddisfazione del Pd Sindaci e presidenti di provincia diventeranno Commissari straordinari per l'edilizia scolastica fino al 31 dicembre 2014, al fine di accelerare le procedure di spesa e di apertura dei cantieri all’interno degli istituti, della scuola dell'obbligo e superiori, che necessitano di interventi urgenti. L’emendamento al Decreto legge del Fare è stato approvato il 6 agosto dall’Aula del Senato, su iniziativa del Partito Democratico. Ed ora si appresta ad essere approvato, assieme a tutto il decreto, probabilmente già corso nella mattina del 7 agosto.
L’emendamento prevede anche che si stanziano 450 milioni di euro per gli interventi di messa in sicurezza sismica, ristrutturazione e rimozione amianto o realizzazione nuovi istituti. E svincolata la spesa per gli arredi scolastici dal patto di stabilità.
Secondo la senatrice Francesca Puglisi, capogruppo in VII Commissione a Palazzo Madama, la cancellazione del “limite del 20% sull'acquisto di arredi per le scuole e servizi per l'infanzia”, imposto dal Governo Monti, è particolarmente importante poiché “evita il rischio di lasciare sedie e banchi rotti nelle scuole” comprese quelle dell'Emilia terremotata “senza arredi”. Ma soprattutto essa la sua conferma “rischiava di cancellare per intero, e in brevissimo tempo, un importante settore produttivo del Made in Italy: quello dell'industria dei materiali e arredi per la didattica”.
Secondo la senatrice del Pd Rosa Maria Di Giorgi, fiorentina, componente della Commissione Istruzione, con questi provvedimenti "l'edilizia scolastica torna al centro delle priorità politiche. Con gli emendamenti, proposti dagli esponenti del Pd e approvati oggi al Senato, si è garantito un netto cambio di marcia per gli interventi di messa in sicurezza e per la realizzazione di nuove scuole. Da ex assessore comunale all'educazione – ha continuato la senatrice - conosco molto bene le difficoltà degli enti locali in questo settore. Attribuire il ruolo di 'Commissari straordinari' ai sindaci, come nei casi di eventi calamitosi, può garantire una velocizzazione dei tempi, essenziale per far fronte alle tante emergenze dell'edilizia scolastica. A Firenze, dove l'amministrazione si è impegnata con importanti progetti sia di ristrutturazione che di nuova edificazione, questo decreto potrebbe essere l'elemento di svolta per garantire il sostegno economico necessario ad avviare la realizzazione della nuova scuola Dino Compagni".


  • “Quota 96” nel decreto del prossimo consiglio dei ministri?

Farse in arrivo al prossimo consiglio dei ministri l'articolo della bozza di decreto legge sul pubblico impiego del ministro D'Alia. La nota dell’on. Ghizzoni

La Tecnica della Scuola, del 07-08-2013, di Pasquale Almirante

Il decreto dovrebbe, obbligatorio il condizionale, prevedere che il personale della scuola potrà andare in pensione dal 1° Settembre con le quote, requisiti anagrafici e contributivi, ante riforma Fornero purché essi siano stati maturati entro il 31 agosto 2012, che sono poi quegli stessi che il Comitato “Quota 96” invoca dal novembre 2011, quando si insediò il governo Monti e la ministra al Lavoro diede vita alla sua penalizzante legge. La platea interessata a questo decreto si attesta attorno a circa 6000 persone, dopo un precedente calcolo di 3500 che poi l’Inps portò a 9000. La Commissione Bilancio intanto, secondo quanto scrive l’on Manuela Ghizzoni nel suo Blog, finalmente ha dato il suo parere, dopo l’Ok unanime dato, sia dalla Commissione Lavoro e sia dalla Commissione cultura, cosicché tutto il pacchetto che si riferisce a questo specifico personale della scuola, “Quota 96”, dovrebbe passare in mano al Consiglio dei ministri per accelerare i tempi e fare in modo che già dal primo settembre i lavoratori interessati possano lasciare il posto ad altrettanti docenti precari in attesa di sistemazione. E siccome sul tavolo dei ministri approderà il cosiddetto decreto D’Alia sul pubblico impiego, le attese, e con qualche punta lieve di ottimismo, sono quelle che anche l’articolo che riguarda i “Quota 96” possa esservi inserito. Ma in modo particolare, come si è espressa la commissione Bilancio? L’on Ghizzoni nella sua nota, oltre a criticare aspramente il lavoro lento e “poco professionale” dei funzionari della Ragioneria dello Stato per la relazione tecnica (“un ritardo ingiustificato e molto grave, perché – al di là dei merito del contenuto – rappresenta un ostacolo alla assunzione delle decisioni politiche”), dice che “la Commissione ha convenuto di inviare una lettera alla Commissione Lavoro”, dove si inviterà “la Commissione a “valutare la possibilità di limitare la platea a coloro i quali maturano i requisiti entro il 31 agosto e di mantenere invariata la data di erogazione del trattamento di fine servizio prevista sotto la vigenza della riforma Fornero”. Anche il presidente Boccia, sulla stessa lunghezza d’onda, che però ha aggiunto, scrive l’on Ghizzoni, “che la Commissione Bilancio potrebbe indicare coperture alternative e ha sollecitato il Governo ad assumere – dati i tempi ridotti – la soluzione del problema”. Tuttavia Ghizzoni tiene pure a precisare che la sua legge “tiene conto della specificità della scuola e della sua unica finestra di uscita, ma non dimentica l’art. 59, che ho richiamato anche in commissione, nonostante la norma sui soprannumerari, che ho definito un pericoloso precedente proprio per i motivi di cui sopra (e costituisce un precedente anche sul trattamento di fine servizio). Sui tempi: è necessario un decreto d’urgenza del governo, perché il 1 settembre è vicino. Al netto di quanto sopra, stiamo lavorando anche in queste ore per raggiungere questo obiettivo”. Se dunque non prendiamo lucciole per lanterne, l’intenzione è proprio quella di affidare al governo la soluzione del caso e per tramite di un decreto di urgenza, il decreto D’Alia appunto, in approdo al prossimo consiglio dei ministri nei prossimi giorni e certamente prima della vacanze dei parlamentari.


  • PAS, brutte notizie: non è possibile sommare classi di concorso diverse nello stesso anno!

Nella domanda di accesso è possibile considerare gli insegnamenti differenti solo se svolti in anni diversi. Nello stesso a.s., invece, bisogna necessariamente raggiungere i 180 giorni con la stessa tipologia di supplenza

La Tecnica della Scuola, del 06-08-2013, di A.G.

La notizia non farà piacere agli aspiranti ai corsi di abilitazione riservati a corto di giorni di servizio da dichiarare: nella domanda di accesso è possibile considerare gli insegnamenti differenti solo se svolti in anni diversi. Nello stesso a.s., invece, bisogna necessariamente raggiungere i 180 giorni con la stessa tipologia di supplenza.
Brutte notizie per i docenti precari che per accedere ai Percorsi abilitanti speciali hanno necessità di cumulare i servizi di supplenza svolti nello stesso anno scolastico su più classi di concorsi o (nel caso della scuola dell’infanzia e primaria) ordini di scuola diversi: dopo la nostra segnalazione, fonti ministeriali ci hanno fatto sapere che si tratta di una operazione non fattibile. In pratica, chi vuole partecipare ai corsi abilitanti riservati, deve obbligatoriamente aver svolto ogni annualità di supplenze da almeno 180 giorni (oppure dal 1° febbraio sino allo svolgimento degli scrutini) su una specifica classe concorsuale o tipologia di insegnamento.
Ad ingannare, e ad illudere, i candidati ai PAS era stata questa parte del decreto n. 58 del 25 luglio scorso, pubblicato sulla GU cinque giorni dopo: “è valutabile anche il servizio prestato in diverse classi di concorso, purché almeno un anno scolastico di servizio sia stato svolto nella classe di concorso per la quale si intende partecipare”, si legge nel decreto.
Ora che però le cose stanno diversamente da come erano state intese, molti docenti precari che puntavano all’abilitazione si ritrovano davanti ad un “muro” che prelude alla loro esclusione: costoro, infatti, solo sommando i servizi svolti nello stesso anno scolastico su più classi di concorso, oppure supplenze svolte su insegnamenti diversi (ad esempio infanzia e primaria), avrebbero potuto raggiungere la soglia dei 180 giorni. 
Per raggiungere le tre annualità da 180 giorni ciascuna, rimane possibile, invece, sommare il servizio svolto su differenti classi di concorso o insegnamenti quando sono stati effettuati in anni scolastici diversi.


  • Ddl su "Quota 96": si aspetta la relazione tecnica

Nel pomeriggio del 5 agosto la Commissione Bilancio della Camera ha rinviato l'esame del provvedimento in attesa di ricevere la relazione tecnica che dovrà essere predisposta dagli uffici del Ministero del Lavoro.

La Tecnica della Scuola, del 07-08-2013, di R.P.

Ancora un rinvio per il ddl su “Quota 96”.
Nel pomeriggio del 5 agosto la Commissione Bilancio, che sta operando in sede consultiva per trasmettere il proprio parere alla Commissione Lavoro, ha dedicato alla questione esattamente 5 minuti di tempo (dalle 14,15 alle 14,20).
E’ intervenuta la relatrice onorevole Saltamartini che ha ricordato come nella seduta del 26 luglio la Commissione aveva deliberato di richiedere al Governo la predisposizione della relazione tecnica entro giovedì 1 agosto 2013.
Saltamartini ha aggiunto che
“il Ministro Saccomanni, con lettera del 31 luglio 2013, ha rappresentato che gli Uffici del suo Dicastero hanno provveduto a contattare le competenti strutture del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, cui spetta ratione materiae la predisposizione della relazione tecnica, ed ha assicurato la massima celerità, una volta acquisita la predetta relazione, a procedere alla verifica della stessa”.
“Non appena perverranno gli elementi richiesti
– ha concluso la relatrice - la Commissione sarà prontamente riconvocata per l'esame del provvedimento”.
Sulla relazione della Saltamartini nessun deputato è intervenuto e a questo punto l’esame del provvedimento è stato rinviato ad altra seduta.
Intanto nelle ultime ore è iniziata a circolare la voce secondo cui nel cosiddetto “decreto D’Alia” potrebbe essere inserita una disposizione proprio sulla questione della “Quota 96”. Tutto sta a vedere però se il decreto D’Alia verrà approvato in tempi brevi dal Governo: già nei giorni scorsi si era parlato di una rapida adozione di questo provvedimento che prevede tra l’altro un piano per assumere precari nella pubblica amministrazione, ma poi del decreto s’è persa ogni traccia.


  • Classi pollaio in parlamento

Elusi sistematicamente i parametri sul numero di alunni

ItaliaOggi, del 30-07-2013, di Franco Bastianini

Il sovraffollamento delle classi scolastiche è approdato in Parlamento. Da qualche settimana se ne sta discutendo nella 7^ commissione permanente (istruzione pubblica , beni culturali) del senato presieduta da Andrea Marcucci (Pd).
Quello del sovraffollamento è un fenomeno strettamente connesso alla difficile situazione economica e alla necessità da parte dell'amministrazione scolastica di ricercare ogni forma di risparmio. Nel settore scuola, in particolare, i risparmi di spesa che da qualche anno si ottengono riducendo il numero dei docenti, a fronte di un aumento degli alunni e a causa dalla mancanza di riqualificazione degli edifici scolastici, stanno determinando un sovraffollamento che va ben oltre i limiti stabiliti per la formazione delle classi dal decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 81.
Il decreto n. 81 stabiliva infatti che, considerando anche la deroga del dieci per cento prevista dall'art. 4 per ogni ordine di scuola, si potevano costituire classi rispettivamente fino a 26-28 alunni nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria, fino a 27-30 alunni nella scuola secondaria di primo grado e fino 30-33 alunni nella scuola secondaria di secondo grado. Le norme precedenti( i decreti ministeriale 18 dicembre 1975 e 22 agosto 1992 e la legge n. 23/1996) disponevano che il massimo affollamento ipotizzabile dovesse essere di 26 persone/aula, fino a 20 in presenza di alunni disabili. Prevedevano inoltre che le aule dovesse essere di altezza non inferiore a tre metri e che il rapporto alunni/superficie dovesse essere di 1,80 metri quadrati/alunno nella scuola dell'infanzia e della scuola primaria e di 1.96 metri quadrati/alunno nelle scuole secondarie.
All'aumento del numero di alunni per classe consentito dal decreto n. 81/2009 doveva seguire un piano generale per la riqualificazione dell'edilizia scolastica adottato dal ministero dell'istruzione di intesa con il ministero dell'economia e delle finanze.
Non solo il piano di riqualificazione non è stato predisposto, ma anche i parametri fissati dal decreto sono stati sistematicamente elusi. Il numero degli alunni per classe ha continuato ad aumentare raggiungendo punte che vanno fino a 35/36 alunni per classe. Veri e propri pollai, appunto.
La mancata riqualificazione degli edifici scolastici pregiudica fortemente il livello di funzionalità e qualità delle istituzioni scolastiche e, soprattutto, il livello di sicurezza delle scuole, tenuto conto del fatto il sovraffollamento delle aule comporta inevitabilmente l'inidoneità delle stesse a contenere gli alunni in condizioni di sicurezza, salubrità, igiene e vivibilità. Basti ricordare a tale fine che attualmente le aule sono dimensionate per ospitare, in regime di sicurezza, un numero massimo di 25/26 alunni.
É una situazione non più sostenibile. C'è solo da auspicare che il dibattito in corso nella 7^ commissione del senato possa concludersi, come si legge in una proposta di risoluzione presentata dal sen. Bocchino(M5S), in una richiesta al Governo perché adotti le più opportune iniziative volte al rispetto della normativa vigente in materia di numero massimo di persone per classe tali da ridurre l'attuale sovraffollamento.


  • Bufera sulla scuola estiva per i valutatori

Sull'iniziativa Invalsi nessun confronto neanche con il MIUR

ItaliaOggi, del 30-07-2013, di Mario D'Adamo  

Il commissario straordinario, Paolo Sestito, dell'istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo d'istruzione e formazione, Invalsi, ha deciso che dal 25 agosto al 1° settembre cento tra docenti e dirigenti di tutt'Italia parteciperanno a una scuola estiva di formazione sulla valutazione, purché i dirigenti abbiano non meno di tre anni di ruolo e i docenti cinque, siano stati collaboratori del dirigente, presidi incaricati o titolari di funzioni strumentali e questi e quelli abbiano davanti a sé almeno cinque anni di servizio ancora da svolgere. Allo scopo ha inviato ai direttori regionali dell'istruzione la richiesta di individuare e segnalare complessivamente fino a duecento nominativi, tra i quali scegliere i cento fortunati sulla base dell'esito di una selezione. Le spese di viaggio, vitto e alloggio sono a carico o degli aspiranti corsisti o degli uffici scolastici regionali di provenienza, a discrezione di questi ultimi, mentre quelle di partecipazione alla scuola estiva saranno a carico di Invalsi, eccetto le spese di viaggio, a carico dei corsisti. Ed è subito alzata di scudi da parte delle organizzazioni sindacali, insospettite da tanto zelo e già con il dente avvelenato per l'introduzione in articulo mortis del precedente governo di un sistema di valutazione fortemente criticato. Ma andiamo con ordine. Lo scopo della formazione agostana è riassunto nella nota di richiesta dei nominativi e trae origine e legittimazione, appunto, dal regolamento sul sistema nazionale di valutazione, approvato con decreto del presidente della repubblica n. 80 del 2013 e uscito in gazzetta ufficiale lo stesso 4 luglio, anche se la sua effettiva entrata in vigore è di quindici giorni dopo, 19 luglio. L'Invalsi si deve dotare di esperti in grado di condurre le visite di valutazione esterna previste dal regolamento e di assistere le scuole nei processi di autovalutazione. Quella che si terrà a fine agosto è solo la prima di una serie di attività formative onde permettere a tali esperti la familiarizzazione, sono le parole di Sestito, «con l'individuazione e l'analisi dei processi educativi di una istituzione scolastica, individuandone i punti di forza e di debolezza del servizio offerto». Particolare attenzione, continua il commissario, sarà «posta anche sull'uso del feedback e sulle modalità di supporto che è possibile offrire ad una scuola all'interno di un percorso di autovalutazione». Il tutto attraverso lezioni frontali, tavole rotonde, esercitazioni pratiche e gruppi di lavoro. Gli uffici scolastici regionali e le province autonome di Trento e Bolzano hanno segnalato ciascuna quattro nominativi di docenti e dirigenti, nonché un numero ulteriore, individuato dall'Invalsi nell'allegato 2 alla nota e diverso da regione a regione in proporzione alla consistenza numerica delle scuole di primo e secondo ciclo presenti su ciascun territorio. Con il test del 29 luglio saranno ammessi a frequentare il corso, a prescindere dal profilo, i primi due classificati per ciascuna regione, in tutto quarantadue (due per ciascuna delle diciannove regioni e altri due per ciascuna delle due province autonome), mentre gli altri cinquantadue saranno prelevati dalla graduatoria nazionale, a prescindere dai territori di provenienza e dai profili. Tutto ciò non poteva non passare sotto silenzio e non allarmare le organizzazioni sindacali, che per evitare all'Invalsi «di andare a sbattere», scrive la Cisl scuola di Francesco Scrima, hanno chiesto l'immediato ritiro della nota, con la Cgil di Mimmo Pantaleo che è arrivata a dichiararla non solo inopportuna e intempestiva ma viziata da illegittimità. Il punto è che il commissario su un argomento così importante come il reclutamento di esperti non ha sentito il bisogno di confrontarsi non solo con le organizzazioni sindacali, ma nemmeno con il livello istituzionale. Insomma, al ministero nessuno sapeva.


  • Assunzioni, poche e incerte

A fronte di 25 mila cattedre disponibili, 12 mila stabilizzazioni. Sindacati sul piede di guerra

ItaliaOggi, del 30-07-2013, di Alessandra Ricciardi

Rischiano di slittare di un anno per i vincitori di concorso

A fronte di 25.367 posti disponibili, sarebbero poco meno di 12 mila le assunzioni richieste dal ministero dell'istruzione al Tesoro per il prossimo anno scolastico. Sottratti gli 8 mila esuberi, anche se su classi di concorso ovviamente diverse da quelle per le quali c'è disponibilità di posti, resterebbero dunque senza copertura altre 5 mila cattedre.
Ma non solo. Chi ha partecipato all'ultimo concorso rischia di dover saltare un anno: perché lì dove gli orali sono ancora in svolgimento, e dunque le graduatorie non saranno definitive per fine agosto, non si può procedere alle immissioni. E dunque si dovrebbero utilizzare per le assunzioni i candidati delle graduatorie permanenti, recuperando poi la volta successiva sulle liste del concorso. Per evitare prevedibili tensioni e proteste dei vincitori di concorso, un'altra ipotesi a cui stanno lavorando a viale Trastevere è che si provveda a immissioni anche a anno già avviato, così da assumere da entrambe le liste, ma solo in punta di diritto: l'assunzione così varrebbe giuridicamente già dal prossimo primo settembre, salvo gli effetti economici che decorrerebbero dalla data reale di inizio del contratto. Tutte ipotesi che non fanno altro che alimentare la tensione e la preoccupazione da parte degli aspiranti a una cattedra fissa, che si tratti di iscritti nelle graduatorie permanenti o di concorso. La vertenza, che ad oggi è gestita a livello centrale con i sindacati, minaccia a settembre di esplodere. Tutte le sigle, davanti a un precariato che supera le 150 mila unità, sono concordi nel chiedere un cambio di passo della politica nella gestione del personale e del reclutamento. «L'aver dato copertura solo a 2 posti disponibili su tre ci rende come Paese anche deboli davanti a eventuali censure per violazioni del diritto comunitario», dice Rino di Meglio, responsabile della Gilda degli insegnanti, «perché si tratta di posti disponibili in organico di diritto ed è su questi che è indifendibile la reiterazione oltre i tre anni dei contratti a tempo determinato. I ricorsi fioccheranno». Punta il dito contro una politica «che non fa altro che alimentare il precariato», Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil. Che poi ricorda al ministro dell'istruzione Maria Chiara Carrozza «la promessa di stabilizzare 27 mila docenti di sostegno, ma che fine ha fatto?». Per Massimo Di Menna, numero uno della Uil scuola, «il problema non può più essere tamponato ricorrendo a poche migliaia di assunzioni l'anno. Sul precariato serve un confronto reale e proposte concrete». Intanto sta esplodendo anche la vertenza per la stabilizzazione del personale ausiliario, tecnico e amministrativo. «Le assunzioni sono ferme dall'anno scorso nonostante rientrassero nelle previsioni del piano triennale di assunzioni varato col decreto interministeriale 3 agosto 2011», spiega la Cisl scuola di Francesco Scrima. Per questo in una nota inviata al ministero, e sottoscritta da Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda, i sindacati chiedono che si proceda da subito alle assunzioni, «anche per evitare negative ripercussioni sull'avvio del nuovo anno scolastico». I posti in ballo dal prossimo settembre sarebbero 3mila.
Il problema della partita delle stabilizzazioni è sempre di ordine finanziario, quella coperta che è troppo corta e su cui il Tesoro non sembra disposto a chiudere un occhio.


  • Precari ai blocchi di partenza

Attesa per oggi in Gazzetta ufficiale la pubblicazione del decreto che apre ai Tfa speciali

Valutabile il servizio reso in diverse classi di concorso

ItaliaOggi, del 30-07-2013, di Antimo Di Geronimo

Precari ai blocchi di partenza in vista dei corsi speciali per il conseguimento dell'abilitazione all'insegnamento. Dovrebbe essere pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale, infatti, il decreto dirigenziale che dà il via ai Tfa speciali (tirocini formativi attivi) ribattezzati Pas: percorsi speciali per l'abilitazione all'insegnamento.
Il bacino dei potenziali interessati è stimato tra gli 80mila e i 90mila aspiranti docenti. Le iscrizioni ai corsi, destinate solo ai precari, dovranno essere effettuate esclusivamente via web e gli interessati avranno tempo fino a 29 agosto prossimo. Nella domanda bisognerà dichiarare espressamente di essere disposti a garantire sia l'espletamento del servizio che la frequenza dei corsi. Ma sarà comunque consentita la fruizione dei permessi per il diritto allo studio.
Per avere diritto ad accedere ai corsi, gli aspiranti dovranno essere in grado di vantare un requisito di servizio pari a tre anni di insegnamento nel periodo compreso dall'anno scolastico 1999/2000 e fino al 2011/2012 incluso. Il servizio dovrà essere stato prestato con il possesso del prescritto titolo di studio, in scuole statali, paritarie ovvero nei centri di formazione professionale limitatamente ai corsi accreditati dalle regioni per garantire l'assolvimento dell'obbligo di istruzione a decorrere dall'anno scolastico 2008/2009. É valutabile anche il servizio prestato in diverse classi di concorso, purché almeno un anno scolastico di servizio sia stato svolto nella classe di concorso per la quale si intende partecipare. Per gli insegnanti di scuola dell'infanzia e di scuola primaria, gli anni di servizio prestati nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria, sia su posti normali che su posti di sostegno, si possono cumulare, purché per ciascun anno scolastico il servizio sia stato prestato interamente sulla stessa tipologia di posto. É valido anche il servizio prestato su posto di sostegno, purché riconducibile alla classe di concorso o alla tipologia di posto richiesta. Chi non avrà raggiunto il requisito di servizio necessario nel periodo 1999/2000-2011/2012, potrà «dichiarare anche i servizi relativi all'anno scolastico 2012/13». Quanto ai titoli di studio di accesso, il decreto fa riferimento espresso ai vecchi diplomi magistrali e alle lauree del vecchio ordinamento, salvo alcune eccezioni. Per la scuola secondaria i titoli di accesso sono quelli elencati nel decreto 30 gennaio 1998 n. 39, tabelle A, C e D, e nel decreto 9 febbraio 2005 n. 22. In buona sostanza, dunque, sono validi sia i titoli del vecchio ordinamento (indicati nel decreto 39/2005) che le lauree specialistiche (comprese nel decreto 22/2005). Ciò vale anche per gli aspiranti docenti di strumento musicale, che potranno far valere allo stesso modo sia i diplomi accademici di II livello che i diplomi di conservatorio del vecchio ordinamento. D'altra parte, con l'entrata in vigore del comma 107, dell'articolo 1, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, i diplomi del vecchio ordinamento sono stati equiparati ai titoli di II livello. E dunque, in quest'ultimo caso, più che di un'eccezione alla regola, si tratta di una mera presa d'atto del mutato quadro normativo.
Per quanto riguarda la scuola dell'infanzia e primaria, il decreto prevede l'accesso ai percorsi formativi speciali per i non laureati in possesso dei vecchi diplomi conseguiti prima dell'anno scolastico 2000/2001. In particolare, per accedere i Pas per la scuola dell'infanzia, gli aspiranti dovranno essere in grado di vantare il possesso del diploma di scuola magistrale o di istituto magistrale o di titolo di studio sperimentale dichiarato equivalente. Il titolo sperimentale, per essere valido titolo di accesso, deve essere riconducibile al diploma di maturità magistrale con apposita dicitura sul diploma stesso o, in assenza di tale dicitura, l'equivalenza a diploma magistrale deve risultare dal decreto autorizzativo della sperimentazione per l'istituto dove il titolo è stato conseguito. Idem per la scuola primaria per la quale non è considerato valido il diploma triennale (valido invece per la scuola dell'infanzia) ma il solo diploma di istituto magistrale (o il titolo di studio sperimentale dichiarato equivalente) sempre che sia stato conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002. La durata dei corsi sarà di un anno. Ma è previsto uno sconto sui crediti in forza della valorizzazione dell'esperienza acquisita sul campo. In luogo dei 60 crediti, in cui si articola ordinariamente un anno di università, la durata sarà pari a 41 crediti formativi. Ciò dovrebbe valere anche per la scuola primaria e dell'infanzia. Ma il condizionale è d'obbligo perché il decreto fa riferimento solo alla tabella A del decreto 11 novembre 2011, che reca i titoli di accesso e non l'articolazione dei crediti.


  • Per fortuna Fassina parla a scuole chiuse.

l'Unità, del 28-07-2013, di di Franco Labella

Avevo preannunziato un pezzo su Calderoli e lo ius soli, ora mi ritrovo a scrivere un pezzo su Fassina e la Scienza delle Finanze.
E’ l’effetto collaterale delle “larghe intese”: mentre stai lì a far notare le nequizie anche razziste della Destra arriva uno di Sinistra a dire cose sicuramente di “destra”.
Per dirla tutta: se le scuole fossero aperte e qualcuna delle mie studentesse mi chiedesse cos’è “l’evasione fiscale per necessità” di cui ha improvvidamente parlato ieri Stefano Fassina, esponente di punta del PD e viceministro dell’Economia, dovrei prenderla alla larga.
Perché è vero che Einaudi, docente di Scienza delle Finanze oltre che primo Presidente della Repubblica eletto, usava dire,  a proposito dell’imposizione tributaria, che
“il contribuente va tosato e non scorticato”.
E’ altrettanto vero, però, che Einaudi la frase citata non l’ha detta nel 2013 nel paese con il più alto tasso di evasione fiscale dell’intera Unione Europea.
Il refrain per giustificare le “larghe intese” e le malintese difese di diritti violati come nella vicenda kazaka è che stiamo tutti nella stessa barca.
E’ di tutta evidenza che se si facesse una analisi della percentuale di evasione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati (che sicuramente stanno peggio nelle loro “barchette” rispetto agli yacht dei grandi evasori) si scoprirebbe, senza grandi difficoltà, che sicuramente chi evade non lo fa per necessità.
Giusto ieri una persona che conosco ha ricevuto una nota dall’INPS, che gli eroga una ricca pensione da 500 € ogni due mesi, con la quale si chiede di comunicare il proprio reddito del 2012.
Peccato che la persona in questione abbia appena scelto (sbagliando secondo me, visto che non ha oneri deducibili o spese detraibili) di compilare il modello 730.
Evidentemente INPS ed Amministrazione finanziaria non comunicano (non oso pensare che la lotta all’evasione non efficace possa dipendere negativamente anche da questo)  ma il mio conoscente era stato convinto a compilare il 730 perché ritenuto meno complicato rispetto al modello RED.
E’ di altrettanta sicura evidenza (chi sta nella scuola lo verifica di frequente) che spesso i beneficiari persino di giuste provvidenze di origine costituzionale (dai buoni-libro alle borse di studio) spesso e volentieri sono figli di ricchi commercianti dall’ISEE dimagrito “per necessità”.
C’era perciò bisogno di questa uscita di Fassina?
Direi proprio di no perché non solo non rafforza la lotta culturale alla “cultura dell’evasione” ma anche perché vanifica gli sforzi di chi si occupa dell’educazione alla legalità nelle scuole.
Addirittura?
E certo perché io che ragiono quotidianamente con i miei studenti sul perché sia ingiusto evadere le tasse in una città come Napoli dove un contribuente su tre paga la TARSU, vorrei capire come faccio poi a smentire chi dice che non pagare le tasse è un atto di autodifesa contro lo Stato predone.
Possibile che un raffinato studioso ed esperto economico come Fassina non abbia valutato gli effetti della sua uscita?
Ma se Fassina la sua uscita l’avesse fatta tra un anno sapete quale sarebbe stato anche un risultato?
Che nessuno nelle scuole ne avrebbe potuto parlare perché fra un anno si completa il “nuovo” percorso gelminiano delle scuole superiori riordinate e lo studio del Diritto e della Scienza delle Finanze spariscono.
Fassina conosce il tema?
Conosce il sen. Roberto Ruta, Pd, ed il suo progetto di legge sulla reintroduzione dello studio del Diritto?
Bene allora faccia e dica una cosa di Sinistra: che studiare il Diritto nelle scuole serve anche per evitare che l’evasione fiscale sia giustificata con lo stato di necessità.
Sono concetti semplici ed hanno un pregio: sono concetti di Sinistra.
Se ce ne ricordassimo, forse, non ci sarebbe necessità di leggere articoli che servono a spiegare le differenze tra Destra e Sinistra.
Anche se, comunque, oggi, evidentemente servono ed allora, nonostante siamo a luglio, tempo di vacanze e scuole chiuse, da bravo prof. ve ne consiglio, di articoli, uno recente.
E’ l’intervista di Stefano Rodotà su Repubblica di tre giorni fa in cui si spiega con chiarezza perché sono importanti i diritti alla salute o all’istruzione.
Disgiunti, ci ricorda Rodotà, dai limiti economici e finanziari con cui si vogliono spiegare i tagli.
Sotto l’ombrellone, con o senza il wi-fi, trovate il tempo per leggerla.
Ne vale sicuramente la pena.
Parola di prof.


  • «La scuola del futuro? Nell'attesa gli studenti giocano a carte in classe»

De Nicola, prof. a San Giovanni a Teduccio: «Mi sento come il maestro di Vigevano»

Corriere del Mezzogiorno, del 28-07-2013, di Roberto Russo

NAPOLI — «Il maestro è un miss...un miss..». Un missile? «Ma no, è un missionario!!!». Il siparietto tra il preside Pereghi che interrogava un confuso maestro Mombelli, l'indimenticabile Alberto Sordi, rappresenta uno dei momenti più esilaranti di un film dal sapore amaro, appunto Il Maestro di Vigevano (regia di Elio Petri, 1963). Sarebbe il caso che quel film lo vedessero i dirigenti del Ministero della pubblica istruzione (pardon, Miur), per riflettere sullo stato reale della scuola pubblica in Italia e soprattutto nel Mezzogiorno.
Una scuola devastata e in larga parte distrutta dai tagli, eppure presuntuosamente forzata ad adeguarsi al terzo millennio con una informatizzazione spinta. Da Roma è ormai tutto un fiorire di webcircolari e webprotocolli con cui si invitano i capi d'istituto ad accelerare «il processo di dematerializzazione delle attività delle segreterie scolastiche» (sic). Sarebbe facile fare ironia sulla dematerializzazione di quel poco che ancora rimane in piedi nelle aule degli istituti, visto che più della metà hanno problemi statici. Ma tutto sommato dematerializzare, cioé rinunciare alla carta a favore del computer è giustissimo. «Se però lo Stato ci desse anche i soldi per comprare ad esempio la carta igienica sarebbe meglio, perché a volte dobbiamo fare la colletta».
Angelo De Nicola, 54 anni, non è il maestro di Vigevano ma un professore di economia aziendale che da vent'anni insegna alla «Rosario Livatino», quartiere San Giovanni a Teduccio, periferia orientale di Napoli. Eppure da qualche tempo si sente anche lui colpito dalla sindrome Mombelli.
Professor De Nicola, la «dematerializzazione» della scuola non le piace proprio? Vuole fare il nostalgico con gessetto e lavagna?
«Macché, magari fosse tutto vero. Magari le scuole ottenessero i mezzi elettronici che il Ministero in modo altisonante finge di darci. La verità è che dobbiamo adeguarci al futuro senza pesare sui bilanci degli istituti. Come si fa? Le imprese private che forniscono le attrezzature, mica fanno beneficenza. Le Lim, ad esempio, da noi sono solo 4 o 5».
Lim, per qualcuno è una sigla misteriosa, ci spieghi meglio.
«Sono le lavagne interattive multimediali. Bellissima invenzione, per carità: gli studenti possono vedere filmati, noi siamo in grado di scrivere e disegnare in tempo reale, ci si collega a internet e la lezione viene benissimo. Na' squisitezza, altro che gessetti e cancellino. Però se la mattina noi prof, come tanti ragionier Fantozzi, dobbiamo accapigliarci per la classe giusta allora non funziona...».
La classe giusta?
«Quella dove c'è una Lim. La lavagna interattiva diventa una specie di oggetto del desiderio, per ottenerla non dico che ci si azzuffa ma poco ci manca. Io stesso non riesco ad usare questo totem elettronico che poche volte. E come si fa a parlare con il linguaggio di studenti che hanno fra i tredici e i 17 anni e arrivano in classe con iPhone, iPad, telefonini, agende digitali? E poi, magari fosse solo un problema di accaparrarsi la prima Lim disponibile...».
Perché, c'è altro da sapere nella dematerializzazione della scuola?
«Sì. Tutta la rivoluzione a costo zero si basa su altri due progetti che ci stanno facendo impazzire e, a mio avviso, stanno anche snaturando la nostra professione. Sono: il registro elettronico e i nuclei di autovalutazione». Partiamo dal registro elettronico.
Perché dice che c'è da impazzire?
«Perché è un'altra magnifica utopia. Le scuole entro l'anno prossimo dovranno adeguarsi a fare tutto online. Iscrizioni elettroniche, pagella in formato elettronico, da inviare alle famiglie in e-mail; registri on-line con assenze, presenze, voti; invio in tempo reale dei dati alle famiglie segnalando anche se il ragazzo ha marinato le lezioni».
Bello, moderno, efficiente, funzionale e anche economico perché si risparmia carta e tempo. E allora?
«Anche questa è un'annusatina di futuro che il Ministero ci concede. Di recente ho frequentato un corso per aggiornarmi sulle potenzialità del registro elettronico, ovviamente tenuto da un esperto di una delle aziende individuate per le forniture. Ebbene, egli stesso alla fine del corso mi ha detto che per noi resterà un sogno perché sono strumenti ancora molto costosi. L'ex ministro Profumo, ad esempio, voleva accelerare i tempi e proponeva a modello una scuola di Brindisi già tutta informatizzata. Vuol sapere quanto era costata la rivoluzione informatica solo in quella scuola? Mezzo milione di euro. Capito? Qui a San Giovanni a Teduccio il mese scorso sono stato costretto a proporre una colletta tra docenti, studenti e famiglie: un euro a testa per ritinteggiare le aule che così come sono fanno francamente schifo. Ecco, questa è la nostra realtà».
Okey, niente registro elettronico. Passiamo al nucleo di autovalutazione. Per il Ministero dovete valutarvi sulla base di un fascicolo elettronico e poi ci sono le valutazioni esterne da parte di altri prof, cosa non va?
«Tutto. In pratica uno strumento che doveva servire a potenziare e migliorare la scuola e la didattica si è trasformato in un regolamento di conti informatico tra noi prof. Una specie di maligno Facebook dei docenti. Uno scrive male del collega, l'altro ricambia. E tutto viene pubblicato. Non parlo tanto della mia scuola perché proprio le difficoltà ambientali ci spingono a essere più solidali, però spesso questi metodi fanno emergere il peggio di noi stessi. E sa qual è la cosa più dolorosa?».
No, dica lei.
«Che la maggior parte delle accuse al collega e delle valutazioni negative vengono espresse perché in ballo ci sono finanziamenti per progetti. Più dimostro che io sono un prof migliore di un altro, più ho accesso a fondi e altro che normalmente non avrei».
Un po' di sana concorrenza stimola.
«È vero, ma se si in ballo non ci fossero i diritti basilari degli studenti. La guerra tra noi avviene per ottenere una sedia, una lavagna elettronica. Se si sgomita per migliorare va bene, ma se la lotta è per l'ossigeno allora è tutto molto misero e doloroso».
Il vostro istituto però appare attivo sul fronte del contrasto alla dispersione scolastica.
«Si fanno mille iniziative. È venuto Saviano, è venuto il sindaco, sono venuti quelli di Libera, per carità, le visite non mancano. Il problema resta la didattica. Non ho difficoltà ad ammettere che l'insegnamento vero è proprio sta diventando a sua volta un'utopia. Ma lo sa che siamo costretti a vedere i ragazzi che giocano a carte in classe e non possiamo intervenire?».
A carte in classe sembra un po' troppo.
«Davvero. Il fatto è che per non allontanarli dalle scuole, per evitare la fuga dai banchi si concede di tutto. Vengono in classe con i telefonini accesi e parlano quando vogliono. Inutile chiedere loro di spegnerli. Ovviamente non puoi requisirli e poi, se non sei attento, ti capita anche di peggio. Una collega ha subito una lettera di richiamo perché durante la sua ora si era verificato il furto di un telefonino; le hanno imputato scarsa attenzione. Ma si può continuare così?».
Allora, come fate a tenere a bada ragazzi tanto difficili?
«C'impegnamo al massimo ma sappiamo che non basta. Di recente abbiamo persino partecipato a un progetto di danza». Scusi, cosa c'entra il ballo con un istituto tecnico? «È un modo per trasmettere loro i valori dello stare insieme, un'esperienza educativa, anche un metodo per tenerli lontani dalla strada, per appassionarli».
Insomma, si fa di tutto ma di farli studiare non c'è verso?
«È così, e non credo che servirà a molto dematerializzare la scuola, ammesso che ci riesca senza spendere soldi, è una lotta impari. Ecco perché a volte mi sento tanto come Sordi-Mombelli».


  • Diritto allo studio: il bancomat delle larghe intese

il manifesto, del 28-07-2013, di Roberto Ciccarelli

Un taglio a fin di bene. Non è un paradosso, ma è il pacco regalo che l'emendamento all'articolo 59 bis del «decreto del Fare», voluto dal Pd e accettato dal governo, vorrebbe recapitare agli studenti «meritevoli» che oggi sono in vacanza, ma che a settembre si iscriveranno ad un corso di laurea. Tutto è partito dalla proposta del responsabile istruzione del partito di Epifani, Marco Meloni, corrente «lettiana», che ha colto l'occasione del decreto omnibus per lanciare una proposta che gli sta a cuore. Si tratta del «Programma nazionale per il sostegno degli studenti capaci e meritevoli», un fondo che nei fatti è un binario parallelo al sistema del diritto allo studio gestito dalle regioni e garantito dalla Costituzione. Nel Dl «Fare» è previsto lo stanziamento di 240 milioni di euro che sarà prelevato dai 540 milioni della quota premiale prevista sul Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) degli atenei. Il colmo è che esiste un altro emendamento dell'ex ministro Maria Stella Gelmini, che prevede l'aumento della stessa quota premiale dall'attuale 13% al 20% nel 2014 fino a raggiungere il 30% sull'Ffo. Tutto a danno dei fondi ordinari erogati dallo Stato agli atenei, molti dei quali sono stati penalizzati dal taglio di 1,4 miliardi di euro voluto dalla stessa Gelmini (e da Tremonti). La quota premiale che Meloni vuole tagliare, e che Gelmini vuole aumentare, dovrà essere distribuita per i 3/5 in base alle «pagelle» degli atenei stilate dall'agenzia per la valutazione della ricerca universitaria (Anvur), sulla cui «oggettività» sono emerse molte incertezze dopo la loro pubblicazione sui media da parte della stessa agenzia ( Il Manifesto 26 luglio). La decisione ultima spetterà al ministro dell'Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza, «lettiana», che dovrà distribuire anche il restante 1/5 in base alla valutazione delle politiche di reclutamento nelle università. Gli studenti della Rete della Conoscenza credono che la spettacolare confusione provocata dalle «larghe intese» al governo imporrà agli atenei l'aumento delle tasse per assumere un maggiore numero dei docenti e per permettere agli atenei di scalare le incerte classifiche dell'Anvur in base alle quali il ministro assegna i fondi. «L'aumento voluto dalla Gelmini - afferma Luca Spadon, portavoce della Rete della Conoscenza - dividerà gli atenei tra una serie A iper-finanziata e una serie B condannata alla chiusura. Se queste norme dovessero diventare legge, siamo pronti a rilanciare un autunno di protesta». Alla faccia della «pacificazione» con i giovani invocata ieri da Letta. Gli umori tra i «giovani» che il presidente del Consiglio scruta con timore non sono dei migliori. E si capisce: il diritto allo studio non è stato rifinanziato per il 2014, mentre quest'anno ci sono stati migliaia di «idonei non beneficiari», cioè vincitori di borsa ma senza posto in una casa dello studente. Una situazione provocata dai tagli che hanno eroso i finanziamenti. Letta ha un altro problema. Alle regioni «rosse» Liguria e Toscana non è piaciuta l'intromissione del suo Pd sul diritto allo studio. E chiedono il ritiro delle norme nel passaggio del Dl al Senato. «Il diritto allo studio non è un bancomat - afferma la vice-presidente della Toscana Stella Targetti - il governo deve rifinanziarlo per la realizzazione di alloggi e mense per gli studenti». I rettori della Crui hanno rincarato la dose. «Invece di prevedere fondi specifici per la causa sacrosanta dei capaci e meritevoli - ha detto quello di Bologna Ivano Dionigi - perché non assegnare la quota premiale dovuta e obbligare le università a spendere per il diritto allo studio?». Così dovrebbe essere, stando alla lettera della riforma Gelmini, ma i lettiani del Pd hanno una grana da risolvere. Il programma che Meloni vuole sostenere dovrebbe essere gestito da una creatura della riforma Gelmini: la fondazione per il merito. Doveva essere finanziata dai privati, ma in due anni nessuno si è presentato con un assegno in mano. La soluzione è prendere i soldi dagli atenei. Le larghe intese hanno una lunga storia. Risale al 2008. E da allora non è mai finita.


  • Rettori sul piede di guerra 240 milioni alla fondazione creata dalla legge Gelmini

L’ente finanziato serve ad aiutare i “meritevoli” ma doveva decollare grazie alle aziende

la Repubblica.it, del 25-07-2013, di Roberto Petrini

ROMA

Blitz notturno sul “decreto del fare” sui fondi per l’Università. Ad insaputa dei Rettori, che sono sul piede di guerra, un emendamento della maggioranza ha tagliato 240 milioni alle risorse destinate alle università più efficienti. «Un emendamento sciagurato », osserva il Rettore dell’Università di Bologna Ivano Dionigi. Con l’aggravante che la misura arriva pochi giorni dopo la pubblicazione delle «classifiche» dell’Anvur (l’agenzia pubblica di valutazione) sugli atenei che hanno ottenuto la migliore performance e in parallelo con la notizia che la quota di fondi che andrà alle università più «meritevoli» salirà dal 13,5 al 20 per cento, circa 1,2 miliardi. Tuttavia proprio da questi 1,2 miliardi sono stati «sottratti» i 240 milioni che andranno a finanziare la Fondazione per il merito, istituita dalla legge Gelmini, di carattere privato, e destinata a promuovere gli studenti più meritevoli ma nell’ottica di una collaborazione con il sistema industriale e, almeno nel progetto iniziale, con risorse versate dagli imprenditori. L’intervento arriva dopo tagli al Fondo di finanziamento ordinario all’Università che proseguono da tre anni (300 milioni quest’anno) e che hanno ridotto le risorse da 7 a 6,3 miliardi. «Invece di prevedere fondi specifici e additivi per la causa sacrosanta dei capaci e meritevoli, si tolgono all’intero sistema universitario. Perché non assegnare alle università la relativa e dovuta quota premiale obbligandole a spendere per il diritto allo studio? », chiede Dionigi. Dopo la protesta della Conferenza dei rettori non è escluso un ripensamento che, come per molte altre materie, potrebbe arrivare nel passaggio al Senato.
Scoppia intanto il caso della partecipazione degli stranieri ai concorsi pubblici italiani. Il disegno di legge «europeo», presentato dal governo, recependo una direttiva, aggiorna la nostra legislazione (risalente al 2001) in base alla quale ai pubblici concorsi possono partecipare solo cittadini Ue. Una norma discriminatoria che si è tentato di correggere specificando nel ddl governativo che possono partecipare anche i cittadini di «paesi terzi » ma solo se muniti di permesso di soggiorno definitivo. Una dizione che rischia di circoscrivere l’accesso degli stranieri ai concorsi e che inoltre, come osserva il sito lavoce.info, potrebbe escludere le categorie non espressamente citate dalla norma e autorizzare le restrizioni incostituzionali basate sulla cittadinanza. La vicenda, seguita con preoccupazione dall’Asgi, è ancora aperta: «Abbiamo presentato un emendamento che allarga la possibilità a chi ha un permesso di soggiorno temporaneo» dice il parlamentare di Sel Giulio Marcon. In ballo infatti non ci sono solo bassi livelli lavorativi ma anche ricercatori e studenti formati in Italia che si vedrebbero negato l’accesso alla pubblica amministrazione.


  • Stop ai compiti d’estate, da mamme e ragazzi coro di sì per il ministro

Dibattito aperto dopo l’intervista della Carrozza al Messaggero

Il Messaggero, del 25-07-2013, Alessia Camplone

ROMA I primi a brindare sono stati i ragazzi. Nei siti degli studenti è un coro di consensi al ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, che ieri sul Messaggero ha spezzato una lancia contro le «tonnellate di versioni di latino o decine di problemi da risolvere» imposti agli alunni durante le vacanze estive. Ma i consensi degli studenti sono scontati, e il ministro ha chiarito invece subito di essere dalla parte della «lobby delle mamme» (lei stessa la chiama così). Anche se poi le famiglie, che pure soffrono l’ossessione dei compiti durante le vacanze, non sono per una loro abolizione senza altri cambiamenti. «Il ministro dice di alleggerire i compiti, non di abolirli – osserva Antonio Affinita, direttore generale del Moige, movimento italiano genitori - I compiti d’estate servono a mantenere allenata la mente. Un minimo di allenamento occorre sempre. Il problema sono le vacanze troppo lunghe». Un «piano di formazione per i docenti» viene chiesto da Davide Guarneri, presidente nazionale dell’Age, associazione italiana genitori: «D’accordo nel merito con Maria Chiara Carrozza. Però il problema è che quanti compiti dare agli alunni lo decidono gli insegnanti. I docenti devono lavorare sulla didattica, meno legata ai programmi e più capace di sviluppare anche competenze trasversali negli studenti. In questo modo pure una gita in montagna permette di imparare molto. E aiuterebbe a ridurre il bisogno di compiti estivi». Quindi: meno compiti, ma migliori. «È la qualità del compito che fa la differenza. Sono d’accordo con il ministro, purtroppo alle volte c’è un appesantimento inutile – osserva Francesca Berardinelli, dirigente dell’Istituto comprensivo Pescara 5 - Quello che occorre è saper dare compiti che siano significativi. Ma non possiamo farne a meno. Il ragazzo deve consolidare il lavoro fatto in classe». Ma, poi, quanti studenti fanno veramente i compiti d’estate? Solo uno su due, secondo una ricerca del pediatra Italo Farnetani, professore a contratto presso l’Università Milano-Bicocca. E il portale Skuola.net pubblica un sondaggio dal quale risulta che il 46% dei ragazzi dichiara preventivamente che non li farà, e che il 12% invece ci si dedicherà all’ultimo momento.
GLI ALTRI PAESI
I compiti durante l’estate non sono un tema controverso solo in Italia. In Francia se ne parla da tempo, e il presidente Francois Hollande dice che andrebbero aboliti. Negli Stati Uniti una ricerca della Johns Hopkins University di Baltimora ha riportato invece in auge la loro utilità. Il 66% dei docenti – sostiene lo studio – impiega a settembre tra le 3 o le 4 settimane di ripasso per riportare la classe ai livelli di prima. La conseguenza: le scuole statunitensi ora organizzano corsi estivi di allenamento per gli studenti, con i quali fanno fronte al «summer brain drain», la fuga estiva dei cervelli. Il New York Times, da parte sua, ha sbattuto in prima pagina la ricetta «matematica» del Gallaway District School del New Jersey: «Non più di dieci minuti al giorno per ogni anno di scuola che il bambino o ragazzo ha già frequentato». L’idea però lanciata sul Messaggero da Maria Chiara Carrozza è anche quella di un passo diverso. Il ministro suggerisce agli insegnanti di proporre per l’estate una lista di libri ai loro studenti, perché selezionino le loro letture: «Dobbiamo insegnare il valore della scelta». E su questo i genitori sono entusiasti. «La lettura va incentivata. Occorre un rapporto diverso tra scuole e biblioteche», sottolinea Guarneri. «La scarsa passione dei ragazzi per la lettura ci preoccupa e d’estate diventa più evidente» avverte Affinita. Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma, sostiene addirittura che l’estate «è sicuramente il periodo più adatto per stimolare i ragazzi alla lettura». Di diversa opinione Farnetani: «La lettura è una passione che va coltivata durante l'anno». Il docente di Milano difende il valore del relax: «Piuttosto che stare chino sui libri, è meglio che il ragazzo stia all'aria aperta, con gli amici, e dia spazio alla fantasia».


  • Berlinguer: «Meglio leggere molto, serve educazione non costrizione»

Nei Paesi che più all’avanguardia si sostiene che gli insegnanti sono più un allenatore che un trasmettitore di conoscenze. Ecco anche da noi deve essere così.

Il Messaggero, del 25-07-2013, di A. Cam.

ROMA «Il nostro ministro ha ragione da vendere». Non ha dubbi Luigi Berlinguer, una vita dedicata alla scuola. Da quando, nel 1996 (e fino al 2000), è stato ministro della Pubblica istruzione. Sue alcune importanti riforme come quella dei cicli scolastici, l’innalzamento dell’obbligo, la maturità e l’autonomia scolastica.
Onorevole Berlinguer, lei dunque concorda con il ministro Carrozza per i compiti sulle vacanze?
«Sì, ha dato un imperativo categorico per gli studenti: devono leggere, leggere, leggere. E le vacanze sono il periodo in cui si deve leggere di più. Devono anche essere un momento di riposo, di svago. Io mi ricordo che per me erano una gioia. Ma questo non vuol dire che non devono avere una funzione educativa».
La scuola quale strada deve percorrere, allora?
«Ai miei tempi le biblioteche scolastiche quasi non esistevano. Anche ora sono rare. La scuola dei nostri padri era una scuola senza gioia. La nostra scuola deve essere la scuola della gioia, una scuola diversa. I bambini devono poter leggere, devono poter suonare uno strumento, devono dipingere, praticare l’arte. Dobbiamo superare l’idea che l’orario scolastico sia solo al mattino. Anche il pomeriggio e l’estate devono essere occasioni educative. E occasioni educative non costrittive. Perché c’è una funzione educativa anche nel gioco, nello sport, nell’andare a una mostra, nell’ascoltare un concerto».
Dunque una scuola da cambiare.
«Anche il paesaggio è cultura. L’Italia è troppo bella per una scuola come la nostra, che sembra non meritarsela. Si può imparare a parlare le lingue trovando occasioni per incontrarsi. Quale momento migliore dell’estate per conoscere? La lingua si impara parlando, prima ancora di conoscere la grammatica. Noi dobbiamo allenare la mente ma con gioia. È possibile. Si può fare».
Una scuola capace di andare oltre i banchi.
«Noi abbiamo bisogno di una scuola diversa. Che metta al centro il soggetto che apprende. Io insegnante ti do i compiti. E poi cosa succede? Che mi dimentico che esisti. E tu ti arrangi. Se hai una famiglia colta, capace di aiutarti, è bene. Altrimenti te la devi vedere da solo. Invece la funzione della scuola deve essere quella di dare a tutti, nello stesso modo e senza invadenza. Va chiusa la scuola dei banchi, dei neri catafalchi, come diceva la Montessori. E va aperta un’altra scuola. Una scuola che punti sulla gioia, sulle emozioni, sulla curiosità perché questo è l’apprendimento che resta».
Questo vuol dire rivedere la didattica.
«Nei Paesi che più all’avanguardia si sostiene che gli insegnanti sono più un allenatore che un trasmettitore di conoscenze. Ecco anche da noi deve essere così. Saper coinvolgere gli alunni è un compito gravoso. La nostra società ce lo chiede. In molti altri Paesi, appunto, già succede. Per noi questo vuol dire riconoscere agli insegnanti un ruolo sociale di rilievo. Anche con una retribuzione economica all’altezza. L’operazione più importante che dobbiamo fare in questo momento è programmare con loro come deve sviluppare la scuola. Io conosco centinaia di docenti che già sono impegnati in questa direzione. Che stanno provando a cambiare la scuola. Insegnanti che fanno veri miracoli. Deve diventare la normalità».


  • Voti più alti con il preside-manager ecco la ricetta della scuola perfetta

Studio della Fondazione Agnelli: ma in Italia record di dirigenti poco capaci

la Repubblica.it, del 24-07-2013, di Maria Novella De Luca

ROMA

Hanno un discreto potere, infinite responsabilità e solitamente enormi problemi di budget. Ieri si chiamavano presidi, oggi Ds, cioè dirigenti scolastici. Un po’ prof, un po’ manager, un po’ burocrati, in una professione in bilico tra passato e futuro. Con la riforma dell’autonomia scolastica infatti il loro ruolo si è ampliato, diventando nei fatti quello di veri e propri organizzatori di strutture articolate e complesse come aziende. Ma chi sono, quanto “valgono” e come sono formati oggi i presidi italiani? Una ricerca della Fondazione Agnelli e dell’università di Cagliari, all’interno del progetto internazionale “World management survey in schools” ha provato a raccontare il “mestiere di preside”, delineando un percorso profilato di ombre e luci che si intrecciano con le difficoltà crescenti della nostra scuola.
In un confronto internazionale dove l’Italia, purtroppo, ne esce con un ritratto opaco. Con la conferma però che laddove i presidi sono migliori, gli studenti presentano ai test Invalsi 2,2 punti in più rispetto agli studenti di scuole gestite in modo meno brillante. Se invece il termine di riferimento è la bocciatura, la ricerca dimostra che per ogni punto in più di “abilità manageriale” conquistata dai dirigenti scolastici, diminuisce del 3 per cento il rischio per gli allievi di quella scuola di non essere ammessi all’anno successivo.
Dunque la qualità paga, anche se per adesso i presidi italiani nel confronto internazionale restano agli ultimi posti della classifica, ossia circa due punti indietro rispetto ai paesi presi in esame. (In cima, in una scala da 1 a 5, ci sono i dirigenti scolastici inglesi, seguiti dalla Svezia, il Canada, gli Stati Uniti, la Germania, ultima l’Italia). Entrando nei dettagli della ricerca curata da Gianfranco De Simone della Fondazione Agnelli, da Fabiano Schivardi e Adriana Di Liberto dell’università di Cagliari, sulla base di 338 interviste a dirigenti scolastici di scuole di secondo grado statali e paritarie, si vedono molteplici differenze. I presidi italiani sono ad esempio i più anziani di tutti, con un’età media di 58 anni, contro i 48-50 anni degli altri. Nella nostra scuola però c’è il record di dirigenti scolastiche donne, il 35 per cento di tutti i presidi in servizio, subito dopo la Svezia dove sono il 44 per cento, e questo è un dato positivo perché vuol dire che finalmente le donne (che sono oltre l’80 per cento delle insegnanti) raggiungono livelli dirigenziali.
E altro dato importante, all’interno di questo panorama non proprio vincente, è che la situazione va migliorando. Infatti analizzando le capacità organizzative e gestionali dei dirigenti scolastici prima e dopo la riforma che ha istituito il concorso ordinario per presidi, si nota come il punteggio passi da 1,96 a 2,17 punti, dimostrazione che qualcosa è cambiato nella preparazione dei presidi italiani. Spiega Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: «I dati dimostrano che la figura tradizionale del preside, che diventava dirigente scolastico a fine carriera avendo fatto per tutta la vita il professore, non basta più. Oggi chi governa una scuola, così prevede la riforma, deve avere delle vere e proprie capacità manageriali, pur senza dimenticare il ruolo dell’educazione. La novità di questa ricerca è che per la volta viene valutato il merito di chi gestisce professori e allievi».
Un percorso di trasparenza insomma che mostra un miglioramento, per una figura nuova. Aggiunge Gavosto: «Un preside oggi deve essere in grado di leggere un bilancio e di reperire fondi, capire la didattica e avere rapporti con i genitori, e organizzare la vita di mille allievi e magari cento professori è come gestire una media azienda italiana, e per questo bisogna essere formati». Infatti dai dati raccolti emerge che il ritardo nell’abilità gestionale non dipende tanto dai vincoli della nostra (terribile) burocrazia, quanto appunto da una mancanza di preparazione.
Restano comunque degli aspetti molto legati alle caratteristiche “storiche” dell’istruzione in Italia. Leggendo l’indagine della Fondazione Agnelli, si vede con chiarezza che le scuole migliori da un punto di vista della “qualità organizzativa e manageriale” sono i licei, classici e scientifici, del Nord Est, mentre i presidi più efficienti sono quelli che hanno un curriculum scientifico. Il Sud resta indietro, ma questa purtroppo non è una novità.


  • Carrozza: «No ai compiti d’estate meglio leggere i libri»

«Un bravo insegnante è quello che stimola la curiosità e incoraggia la scelta

Il Messaggero, del 24-07-2013, di Maria Latella

SI INVESTA NELLA SCUOLA. I NOSTRI GIOVANI POSSONO SALVARE IL PAESE MA SE LI MANDIAMO TUTTI VIA, SIAMO FINITI»

L’INTERVISTA

Maria Chiara Carrozza è un tipo severamente sobrio o sobriamente severo ma per almeno un paio di cose sfugge al cliché del tipico ministro dell'Istruzione. Per esempio: non crede nell'efficacia taumaturgica dei compiti per le vacanze. «Diciamo che su questo terreno mi sento più vicina alla lobby delle mamme. Non serve a niente imporre tonnellate di versioni di latino o decine di problemi da risolvere. Vengono smaltiti meccanicamente, senza concentrazione. Meglio vacanze più brevi, ma vere vacanze. Con il piacere di leggere, questo sì. Un bravo insegnante è quello che stimola la curiosità e incoraggia la scelta. Sarebbe bello che ad ogni ragazzo fosse fornita una lista di libri perché selezioni le sue letture delle vacanze. Dobbiamo insegnare il valore della scelta». Ministro dell'Istruzione e prima ancora rettore dell'Istituto Sant'Anna di Pisa, scuola di eccellenza, Maria Chiara Carrozza smentisce anche il cliché della secchiona predestinata. La passione per lo studio le è venuta all'università, al liceo faceva tante altre cose, dallo sci al basket al volontariato con gli scout, e infatti si diplomò non con il massimo ma con 52/60. Liceo scientifico nella stessa Pisa in cui studiava il futuro premier Enrico Letta. Di Enrico Letta e di molto altro parliamo nel suo ufficio di ministro in viale Trastevere.
Che tipo è il nostro presidente del Consiglio?
«Enrico Letta è empatico».
Veramente sembra piuttosto controllato.
«Invece è molto sensibile. Da politico è abituato a tenersi dentro tutto, è vero. Ma si accorge di quel che gli gira intorno. Se no non sarebbe presidente del consiglio. È empatico ed anche autorevole. È stato più volte ministro e questo aiuta».
Essendo entrambi di Pisa, città piccola, Letta e Carrozza si conoscevano da prima e «da quando sono diventata rettore ci siamo frequentati di più. Lui aveva studiato al Sant' Anna». Stesso ambiente, famiglie colte, basso profilo e alte letture. Con Letta, insomma, vi capite al volo... Il telefono squilla e guarda caso è lui che la cerca. Il ministro Carrozza si allontana per qualche minuto.
Crisi di governo?
Breve accenno di un sorriso: «Ma no, è che ci sentiamo spesso».
Rimpasto?
«Mai creduto all'ipotesi».
Comunque, e per tornare a Pisa, il ministro ammette una certa predestinazione all'incarico «nella mia famiglia erano tutti insegnanti o professori. Mio padre si è sempre definito un servitore dello Stato e lo considerava un valore».
Esperta di fisica delle particelle mentali, la giovane Maria Chiara sceglie di fare la sua tesi di laurea al Cern di Ginevra.
Che cosa consiglierebbe ai giovani ricercatori che, avendo vinto una borsa di studio , preferiscono usarla all'estero invece che in Italia?
Prima di diventare rettore al Sant'Anna mi avevano offerto un posto in California. Ero tentata, ma ho scelto di restare nel mio Paese. L'ho fatto perché a 39 anni al Sant'Anna mi avevano dato un incarico di grande responsabilità e molta libertà di gestione. Si erano fidati. Nell' università italiana invece non si lascia abbastanza libertà ai giovani. È troppo strutturata e troppo gerarchica. Il professore anziano fa da tappo. E negli enti di ricerca non c’è sufficiente turn over».
Lei cosa sta facendo per cambiare le cose?
«Intanto penso che chi vince un progetto europeo dovrebbe poter essere chiamato dall'università senza passare per concorsi nazionali. I giovani si proporrebbero di più all'estero e le nostre università potrebbero scegliere tra gente selezionata con cura».
A proposito di merito. Perché i nostri quindicenni sono piazzati cosi male nelle classifiche Ocse, soprattutto nelle materie scientifiche?
«Qualche miglioramento c’è stato ma il cambiamento si vedrà solo se valorizzeremo gli insegnanti. La matematica, per esempio, ha una bella tradizione in Italia, ma ci sono pochi fondi per la formazione. E poi bisogna far sapere che una laurea in materie scientifiche e tecnologiche aiuterà a trovare lavoro».
Perché in Italia nessuno lo spiega andando a parlare ai ragazzini delle medie?
«Bisogna farlo. Preparare i percorsi dalla medie. Il sistema degli anni ’50 era sbagliato perché classista, ma una cosa giusta l'aveva colta: dava una visione del futuro».
Perché ha deciso di rinviare l'adozione dell'E-book nelle scuole?
«Il presupposto è portare Internet in tutte le scuole, non si può andare avanti con pochi esempi pilota. Anche qui, poi, bisognerà formare gli insegnanti. La priorità, comunque e per il momento, è investire in edilizia scolastica. La qualità dell’apprendimento dipende anche dall'ambiente nel quale studi. Ci sono studi che lo dimostrano. Prima si interviene nell'edilizia poi sul resto».
Ma molte multinazionali potrebbero aiutarvi a digitalizzare la scuola italiana.
«Ci stiamo ragionando, purché non si vincoli il sistema scolastico a un solo brand. I nostri bambini e bambine non sono i consumatori futuri di questo o quel software. Vigilerò su questo».
Lei è sempre connessa?
«Sì. Ma nei weekend un po’ meno. E di notte cellulari e iPad vanno spenti. Ai miei ricercatori lo dicevo sempre. Quando si dorme, si dorme».
Quindicimila nuovi insegnanti. Saranno adeguati all'insegnamento 2.0?
«Dobbiamo credere che il nostro sistema li renda tali. Il problema è che dovremmo dare loro la possibilità di aggiornarsi. Invece abbiamo tagliato molte risorse. Troppe».
Lei ha detto che non ci sarà una riforma Carrozza. Sicura? Prima o poi cadete tutti nella tentazione.
«Vedremo. Ma penso sia sbagliato personalizzare le riforme. Bisognerebbe chiamarle con un numero: sono frutto di un lavoro di squadra. E poi se le battezzi con un nome assumono subito connotati negativi».
Perché i ministri dell'Istruzione di solito sono antipatici?
Al ministro sfugge la prima semi-risata. Siamo al momento dei saluti. Le chiedo cosa pensa di quel che ha detto papa Francesco, del fatto che stiamo creando una generazione di senza lavoro. Il ministro torna seria: «Serve un atto di coraggio», dice.
In che senso?
«Perché soldi non ce ne sono e quelli che ci sono dovrebbero andare all'istruzione. I nostri giovani possono salvare questo Paese. Ma se li mandiamo tutti via, siamo finiti.
Le faccio un esempio: i giovani ricercatori dell’Istituto di vulcanologia. Gente preziosa se vogliamo prevenire i rischi sismici. C'è appena stato un altro terremoto. Non possiamo non investire su loro. Eppure, anche loro sono precari».
È precario anche il vostro governo?
«È un governo pro tempore».
Che significa?
Che hai un mandato definito e devi essere sempre pronto a lasciare. Ma fino a quel momento fai tutto quel che puoi e quel che devi. Intanto si semina, ci sarà qualcuno che raccoglierà. Non si deve personalizzare. L'eccesso di individualismo è uno dei mali italiani. è il lavoro di gruppo che va incentivato. Nel mio settore, nella robotica, è impensabile non fare lavoro di squadra. La leadership si costruisce se si rispetta il gruppo. Proprio come fa Enrico Letta con I suoi ministri».


  • Il podio delle università

Siena al top. E poi Bologna, eccellente nella didattica, e Padova, Trento, Pavia. Ecco la classifica della Grande Guida Repubblica-Censis

18/07/2013 la Repubblica

L’ateneo migliore d’Italia è Siena. Il giudizio reca l’autorevole firma del Censis e si trova nella Grande Guida Università che esce domani con Repubblica per aiutare gli studenti a scegliere la laurea giusta. Il voto di 103,4 su 110, infatti, non lo colloca solo al primo posto della sua categoria, quella di medie dimensioni, ma al vertice assoluto in Italia. Per il rettore Angelo Riccaboni è «una grande soddisfazione, dopo anni di difficoltà economiche che stiamo risolvendo con tanti sacrifici. Anche perché dimostra che mettere al centro dei propri sforzi gli studenti alla fine conviene sempre ». Un’attenzione ripagata: gli studenti che provengono fuori dalla Toscana sono più della metà, a testimonianza dell’attrattiva accademica di Siena. «Comunque non abbiamo aggiustato il bilancio solo tagliando », puntualizza il rettore, «ma anche con iniziative che portano ricavi. Come Med Solutions, la nostra rete che fa parte del programma dell’Onu Sustainable Development Solutions Network.«In pratica, mettendo a frutto l’attenzione che dedichiamo all’ecocompatibilità,
con Med Solutions aiutiamo a individuare le soluzioni di sviluppo sostenibile più adatte a raggiungere gli obiettivi della Conferenza di Rio, con la responsabilità del coordinamento per l’area del Mediterraneo».
La classifica che premia la qualità dell’ateneo di Siena tiene conto di quattro grandi indicatori: Servizi (mensa e alloggio). Borse e contributi, Strutture (aule e biblioteche), Web e Internazionalizzazione e anticipa quella più dettagliata sulle singole aree disciplinari. Dove quest’anno c’è una grande novità. A causa della riforma Gelmini, infatti, il Censis ha dovuto rifare le sue valutazioni secondo nuovi modelli. Università anno zero, quindi. «La cancellazione delle Facoltà e la riorganizzazione
dell’offerta formativa in base ad altre logiche», spiega Roberto Ciampicacigli, direttore del Censis Servizi che realizza il ranking ormai da quattordici anni, «ci ha costretto a modificare la struttura della valutazione ». Così quest’anno la Grande Guida propone una classifica delle lauree Triennali divisa in Didattica e Ricerca, dove la Didattica, quella che interessa di più i ragazzi che devono iscriversi, è organizzata nelle 15 Aree disciplinari in cui sono state raccolte le 47 classi di laurea istituite
dal ministero dell’Università. Per fare un esempio, l’area economico- statistica raggruppa i corsi di laurea in Scienze dell’economia e della gestione aziendale, Scienze economiche e Statistica. La classifica della Ricerca, invece, segue le aree disciplinari stabilite dal Consiglio universitario nazionale (Cun) a questo scopo. Sembra complicato? Effettivamente lo è, ma così lo ha voluto il ministero.
I risultati mettono in luce un primato di Bologna, con 6 primi posti (più 1 nelle lauree a ciclo
unico, 2 secondi e 2 terzi posti), seguita da atenei come Padova, che primeggia fra l’altro nelle sei lauree a ciclo unico con ben tre primi posti (Farmacia, Veterinaria e Odontoiatria), Siena, Trento. «In effetti», conferma Ciampicacigli, «benché queste classifiche non possano essere confrontate a quelle degli scorsi anni a causa della revisione dei parametri, i poli di eccellenza didattica continuano ad emergere. Un dato importante è che se un’università è forte nell’Internazionalizzazione, quasi sempre si trova in alta classifica ». In questo anno zero, insomma, la bontà delle valutazioni del Censis ne esce confermata. Tra i risultati apparentemente curiosi c’è il primo posto di Sassari nell’area Architettura, davanti ai Politecnici di Milano e Torino e allo Iuav di Venezia. Ma anche in questo caso è una falsa sorpresa: il valore di Sassari è ben noto da tempo e registrato negli anni scorsi. Confermata anche l’ormai storica latitanza del Sud nei vertici delle classifiche, con l’eccezione dell’ateneo calabrese di Arcavacata di Rende (provincia di Cosenza), secondo nella categoria Grandi.
Ciampicacigli sottolinea che «ci vorrà del tempo per abituarsi a questo nuovo sistema, come dimostra il fatto che gli studenti continuano a ripetere di essere iscritti “alla facoltà di Lettere” o “alla facoltà di Legge”, anche se le Facoltà ufficialmente non esistono più». D’altra parte molti atenei presentando l’offerta formativa usano ancora la parola “Facoltà” e metà dei quarantuno atenei pubblici è in mezzo al guado della riforma: dovranno completare il passaggio entro il 2014. Ma al posto delle Facoltà che cosa c’è? Per complicare ulteriormente le cose, il ministero ha fissato solo le linee guida, lasciando agli atenei la scelta della “governance” del nuovo sistema. Quindi sono nati Dipartimenti, Scuole, Aree...
«Proprio per non fare confusione », spiega Riccaboni, «a Siena abbiamo deciso di dividere l’offerta formativa per aree tematiche e corsi di studio. In fondo allo studente importa poco che facciano capo a Dipartimenti, Scuole o ad altro ancora». Anche se riconosce che questa riforma è stata particolarmente complessa, il rettore crede che «il cambiamento dovrebbe avere diversi vantaggi, perché mette sotto un unico organismo didattica e ricerca e semplifica i processi decisionali. Noi per esempio siamo passati da 43 Dipartimenti e 9 Facoltà a 15 Dipartimenti.
Un altro vantaggio è di aver accorpato le lauree in maniera più omogenea. L’esempio lampante è la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali: un ircocervo che metteva insieme biologia, matematica, fisica, geologia, informatica; queste materie adesso sono più correttamente divise fra Area scientifica e Area Geo-biologica.
«Questo è il momento più difficile », nota Andrea Cammelli, del consorzio universitario Almalaurea, «perché il nuovo sistema convive ancora con il vecchio e questo rende ancora più complicato fare delle scelte che, come nel caso della laurea, potranno avere un impatto determinante sul futuro dei ragazzi. Tanto più che è difficile spazzare il campo da tanti luoghi comuni. Si dice, per esempio, che abbiamo troppi laureati in materie umanistiche, ma i dati dicono che in Italia i laureati nell’area umanistica sono solo il 22 per cento del totale, mentre in Germania sono il 31 e negli Stati Uniti il 29. Speriamo che la confusione non contribuisca a deprimere l’interesse dei giovani per la laurea. Anche perché c’è un problema ancora più grave: purtroppo oggi solo il trenta per cento dei diciannovenni si iscrive all’università, con una quota crescente di giovani provenienti da famiglie benestanti, con il rischio che l’università torni a essere un privilegio dipendente dal reddito. L’Italia si conferma il fanalino di coda dei paesi Ocse per numero di laureati. Altro che ripresa: questo sì che è tagliare le
gambe allo sviluppo».


  • Scuole senza dirigenti, intervenga il governo

ScuolaOggi, del 18-07-2013, di Pippo Frisone

In questi giorni sono stati resi noti i dati riguardanti gli organici dei Dirigenti Scolastici.
I dati risultano ancor più allarmanti se legati al contenzioso ancora aperto sui concorsi del 2011.
In Lombardia che ha il più alto numero di istituzioni scolastiche, il CdS ha parzialmente annullato il concorso che deve ripartire dalla correzione dei mille elaborati. Un altro anno sprecato!
Altra grande regione in bilico è la Campania. Qui il Cds non si è ancora pronunciato.
E ancora, il Molise rinviato a ottobre e la Toscana, i cui esiti si conosceranno a novembre.
Nonostante il recente dimensionamento delle unità scolastiche che le ha ridotte a 8.636, di cui ancora 589 sottodimensionate, i posti vacanti privi di dirigenti a livello nazionale all’1.9.13 risultano 1.124.
La Lombardia è la regione che registra i dati più preoccupanti. Qui, dopo una cura da cavallo imposta dalla regione, le istituzioni scolastiche si sono ridotte a 1.151 di cui 33 sottodimensionate e 20 CPIA.
Nelle 1.118 scuole normodimensionate rimangono in servizio 726 dirigenti scolastici, di cui 49 trattenuti in servizio a riequilibrare i 49 pensionamenti. I posti in organico in Lombardia che restano vacanti al 1.9.13 sono 392 di cui 355 sono quelli messi a concorso.
A questi posti vanno aggiunti 33 delle scuole sottodimensionate nonché le disponibilità annuali che deriveranno da comandi, distacchi, aspettative, estero ecc…che porteranno l’emergenza a ben oltre i 400 posti! Una vera e propria emergenza, non solo in Lombardia ma a livello nazionale, risultando 1.124 le scoperture dei posti al 1.9.13 , cui vanno aggiunti 589 posti dalle scuole sottodimensionate e le ulteriori disponibilità annuali!
Ora far partire per il terzo anno consecutivo quasi 2 mila istituzioni scolastiche senza una dirigenza autonoma, non può non interrogare il governo, chiamato non solo a risolvere i problemi dei concorsi e del reclutamento dei dirigenti ma anche a garantire un regolare funzionamento di tutte le istituzioni scolastiche. L’istituto della reggenza per scuole oramai dimensionate e complesse, con almeno mille alunni e circa duecento dipendenti, non può essere, ancora una volta, l’unica risposta che dà l’Amministrazione a quella che è diventata una vera e propria emergenza nazionale.
La reggenza può andar bene per brevi periodi ma non per un intero anno scolastico! I risultati del disagio e delle difficoltà in cui vivono le scuole in reggenza , infatti , sono sotto gli occhi di tutti, nonostante i salti mortali che i dirigenti scolastici sono costretti a fare.
Le scuole devono tornare a funzionare regolarmente. Basta con le reggenze annuali e le dirigenze precarie! Il Governo faccia ripartire i concorsi , riapra con un provvedimento d’emergenza, magari limitato a un anno, gli incarichi di presidenza oppure dia al Direttore regionale la facoltà di affidare l’incarico ( fiduciario ) al personale docente, risultato idoneo nei concorsi bloccati. Estrema ratio, ridia l’esonero totale ai docenti vicari.
Una cosa è certa. Se si lasceranno ancora le cose come stanno, le scuole e non solo quelle in reggenza, rischiano di abbassare ulteriormente il livello di qualità dell’istruzione e del diritto allo studio, già fortemente compromesso dai tagli. Si è detto che la ripresa deve ripartire anche e soprattutto dalla scuola e dalla formazione.
E’ giunta l’ora di passare dalle parole ai fatti.


  • Docenti inidonei: tutti d'accordo, ma non si trovano i soldi

Anche le Commissioni Cultura e Lavoro della Camera ritengono che la questione dei docenti inidonei debba essere risolta al più presto ma nessuno ha idea di dove trovare i soldi necessari.

La Tecnica della Scuola.it, del 18-07-2013, di R.P.

La discussione sulla questione del transito dei docenti inidonei nei ruoli del personale Ata prosegue senza sosta in Parlamento. Finora le prese di posizione a favore della cancellazione delle disposizioni contenute nell’art. 14 del D.L. 95/2012 sono state numerose.
L’ultima si è registrata il 16 luglio in occasione di una seduta congiunta delle Commissioni Cultura e Lavoro della Camera.
Le 4 mozioni presentate dal M5S, dal PD, dal PdL e da SeL sono state discusse insieme, nel tentativo di giungere ad un documento unitario condiviso da tutte le forze politiche.
Per il Governo è intervenuto il sottosegretario Marco Rossi Doria che ha ripercorso l’intera vicenda e ha fornito i dati richiesti nella seduta precedente da diversi deputati.
La sensazione però è che si stia facendo “melina” perché a conti fatti i numeri sono più o meno sempre gli stessi da un anno a questa parte.
Il punto di tutta la questione è, come sempre, di natura finanziaria e Rossi Doria ha confermato che la copertura necessaria è esattamente quella già indicata dal sottosegretario Toccafondi durante un suo intervento alla Commissione Cultura del Senato: 114,31 milioni per il 2013, 110,09 milioni per il 2014, 105,86 milioni per il 2015, 101,63 milioni per il 2016 e 97,41 milioni a decorrere dal 2017.
Lo stesso Rossi Doria ha concluso il proprio intervento auspicando che il Governo adotti quanto prima
”tutte le iniziative, anche di carattere normativo, volte ad individuare le migliori soluzioni per l'utilizzo e la valorizzazione del personale docente dichiarato inidoneo”.
Resta il fatto che per ora, come ha sottolineato Gianni Melilla (SEL), siamo sempre fermi alla dichiarazioni di intenti mentre sarebbe il caso che il Governo assumesse finalmente una posizione chiara spiegando in che modo intenda individuare la copertura finanziaria per risolvere il problema.


  • Il responso dei test Invalsi e il declino dei numeri

Il Messaggero, del 17-07-2013, di Giorgio Israel

Non servivano i dati Invalsi (il 50% degli studenti ha sbagliato i test) per sapere che la matematica è la bestia nera della scuola italiana. In realtà, le cose vanno male ovunque per il diffondersi di approcci didattici che, affastellando le innovazioni, hanno oscurato il senso della disciplina.  Ciò accade anche in Paesi considerati di successo come la Finlandia, dove la matematica è diventata un oggetto didattico irriconoscibile, utile a superare bene i test Ocse-Pisa, ma con effetti disastrosi denunciati dai matematici finlandesi. La peculiarità del caso italiano è che, a forza di riforme a metà e sperimentazioni, non c'è più un sistema coerente. Triste esito per un Paese che ha avuto un Federigo Enriques, grande matematico e grande cultore dell'insegnamento, i cui manuali hanno plasmato generazioni. L'Italia si trovò, all'indomani dell'unità, senza un sistema d'istruzione e i matematici furono in prima fila nel costruirlo: nell'arco di un trentennio un Paese che non esisteva sulla scena della scienza mondiale divenne la terza potenza matematica, dopo Germania e Francia. Per la matematica il riferimento fu l'opera massima della scienza greca e occidentale: gli Elementi di Euclide, modello del ragionamento matematico fondato sul rigore logico e sull'intuizione geometrica. Che questo approccio abbia funzionato è indiscutibile, come lo è che dovesse essere riformato, soprattutto introducendo gli sviluppi del pensiero matematico legati allo studio del mondo fisico. Ma gli estremismi sono nefasti nella scienza non meno che altrove. Negli anni Sessanta un influente gruppo di matematici francesi lanciò lo slogan furente «Abbasso Euclide!» (che ebbe larga eco e ferventi sostenitori, come il pedagogista Jean Piaget), e propose di centrare l'insegnamento sulle "strutture" astratte e la teoria degli insiemi. La geometria doveva essere spazzata via e ridotta all'algebra. I buoni manuali non dovevano contenere figure. La riforma fu implementata in Francia, seguita in molti Paesi e si risolse in un disastro. Il celebre matematico russo Vladimir Arnold diceva ironicamente che se si fosse chiesto a un bambino francese quanto fa 2 + 3 non avrebbe risposto 5 bensì «3 + 2 perché l'addizione è commutativa». In Francia si tornò indietro di corsa. Da noi non si torna mai indietro: si rappattuma. Così, all'infatuazione degli anni Sessanta e Settanta seguirono revisioni che hanno lasciato pessime eredità: la mania di infliggere fin da piccoli la teoria degli insiemi (inutile al livello scolastico), l'idea sbagliata che la matematica si identifichi con la logica, l'ossessione per le regole e le definizioni. Una vicenda (autentica) che illustra questa ossessione è quella di un bambino imputato di non capire la divisione. Perché non sa dividere? Al contrario. E allora? Il guaio è che non apprende le "5 proprietà" dell'addizione che la maestra vuole si conoscano in ordine: un numero diviso per sé stesso dà 1, ecc. Il povero bambino che non riesce a ricordare la filastrocca è diagnosticato "discalculico"... Del resto, i manuali scolastici offrono il panorama desolante di un diluvio di "proprietà" insensate che alimentano l'antipatia per la matematica in ogni persona ragionevole. Cosa è rimasto del vecchio approccio geometrico? Brandelli che aggravano l'incoerenza del panorama. Inoltre, nella logica da bricolage delle nostre "riforme" i correttivi si sono sommati ai correttivi. Riassumerei uno di questi nello slogan: "andiamoci piano". Il bambino non deve sentir parlare di numeri e figure prima dei 6 anni e, per altri due anni, evitare i numeri grandi: una disastrosa «didattica della paura». Un altro correttivo è la "concretezza": proporre tante applicazioni, esempi "divertenti", senza una visione unificante. Il risultato alimentato dall'introduzione massiccia di test e dell'insegnamento rivolto al superamento dei test riduce la matematica a un sistema per risolvere enigmi e rompicapi. Il tratto comune è: alla larga dai concetti e dalle visioni organiche. Ma la matematica è ben altro. È la scienza più antica che, come tale, ha relazioni con ogni ambito della conoscenza e tocca tutte le questioni teoriche e pratiche da sempre al centro dei pensieri umani. Solo facendo comprendere questo, «restituendo la matematica alla cultura», esplorando l'affascinante tematica del numero e del continuo geometrico, è possibile destare interesse e affrontare l'analfabetismo matematico. Tante esperienze di successo mostrano che questa è la via giusta. Chí pensa, con mediocre scetticismo, che si tratti di illusioni in realtà non crede che i giovani possano avere autentici interessi e che l'unico problema sia come indorare una pillola indigesta: è la via maestra per scendere sempre più in basso.


  • Promossa in chimica, rimandata in economia ecco la prima pagella della ricerca italiana

I voti dell’Agenzia del ministero ad atenei e istituti. Bocciato il Cnr.

la Repubblica, del 17-07-2013, di Elena Dusi

ROMA
La ricerca scientifica in Italia da oggi ha le sue pagelle. Enti di ricerca, università e singoli scienziati hanno ricevuto un punteggio in base alla qualità del loro lavoro. Da questo “voto” si partirà d’ora in poi per assegnare una parte dei finanziamenti pubblici alla ricerca: la quota cosiddetta “premiale”. Nel 2013 il ministero dell’Istruzione e della ricerca scientifica ha stanziato 6,69 miliardi di euro per la scienza svolta nelle università. Il 7 per cento di questo fondo (540 milioni) rappresenta la quota “premiale”. Verrà cioè distribuita alle varie istituzioni in base alla qualità del lavoro. «L’Italia entra nell’Europa della valutazione. È una rivoluzione al servizio dei cittadini» ha detto ieri la titolare del ministero, Maria Chiara Carrozza, presentando i primi dati dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca.
Storia lunga e travagliata, quella dell’Anvur. L’Agenzia è stata istituita nel 2006 e il suo lavoro è costato intorno ai 10 milioni di euro. Ma era dal 1999 che l’Italia tentava di dotarsi di un ente per la valutazione della ricerca, con commissioni prima varate e poi naufragate. Sei anni e mezzo dopo la sua nascita — tempo necessario per assegnare un punteggio a 184 mila fra articoli scientifici, monografie, saggi, atti di convegni, brevetti, traduzioni, cartografie prodotti dagli scienziati italiani fra 2004 e 2010 — l’Anvur ha presentato ieri i suoi risultati. In un rapporto monstre ha digerito, sintetizzato e ordinato in tabelle centinaia di parametri. Risultato: il sito dell’Agenzia ieri ha avuto un collasso, ma l’Anvur ha guadagnato il plauso di quanti ritenevano non più rinviabile la misurazione del merito dei ricercatori. «Si tratta del più grande esercizio di valutazione a livello internazionale» spiegano i responsabili dell’Agenzia. Manca ancora l’ultimo passo, che il Miur promette di compiere entro l’estate: decidere a quale, fra i tantissimi punteggi sfornati dall’Anvur, verrà ancorata la distribuzione dei fondi premiali.
Ogni ricercatore delle 95 università e dei 12 enti di ricerca suddivisi in 14 aree scientifiche ha dovuto sottoporre all’Anvur le sue migliori pubblicazioni scientifiche. A valutarle sono stati chiamati 450 esperti, coadiuvati da 15mila revisori. Fra i settori in cui l’Italia ha basi più solide spiccano chimica, fisica, ingegneria industriale e dell’innovazione. Meno buoni i voti per le scienze economiche, sociali e politiche. Tra le università, le performance degli atenei del nord sono mediamente migliori. A brillare è Padova, che ottiene il punteggio più alto in 7 delle 14 aree di ricerca valutate. Tra gli enti, si conferma il buon funzionamento dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e dell’Istituto italiano di tecnologia. Punteggi inferiori alla media per l’istituzione più grande del paese, il Consiglio nazionale delle ricerche, ente da 8 mila dipendenti e un miliardo di budget. La prossima valutazione è prevista fra cinque anni.


  • «Giovani, la rassegnazione si batte sui banchi di scuola»

Intervista al direttore del Censis, Roma: un problema la rassegnazione dei giovani

l'Unità, del 16-07-2013, di  Oreste Pivetta

Si discute dei Neet da una infinità di anni e questa infinità di anni mi inquieta ben più del numero dei Neet. Numero che aumenta, senza tuttavia che nel frattempo si sia messo in atto qualche progetto concreto, semplice, chiaro». In attesa del miracolo, in attesa di una pioggia di soldi sulla scuola, in attesa di un balzo prodigioso del Pil. Intanto i Neet, giovani senza studio e senza lavoro, invadono l'Italia e risalgono verso l'Europa: «Prima la questione riguardava il Sud, adesso colpisce il Centro e il Nord e supera i confini. Anche la Francia comincia a soffrirne ». Sono parole di Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, che di fronte all'aspetto generazionale delle crisi, accusa la bassa intensità sociale delle politiche economiche europee.
Direttore, tra i capitoli della nostra inchiesta c'è quello relativo alla «spesa pubblica». L'accusa: si spende poco per l'istruzione e per la formazione. Basta a spiegare i Neet? Non c'è di mezzo anche qualcosa di personale? «Si sommano varie situazioni, dalla scuola alla televisione all'obiettiva povertà dell'offerta di lavoro, a giustificare una certo declino della tensione giovanile. S'arriva alla rassegnazione. Ma è decisivo il ruolo della scuola, nell'insegnare e quindi nel costruire cultura e competenze, professionalità e capacità, ma anche nell'aiutare, nell'accompagnare, nell'indirizzare. Non mi sento tuttavia di condividere il segno tutto economicista della contestazione. È un luogo comune che si debba spendere di più. Bisogna spendere meglio, per una scuola più qualificata e diversa, che non si arrenda di fronte all'abbandono, che sappia garantire quelli che chiamerei servizi di accompagnamento e che si preoccupi di sanare la tradizionale cesura con il mondo del lavoro, creando continuità e opportunità. Chi studia dovrebbe ben prima del diploma incrociare il lavoro e chi abbandona dovrebbe potersi riprendere la scuola. Si sta parlando di istruzione per gli adulti. C'è un progetto in corso, si chiama appunto Ida, Istruzione degli adulti. Una volta esisteva la scuola serale: quanti tecnici hanno costruito una loro carriera attraverso le "serali"? In altri Paesi d'Europa la scuola degli adulti è una pratica consolidata. È un modo per recuperare rispetto alla discriminazione che una cattiva società e una cattiva scuola producono».
Questa che definirei lacerazione rispetto al mondo del lavoro non nasce da ciò che la scuola promette e insegna, a volte male? «Alla formazione si affida un valore troppo generico, troppo condizionato dalle famose risorse che non si investono. A forza di citarla, la formazione diventa un totem, inattaccabile, inavvicinabile: non si investe abbastanza anzi si taglia, non si cambia, non si aggiorna, non ci si interroga sui compiti oggi: non c'è dubbio che si debba andare a scuola perché li deve crescere una cultura critica, ma tra i banchi scolastici si deve anche imparare un mestiere vero misurando la propria esperienza scolastica nel lavoro. Un paese, con le difficoltà del nostro, e le sue istituzioni si dovrebbero porre l'obiettivo di una svolta intellettuale e politica, tornando a riconoscere il valore essenziale del lavoro, anche di quei lavori intermedi, spesso misconosciuti o disprezzati, sui quali una società moderna fonda la propria solidità».
Però tra tanti Neet, vi sono anche tanti giovani che la svolta l'hanno imposta da sé... «Ci sono anche numeri positivi. Se ad esempio la nostra agricoltura regge è perché tanti giovani hanno deciso di tornare ai campi, un modo di tornare alla natura. C'è di mezzo una scelta culturale».
Forse pesa un certo tipo di comunicazione. Chiamiamola pure pubblicità. L'ecologico, il biologico, il chilometro zero, l'agriturismo... «Non è un caso se certi lavori piacciono: lo chef fatica, ma televisioni e giornali non fanno altro che illustrare ricette e questa rappresentazione giova a un mestiere fino a qualche tempo fa assai meno considerato. Non vale purtroppo per l'idraulico. La comunicazione è utile, ma è parziale».
Si rischia di invadere il mondo di cuochi e di veterinari. Che fare, dunque, per superare questo inghippo? «Fare pubblicità al lavoro, cioè restituire centralità al lavoro, a tutti i lavori. La scuola deve sapersi rinnovare, riproponendo con la cultura critica anche quell'istruzione tecnica, considerata da noi un ripiego poco appetibile...».
Non ci sono ancora troppe "veline" e troppi "X factor", troppi modelli di successo facile, senza fatica? «Qualche inchiesta giudiziaria ha per fortuna ridimensionato il fascino di alcune figure femminili. Io direi che si esce da una crisi del lavoro proponendo altre figure: giardinieri, badanti, elettricisti. Naturalmente se si dà formazione e si aiutano nuove forme organizzative, cooperative ad esempio (non sarà un caso se la cooperazione è un settore in crescita di manodopera). Se si danno messaggi giusti: la dignità del lavoro, che non è un vincolo per sopravvivere ma è una opportunità per trovare se stessi. E diamo strumenti giusti, magari mettendo a frutto quei fondi europei che giacciono inutilizzati. Avevo pensato a una "Banca per i giovani", con un sottotitolo: "Dall'idraulico a Bill Gates". Cominciamo dall'idraulico, non restiamo immobili in attesa di Bill Gates».


  • Dirigenti, terremoto giustizia

Il nuovo anno a rischio continuità, ricorso di massa alle reggenze. Oggi vertice al ministero

ItaliaOggi, del 16-07-2013, di Alessandra Ricciardi

In Lombardia, ricorrezione degli scritti e nuovi orali, 355 posti. L'Abruzzo ha visto annullare la graduatoria definitiva, 68 nomine pronte. Calabria, scritti sospesi, 108 posti. In Campania sono in attesa di sapere se ci saranno gli orali: a gara 224 incarichi. La Toscana ha 112 neodirigenti nominati, ma la sentenza di merito è prevista per novembre e chissà come finirà.
Il Molise ne conta solo 16 di nomine da fare, ma pure qui il concorso è stato annullato. Il Lazio con i suoi 215 nuovi presidi potrebbe invece farcela, ma le code giudiziarie potrebbero anche rivelare sorprese. A conti fatti, oltre il 40% degli incarichi a preside, messi a concorso nel 2011 attraverso procedure regionali, oggi è in bilico sotto la spada di Damocle della giustizia amministrativa.
Vizi formali e meno, buste troppo trasparenti in cui sono stati inseriti gli elaborati, presidenti di commissioni che non erano presenti ai lavori, incompatibilità manifeste... Consiglio di stato e Tar hanno evidenziato nella selezione di 2.386 dirigenti errori e superficialità dell'amministrazione scolastica che danneggiano anche quanti hanno superato con impegno e buona fede le prove.
Quando infatti si annullano prove o graduatorie, non c'è più certezza per nessuno. Gli oltre 400 candidati lombardi che hanno superato gli scritti, da ricorreggere dopo la sentenza del Consiglio di stato, chiedono ora a gran voce al ministro dell'istruzione, Maria Chiara Carrozza, un decreto che faccia salve le loro posizioni. Quello che è certo è che la continuità è a rischio e che all'inizio del nuovo anno, mancando i dirigenti titolari, ci sarà un ricorso di massa alle reggenze, con presidi a mezzo servizio su più sedi. Oggi ci sarà al ministero dell'istruzione un vertice con i sindacati per fare chiarezza su quanto avvenuto, mentre chi rischia di dover rifare un concorso vinto prepara a sua volte il ricorso per danni. «Si è creata una spirale di cui non si vede la fine e che solleva pesanti interrogativi sulla stessa credibilità delle procedure di reclutamento», dice Francesco Scrima segretario della Cisl scuola. «Servono nuove procedure, gestite a livello nazionale che garantiscano imparzialità e trasparenza», invoca Mimmo Pantaleo, segretario Flc-Cgil. Intanto dalle parti di Pdl e Lega ritorna il tamtam delle assunzioni dirette.


  • Valutazione, i presidi dicono no

L'accusa: il sistema è incoerente con quello contrattuale

ItaliaOggi, del 16-07-2013, di Mario D'Adamo

Nel corso dell'incontro svoltosi la settimana scorsa al ministero con i rappresentanti delle organizzazioni sindacali sono continuate a piovere critiche sul decreto che introduce il sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione. Pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 luglio scorso e fortemente voluto dal precedente ministro dell'istruzione, Francesco Profumo, che nel marzo scorso lo aveva presentato al governo per l'approvazione, il decreto, in particolare, interseca i propri contenuti con quelli contrattuali sulla valutazione dei dirigenti scolastici.
E crea incertezze interpretative e resistenze. Alle sollecitazioni della dirigente preposta agli ordinamenti scolastici, Carmela Palumbo, che segnalava come l'unica area dirigenziale non ancora sottoposta a valutazione è quella dei dirigenti scolastici, le organizzazioni sindacali hanno obiettato che, a distanza di sette anni dalla sottoscrizione del contratto che la prevedeva, non ha ancora trovato applicazione la normativa sulla verifica dei risultati e la valutazione dei dirigenti scolastici, soprattutto perché il ministero non ha provveduto alle parti di sua competenza, l'attivazione dei nuclei di valutazione e la determinazione dei criteri ai quali si dovrebbero attenere. Pensare ora di introdurre un altro sistema di valutazione, oltre tutto meno garantistico di quello contrattuale, è incoerente e irrazionale, in relazione anche a diverse altre critiche al decreto. Dei tre organismi, infatti, ai quali è affidata la valutazione, Invalsi, Indire e corpo ispettivo, Invalsi e Indire devono essere riformati e quanto agli ispettori se ne dovrebbe rivedere il profilo, per tacere del fatto che, se pur sarebbe necessario un organico ben più consistente di quello attuale di 330 unità, in ogni caso esso presenta così numerosi buchi da non poter essere colmati nemmeno con l'immissione in ruolo dei cinquantanove neovincitori di un concorso durato oltre cinque anni, che andranno ad aggiungersi alle poche decine di colleghi in servizio neppure in tutte le regioni. E se per completare l'organico sarà indetto un altro concorso, c'è il rischio che passi un altro lustro. Pensare realisticamente di avviare una valutazione del sistema scolastico con questi mezzi è come tentare di svuotare il mare con un secchiello forato. E pensare di farlo nei confronti dei dirigenti scolastici rischia di aprire anche un contenzioso giuridico – sindacale infinito. La valutazione negativa di un dirigente scolastico ha effetti sull'incarico affidato, che potrebbe essere modificato fino a far intervenire il recesso, e su una quota parte della retribuzione, quella di risultato, che potrebbe non essere attribuita. Il sistema di valutazione, introdotto con il decreto, prevede infatti che i risultati della valutazione operata nelle scuole sottoposte ad esame siano forniti ai direttori generali degli uffici scolastici regionali, ai sensi dell'art. 25 del decreto legislativo n. 165 del 2001. E quest'ultima disposizione prevede che i dirigenti scolastici rispondano della gestione delle risorse finanziarie e strumentali e dei risultati del servizio. Per rispondere dei risultati del servizio, però, occorre vi sia un nesso di causalità con la loro azione e per l'accertamento di questo nesso il contratto dell'11 aprile 2006 aveva giustamente previsto una serie di procedure e garanzia e tutela del preside sottoposto a verifica. Se queste mancano o non sono rispettate o vengono trascurate, come sembra fare il decreto, non si va da nessuna parte o, meglio, si va dal giudice del lavoro, giacché in materia di diritti retributivi e di svolgimento delle mansioni affidate il contratto di lavoro continua a prevalere sul decreto.


  • Modernizzazione non sempre fa rima con educazione

l'Unità, del 15-07-2013, di Benedetto Vertecchi

QUELLA A CUI STIAMO ASSISTENDO NELLA SCUOLA È UNA SORTA DI MODERNIZZAZIONE FORZOSA. DI FRONTE ALLA CONSTATAZIONE DELLA GRAVITÀ DELLA  CRISI SI TENTA di correre ai ripari, intervenendo su aspetti nei quali si manifesta un disagio più acuto. E lo si fa cercando di riversare sul funzionamento ordinario del sistema elementi di razionalità desunti in parte da procedure ricognitive messe a punto da organizzazioni internazionali, in parte tentando di riversare sulla gestione delle scuole e sulle pratiche di insegnamento la sapienza reificata nelle risorse che lo sviluppo della tecnologia ha reso disponibili. Se le procedure ricognitive danno l’impressione di offrire gli elementi necessari a interpretare lo stato del sistema educativo, le nuove risorse dovrebbero consentire sia di migliorare la gestione delle scuole, sia di introdurre pratiche d’insegnamento più adeguate. Il fatto è che la modernizzazione alla quale stiamo assistendo risponde a logiche interpretative che con l’educazione hanno poco o nulla da spartire. Di per sé, infatti, i dati ottenuti tramite procedure ricognitive possono far emergere aspetti critici dell’attività delle scuole, ma non indicano in che modo le difficoltà emerse abbiano avuto origine o possano essere superate. I dati sull’educazione scolastica sono, infatti, posti in relazione a variabili che costituiscono riferimenti prossimi, sul piano spaziale (per esempio, i dati del Nord sono migliori di quelli del Sud) e su quello temporale (ovvero in che modo questo o quel provvedimento normativo abbia modificato il quadro preesistente). Qualcosa di non troppo diverso si può dire dell’introduzione di nuove risorse, dalle quali si attendono ricadute valutabili in un contesto semplificato, che non tiene conto della complessità degli stimoli che raggiungono gli allievi. In breve, ci troviamo di fronte a una cultura educativa scadente, che non costituisce il punto di approdo di una riflessione autonoma, ma si limita a proporre un calco di modi di argomentare affermati in altri settori della vita sociale, in particolare da quelli produttivi. C’è bisogno di ricostituire condizioni positive per lo sviluppo del sistema educativo e, in primo luogo, di elaborare un disegno interpretativo per il tempo, verso il passato e verso il futuro. Le comparazioni devono cogliere tendenze dalle quali derivino cambiamenti significativi nei profili culturali delle popolazioni. Per esempio, è comune oggi sentir lamentare la regressione in atto nel livello delle competenze simboliche della popolazione adulta. In altre parole, popolazioni che hanno fruito di periodi anche consistenti di educazione scolastica si dimostrano progressivamente meno capaci di utilizzare il linguaggio alfabetico per comunicare. In una logica di breve periodo, questo fenomeno è inspiegabile, o se ne danno spiegazioni banali, come la cattiva qualità dell’istruzione fruita. Meglio sarebbe chiedersi per quali ragioni nel corso degli ultimi secoli sia stata avvertita la necessità di sostituire a una generale condizione di analfabetismo la capacità diffusa di leggere e scrivere (e, possiamo anche aggiungere, di far di conto). Troveremmo che all’origine di una trasformazione che ha segnato in modo determinante la storia sociale europea ci sono stati, a seconda dei casi, una spinta religiosa (nei Paesi riformati, per consentire al popolo cristiano di leggere le Scritture), o una sociale, collegabile alle innovazioni che si sono registrate nell’amministrazione degli Stati, nelle attività economiche, nell’organizzazione della vita quotidiana. La spinta religiosa ha preceduto di due o tre secoli l’altro fattore dinamico di cambiamento culturale. Ebbene, la comparazione delle quote di popolazione che stanno subendo la regressione alfabetica mostra che il fenomeno è molto meno grave nel primo gruppo di Paesi, quelli di religione riformata. Dal momento che le condizioni attuali di vita non sono troppo diverse tra i diversi Paesi, potremmo ipotizzare che un’educazione volta a consentire il possesso comune di una cultura non rivolta a soddisfare esigenze di breve periodo ha effetti più duraturi. In altre parole, la categoria dell’utilità nell’educazione non coincide con quella dei bilanci di breve periodo enfatizzati dalla modernizzazione forzosa del sistema scolastico. È singolare l’ostentazione di certezza che accompagna interventi sul funzionamento della scuola che si fondano, nei casi migliori, su suggestioni analogiche, ma non sono sostenuti da alcuna evidenza di ricerca. Se le procedure ricognitive fossero utilizzate per cercare di capire la complessità dei fenomeni educativi, potrebbero compararsi i dati che si riferiscono a sistemi scolastici variamente organizzati e diversi dal punto di vista delle scelte operative. Si potrebbe giungere alla conclusione che i simulacri della modernizzazione forzosa non sono quelli più comuni nelle condizioni in cui si ottengono migliori risultati. Assai più rilevante è la definizione dei profili culturali, la finalizzazione dei processi nel lungo periodo, la condivisione degli intenti da parte delle popolazioni. Di fronte alla difficoltà di conseguire esiti desiderati, ci si dovrebbe chiedere non solo se le pratiche messe in atto erano le più opportune, ma anche se i messaggi sociali capaci di orientare gli atteggiamenti e sostenere l’apprendimento non siano stati negativi. Sono tante le domande che occorre porsi per intraprendere un cammino di sviluppo per l’educazione: quel che conta è non credere che sia facile trovare le risposte.


  • Apprendistato a 14 anni: si torna al dopoguerra?

Un emendamento del Pdl al decreto Lavoro, ora all'esame delle commissioni Finanze e Lavoro del Senato, vorrebbe anticipare di un ulteriore anno l’ammissione di giovani nelle aziende

La Tecnica della Scuola.it, del 14-07-2013, di Alessandro Giuliani

Un emendamento del Pdl al decreto Lavoro, ora all'esame delle commissioni Finanze e Lavoro del Senato, vorrebbe anticipare di un ulteriore anno l’ammissione di giovani nelle aziende. Per il presidente della commissione Lavoro, Maurizio Sacconi, è un modo per offrire una alternativa alla totale inattività. Ma per evitare un salto indietro di oltre 50 anni occorrerà prevedere un minimo di formazione scolastica.
Le continue indicazioni da parte di rappresentanti del Governo Letta verso un rafforzamento del rapporto tra scuola e aziende potrebbero presto tramutarsi in norme di legge. L’indicazione è arrivata dal presidente della commissione Lavoro di Palazzo Madama, Maurizio Sacconi, che nel commentare gli emendamenti presentati dal Pdl al decreto Lavoro all'esame delle commissioni Finanze e Lavoro del Senato ha parlato di alcune proposte emendative "dedicate alla integrazione tra scuola e lavoro, tra apprendimento teorico e pratico, tanto attraverso le tipologie di apprendistato, che vanno semplificate, quanto attraverso forme di studio che includono periodi di alternanza con esperienze in ambiti lavorativi".
La novità riguardante il potenziamento delle attività di apprendistato è che vorrebbero essere portate indietro di un ulteriore anno: "si ipotizza che possano iniziare a 14 anni allo scopo di offrire una alternativa alla totale inattività", ha precisato Sacconi. Significherebbe, in pratica, fare un salto indietro di oltre cinquant’anni, quando, in un dopoguerra caratterizzato da tantissimi giovani che lasciavano ancora prematuramente la scuola, quella dell’apprendistato rappresentava una valida alternativa per salvare tanti giovani dalla disoccupazione e dalla strada.
Secondo Sacconi, si tratta di un’opportunità importante. Su cui il suo raggruppamento politico conta. E su cui la maggioranza dovrà confrontarsi seriamente. Il decreto Lavoro, del resto, sembra che sia diventato un passaggio decisivo per la tenuta dell’esecutivo. "Tocca al Governo ora fare una sintesi, cercare mediazioni nella maggioranza, assumere la responsabilità di decisioni che saranno lealmente votate. E al Governo - conclude Sacconi - rivolgiamo un forte appello ad avere coraggio".
I segnali perché l’emendamento del Pdl venga approvato ci sono. C’è la spinta di Confindustria. E ci sono i dati riguardanti l’abbandono scolastico in età di obbligo formativo, purtroppo ancora vicino al 20% anziché a quel 10% che indica l’Europa da anni.
Per completezza, però, va detto che non basta dare il via libera all’apprendistato a 14 anni. Il Governo dovrebbe varare anche una serie di norme (adeguatamente finanziate) che permettano sì ai giovani di trovare spazio nelle aziende (fiscalmente agevolate) già all’indomani della licenza media, senza però abbandonare del tutto la formazione scolastica. Una parte dell’attività lavorativa precoce dovrebbe essere dedicata alla teoria, allo sviluppo dei contenuti delle materie principali costituenti il biennio delle scuole professionali. Insomma, occorre una formula che integri lavoro e formazione. Perché 14 anni sono davvero pochi per lasciare la scuola. Ma altrettanto pochi per iniziare solo a lavorare.


  • Maturità, crollano i 100 e lode l’anno nero dei superbravi i presidi: regole troppo rigide

Delusione da nord a sud. A Milano niente encomi nei licei storici

la Repubblica, del 11-07-2013, di Salvo Intravaia

LA SCUOLA italiana perde i suoi cervelloni. Sembra che non riesca più a formare studenti degni di lode, quella che dal 2007 le commissioni possono attribuire ai ragazzi particolarmente brillanti. Dal 2010 al 2012 il crollo dei diplomati con 100 e lode è netto: meno 46% nelle scuole statali, meno 74 nelle paritarie. E QUEST’ANNO andrà ancora peggio: il numero dei superbravi è destinato ad assottigliarsi ancora. Così mentre gli scrutini sono ancora in corso montano le proteste dei presidi che chiedono una norma “più flessibile”. Anche perché ora la lode vale 10 punti di bonus per l’accesso a Medicina e alle altre facoltà a numero chiuso. Da Nord a Sud, i capi d’istituto censurano l’eccessiva rigidità delle regole per l’attribuzione del massimo punteggio. «Ci sono polemiche diffuse sulla scarsità delle lodi – ammette Gregorio Iannaccone, presidente dell’Associazione nazionale dei dirigenti scolastici – ma non stiamo parlando della tessera del pane. La lode è un fatto eccezionale che necessita di regole rigide». Più diplomatico Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi: «Non si può inflazionare il massimo dei voti – commenta – Ma qualunque meccanismo rigido che vincola ai risultati degli anni precedenti non consente alla commissione d’esame nessuna flessibilità di giudizio e si trasforma in una tagliola».
A Milano, in appena due anni, le eccellenze si sono dimezzate. E per la prima volta i classici Berchet, Manzoni e Parini sono rimasti senza superbravi. «Questi criteri sono ingiusti. C’è tutto un sistema da ripensare», si lamentano i presidi meneghini. In calo le lodi anche a Torino e nelle altre grandi città. Da tre anni, lo scientifico Cannizzaro di Palermo non vede studenti lodati. «Attribuire la lode – spiega il preside Leonardo Saguto – è diventato troppo difficile: basta un niente per farla svanire. Occorrerebbe dare più spazio
al percorso scolastico e maggiori margini alle commissioni».
A Napoli, niente lodi al liceo classico Vittorio Emanuele, e solo tre all’Umberto, il liceo del presidente Giorgio Napolitano, che l’anno scorso ne contò otto. Nella Capitale, i superbravi scarseggiano
anche nei licei, che hanno sempre fatto il pieno. Righi e Tacito sono in attesa di salutare il primo genietto cum laude. Una sola lode, finora, al Visconti e due al Mamiani. «Folle il fatto – spiega Alessandra Francucci, preside del liceo scientifico Sabin di Bologna
– che non sia concesso di avere un voto inferiore all’8 in pagella ed è un peccato perché così non si valorizzano i ragazzi». Anche nel capoluogo emiliano si contano pochissime eccellenze: solo tre, e tutte conquistate da donne, nello storico liceo classico Galvani.
Dal 2012, per aggiudicarsi la lode occorre il massimo punteggio nelle prove d’esame – 75 in tutto – e presentarsi alla commissione col massimo credito scolastico: 25 punti, che si ottengono con una media, nelle pagelle degli ultimi tre anni, superiore a 9, e senza essersi aggiudicati neanche un 7. In più, le decisioni sul punteggio da attribuire agli studenti devono essere state assunte all’unanimità. Fino al 2009, il percorso per arrivare al voto record era più semplice: bastavano le prove e il credito al top. E per quest’ultimo bisognava presentarsi con una media in pagella superiore a otto decimi. Poi la Gelmini ha inasprito le regole, entrate a regime nel 2012, e anche per gli studenti eccellenti l’esame di maturità è diventato più difficile.


  • Scuola, l'Italia bocciata in Europa

Siamo l’unico Paese dell’area Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa pubblica per studente della scuola primaria e secondaria e che ha fortemente ridotto la spesa pubblica per studente dell’università

l'Unità, del 10-07-2013, di Nicola Cacace

MENTRE LE SPESE PER ISTRUZIONE AUMENTANO IN TUTTO IL MONDO,RICCO E POVERO, PER FRONTEGGIARE LA CRESCENTE COMPLESSITÀ E VARIABILITÀ DEI LAVORI,l’Italia, marcia in direzione opposta. Siamo l’unico Paese dell’area Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa pubblica per studente della scuola primaria e secondaria e che ha fortemente ridotto la spesa pubblica per studente dell’università. In anni in cui la strumentazione tecnica ed informatica di supporto agli studi aumenta continuamente, noi riduciamo i fondi pubblici. Nello stesso periodo, 15 anni, i Paesi dell’Ocse hanno aumentato del 62% la spesa per istruzione primaria e secondaria mentre in media mantenevano invariata la spesa per studente universitario. Questo per quanto riguarda le tendenze medie, che non dicono tutto. Perché il divario nei livelli assoluti di spesa pubblica tra Paesi del Nord e del Sud Europa si allarga sempre più. In Europa, nella politica dell’istruzione, invece di esserci convergenza c’è divergenza. Serve una Maastricht dell’istruzione per ridurre questi divari. Mentre i norvegesi investono 731 euro per cittadino nell’università , Francia e Germania ne investono 304 e l’Italia solo 104. Per effetto di una drastica riduzione dei fondi per l’università, in Italia aumenta continuamente la quota privata delle famiglie, per cui l’università sta diventando sempre più un business per famiglie agiate. Se quest’anno non ci sarà un ripristino del finanziamento decurtato di 300 milioni di euro, auspicato anche dal ministro Maria Chiara Carrozza, la posizione dell’Italia nella classifica delle università europee peggiorerà ulteriormente, così come la posizione del Paese nella divisione internazionale del lavoro. Ed i lodevoli Piani predisposti dall’Europa, anche sotto la spinta del nostro governo, per avviare qualche centinaio di migliaia di giovani dalla scuola o dall’inattività al lavoro, rischiano di infrangersi contro il muro della fragilità delle fondamenta culturali. Il muro delle carenze di cultura, basica e superiore, per poter rispondere positivamente agli sforzi di orientamento ed avviamento al lavoro da parte degli ispettorati al lavoro a ciò preposti. Come oggi abbiamo difficoltà quasi insormontabili ad avviare un minatore del Sulcis ad una diversa esperienza lavorativa, date le sue carenze culturali di base, così potremo avere difficoltà simili ad avviare un suo figliolo ad acquisire le conoscenze necessarie a svolgere un qualsiasi lavoro disponibile, se la scuola non gli avrà dato gli strumenti culturali necessari ad orientarsi nel difficile e mutevole mondo dei lavori di oggi. Investire sul futuro non significa solo investire nelle infrastrutture materiali, strade, energia, innovazione, significa soprattutto investire sui giovani. L’Italia è già il Paese più vecchio del mondo, con meno giovani relativamente ad altri Paesi, se poi rinuncia anche ad investire sui suoi pochi giovani, soprattutto nella loro cultura, si condanna anche ad una fine ingloriosa e certa, in un mondo globale dai rapidi cambiamenti. Si condanna ad una vecchiaia inesorabile e crescente, dove, con i vecchi, resta solo la parte «peggiore» dei giovani, i migliori essendo fuggiti verso lidi più attraenti.


  • Nuova infornata di prof abilitati

La Carrozza con i corsi riservati apre la strada ad altri 80 mila aspiranti docenti. Ma i posti su cui assumere nei prossimi anni scarseggiano

ItaliaOggi del 09-07-2013 di Carlo Forte e Alessandra Ricciardi

Al via i corsi abilitanti riservati ai docenti precari. E senza la prova preselettiva, paventata dall'ex ministro dell'istruzione, Francesco Profumo. La dizione ufficiale è «percorsi formativi abilitanti speciali» che va a sostituire la vecchia dizione dell'era Profumo dei Tfa speciali (la sigla Tfa sta per tirocini formativi attivi). La novità è contenuta in un decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale serie generale n.155 del 4 luglio scorso, che entrerà in vigore il 19 luglio prossimo. A partire da quella data gli interessati potranno produrre domanda, utilizzando la procedura via web che sarà attività dal ministero dell'istruzione. É prevista anche l'emanazione di un decreto dirigenziale che recherà la normativa di dettaglio. L'accesso ai corsi abilitanti sarà riservata ai precari che potranno vantare 3 anni di servizio, ma fino al 2011/2012, di cui almeno uno nella disciplina oggetto del corso, anche se abilitati in altre discipline. Non è previsto il superamento di prove di accesso e, secondo quanto risulta a Italia Oggi, per fare fronte alle richieste (che potrebbero raggiungere quota 80mila) gli aventi titolo a partecipare saranno classificati secondo l'anzianità di servizio. Tale criterio servirà a definire gli scaglioni che saranno gradualmente avviati alla frequenza dei corsi. Il tutto però senza che ci sia chiarezza sui posti disponibili per le future assunzioni. Dopo gli annunci del ministro dell'istruzione, Maria Chiara Carrozza, relativi a 15 mila nuove immissioni in ruolo a settembre e 44 mila nel successivo triennio, grazie al turn over, non sono giunti atti concreti. Ma non solo. La disponibilità dei posti indicati, circa 15 mila all'anno, si rivela comunque largamente insufficiente se confrontata con il fabbisogno occupazionale della categoria dei docenti precari abilitati, oggi a quota 150 mila. Categoria destinata a crescere ulteriormente proprio grazie ai corsi riservati che stanno per partire. Insomma, il sistema della formazione e del reclutamento sta mettendo sempre più a nudo le sue falle complice l'assenza, in questo concordano tutte le sigle sindacali, di una politica che guidi il processo, contemperando l'esigenza di rinnovamento con la tutela di diritti acquisiti, e non lo insegua. Il decreto sui corsi riservati tra l'altro sbarra la strada ai docenti di ruolo. Di fatto precludendo una ricollocazione professionale per i circa 9mila insegnanti in esubero sulla propria classe di concorso e che potrebbero abilitarsi su altri classi per le quali c'è carenza di prof. E così la mobilità professionale, pensata dalla legge per un utilizzo intelligente del personale, perde un'altra buona occasione per passare dalle parole ai fatti. La preclusione appare ancora più stridente se si pensa che molti docenti in esubero sono stati e saranno ricollocati secondo i titoli di studio posseduti e a prescindere dal possesso dell'abilitazione, così come indicato dall'art. 14, comma 17 del decreto legge 95/2012. Quanto al contenuto del decreto sui corsi riservati, il dispositivo prevede che fino all'anno accademico 2014-2015 gli atenei e le istituzioni dell'alta formazione artistica, musicale e coreutica dovranno istituire ed attivare percorsi abilitanti speciali finalizzati al conseguimento dell'abilitazione all'insegnamento nella scuola secondaria di primo e secondo grado e analoghi percorsi dovranno essere organizzati per la scuola dell'infanzia e primaria. Potranno partecipare i docenti non di ruolo che abbiano maturato, a decorrere dal 1999/2000 fino al 2011/2012 incluso, almeno tre anni di servizio in scuole statali, paritarie o nei centri di formazione professionale. Il lavoro prestato nei centri di formazione riconducibile a insegnamenti compresi in classi di concorso sarà valutato solo se prestato per garantire l'assolvimento dell'obbligo di istruzione a decorrere dall'anno scolastico 2008/2009. Ai fini del raggiungimento dei requisiti previsti sarà valutato anche il servizio effettuato nella stessa classe di concorso o tipologia di posto, prestato per ciascun anno scolastico per un periodo di almeno 180 giorni. Oppure quello valutabile come anno di servizio intero, ai sensi dell'articolo 11, comma 14, della legge 3 maggio 1999, n. 124. E cioè dal 2 febbraio fino agli scrutini. Il requisito potrà essere raggiunto anche cumulando i servizi prestati, nello stesso anno e per la stessa classe di concorso o posto, nelle scuole statali, paritarie e centri di formazione professionale.


  • Tagli ai prof, primato italiano

L'Ocse punta il dito contro il disinvestimento in istruzione: così si alimenta la crisi. Intanto i ragazzi senza titolo di studio arrivano al 20%

Il Tirreno, del 09-07-2013

L'istruzione pesa sempre meno nel bilancio dell'Italia. Si svalutano i titoli di studio, gli insegnanti, gli studenti, le scuole, mentre dovrebbero essere la priorità. Insomma, se esistesse un G8 della conoscenza, l'Italia ne resterebbe fuori. Leggendo i dati dell'ultimo rapporto Education at a Glance dell'Ocse, il sospetto è che l'Italia voglia divorziare dall'istruzione.
Il nostro, avverte l'Ocse, è il Paese in cui la massa dei lavoratori meno istruiti è superiore a quella dei più istruiti. Questo, nonostante il recupero registrato negli ultimi venti anni sul fronte della scolarizzazione secondaria superiore. Se nel 2011, infatti, tra i 55-64enni uomini i diplomati erano poco più del 50%, i 25-34enni erano già più del 70%. Tra le donne il gap è passato da meno del 40% di diplomate 55-64enni a più del 70% delle 25-34enni. Ma se i più giovani corrono a perdifiato per recuperare il distacco, sono proprio loro a soffrire di più gli effetti della crisi. L'attrazione gravitazionale esercitata dalle coorti dei lavoratori più anziani e meno istruiti porta giù le coorti dei lavoratori più istruiti a cui non resta che guardare sempre di più oltreconfine. Un buco nero insomma, in cui il retaggio rischia di pesare eccessivamente su un sistema che sembra soffrire più di altri della crisi del ricambio generazionale e della difficoltà di costruire comunità intorno ai temi dell'educazione.
Svalutazione degli insegnanti
Dopo una fiammata che ha visto crescere, soprattutto dall'inizio a metà dell'ultimo decennio, le aspirazioni degli italiani che hanno iniziato a voler andare all'università, oggi indietreggiamo. L'emorragia di immatricolati all'università è di quelle da codice rosso. Studiare è sempre più un optional, anche perché spesso non ce lo si può più permettere. Ma se al di fuori dei nostri confini nazionali verrebbe in mente, al limite, di valorizzare i docenti per reinvestire sugli studenti, da noi non si corre questo rischio. L'Italia è il Paese dell'Ocse, insieme all'Ungheria, dove sono stati tagliati i salari dei docenti, e in Italia ciò è avvenuto in misura doppia rispetto all'Ungheria. Nella spesa annuale per studente, il valore dei salari dei docenti diminuisce tra il 2005 e il 2011 di più del 26% per i maestri della scuola primaria, e dello stesso periodo diminuisce di più del 25% per i professori (in Ungheria hanno tagliato l'11% dei salari per i maestri e il 13% per i prof).
Giù gli investimenti, sale la depressione cognitiva
Dal 1995 al 2010 gli investimenti stagnano mentre altrove, come in Corea e in Polonia, raddoppiano. Così si spiega come Paesi che hanno iniziato a investire quindici anni fa in istruzione sono oggi in testa alle classifiche mondiali Ocse Pisa dell'apprendimento. Misurando la variazione di spesa in istruzione ricorrendo al deflattore del Pil, che consente di valutare il trend degli investimenti rispetto ad un indice di cambio pari a 100 nel 2005, vediamo che la spesa per studente in istruzione è passata da 96 nel 1995 a 97 punti nel 2000 ed è rimasta a 97 nel 2010. La media Ocse è di 73 nel 95, 84 nel 2000 e 117 nel 2010. Nei Paesi che si sono tuffati a capofitto nella sfida della conoscenza, l'investimento cresce da 15 anni a questa parte. In Finlandia era pari a 81 nel 95, 85 nel 2000, a 112 nel 2010. In Corea da 68 del 2000 è passata a 135 nel 2005. in Polonia passano da 50 nel 95, a 78 nel 2000 a 153 nel 2010. L'Italia invece è rimasta a guardare.
A rischio il patto educativo e le motivazioni
Ma i nodi vengono al pettine proprio con la crisi del 2008. Tra il 2008 e il 2010 risultiamo, secondo l'Ocse, il terzo Paese, dopo Islanda ed Estonia, con il 7% di Pil di tagli all'istruzione. E solo in Italia, insieme a Ungheria e Islanda, il decremento degli investimenti sulle istituzioni scolastiche è stato maggiore del decremento di Pil dall'inizio della crisi. È questo il dato più allarmante. Recentemente Andreas Schleicher, patron di Ocse Pisa, aveva sottolineato come proprio la crisi finanziaria del 2008 abbia enfatizzato il ruolo dell'istruzione nel dettare l'agenda delle priorità. Se così stanno le cose allora sorprende come mai in Italia sono sempre meno i giovani che decidono di non proseguire a studiare all'università o presso istituti superiori e sia in crescita il fenomeno dei neet (not in education, employment and training), arrivato ad interessare, qui da noi, secondo le stime Ocse, più del 20% dei 15-29enni.


  • Il prof con il curriculum taroccato che giudica gli aspiranti colleghi

Aveva inserito testi mai pubblicati. Il giallo della correzione

Corriere della sera.it, del 08-07-2013, di Gian Antonio Stella

Accettereste d'essere giudicati da un professore che per entrare in commissione e giudicare voi ha presentato un curriculum taroccato? Mai, direte. Eppure è quanto sta accadendo agli aspiranti docenti universitari, ordinari e associati, di Storia moderna. Non solo: sullo scandalo è stata messa una pezza ancora più strabiliante. Il permesso al taroccatore, udite udite, d'aggiustare quel curriculum retroattivamente.
Teatro della storia, Messina. Dove l'ateneo, già al centro di mille polemiche e scosso ieri dagli arresti per gli «esami facili» e le rivelazioni sulle interferenze della ‘ndrangheta, era stato sconvolto anni fa perfino da un delitto, l'uccisione a colpi di lupara del professore Matteo Bottari. Un omicidio seguito da inchieste arroventate e dalla definizione della città peloritana come di un «verminaio».
Tutto comincia quando, nel tentativo di lasciarsi alle spalle le sconcezze di certi concorsi del passato quando i baroni più spregiudicati potevano mettere in cattedra figli, mogli, cognati, famigli e somari, viene tentata la strada di commissioni nazionali delegate non ad assegnare le cattedre ma a valutare gli aspiranti professori. I quali, una volta abilitati, avranno il diritto a partecipare ai vari concorsi in questa o quella materia in questo o quell'ateneo.
Una scelta positiva, sulla carta. Ma seguita da una serie di grane. Prime fra tutte, come i lettori ricorderanno, le polemiche sulla definizione delle «riviste scientifiche» (tra le quali vennero inseriti all'inizio perfino settimanali diocesani e bollettini comunali) e il numero esorbitante di concorrenti in certe materie. Vedi la commissione di Letteratura italiana, per esempio, che avrebbe dovuto esaminare entro il 30 giugno una tale massa di lavori da imporre la lettura (almeno in teoria) di 1.610 pagine al giorno.
Bene: tra i 54 aspiranti membri della commissione per l'abilitazione in Storia moderna, c'è anche Angelo Sindoni, ordinario di Storia moderna all'Università di Messina dal 1986. Ed è proprio lui, con Marina Formica di Tor Vergata, Francesco Gui della Sapienza, Giuseppe Agostino Poli della «Aldo Moro» di Bari e José Ignacio Fortea Pérez della Università spagnola di Cantabria, ad essere sorteggiato per l'incarico. Il curriculum è lungo lungo: 53 pubblicazioni principali più altre cinque sotto la voce «altre pubblicazioni».
Poco dopo Natale, però, Saverio Di Bella, già docente dell'Ateneo messinese, già senatore del Pds e massone dichiarato (nel 1995 fece scalpore la sua presenza a una marcia di «liberi muratori» sul Gianicolo), spedisce una lettera velenosissima all'allora ministro Francesco Profumo: quel curriculum è almeno in parte taroccato. Contemporaneamente, diffonde la denuncia con tutti i dettagli tra amici, conoscenti e colleghi. Finché Francesco Margiocco, cacciatore curioso di «chicche» universitarie (era suo anche lo scoop sul «giovane professore» sessantenne fatto «rientrare» dalla Mongolia dove non insegnava affatto) ne scrive su «Il Secolo XIX».
La faccenda finisce nelle mani dell'Anvur, l'Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. La quale, sia pure sospirando, non può che prendere atto di come alcune pubblicazioni inserite nel curriculum vitae del commissario Sindoni, effettivamente, non siano mai state pubblicate. Nonostante fosse annotato nel documento perfino il numero isbn (International Standard Book Number) cioè di codice di 13 cifre usato internazionalmente per classificare i libri e rintracciarli poi nelle varie biblioteche. Un banale errore dovuto a un eccesso di vanità? Dura da sostenere: l'inserimento di quei codici isbn attribuiti all'editore Rubbettino dimostra infatti una malizia difficile da spiegare con una leggerezza causata dalla vanagloria.
Che fare? Pensa e ripensa, l'Anvur decide di lasciare le cose come stanno perché, in fondo in fondo, i titoli portati da Angelo Sindoni a sostegno della propria candidatura sarebbero stati sufficienti anche senza quelle pubblicazioni fantasma. Risultato: sulla pagina web del ministero dove si elencavano gli aspiranti commissari tra i quali furono sorteggiati i 5 della commissione di Storia Moderna (http://abilitazione.miur.it/public/commissariEleggibili.php?settore=11/A2) il nome del professor Sindoni è seguito da un asterisco che in fondo alla pagina spiega: «Il presente curriculum vitae è stato rettificato in base alla nota direttoriale n.12976 del 3 giugno 2013». Infatti ora è diverso da quello originale. La data è la stessa: ore 19.19 del 28 agosto 2012. Ma i documenti no: nel primo, l'originale taroccato, Sindoni si vanta d'aver all'attivo 53 pubblicazioni principali più altre 5 sotto la voce «altre pubblicazioni». Nel secondo, le une e le altre scendono rispettivamente a 47 e a 5.
Chi l'ha firmato, quel misterioso decreto direttoriale che consente il ritocco postumo del curriculum taroccato? Boh… Su internet non c'è verso di trovarlo, quel decreto, neppure con l'aiuto di chi conosce link per link il sito ministeriale. Che quella scelta di lasciare al suo posto il commissario beccato a «gonfiare» le carte sia legittima non vogliamo neanche metterlo in dubbio. Diamo per scontato che sia tutto corretto e morta lì. Sarebbe, secondo gli esperti, un «falso innocuo»: fosse stato determinante per la promozione del nostro professore a commissario, sarebbe stato un reato. Così, a quanto pare, no.
Ma resta la domanda iniziale. Dopo decenni di sospetti e polemiche su concorsi universitari troppe volte finiti con la promozione di candidati stupefacenti era davvero il caso, eticamente e politicamente, di imporre agli aspiranti docenti di Storia moderna di farsi esaminare da un professore che si è fatto beccare con le dita nella marmellata? Cosa ne pensa il ministro Maria Chiara Carrozza che faceva il rettore al Sant'Anna di Pisa dove i curriculum sono una cosa seria? E siamo sicuri, come chiede una interrogazione del Movimento 5 Stelle, che i curriculum ritoccati non siano più di uno?


  • Abbandono scolastico, lascia uno studente su cinque

Quello della dispersione è un fenomeno dove l’Italia ha un primato tristemente negativo. La conferma arriva dagli ultimi dati del Ministero

Il Messaggero, del 08-07-2013, di Alessia Camplone

LA RICERCA
ROMA Vanno via in silenzio. Lasciano quasi sempre senza dire nulla. I maschi abbandonano più delle donne. Lasciano al sud più che al nord. Sono gli “early school leavers”, studenti che abbandonano precocemente la scuola. Non studiano più. E molto spesso nemmeno lavorano. Quello della dispersione è un fenomeno dove l’Italia ha un primato tristemente negativo. La conferma arriva dagli ultimi dati del Ministero dell’ istruzione, dell’università e della ricerca (il Miur). Seguono di pochi giorni le statistiche dell’Ocse. I dati del Miur, per il 2012, mettono il nostro Paese in quart’ultima posizione in Europa. Dietro di noi paesi come Spagna e Portogallo. Va meglio la Grecia. «Nella graduatoria dei ventisette Paesi Ue – si legge nel rapporto del Miur – l’Italia occupa ancora una posizione di ritardo». E lo stesso ministro Maria Chiara Carrozza, nel presentare le linee programmatiche davanti alle Commissioni riunite del Senato e della Camera ha evidenziato la necessità di una “politica di lungo respiro” per contrastare il fenomeno. Rispetto all’anno precedente un lieve miglioramento c’è stato. Ma non significativo. E l’Italia resta lontana dagli obbiettivi Ue.
LA COMMISSIONE EUROPEA
La Commissione europea, infatti, ha richiesto che per il 2020 il tasso di abbandono scolastico vada sotto la soglia del 10 per cento. E che sempre entro il 2020 il tasso di studenti con la laurea salga sopra al 40. Quasi un alunno su cinque, tra le medie e le superiori, lascia la scuola. La dispersione, infatti, si attesta in Italia al 17,6% (18,2 % nel 2011) contro una media Ue del 12,8% (13,5%). Il divario con il dato medio europeo è più accentuato per i maschi (20,5% contro 14,5%), in confronto a quello delle donne (14,5% contro 11%). Guardando a livello regionale il quadro appare eterogeneo. Il Molise è l’unica regione ad aver raggiunto il target europeo, con un valore dell’indicatore pari al 9,9%. Ma il fenomeno dell’abbandono scolastico è in genere più sostenuto nel Mezzogiorno con punte del 25,8% in Sardegna, del 25% in Sicilia e del 21,8% in Campania. Zone in cui sono maggiormente diffuse le situazioni di disagio economico e sociale. Tuttavia anche nelle aree più industrializzate e sviluppate, nelle regioni caratterizzate da un mercato del lavoro ad ingresso più facile e in cerca di mano d’opera meno qualificata: è qui che una larga fetta dei ragazzi trova più allettante la prospettiva di rinunciare agli di studi per entrare subito nel mondo del lavoro. Continue assenze, voti costantemente molto bassi, cambiamenti ripetuti di istituto: i sintomi che molto spesso portano alla dispersione. Un fenomeno che per gli esperti è prevedibile. Secondo le stime dello stesso ministero dell’istruzione nell’anno scolastico 2011/2012 il numero degli alunni “a rischio di abbandono” è di circa 3.400 ragazzi per la scuola secondaria di I grado (pari allo 0,2% degli alunni iscritti) e a quasi 31.400 per le scuole superiori. Nelle scuole medie gli alunni “a rischio di abbandono” sono iscritti al secondo e al terzo anno.
ALLE SUPERIORI
Ma è alle superiori che il fenomeno è più evidente. Soprattutto tra il terzo e quarto anno di corso. Le scuole dove è più facile lasciare? Negli istituti professionali, tecnici e nell’area dell’ istruzione artistica. Molto spesso alla base della dispersione c’è un disagio legato all’ambiente familiare e sociale. Ma conta pure una scelta degli studi sbagliata, poco vicina alle proprie inclinazioni. Magari una scelta imposta dai genitori e dai parenti.


  • Tfa speciali, ancora tanti punti contesi

Secondo i sindacati permangono diverse questioni aperte, oltre a quella della validità del 2012/13 tra i requisiti d’accesso

La Tecnica della Scuola.it, del 04-07-2013, di A.G.

Secondo i sindacati permangono diverse questioni aperte, oltre a quella della validità del 2012/13 tra i requisiti d’accesso: dal numero massimo di assenze consentite, al momento solo il 10%, alla necessità di chiedere le 150 ore di permesso studio, dalla possibilità di scegliere la regione a quella di valutare i servizi prestati nello stesso anno in insegnamenti diversi. Cambia la denominazione dei corsi: d’ora in poi si chiameranno “Percorsi Speciali Abilitanti”.Se l’approdo in Gazzetta Ufficiale del decreto dirigenziale sull’attivazione dei Tfa speciali è solo questione di ore, lo stesso non si può dire su alcune problematiche sullo stesso tema ancora tutte da risolvere. Oltre alla validità dell'anno in corso tra quelli utili al raggiungimento delle tre annualità minime per accedere ai corsi, al momento non prevista, i sindacati hanno fatto presente una serie di punti su cui il Miur sarà ora chiamato a lavorare.
La Gilda degli insegnanti, ad esempio, ha “chiesto di consentire un massimo di assenze giustificate del 20% (ora sono al 10%), che potranno essere recuperate tramite attività on-line”. Inoltre, “non essendo previsto alcun esonero dal servizio”, sempre il sindacato autonomo ha “chiesto di riaprire i termini per la presentazione delle domande del diritto allo studio (150 ore) o comunque di agevolare la frequenza ai corsi”. E, infine, sempre la Gilda ha detto ai dirigenti dell’amministrazione che è il caso “di dare libertà di scelta della regione nella quale presentare la domanda” (al momento viene assegnata d’ufficio quella dove si presta servizio).
La Uil Scuola, dal canto suo, ha fatto sapere che sino all’ultimo si adopererà per “il riconoscimento dell'anno scolastico in corso ai fini dell'accesso ai corsi. Su questo aspetto – spiega il sindacato Confederale - il Miur ritiene che si possa intervenire solo successivamente, in sede legislativa, apportando le necessarie integrazione al regolamento. Il Miur ritiene che, se saranno rispettati i tempi di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, le domande dovrebbero essere presentate a cavallo dei mesi di luglio e agosto e i corsi potrebbero partire già dal mese di novembre prossimo”. La Uil ha chiesto, inoltre, sempre “ai rappresentanti del ministero di mettere in atto tutte le procedure necessarie nei tempi più brevi possibili per garantire l'attivazione dei corsi nei tempi più brevi possibili”.
Dopo aver preso atto con soddisfazione che nella bozza finale del decreto sui Tfa speciali è prevista “l'attivazione per tutti gli insegnamenti (inclusi gli ITP e Strumento musicale) e l'eliminazione della prova preselettiva paventata dal Ministro Profumo”, la Flc-Cgil ha confermato che “dal momento della pubblicazione di questo provvedimento decorreranno i 30 giorni per presentare al domanda via web attraverso le istanze on-line”.
Il sindacato guidato da Pantaleo ha detto che però “restano aperte le questioni relative all'inserimento dell'anno in corso ai fini della partecipazione, della possibilità di organizzare i corsi per un triennio (essendo saltato l'a.a. 2012/13) e la possibilità di valutare anche servizi prestati nello stesso anno scolastico in più insegnamenti diversi”.
Il sindacato di via Leopoldo Serra, inoltre, “ritene che per parlare di formazione iniziale e reclutamento ci voglia la materia prima: i posti per le stabilizzazioni. È necessario perciò che ora che si apra al più presto col Ministero l'interlocuzione sul sistema di reclutamento e sul piano di stabilizzazioni per dare adeguata risposta alle legittime aspettative sia di coloro che sono già nelle graduatorie (ad esaurimento e concorsuali) sia di coloro che hanno affrontato e affronteranno i percorsi di abilitazione ordinari e speciali”.
Un’ultima annotazione: d’ora in poi sarà anacronistico chiamare questi corsi Tfa. All’interno del decreto in via di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale vengono infatti definiti Psa, che sta per Percorsi Speciali Abilitanti.


  • La maturità a prezzo di saldo lo scandalo dei diplomifici dove l’esame costa 8 mila euro

Da tutta Italia in tre scuole campane, inchiesta e arresti

la Repubblica.it, del 03-07-2013, di Conchita Sannino

NOLA
— Un volo verso Capodichino, e un diploma. Un assegno staccato da papà, e un “titolo di studio”. «Dai, lo sanno tutti come funziona. No?». Ma sì, forse ha ragione il rampollo ventisettenne di una famiglia veneta che, libero di sfogarsi dopo il faccia a faccia con gli investigatori, consegna la sua fotografia ad un amico che lo aveva accompagnato per farsi una gita. «Quante domande, ma facciamola finita... Io mi sono iscritto qui a Nola perché da noi sappiamo che se ti iscrivi giù, al “Luca Pacioli”, non hai problemi. Paghi. Seimila. Settemila euro. Qualche povero cristo di qui mi ha confessato che pagava a rate. Non ti fai vedere per un anno. Non frequenti. Nessuno ti rompe. E alla fine dell’anno, arrivi, copi il compito, ti prendi il tuo bel diplomino. Lo so io, e qui non lo sanno?».
È andata così per almeno duemila studenti, negli ultimi due anni, e solo in una ristrettissima area: il Nolano, ad alta densità di scuole-bluff. Più che diplomifici, associazioni per delinquere: perché i primi dovrebbero produrre
diplomi, le altre solo denaro per sé e per gli altri carta straccia, benché le si attribuisca un valore. Sono aziende scolastiche in apparenza, e scatole vuote. Che, però, da anni riescono a gabbare lo Stato, il ministero, l’Ufficio scolastico regionale: grazie anche a sciatterie o autentiche complicità ben pagate, come dimostrano gli arresti, ad aprile, a carico di ispettori del Provveditorato.
È andata così per troppo tempo, racconta l’inchiesta della Procura di Nola, che ad aprile ha colpito con sequestri e misure cautelari per 15 persone le scuole Luca Pacioli e Vittorio Emanuele di Nola e la Achille Lauro di Torre Annunziata. Va ancora così, è il sospetto nutrito dalle indagini delle Fiamme Gialle di Torre Annunziata, anche in altri presìdi-satelliti collegati: sia in Campania, sia nel resto d’Italia. È un affare da 10 milioni di euro l’anno, stima approssimata per difetto. La prova di una sostanziale impunità è nel clamoroso blitz svelato da
Repubblica:
il colonnello Carmine Virno rimanda i finanzieri alla “Pacioli”, l’altro ieri, e trova oltre 550 ragazzi che fanno l’esame di maturità senza registri di classe, senza documentazione,
in un clima definito di «diffusa illegalità». Com’è stato possibile? Grazie al solito duello tra istituzioni. Doppio pronunciamento: di segno opposto. L’Ufficio scolastico regionale revoca subito la “parifica” a quell’istituto: anche perché le carte mostrano falsi di ogni natura, distruzione di atti. Ma il “Pacioli” fa ricorso al Tar del Lazio che sospende
lo stop. Così, tutto torna a posto. Benvenuti, ragazzi. Addio incubi, zero notti passate a studiare. È una passeggiata, la sfida con l’esame di Stato. Peccato che stavolta ci siano gli uomini in divisa, nelle aule, a complicare la gita.
Così interviene anche il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza. «La vicenda dell’istituto paritario “Pacioli” di Nola è
molto grave. Auspico che si faccia presto piena luce sul caso, sul quale il ministero e l’Ufficio scolastico regionale stanno facendo approfondite verifiche». Il ministro annuncia anche che intende «rivedere la normativa che disciplina questi istituti, prevedendo un regime diverso, più restrittivo ». Eppure, basterebbero semplici regole. Com’è pensabile che
un allievo che risieda a Sassari o ad Aosta possa frequentare sul serio, e con profitto, una scuola del Nolano? Ma anche le analoghe, doverose, intenzioni dei predecessori della Carrozza si sono dissolte nelle nebbie parlamentari.
Per anni, sono state solo comitive rumorose e goliardiche di ragazzi, quelle che invadevano con i vari dialetti l’area del nolano. Erano portatori di “economia locale”. Si sceglievano anche vetture con autista, andavano in cerca di un po’ di fumo e qualche locale “carino”. Tutto nel pacchetto diploma finto più esotica incursione. Tutto per diecimila euro, compreso il viaggio.
Una storia lunga, quella di diplomi e lauree, un tanto al chilo. Radicata in ambienti di camorra: sia tra i promotori, sia tra i destinatari. Dallo storico blitz al vecchio Settembrini, lì dove Rosetta Cutolo, la sorella del sanguinario padrino di camorra Raffaele, e altri camorristi di rango avevano conseguito titoli di studio restando inesorabilmente analfabeti, ai diplomifici riveduti e corretti dove — fino a qualche anno fa — un osannato Nicola Cosentino partecipava all’inaugurazione di nuovi e prestigiosi “indirizzi”, in compagnia di un’ampia rappresentanza istituzionale e di un delegato del Ministro.
Oggi, il procuratore capo di Nola, Paolo Mancuso, evita accuratamente ogni riferimento al merito dell’inchiesta, e osserva: «C’è una normativa francamente incomprensibile, che disciplina gli obblighi di presenza di esaminandi “esterni” e degli “interni”. E questo favorisce un più agevole ricorso all’illegalità. Un fenomeno in crescita. Non escludo ci siano altri istituti “Pacioli” in giro per l’Italia».


  • A scuola è morto l'umanesimo

STUDIO E FUTURO TUTT'INFORMATICI Nei paesi "avanzati" si cominciano a intravvedere i pericoli di un orientamento praticistico del sapere. Ovunque, ma non da noi

Il Fatto Quotidiano, del 03-07-2013, di di Angelo d'Orsi

Nel giugno di 14 anni or sono (esattamente il 18-19), a Bologna, nella sede della più antica università del mondo, la cosiddetta Alma Mater, si riunivano 29 ministri dell'Istruzione e siglavano un accordo, la "Dichiarazione di Bologna", che avviava il processo che avrebbe dovuto realizzare lo "Spazio Europeo dell'Istruzione Superiore". Era un contributo all'unificazione del continente. Ma quanti si resero conto delle conseguenze negative che avrebbe avuto quel frettoloso documento? Cominciava allora, in effetti, un gioco al ribasso della qualità, che avrebbe condotto l'Italia nel tunnel del famigerato "3+2", passando dalla "riforma" di Luigi Berlinguer, agli interventi dei suoi epigoni e continuatori, pur se di diversa appartenenza politica, fino alla devastazione firmata dalla signora Gelmini e perfezionata dall'ing. Profumo. NELL'ULTIMO suo libro, Benvenuti in tempi interessanti (casa editrice Ponte alle Grazie) quello che è stato chiamato "il filosofo più pericoloso d'Occidente", Slavojiek, ha scritto che da Bologna partì "un attacco concertato a ciò che Kant chiamava `l'uso pubblico della ragione-. Veniva, in prospettiva, cancellato il vero, primo compito del pensare: che non è offrire solo soluzioni ai problemi, ma innanzitutto riflettere sulla forma e la natura di quei problemi. Si sostituiva, insomma, al sapere critico, il sapere "utile", al pensiero libero, un pensiero finalizzato: a cosa? Ai bisogni della società, ossia del mercato, innanzitutto. Da allora in poi nelle università europee, e nelle Scuole di istruzione superiore, secondo una tendenza che attraversava l'Atlantico e si manifestava in America, cominciò una vera e propria aggressione, mediatici e politica, alle discipline umanistiche, e anche alle scienze sociali e politiche. L'eliminazione o la riduzione ai minimi termini di Storia dell'arte, o di Storia della musica nelle scuole è stato un segnale inquietante passato sotto silenzio. L'abrogazione o quasi degli insegnamenti di Lettere classiche, la chiusura progressiva di discipline con grandi tradizioni ma che apparivano "inutili" (Egittologia, Sanscrito, Sumerologia, Indologia...), ma anche il drastico ridimensionamento delle stesse cattedre di Letteratura italiana (ricordava Alberto Asor Rosa, che alla Sapienza sono passate da 12 a 2!), mentre altre discipline, a cominciare dalla Sociologia in tutte le sue declinazioni subivano un processo di vero e proprio imbarbarimento, perdendo ogni sostrato di pensiero, tecnicizzandosi, in senso economico. L'economia, a sua volta, si riduceva alla mera dimensione numerica, mentre i corsi di Storia del pensiero economico sono diventati merce rarissima, e comunque considerati del tutto secondari, mentre un approccio umanistico all'economia oggi è completamente scomparso. La crisi economica ha accelerato il processo. I giovani scelgono indirizzi di studio che sembrano garantir loro un accesso al mondo del lavoro non soltanto più rapidamente, ma con remunerazioni più alte. Che un dentista, o un ingegnere, guadagnino di più di un professore di Latino, lo sanno tutti. Ma che in prospettiva i laureati in Ingegneria o in Medicina siano destinati a svolgere funzioni direttive è tutto da dimostrare. DAVANTI a questa situazione, che finalizza gli studi al mercato, che considera "utile" soltanto il sapere "pratico", e che cerca di cancellare la dimensione critica, ci sono reazioni; e che in definitiva fa perdere ai giovani lo stesso piacere dello studio (studium significa "passione"). Come si fa a formare un cittadino senza la Storia? si stanno chiedendo ad Harvard e in altre università statunitensi. Sembra che un moto di protesta se non ancora di rivolta stia nascendo. Fra vent'anni saremo tutti ingegneri informatici? Tutti economisti? E sapremo dare un senso al nostro lavoro senza avere idea di quel che le grandi civiltà ci hanno consegnato? Potremo affrontare la vita senza la dimensione della critica e lo sguardo aperto sui grandi orizzonti? Un dibattito si è insomma avviato, e non solo negli Usa. In Francia, Gran Bretagna, Germania e altrove, se ne discute. E SI COMINCIANO a intravvedere i pericoli di un orientamento tutto praticistico del sapere. Ma non da noi, ancora sotto lo choc delle tre I berlusconiane (Industria, Informatica, Inglese), tutto tace. E dire che da qualche tempo vedo circolare l'espressione "nuovo umanesimo": articoli, libri, associazioni, gruppi sulle reti sociali, e così via. Piccole enclave di irriducibili, di vario orientamento, che propongono un ritorno, quanto meno simbolico, all'essenza di quella eccezionale stagione della storia, che ebbe il suo motore propulsivo in Italia: ma l'Italia d'oggi quella ufficiale, ma anche nella stragrande maggioranza della sua popolazione non sembra preoccupata né tanto meno interessata. È già troppo tardi per avviare un contrattacco?


  • La denuncia dell'ocse: il lavoro non premia i laureati, lo stato non sostiene il diritto allo studio

La laurea perde il suo fascino. In Italia record di tasse

ItaliaOggi, del 02-07-2013, di Emanuela Micucci

Gli studenti attratti dall'università diminuiscono. Eppure, con i laureati lo Stato ci guadagna. L'ultimo rapporto Osce Education at a Glance 2'13, pubblicato la scorsa settima (ww.oecd.org), mostra che i 15enni italiani che sperano di conseguire la laurea sono diminuiti dell'11% tra il 2003 e il 2009, passando dal 52,1% al 40,9%.
Se i più giovani tendono ad avere un livello di istruzione più elevato rispetto ai concittadini più anziani, appena il 15% dei 25-64enni è laureato rispetto al 32% della media dei Paesi Ocse. E sono precipitati i tassi d'ingresso agli atenei: -48% nel solo 2011, contro una media Ocse del 60%. Sebbene all'inizio degli anni Duemila si fosse verificato un aumento temporaneo: dal 39% del 2000 al 50% del 2002 e al 56% del 2006. In effetti, a leggere i dati sui livelli di remunerazione tra laureati e diplomati 25-34enni, il guadagno dei primi supera quello dei secondi solo del 22% rispetto al 40% della media internazionale e rispetto a una differenza del 68% nella fascia di età 55-64 anni (la media Osce è del 73%).
Difficilmente, quindi, i giovani dottori trovano un lavoro adeguato. Ma anche aggiudicarsi un posto con la laurea in tempi di crisi non segna grandi differenze rispetto ai coetanei con il solo diploma: tra il 2008 e il 2011, infatti, i 25-34enni disoccupati laureati sono aumentati del 2,1%, percentuale quasi in linea con il 2,2% della media Osce, mentre i diplomati senza lavoro sono cresciuti del 2,9%. E lo Stato non agevola la scelta universitaria. Meno del 20% degli studenti beneficia di interventi a sostengo del diritto allo studio: borse di studio, prestiti ci collocano agli ultimi posti nella classifica Osce. Non solo. I Paesi che stabiliscono tasse universitarie più alte dell'Italia, cioè USA, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda sono quelle in cui il finanziamento dell'ateneo è per lo più privato e i giovani ricorrono ai prestiti d'onore per coprire le spese universitarie.
Mentre in Europa sono solo i Paesi Bassi ad avere tasse universitarie maggiori dell'Italia. Anzi, negli ultimi anni nel Belpaese si è assistito a un aumento delle tasse, tanto che l'Italia è quarta per aumento della percentuale di spesa privata con +10%, dopo il Portogallo e la Repubblica Slovacca. Ma per spesa privata complessiva l'Italia è seconda in Europa, preceduta solo dal Regno Unito sul quale pesa l'incremento del 40% di tasse universitarie dovuto alla riforma Cameron. Eppure, il rapporto Osce stima consistenti benefici sociali del conseguimento di una laurea per lo Stato: laureato italiano produce benefici pubblici 3,7 volte maggiori dai costi pubblici, in linea con la media OCSE del 3,9; mentre una donna laureata ne produce 2,4 volte maggiori, contro una media del 3. Si pensi, ad esempio, ai maggiori introiti e contributi previdenziali dei laureati.
Non solo per gli studiosi dell'Ocse questi benefici superebbero i costi pubblici dell'istruzione universitaria, ma anche quelli per l'istruzione primaria e secondaria. Non trascurabili, poi, i ritorni economici di un dottore: quelli pubblici sono pari a 169mila dollari per gli uomini e 70mila per le donne, quelli individuali a 155mila dollari per i laureati e 77.652 per le laureate. Ciononostante la spesa pubblica per gli studenti di livello terziario, pari a 9.580 dollari, continua ad essere molto inferiore alla media Osce di 13.528 dollari. Sebbene negli ultimi 15 anni sia cresciuta del 39%, registrando un aumento superiore all'area Osce del 15%. Aumento tuttavia ampiamente riconducibile, spiega il rapporto, a quello dei finanziamenti provenienti da fonti private.


  • Gli alunni migliori in azienda

Tirocini con credito per i ragazzi delle quarte superiori

ItaliaOggi, del 02-07-2013, di Alessandra Ricciardi

L'iniziativa nel decreto lavoro. I sindacati: servono risorse. Il ministro prende tempo.
Sparito il taglio al fondo per la valorizzazione della professione docente (si veda ItaliaOggi di giovedì scorso), il decreto legge sul lavoro uscito dal consiglio dei ministri spinge sui tirocini formativi e sull'istruzione tecnica e professionale come elementi chiave per contribuire a dare la spallata alla disoccupazione.
Misure che dovranno partire dal prossimo anno scolastico ed essere pianificate su un arco temporale triennale. A decidere le modalità operative sarà il ministro dell'istruzione, Maria Chiara Carrozza, d'intesa con il ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni. Intanto la Carrozza ieri ha avuto il primo faccia a faccia ufficiale con le sigle sindacale dopo il suo insediamento a viale Trastevere. Davanti alle richieste di dare risposte concrete, dal reclutamento al contratto, dall'edilizia scolastica all'autonomia , avanzate dai segretari di Flc-Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals e Gilda, la Carrozza ha preso tempo, ribadendo la volontà di ridare centralità all'istruzione ma sottolineando anche la necessità di un coordinamento e di un consenso generale nell'intero governo perché dalle parole si possa passare ai fatti. Insomma, un incontro interlocutorio, per ammissione di tutti.
Il decreto lavoro, atteso in parlamento per la conversione, dà 60 giorni di tempo alla Carrozza per definire i piani di intervento, di durata triennale, per realizzare «tirocini formativi in orario extracurriculare presso imprese, altre strutture produttive di beni e servizi o enti pubblici, destinati agli studenti della quarta classe delle scuole secondarie di secondo grado, con priorità per quelli degli istituti tecnici e degli istituti professionali». I criteri, dice il decreto Letta, dovranno premiare «l'impegno e il merito» del ragazzi. Con lo stesso decreto si dovranno fissare i criteri per attribuire agli studenti tirocinanti i crediti formativi spendibili nell'anno scolastico successivo. In materia di istruzione e formazione professionale è prevista anche una deroga all'articolo 5, comma 3, lettera c) del decreto n. 87/2010: gli istituti professionali statali potranno utilizzare, nel primo biennio e anche nel primo anno del secondo biennio, «spazi di flessibilità entro il 25% dell'orario annuale delle lezioni per svolgere percorsi di istruzione e formazione in regime di sussidiarietà integrativa» ovvero nei corsi regionali (IeFP)che rilasciano le qualifiche professionali. Gli spazi di flessibilità dovranno essere utilizzati «nei limiti degli assetti ordinamentale e delle consistenze di organico previsti, senza determinare esuberi di personale e ulteriori oneri per la finanza pubblica». Spiega la relazione tecnica: «É attualmente già prevista l'utilizzazione, per gli istituti professionali, di spazi di flessibilità nella misura del 25% del monte ore annuale (art. 5, co. 3, lett. c), dpr n. 87/2010), ma solo per il primo biennio. I percorsi di IeFP hanno invece durata triennale e pertanto, ai fini di un efficace raccordo con gli stessi e al fine di costruire percorsi statali che, nei primi tre anni, siano compatibili con quelli IeFP, occorre garantire la medesima flessibilità (nella misura del 25%) anche per il primo anno del secondo biennio degli istituti professionali».


  • L’Italia che investe poco su scuola e formazione

Il rapporto annuale Ocse «Education at a Glange» punta il dito contro le scarse risorse che il nostro Stato destina all’educazione

l'Unità, del 01-07-2013, di Benedetto Vertecchi

Per molti anni la pubblicazione di Education at a Glance (il rapporto annuale che l’Ocse dedica all’educazione) è stata l’occasione che ha consentito a troppi improvvisati soloni, e ad esperti ancora più improvvisati, di tuonare contro gli sprechi di pubblico denaro che sarebbero propri del modo di funzionamento delle nostre scuole. Per altri versi, era sempre l’Ocse a segnalare, tramite i rapporti periodici relativi alle rilevazioni Pisa (Programme for International Student Assessment) che i risultati mediamente conseguiti nelle prove di apprendimento avevano raggiunto livelli petroliferi, che ci vedevano solidamente attestati nelle posizioni di coda per quel che riguardava aspetti qualificanti del profilo culturale, come la capacità di comprensione della lettura, le competenze matematiche e quelle scientifiche. L’effetto combinato dei rilievi critici presenti in Education at a Glance e dei bollettini di Caporetto costituiti dai volumi di presentazione e commento dei dati Pisa è stato di offrire la parvenza di un fondamento di ricerca alle scelte malthusiane di politica scolastica che hanno caratterizzato i governi che si sono succeduti dall’inizio del secolo. In pratica, la scuola è stata accusata di dilapidare risorse senza assicurare al Paese la qualità attesa nell’educazione di bambini e ragazzi (ricordo che le rilevazioni Pisa riguardano i quindicenni scolarizzati: danno perciò un’idea riassuntiva del repertorio di cultura che si osserva alla fine dell’istruzione obbligatoria). L’edizione 2013 (che può essere scaricata all’indirizzo www.oecd. org), pur conservando un’impostazione teorica per la quale le scelte educative sono considerate subalterne rispetto a quelle economiche, giunge a conclusioni abbastanza diverse. Non solo non si rilevano più gli sprechi ravvisabili nelle condizioni di funzionamento in precedenza oggetto di più severa attenzione (per esempio, il numero complessivo degli insegnanti o il numero degli allievi per classe), ma si segnala la limitatezza delle risorse che caratterizza l’impegno pubblico per l’educazione.
ZITTITI I SOLONI Non è un caso che alla pubblicazione del rapporto 2013 abbia fatto riscontro un silenzio inconsueto da parte dei soloni prima menzionati, e che, al contrario, certi rilievi critici siano stati colti e apprezzati proprio da quanti, in precedenza, rifiutavano associazioni troppo semplici tra i dati relativi al funzionamento e quelli descrittivi dei risultati. Non è un buon segnale quello che deriva da un confronto che si sviluppa sulla conformità o meno dei dati rispetto alle scelte contingenti di politica scolastica, perché quella che emerge è solo la povertà delle interpretazioni. Purtroppo, è quel che accade in Italia. Non c’è stato quell’impegno per lo sviluppo della ricerca educativa interna che avrebbe consentito sia di far corrispondere il governo del sistema a ipotesi di sviluppo sostenute dalla conoscenza dei fenomeni, sia di trarre reale vantaggio dalla partecipazione alle rilevazioni e alle comparazioni internazionali. È quindi accaduto, e continua ad accadere, che quel poco di elementi descrittivi sul funzionamento del sistema e sui risultati dell’attività provengano da progetti che rispondono a logiche piuttosto diverse da quelle che il nostro sistema scolastico dovrebbe perseguire. Sono, infatti, soprattutto logiche tese a porre in evidenza le ricadute in tempi brevi dell’attività educativa, mentre il nostro sistema scolastico, al pari di molti altri, è soprattutto orientato (o, almeno, lo era) a favorire nei processi educativi la comune acquisizione dei repertori culturali necessari per caratterizzare il profilo dei cittadini nell’intero corso della vita. All’enfasi posta sui risultati a breve termine si oppone l’impegno a favorire processi di adattamento che continuino a dispiegarsi nel corso della vita. L’aridità di una cultura immiserita dalla rincorsa di un’utilità immediata finisce col sopraffare la possibilità di sviluppare un disegno educativo volto ad accrescere la comprensione. Bisogna superare la tendenza al manicheismo che il più delle volte si manifesta quando si affrontano questioni educative. I rapporti dell’Ocse non sono, in sé, portatori d’interpretazioni, non importa se positive o negative, ma sono occasioni per avviare una riflessione sostenuta soprattutto da considerazioni che si riferiscono ad aspetti specifici del funzionamento e della cultura delle nostre scuole. Per esempio: si potrebbe osservare che i livelli degli apprendimenti scientifici sono migliori quando gli allievi hanno maggiori opportunità di verificare tramite pratiche di laboratorio (reale, non virtuale!) ciò che loro si propone di apprendere. In Italia, è raro che ciò accada. Anzi, in troppe scuole le dotazioni esistenti sono state dismesse. SCELTE IDEOLOGICHE È difficile negare che si sia trattato di una scelta ideologica: non c’era ragione per affermare che i vecchi laboratori (che potevano essere aggiornati) dovessero essere sostituiti da soluzioni alle quali si riconoscevano qualità didattiche non dimostrate, ma accreditate per l’alone di modernizzazione che le circondava. È evidente che se ci fosse stata una ricerca interna di qualche dignità non si sarebbe stati esposti, come si continua a essere, al condizionamento esercitato da ideologie antagoniste della cultura dell’educazione. E si avrebbero elementi per cogliere la continuità tra l’evoluzione in atto nel nostro sistema educativo e quella che parallelamente si riscontra altrove. FRANCO ERNESTO Capitali coraggiosi Il salto ecologico dell’industria chimica.
IN QUESTI GIORNI È APPARSA LA NOTIZIA CHE NELL’ULTIMO VENTENNIO CIRCA UN MILIARDO DI PERSONE NEL MONDO è uscito dalla condizione di «estrema povertà» (meno di un dollaro al giorno) e ben due miliardi sono entrate a far parte della classe media. Quanto dovrebbe ancora crescere la produzione manifatturiera per sopportare ritmi di sviluppo così elevati? E quanto potrà essere sostenibile questa crescita, cioè quanto sarà capace di lasciare alle generazioni future le risorse di cui avranno bisogno? Potrà questa crescita garantire ancora emancipazione sociale? Domande difficilissime, alle quali l’Unione europea e i governi nazionali sono chiamati a dare risposte in tempi brevi. Lo sviluppo sostenibile è una parte cogente dei trattati che rappresentano la Costituzione europea. Ma negli anni passati, e ancora adesso, qualcuno predica la folle teoria secondo cui la manifattura dovrebbe emigrare dall’Europa (e magari dal mondo sviluppato!) per lasciare spazio ai soli servizi, alla cultura, al turismo, all’assistenza. Tutte attività nobili e ad alto valore aggiunto, certo, ma che, da sole, senza le fabbriche, significano povertà garantita. Un esempio, in Italia e in Europa, di crescita sostenibile arriva dall’industria chimica, che rappresenta un’avanguardia rispetto ad altri comparti manifatturieri, come la meccanica e la siderurgia, che invece sono più arretrati (tutti ricordano lo sciagurato caso dell’Ilva di Taranto, ma purtroppo ce ne sono altri). La chimica italiana genera 53 miliardi di fatturato, con un valore aggiunto per 9,7 miliardi. In Italia ci sono 1300 imprese chimiche, 800 delle quali investono costantemente in attività di ricerca, sviluppo, innovazione su vari livelli. Questi investimenti fanno sì che la chimica italiana abbia oggi un valore aggiunto per addetto del 50% superiore alla media italiana. Il prodotto chimico può essere considerato il bene intermedio per eccellenza: il 72% della produzione viene utilizzato da altri settori industriali. Questo significa che l’innovazione di prodotto o di processo creata dalla chimica si trasferisce ai settori utilizzatori, che possono così offrire un prodotto migliore e più economico rispetto alla concorrenza straniera, spesso avvantaggiata, purtroppo, dal basso costo del lavoro e da oneri inferiori per la tutela di salute, sicurezza e ambiente. Un altro dato importante riguarda la chimica sostenibile e la chimica da biomasse, settori in cui la chimica italiana è sulla frontiera tecnologica e ha progetti industriali tra i più rilevanti al mondo. Per quanto riguarda l’inquinamento, dal 1989 a oggi (gli anni Ottanta appartengono ancora all’era in cui, non a torto, la chimica era ricordata come industria «inquinatrice») le emissioni complessive in aria dell’industria chimica sono diminuite di oltre il 90%. Inoltre, come ricordato dal presidente di Federchimica Cesare Puccioni, nel corso dell’ultima assemblea di questa associazione industriale (Milano, 24 giugno scorso) la chimica in Italia ha ridotto le emissioni di gas serra del 67% rispetto al 1990, superando già l’ambizioso obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2020. La chimica italiana è seconda solo alla Germania per efficienza energetica, e l’Europa è leader a livello mondiale. «Ancora più importanti dice Puccioni sono le riduzioni di emissioni di gas serra indotte da prodotti chimici. Questi fanno risparmiare in media oltre due volte le emissioni di gas serra, e si potrà salire a quattro volte nel 2030. In concreto, la chimica oggi riesce ad evitare all’Italia emissioni di gas serra pari a quelle derivanti dalla circolazione di 18 milioni di automobili». Inoltre, il settore chimico è ampiamente coinvolto nelle attività di bonifica. Certo, molti stabilimenti insistono su aree caratterizzate da contaminazioni lontane nel tempo e originate prima di ogni normativa ambientale. Ma oggi, racconta Puccioni (e c’è motivo di credergli, vista la collaborazione stretta con Legambiente), «si stanno adottando nuove tecniche di bonifica che permettono di trattare terreni e acque contaminate direttamente nel sito in cui si trovano, per evitare i notevoli impatti ambientali del trasporto e del loro conferimento in impianti di smaltimento e discariche».


  • In arrivo una nuova spending review anche per la scuola ?

L'ipotesi si fa sempre più concreta. Potrebbero essere tagliati personale all'estero, distacchi per i collaboratori dei dirigenti scolastici e per l'autonomia, organici delle segreterie scolastiche.

La Tecnica della Scuola, del 30-06-2013, di R.P.

L’ipotesi di una nuova “spending review” estiva sta tornando alla ribalta in queste ore e, a pensarci bene, non sarebbe neppure una cosa tanto strana.
Se non si possono aumentare le tasse, arrivate già a livelli difficilmente sopportabili, se si vuole cancellare l’Imu o perlomeno rinviarla di alcuni mesi, se non si intende ritoccare l’Iva per evitare ulteriori effetti recessivi e se neppure si vuole bloccare subito l’acquisto degli F35 (un miliardo di euro è la spesa prevista per i primi tre aerei) è ovvio che non ci sono molte altre strade: bisogna rivedere la spesa pubblica, anche perché – ad essere pratici – bisogna ammettere che la stessa lotta all’evasione non dà risultati immediati.
E invece le casse dello Stato hanno bisogno immediato (e continuo) di liquidità per poter pagare gli interessi del debito pubblico (a meno di non pensare che ad un certo punto lo Stato dica ai detentori di buoni del tesoro o di altri titoli: “Gli interessi ve li pagheremo appena possibile”).
A questo punto, nel caso di una manovra sulla spesa, anche la scuola dovrà, inevitabilmente, fare la propria parte.
Ma come ?
Il problema è che i margini sono ormai ridottissimi perché il fondo del barile è già stato raschiato quasi tutto.
Qualche piccolo rimasuglio c’è ancora, ma è davvero poca cosa.
Vediamo.
La voce dalla quale si potrebbe ancora ricavare qualche decina di milioni di euro riguarda il personale all’estero che era già stato ridotto dalla spending review dello scorso anno ma che potrebbe essere ulteriormente ridimensionato.
Poi ci sono i distacchi per l’autonomia (ancora poche centinaia di unità): quelli presso gli USR sono già stati dimezzati, mentre presso il Ministero sono ancora al livello di un paio di anni fa.
Ma, soprattutto, ci sono i distacchi dei collaboratori del dirigente che in una prima versione della spending review del 2012 erano stati ampiamente ridotti ma che erano stati salvati con un emendamento in extremis in fase di conversione in legge del provvedimento.
E, infine, ci potrebbe essere anche una revisione degli organici del personale ATA: nell’anno in corso le scuole oggetto di dimensionamento hanno ottenuto qualche posto con l’organico di fatto; per il 2013/2014 potrebbe esserci un giro di vite per impedire qualunque forma di ampliamento dell’organico di diritto.
E c’è chi teme che possano esserci restrizioni anche sullo stesso organico di sostegno; è vero che in caso di ricorsi da parte delle famiglie, il Miur sarebbe costretto a riaprire i cordoni della borsa, ma prima che i ricorsi vengano accolti passerebbero comunque alcuni mesi di …”risparmio assicurato”.
Per ora si tratta solo di illazioni e ipotesi, ma è bene che la scuola si prepari.
D’altronde la storia di questi anni dimostra che tutte le manovre restrittive riguardanti il sistema di istruzione sono state approvate durante l’estate.


  • D’Alia: «Ecco le soluzioni per precari ed esuberi Pa»

«In tre anni bisogna chiudere l’arretrato e regolarizzare i vincitori dei concorsi»«Prepensionamento possibile per il 40% delle 7.000 eccedenze, il resto in mobilità»

Il Messaggero, del 30-06-2013, di Barbara Corrao

IMMINENTE CONVOCAZIONE DI SINDACATI E ARAN PER RIDISCUTERE LA PARTE NORMATIVA DEI CONTRATTI

L’INTERVISTA
ROMA «I dipendenti pubblici hanno dato il loro contributo alla spending review e alla riduzione della spesa pubblica, è doveroso riconoscerlo ma il blocco delle retribuzioni nel 2014 non poteva essere evitato. Alcuni passi avanti ora li possiamo fare». Il ministro della Funzione Pubblica Gianpiero D’Alia si muove, come gli altri ministri del governo Letta, lungo un sentiero stretto di risorse scarse. Ma, in questa intervista al Messaggero, traccia il cammino dei prossimi mesi e indica le tappe di un percorso possibile e che sarà intenso da qui all’autunno. Dopo le misure di sostegno sul lavoro privato, afferma, ora è il momento del lavoro pubblico: «Nel giro di poche settimane il governo varerà un proposta organica per chiudere definitivamente, nell’arco di tre anni, con l’anomalia del precariato e recuperare al normale reclutamento i vincitori dei concorsi che è sono mai stati immessi in servizio». Al via la convocazione di sindacati e Aran per l’inizio del negoziato sulla parte normativa dei contratti. Pressing sui ministeri per le piante organiche e, per la mobilità, dialogo aperto con i sindacati sapendo però che «una decisione va presa, rinviare non serve».
Il blocco delle retribuzioni è stato esteso al 2014. Ancora sacrifici per i dipendenti pubblici, quando finirà?
«Non c’è alcuna volontà punitiva da parte del governo e credo sia da rivedere una certa criminalizzazione dei dipendenti pubblici che c’è stata in passato. Bisogna dare atto al pubblico impiego di avere contribuito alla razionalizzazione e al contenimento della spesa pubblica con una contrazione di 300.000 unità e retribuzioni ormai allineate a quelle del settore privato. Tuttavia, il blocco non si poteva evitare perché per riaprire i contratti servono 7 miliardi e non sono nella nostra disponibilità. La situazione è oggettivamente difficile. Ma alcuni passi in avanti li possiamo fare».
Quali?
«Prima dell’estate intendo convocare l’Aran e i sindacati per aprire la contrattazione sulla parte normativa dei contratti. Su questo vi è un ampio sostegno politico nella maggioranza e anzi vi è un invito esplicito a farlo nel parere con cui il parlamento ha dato il consenso al blocco delle retribuzioni».
E le risorse? Che spazi ci sono?
«Penso che si possa sostenere e ampliare la contrattazione di secondo livello. Lì è possibile recuperare risorse, dalle procedure di spending review, per migliorare la produttività partendo dalle amministrazioni centrali e poi allargando le intese a livello locale. Inoltre è fondamentale riavviare un circuito virtuoso di relazioni sindacali che il blocco dei contratti, di fatto, ha finito per interrompere. Un percorso di confronto e di consenso è necessario per attuare le riforme».
L’altro grande capitolo aperto è quello dei 250.000 precari. Tolti i 130.000 della scuola, che fine faranno gli altri?
«Il governo è già intervenuto con una proroga a fine anno. Ora, con un confronto ampio con Parlamento, autonomie locali e organizzazioni sindacali, dobbiamo risolvere definitivamente, nell’arco di 3 anni, il problema del precariato e, con la graduale ripresa del turn over, recuperare i vincitori dei concorsi che non sono stati mai immessi in servizio. Ne abbiamo già discusso nell’ultima riunione del consiglio dei ministri. Sto lavorando ad una proposta che il governo varerà nel giro di poche settimane e comunque prima della chiusura estiva o si rischia di non riuscire ad attuare le procedure entro fine anno».
E la questione delle piante organiche nei ministeri? Ha fatto passi avanti?
«I ministeri dell’Economia, Università e Ricerca, Istruzione e Presidenza del Consiglio sono più avanti. Le altre amministrazioni stanno avviando la riorganizzazione e devono allineare i servizi al taglio delle piante organiche. Certo, il periodo delle elezioni e la nomina del nuovo governo hanno in parte rallentato il processo. Ora si riparte. Due settimane fa ho sollecitato i ministeri ad inviare le loro risposte. Intanto ho sospeso le nomine dei dirigenti che la spending review impone di ridurre del 20%. Quindi le amministrazioni sanno che se non andranno avanti con il lavoro, le nomine non arriveranno».
Mobilità e piante organiche nella Pa. A che punto siamo?
«Abbiamo oltre 7.000 esuberi rispetto alle nuove piante organiche. Il 40% sarà assorbito attraverso i prepensionamenti, il resto attraverso la mobilità che è volontaria entro un certo limite perché chi non accetta di essere ricollocato in altre amministrazioni, si avvia poi verso la graduale procedura di uscita. Stiamo lavorando per definire criteri di mobilità condivisi da sindacati e dipendenti, ma poi bisogna decidere».
Le semplificazioni da poco varate porteranno nuovi esuberi?
«Il decreto del fare e il disegno di legge sulle semplificazioni sono prioritariamente mirati a ridurre i carico dei costi per le imprese: circa 500 milioni l’anno se il decreto sarà integralmente attuato e 3 miliardi di risorse in più per investimenti per effetto del Ddl. Ci auguriamo che siano approvati in Parlamento tra luglio e settembre».


  • Pacchetto lavoro: 1,5 miliardi di euro per giovani, over 50 e disoccupati

Incentivi per giovani, ultracinquantenni, disoccupati da oltre 12 mesi e disabili. Detassazione e fino a 650 euro al mese per chi assume a tempo indeterminato gli under 30 e mini-assegno agli studenti per il tirocinio.

Rassegna.it, del 27-06-2013

Via libera del Consiglio dei Ministri al pacchetto lavoro. Il governo Letta ha varato un decreto che prevede incentivi per chi assume a tempo indeterminato i giovani, agevolazioni per i soggetti con più di cinquant'anni di età, disoccupati da oltre dodici mesi e disabili. Per questi provvedimenti sono stati complessivamente stanziati 1,5 miliardi di euro.
Ecco cosa prevede il decreto legge:
L'incentivo è istituito in via sperimentale ed è destinato ai giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni. L'incentivo, si legge nel decreto, verrà corrisposto "per un periodo di 12 mesi ed entro i limiti di 650 euro mensili per lavoratore nel caso di trasformazione a tempo indeterminato". Per poterne usufruire i giovani devono rientrare in queste condizioni: essere privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi; essere privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, vivano soli con una o più persone a carico.
Il bonus viene creato, si legge, "al fine di promuovere forme di occupazione stabile di giovani" e "in attesa dell'adozione di ulteriori misure da realizzare anche attraverso il ricorso alle risorse della nuova programmazione comunitaria 2014-2020". L'assunzione a tempo indeterminato di giovani tra 18 e 29 anni determina tra l'altro, “l'azzeramento totale dei contributi per i primi 18 mesi' e per “12 mesi” nei casi di trasformazione in tempo indeterminato.
Le risorse, in attesa dell'adozione di ulteriori misure da realizzare anche attraverso il ricorso alle risorse della nuova programmazione comunitaria 2014-2020, ammontano complessivamente a 800 milioni di euro. Le assunzioni a valere sulle risorse stanziate dal decreto "devono comportare un incremento occupazionale netto e devono essere effettuate a decorrere dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto e non oltre il 30 giugno 2015", si legge nella bozza entrata in Consiglio dei Ministri.
Le risorse ammontano per il Mezzogiorno a 100 milioni per il 2013, 150 per il 2014, 150 per il 2015, 100 per il 2016. Per le altre Regioni 48 per il 2013, 98 per il 2014, 98 per il 2015, 50 per il 2016. L'importo complessivo destinato all'occupazione ammonterebbero a 1,5 miliardi.
L'incentivo è pari al 33% della retribuzione mensile lorda complessiva, per un periodo di 18 mesi, ed è corrisposto unicamente mediante conguaglio nelle denunce contributive mensili del periodo di riferimento, fatte salve le diverse regole vigenti per il versamento dei contributi in agricoltura. Il valore mensile dell'incentivo non può comunque superare l'importo di 650 euro per lavoratore.
L'Inps provvederà al monitoraggio della spesa per la stabilizzazione dei giovani prevista dal decreto lavoro, inviando relazioni trimestrali al ministero del Lavoro e a quello dell'Economia.  "In caso di insufficienza delle risorse - si legge nel documento - l'Inps ne fornisce immediata comunicazione ed esaurisce le domande privilegiando quelle con data di assunzione più risalente". Entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della disposizione, l'Inps adeguerà le proprie procedure informatizzate allo scopo di ricevere le dichiarazioni telematiche di ammissione all'incentivo e di consentire la fruizione dell'incentivo stesso. Entro il medesimo termine l'Inps, con propria circolare, disciplinerà le modalità attuative dell'incentivo.
Non solo giovani. Il decreto legge sul lavoro prevede agevolazioni anche per i soggetti con più di cinquant'anni di età, disoccupati da oltre dodici mesi. In particolare, si legge nel provvedimento, in via sperimentale per gli anni 2013, 2014 e 2015 è istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali un fondo con dotazione di 2 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2013, 2014, 2015, volto a consentire alle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, "di corrispondere le indennità per la partecipazione ai tirocini formativi".
Nel pacchetto lavoro, poi, ci sono  incentivi per quegli imprenditori che assumono lavoratori disoccupati in Aspi. L'incentivo alle imprese sarà finanziato con la quota parte dell'Aspi non utilizzato dal lavoratore assunto a tempo indeterminato. Saranno inoltre estese ai co.co.pro. e alle  altre categorie dei lavoratori le norme contro le dimissioni in bianco.
Ad ogni studente universitario che abbia concluso gli esami, abbia una buona media e rientri sotto una soglia del redditometro, tra l'altro, lo Stato potrebbe riconoscere una specie di mini-assegno di 200 euro al mese qualora svolga un tirocinio della durata minima di 3 mesi con enti pubblici o privati.
Il Governo ha stanziato infine 22 milioni di euro per incentivi all'assunzione di disabili.


  • Scuola, famiglie in rivolta sugli insegnanti di sostegno

Una vecchia direttiva «limita» la presenza di docenti solo ai casi più gravi. La ministra Carrozza: un equivoco, inquadreremo 30 mila precari

L’Unità, del 27-06-2013, di Luciana Cimino

Il primo grattacapo per il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza arriva dalla questione dei docenti di sostegno. A fine anno aveva fatto discutere la direttiva ministeriale emanata dall’allora ministro Profumo che forniva indicazioni operative e strumenti d’intervento per gli alunni con Bes (bisogni educativi speciali) seguita dalla circolare esplicativa n. 8 del 6 marzo 2013. Questa normativa si inseriva in un quadro di continui tagli al personale di sostegno sui quali in passato si era espressa anche la Corte Costituzionale dichiarando illegittima la norma che poneva un limite per le cattedre in deroga. A titolo d’esempio nelle scuole elementari di Roma e provincia gli alunni diversamente abili iscritti all’anno scolastico 2013-14 saranno 7.302, i docenti di sostegno 1.989, con un rapporto di un insegnante ogni 4 alunni. L’attuale titolare del Miur ha deciso di rimettere mano alla direttiva. Se applicata, gli insegnanti di sostegno specializzati (cioè quelli che hanno seguito corsi mirati) potrebbero essere assegnati solo agli alunni con disabilità gravi. Nella categoria dei Bes rientrano i Dsa (disturbi specifici di apprendimento), gli stranieri e chi proviene da situazioni familiari e sociali svantaggiate. Il docente di sostegno sarà chiamato ad intervenire solo nell’ipotesi di una disabilità legata ad una menomazione che crea handicap. La paura degli insegnanti di sostegno è di non essere dunque più necessari perché sostituiti dai docenti curricolari, non specializzati. Lo stesso timore delle associazioni dei genitori che leggono il rischio che i bambini certificati come «lievi» rimangano senza sostegno, per di più in classi di 30 alunni dove è già difficile per l’insegnante curricolare prestare la dovuta attenzione a ognuno. L’associazione Genitori Tosti, formata da persone che hanno figli con disabilità, ha già scritto una lettera al Ministro: «Ricordiamo scrivono che l’inserimento scolastico rappresenta il principio della partecipazione alla vita sociale di ogni bambino, in difficoltà o meno. La direttiva del dicembre 2012 rappresenta l’ennesimo episodio di gestione poco oculata della scuola pubblica, con particolare gravità essendo coinvolta una platea di persone che sommano ad una condizione complessa un delicato momento della propria crescita». Ieri un presidio di insegnanti precari e genitori si è svolto sotto il Ministero di viale Trastevere. Il 19 giugno scorso, invece, il Comitato Docenti di Sostegno Precari si era dati appuntamento a Torino: «Come genitori e docenti avevano dichiarato siamo preoccupati per questi interventi che mettono in discussione il diritto allo studio dei figli-alunni in situazione di handicap». Parla di «tentativi continui di destabilizzare la scuola pubblica» il Ciis (Coordinamento Italiano Insegnanti sostegno) mentre uno dei sindacati di categoria, l’Anief, avvisa Viale Trastevere: «non è possibile utilizzare la nuova normativa sui Bes per operare un taglio di 11mila docenti. Affidare un ragazzo con problemi di apprendimento, seppure non gravi, ad un insegnante non specializzato comporta un’operazione illegittima che i genitori possono facilmente impugnare». La Flc Cgil ha invece chiesto un tavolo urgente al ministro. «La riforma dei Bes in teoria è una cosa buona dice Federica, insegnante di sostegno in una scuola media della Capitale ma non si deve risolvere in un taglio del sostegno, il sottosegretario Rossi Doria ci ha rassicurato che così non sarà. Intanto ci riceveranno ancora a settembre». Dal Miur intanto dicono che è un «equivoco, nessuno ha mai pensato di tagliare niente, tutto questo è nato dalla cattiva interpretazione di alcune parole del Ministro». Gli 11mila posti rimarrebbero cattedre in deroga, da assegnare a personale precario, a fronte della trasformazione di 90mila posti di sostegno in organico di diritto. Lo stesso ministro Carrozza aveva nei giorni scorsi ribadito: «Il piano triennale di immissione in ruolo prevede anche misure, compatibilmente con le risorse disponibili, per l’inquadramento in ruolo dei circa 30mila docenti di sostegno che vengono utilizzati annualmente».


  • Direzione giusta ma bisogna accelerare

Se i Paesi del nord Europa non avessero capito l’importanza della formazione continua per seguire i cambiamenti e se non avessero dimezzato in cent’anni, da 3000 a 1500 ore, gli orari annui di lavoro, oggi avrebbero tutti tassi di disoccupazione come quelli italiani

L’Unità, del 27-06-2013, di Nicola Cacace

Per capire le soddisfazioni contenute insieme alle proteste di chi voleva di più dal pacchetto lavoro, dobbiamo guardare i dati dell’occupazione e le risorse limitate. Confrontando il tasso di occupazione italiano con quello medio europeo (il 56% contro il 64%) significa che in Italia ci sono tre milioni di occupati in meno rispetto all’Europa. È evidente che rispetto a questi dati i provvedimenti Letta-Giovannini sono un pannicello caldo, forse l’unico oggi possibile, limitati a un miliardo di euro per sgravi fiscali per giovani sino a 29 anni, assunti in aggiunta agli occupati in essere, oltre ad una serie di provvedimenti «post-Fornero» come la riduzione degli intervalli per passare da un contratto a tempo determinato ad un altro, dai 2-3 mesi di oggi ai 10-20 giorni stabiliti dalle nuove normative. Intanto va detto che le nuove norme non peggiorano l’esistente come spesso è successo in passato, ad esempio con la defiscalizzazione degli straordinari considerati in tutta Europa norma anti occupazione e tuttora valida solo in Italia. Se però vogliamo lavorare per un futuro meno nero dell’attuale quadro occupazionale italiano, allora dobbiamo alzare un po’ lo sguardo per imparare dalle buone pratiche straniere, che non sono poche, maturate in Paesi culturalmente più avanzati di noi. Faccio qui solo due esempi di comportamenti pro occupazione: la formazione continua e l’orario di lavoro. Quasi negli stessi mesi in cui in Italia si firmava (con l’eccezione della Cgil) un importante accordo interconfederale sulla produttività, in Francia se ne firmava uno analogo ma distante anni luce dal nostro. Il confronto tra l’accordo italiano e l’Accordfrancese è impietoso. Mentre in entrambi è previsto l’intervento dello Stato per finanziare i bonus di produttività aziendali, nell’Accord sono individuati molti strumenti per la competitività, tra cui un Comptepersonneldeformation(da 20 a 120 ore annue di formazione obbligatoria per tutti i lavoratori) e la presenza di rappresentati del personale nei consigli d’amministrazione della grandi aziende, sul modello della cogestione tedesca. Nell’accordo italiano, dove si parla di produttività ma mai del come realizzarla, si menziona solo una serie di deroghe possibili ai contratti nazionali, in materie delicate come orari, salari, turni, mobilità professionale e geografica, senza alcuna garanzia di vantaggi certi conseguenti alla crescita di produttività. L’altro esempio è quello relativo alla Germania, che, sostituendo gli straordinari con una banca delle ore e utilizzando contratti di solidarietà a orario ridotto al posto dei licenziamenti, hanno conseguito un doppio miracolo, nel 2009 col Pil calato del 5,5% l’occupazione rimase stabile, oggi, dopo 10 anni di crescita del Pil inferiore all’1% medio, hanno un tasso di occupazione superiore al 70% ed una disoccupazione giovanile del 7,5%. Se l’Italia vuole invertire la disastrosa rotta in atto, deve usare orizzonti più ampi di quelli che hanno guidato Letta e Giovannini, rompendo antichi tabù antistorici come quelli della formazione e dell’orario. Se i Paesi del nord Europa non avessero capito l’importanza della formazione continua per seguire i cambiamenti e se non avessero dimezzato in cent’anni, da 3000 a 1500 ore, gli orari annui di lavoro, oggi avrebbero tutti tassi di disoccupazione come quelli italiani.


  • L'estate porterà 15 mila nuove assunzioni

La promessa. Nel triennio successivo, liberi 44 mila posti

Italia Oggi, del 25-06-2013, di Antimo Di Geronimo
Entro l'estate il ministero dell'istruzione intende immettere in ruolo 15mila precari tra docenti e Ata, contro i 26mila dell'anno scorso e i 69mila del 2011/2012. Il numero limitato di assunzioni è dovuto all'incidenza preponderante dell'ultima riforma del sistema pensionistico sulle cessazioni dal servizio al prossimo 1° settembre 2013. É quanto emerge dalla lettura combinata della relazione tenuta dal ministro dell'istruzione, Maria Chiara Carrozza, davanti alle commissioni di camera e senato il 6 giugno scorso e da una risposta ad un'interrogazione parlamentare fornita, sempre dalla titolare del dicastero di viale Trastevere, il 19 giugno alla camera.
In particolare, le stime del turn-over del personale, per i prossimi anni scolastici, sono di circa 44mila unità di personale docente e Ata. Da tali dati emerge che l'entità del personale che potrà essere assunto, in conseguenza diretta del turnover, ammonta complessivamente a circa 59mila unità nel prossimo quadriennio. Per questo motivo è allo studio la definizione di un piano triennale di immissione in ruolo, 2014/2017, del personale precario, che dovrebbe consentire di ridurre il numero di soggetti che ancora prestano servizio nella scuola con contratti a tempo determinato. E al tempo stesso introdurre, gradualmente e compatibilmente con le risorse disponibili, l'organico funzionale del sostegno e raggiungere la sostanziale equivalenza tra organico di diritto e di fatto nel sostegno, con l'inquadramento in ruolo dei circa 30 mila docenti di sostegno.
Che vengono utilizzati annualmente e, in prospettiva, avere l'organico funzionale come nuovo metodo di gestione degli organici. Le 15mila immissioni in ruolo previste per quest'anno derivano dal piano triennale di assunzioni disposto dall'articolo, comma 17 del decreto legge 70/2011.
Piano con il quale sono stati coperti i posti vacanti e disponibili a seguito del turn-over nel triennio di riferimento, con l'aggiunta di quelli che erano precedentemente vacanti e disponibili e di cui non era stata data l'autorizzazione alla copertura con contratti a tempo indeterminato. Nulla è cambiato per quanto riguarda i criteri di scorrimento delle graduatorie dalle quali saranno tratti gli aventi titolo alle assunzioni.
Pertanto, il 50% sarà tratta prioritariamente dalle graduatorie dei concorsi ordinari e il rimanente 50% dalle graduatorie a esaurimento, fatte salve le quote riservate agli invalidi e la priorità nella scelta della sede ai portatori di handicap e ai loro assistenti.


  • Istruzione, lo scandalo dei fondi Ue

Dirottavano finanziamenti verso imprese amiche. Funzionari indagati

Corriere della Sera.it, del 25-06-2013, di Ilaria Sacchettoni

ROMA — «Da anni opera al ministero della Ricerca un'ampia associazione tra persone che, in concorso fra loro, violano e forzano le norme per convenienze personali, proprie o di imprese collegate. Leggete e fate giustizia». Così iniziava il dossier anonimo (firmato da un gruppo di lavoratori dell'Idi, l'ospedale al centro di un'inchiesta per bancarotta) che ora ha portato, indirettamente, alla scoperta di una nuova «cricca». Un pugno di funzionari e imprenditori che, con un piede nelle istituzioni e l'altro nel mondo delle consulenze aziendali, dirotta fondi comunitari su poche (e paganti) imprese fortunate.
Un sistema quasi altrettanto «gelatinoso» di quello che per un decennio lucrò sulle grandi opere dall'interno del Provveditorato stesso (al tempo guidato da Angelo Balducci) e che oggi sta arricchendo funzionari ministeriali contornati da consulenti e imprenditori navigati. Nel dossier oltre ai nomi e ai singoli curricula, sono indicati anche i progetti «inquinati» eppure premiati. Si legge così che denaro destinato alle aree disagiate finisce nelle disponibilità di cooperative venete e imprese romane. Le prime iscrizioni sul registro degli indagati sono già state notificate dal pm Roberto Felici (lo stesso che ha lavorato alle vicende della cricca di Balducci) che lo scorso dicembre aveva indagato per truffa Ilaria Sbressa, autrice di un programma multimediale copiato online ma «premiato» dal ministero con 730 mila euro di finanziamento.
E se il contenuto del dossier fosse interamente confermato, allora gli indagati per reati che vanno dalla truffa all'abuso d'ufficio e alla corruzione salirebbero a oltre una decina. In qualche caso si tratta di consulenti eternamente sulla breccia a dispetto di altre inchieste. Gli investigatori stanno approfondendo, per esempio, il ruolo di una cooperativa di Vibo Valentia che ha svolto un ruolo nella truffa delle bonifiche fantasma a Grado (su cui ha indagato la procura locale) e in seguito ha gestito per l'Idi un finanziamento ministeriale in odore di raggiro (tanto che il ministero ha già inviato una lettera per la restituzione di circa cinque milioni di euro erogati). Anche qui si tratterebbe di un gioco di sponda fra funzionari pubblici e imprenditori con l'aiuto di consulenti esterni. Un livello intermedio di funzionari ministeriali che, negli anni, ha acquisito pratica e competenze nella richiesta di accesso ai fondi europei (la prassi per accedere ai cosiddetti piani operativi nazionali è tradizionalmente complessa) e ora è in grado di compilare i formulari ed eventualmente «aggiustarli». La svolta degli investigatori coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Caporale arriva 6 mesi dopo lo scandalo del ministero dell'Agricoltura, dove un pugno di funzionari infedeli, d'accordo con consulenti e imprenditori disposti a pagare opportune «dazioni» aveva inquinato il sistema di accesso «alla spesa pubblica». L'ex ministro Francesco Profumo aveva annunciato un'inchiesta interna su quei funzionari inamovibili che da anni si occupano di un settore delicato e strategico come i bandi per l'assegnazione dei fondi europei. Ieri l'attuale ministro Maria Chiara Carrozza ha annunciato «massima trasparenza e disponibilità, ho fiducia nella giustizia».


  • Il gran caos dei bisogni speciali

Cresce la protesta per la mancanza di risorse e criteri, spunta l'ipotesi di uno slittamento

Italia Oggi, del 25-06-2013, di Alessandra Ricciardi

A tutti i docenti capita di dover gestire classi con alunni iperattivi o che non spiccicano una parola di italiano. Alunni che non necessitano del supporto di un docente di sostegno, visto che non si tratta assolutamente di difficoltà mediche certificate, ma di un piano personalizzato di studi sì.
Da quest'anno le esigenze degli alunni devono essere tutte schedate per rispondere alla rilevazione dei Bes, i bisogni educativi speciali, strumentali al piano per l'inclusione e alla successiva elaborazione di piani personalizzati che dovranno coinvolgere il personale scolastico a vario modo in servizio, dai docenti di sostegno, se ci sono, agli Ata. La schedatura dovrà indicare le disabilità certificate, i disturbi evolutivi specifici, come i disturbi dell'apprendimento, ma anche eventuali situazioni di svantaggio, da quella sociale ed economica a quella linguistica e culturale, dal disagio del comportamento a quello relazionale. A doverlo fare sono i collegi dei docenti che, in base a quanto previsto dalla circolare ministeriale n.8 del marzo scorso, e sulla scorta del lavoro fatto da un gruppo interno ad hoc, dovranno stilare il piano per l'inclusione e trasmetterlo alle direzioni regionali entro il 30 giugno. Ma nelle scuole la protesta contro questo nuovo adempimento sta crescendo. I docenti non contestano l'opportunità di interventi didattici personalizzati (da tempo già realtà) ma che si porti a regime un sistema senza prevedere a monte le risorse aggiuntive necessarie. Tanto che la stessa circolare ministeriale prevede che il piano venga aggiornato a settembre in base ai fondi effettivamente assegnati alle scuole. Ma c'è anche una carenza di indicazioni, è la lamentela che sta prendendo piede via web. Come si fa per esempio a classificare il disagio socioeconomico? Basta la sola segnalazione dei servizi sociali? E quando l'avere una famiglia di origini straniere costituisce una difficoltà da certificare? Ancora una volta, è l'accusa, i docenti sono lasciati da soli e si rischia di tramutare una opportunità nell'ennesimo adempimento burocratico. Sul piede di guerra anche alcune associazioni di genitori, che temono che con i Bes vengano distolte attenzioni agli alunni con disabilità. Domani i vertici del ministero incontreranno i sindacati che hanno chiesto chiarimenti e attività di accompagnamento e di formazione adeguate per i docenti. La Flc-Cgil ha proposto nel frattempo lo slittamento della scadenza del 30 giugno: per dare tempo alle scuole di organizzarsi, magari avendo anche un anno di prova per sperimentare le migliori pratiche. La Uil scuola torna invece a battere sulla necessità di introdurre l'organico funzionale. Lo slittamento della scadenza di giugno è stato già deciso in autonomia dal Piemonte: il piano può essere trasmesso entro fine settembre. Mentre l'Emilia Romagna ha ricordato alle proprie scuole che una sorta di piano per l'inclusione era già previsto dalla legge n. 517/1977: nulla di nuovo sotto il sole


  • Voti, conta più lo status che l'apprendimento

L'andamento rilevato dai ricercatori del pisa: innovare la valutazione

Italia Oggi, del 25-06-2013, di Emanuela Micucci

Femmina, status sociale medio alto, buona socializzazione. É l'identikit dello studente che riceve dai professori voti più alti di quello che meriterebbe. A disegnarlo è un recente Focus di PISA (n.26 www.oecd.org/pisa/pisainfocus), che ha rilevato la tendenza dei docenti è assegnare voti più alti alle ragazze e agli studenti con condizioni socioeconomiche più elevate rispetto ai ragazzi e agli alunni svantaggiati, nonostante vadano ugualmente bene a scuola e abbiano atteggiamenti positivi simili verso l'apprendimento. Una tendenza tanto diffusa dappertutto. E che premia un profilo di studente simile all'alunno ideale delineato da altri Focus.
Eppure, la raccomandazione dei ricercatori PISA è promuovere pratiche di valutazione che premino attitudini e comportamenti che aiutano gli alunni a imparare, separando conoscenze da comportamento. Anche perché, spiegano, «gli studenti spesso basano le proprie aspettative sui loro studi e sulle loro carriera lavorativa proprio sui voti scolastici e gli stessi sistemi scolastici usano i voti per orientare e selezionare verso corsi di studio superiori e per entrare all'università». Così, analizzando i 17 Paesi partecipanti a PISA 2009, hanno cercato di individuare come i diversi sistemi educativi usano i voti e se li attribuiscono correttamente. I risultati sono preoccupanti, appunto. Se il 95% degli studenti, tranne i coreani, frequenta istituti che misurano i loro apprendimenti con prove preparate dai docenti e ne esprimono la valutazione in voti, le modalità con cui le scuole in ogni Paese usano le votazioni sono diverse. Non solo. All'interno delle scuole di uno stesso Paese cambiano i modi di assegnazione dei voti. Ancora di più.
Differiscono i modi usati dai diversi sistemi educativi per indicare risultati negativi dell'anno scolastico o di una materia. In Austria, Croazia, Ungheria, Polonia, Repubblica Slovacca e Serbia le insufficienze sono indicate da un solo voto, che non permette ai ragazzi di sapere quanto sono lontani dalla sufficienza. Altrove, come in Italia, Belgio e Singapore, si fissa la sufficienza alla metà della scala di votazione, così da far comprendere quanto manca per raggiungerla. Scala dei voti molto ampia in Irlanda (da 1 a 100) e Islanda. Ci sono Paesi poi che formulano giudizi (sufficiente, buono, molto buono, eccellente): è il caso di Austria, Polonia, Ungheria, Repubblica Slovacca.
Non va meglio per il numero di alunni promossi o bocciati. Infatti, le percentuali di insufficienze sono alte in Italia, Singapore, Nuova Zelanda e Macao, dove almeno il 20% degli studenti le ha ricevute. Al contrario sono scarse in Austria, nel Belgio fiammingo, Islanda, Irlanda, Polonia, ma anche Croazia, Ungheria, Repubblica Slovacca, Serbia: qui meno del 5% merita insufficiente. Mentre l'oltre 30% di insufficienze al I quadrimestre registrate in Portogallo è coerente con l'ampio numero di ragazzi che ha ripetuto una classe durante la carriera scolastica.
Si differenziano cioè meglio, secondo gli studiosi, le performance degli alunni in Paesi che hanno un sistema di votazione con un numero limitato di voti e che usano modalità di classificazione chiare come nel caso dei giudizi. L'urgenza, però, «è allineare le politiche sull'attribuzione di voti con framework generali di valutazione».


  • Quei temi troppo belli per gli esami di maturità

La Repubblica.it, del 20-06-3013, di Marco Lodoli

UNA vera prova di maturità, un vero confronto con le paure e le speranze di una giovinezza che sta per lasciare il porto quasi sicuro della scuola e avventurarsi nel mare aperto e tempestoso della vita adulta: così mi suonano queste tracce su cui i nostri diciottenni hanno dovuto ragionare. UNA vera prova di maturità, un vero confronto con le paure e le speranze di una giovinezza che sta per lasciare il porto quasi sicuro della scuola e avventurarsi nel mare aperto e tempestoso della vita adulta: così mi suonano queste tracce su cui i nostri diciottenni hanno dovuto ragionare. Di sicuro sono serviti i testi scolastici, la preparazione di migliaia di ore passate in un banco, le lezioni appassionanti o un po’ noiose degli insegnanti, ma stavolta mi sembra che ai candidati sia stato chiesto uno scatto di personalità, la dimostrazione di non essere stati assenti o distratti mentre il mondo, in questi anni, in questi mesi, produceva i suoi problemi e le sue contraddittorie soluzioni. Bisogna aver studiato, ma bisogna anche aver letto i giornali, le riviste, aver navigato sui siti di informazione, aver discusso e litigato con gli amici, aver sentito crescere una nuova consapevolezza. Bisogna aver sentito che la giovinezza è pronta a caricarsi di qualche responsabilità, che è finita la lunga epoca della spensieratezza totale. La letteratura ci spiega che la vita è un viaggio, e che è necessario essere pronti per affrontarlo con gli strumenti e i sentimenti migliori: Claudio Magris, grande conoscitore della letteratura mitteleuropea, invita a comprendere che ogni scrittore è anche un pellegrino, che ogni libro importante è un’avventura conoscitiva, un viaggio verso l’ignoto. La vita non è un villaggio- vacanze, un posto dove tutto è già preordinato per organizzare al meglio la distrazione: è un percorso accidentato, con molte salite e molti imprevisti. Omero, Dante, Cervantes, Melville, Collodi, tanti grandissimi scrittori hanno raccontato questa avventura esistenziale, ognuno a modo suo ha rinnovato la meravigliosa metafora del viaggio fuori e dentro di sé. Insomma, la letteratura non è un giardinetto fiorito, ma un percorso che sale e abbraccia sempre più mondo, un invito a partire, a seguire la propria prua.
Ma anche il tema sul rapporto tra l’individuo e la società di massa mi appare ben pensato. Ogni ragazzo percepisce il rischio dell’annichilimento dei propri talenti, dello scioglimento della propria unicità nell’indistinto di un gregge protettivo e infelice. È uno degli argomenti che più viene dibattuto nell’adolescenza, perché la paura della solitudine è pareggiata dal timore di non essere niente, solo un numero in una statistica, solo un corpo che vaga in un centro commerciale. La pressione del consumismo, delle mode, dell’impersonalità è avvertita a volte come una protezione e a volte come una minaccia, comunque come una questione decisiva con cui confrontarsi.
E naturalmente anche il tema del mercato e della democrazia tocca nervi scoperti: ogni ragazzo ormai sa che l’economia neoliberista lo scaraventerà prestissimo in mezzo a una spaventosa compravendita di qualità. Sa che anche la democrazia china il capo davanti all’onnipotenza del mercato, che gli Stati sembrano subire quelle regole feroci. C’è molto da ragionare sul rapporto difficile tra libertà e produzione, tra speranze individuali e brutalità finanziarie, tra vita e performance. Però, ripeto, bisogna aver letto qualcosa in più rispetto alle belle antologie scolastiche, bisogna dimostrare di aver tenuto gli occhi aperti e la mente attenta alle trasformazioni veloci degli ultimi anni. Non è scontato che in classe si sia affrontata l’impetuosa crescita delle economie emergenti e il declino altrettanto rapido delle nostre economie europee, basate fino a ieri sulla difesa dei diritti dei lavoratori e oggi costrette a rivedere crudelmente tutti i propri principi.
Insomma, tanti argomenti di bruciante attualità, tante proposte stimolanti. Speriamo che i nostri ragazzi in quest’ultimo periodo abbiano non solo studiato a fondo i programmi, ma abbiano anche allungato lo sguardo fuori dalle finestre della scuola, su un paesaggio che rassicura poco, in tumultuosa metamorfosi, nel quale già da domani dovranno cominciare a camminare.


  • I giovani spiazzati fra metodi opposti

Il Messaggero, del 20-06-2013, di Giorgio Israel

Ormai non ci sono dubbi: al ministero dell’Istruzione c’è chi lavora per cancellare il tema di maturità. Del resto è noto che questo proposito è vivo da anni. Noi siamo invece più che favorevoli al tema, purché offra allo studente l’opportunità di esprimersi in piena autonomia e di dar prova delle sue capacità, su un argomento circoscritto e correlato a temi approfonditi nel corso di studi. La via infallibile per renderlo disgustoso, e alimentare la spinta a cancellarlo, è assegnare come argomenti quelli che Gentile chiamava “brevi cenni sull’Universo”. “Stato, mercato, democrazia”, “Individuo e società di massa”, “La ricerca scommette sul cervello”… Nessuno si sognerebbe non dico di dare una tesi di laurea, ma neppure una tesi di dottorato su temi del genere.
Per dire qualcosa di sensato sul primo occorrerebbe conoscere una mole di contributi teorici mai visti nelle scuole, dalla contrapposizione tra pianificazione collettivista e liberismo economico, tra keynesismo e “mainstream”, al versante di teoria politica. Per il secondo tema occorrerebbe aver letto qualcosa della letteratura sui totalitarismi del ventesimo secolo. Dove? In una scuola in cui raramente si arriva a studiare la Seconda guerra mondiale? E che dire del terzo tema che apre l’immensa tematica del rapporto-cervello? Ma c’è una via furbesca per tenere in piedi l’approccio del tipo “brevi cenni dell’Universo” in un contesto in cui non si sa più in che secolo siano vissuti Adam Smith, Karl Popper e Hannah Arendt, ammesso che si sappia chi siano. La via è quella di offrire tracce molto terra terra, articoli di giornale, dietro cui lo spessore dei temi è ridotto a formulette semplificate e informazione, o è visibile solo a chi ne sa molto. Certo, i brani su “Stato, mercato e democrazia” sono densi di temi rilevanti, ma sono tanti e di complessità tale che l’unica via è cavarsela con luoghi comuni sulla crisi. Va assai peggio su “Individuo e società di massa”. Pasolini era un letterato di valore, ma di certo non un maestro di teoria sociale, soprattutto in un brano in cui la spara grossa: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi». Visto che la prima parte della traccia di Bodei è in consonanza, e che le connessioni con le tracce letterarie sono esangui, c’è da chiedersi se non sia un invito a confezionare un compitino anticapitalista.
Certo, si dirà che lo studente poteva andarsene per conto suo ignorando i testi proposti. Ma, siamo seri, chi oserà farsi beffe delle tracce ministeriali? Il risultato è che lo studente - altro che autonomia e creatività - è stato messo su binari atti solo a determinare risultati preconfezionati e grotteschi. Ciò è ancor più evidente nel tema sulla ricerca e il cervello. Qui, oltre a uno scritto di Boncinelli - che contiene l’unica asserzione di merito sul rapporto tra teorie del cervello e teorie della mente, peraltro assai discutibile - si offrono solo articoli di giornale che informano circa i progetti di simulazione informatica del cervello. Su queste basi cosa scrivere se non un panegirico del programma di Obama? In barba allo spirito critico: da Marcuse allo scientismo è l’apoteosi del conformismo.
Quanto ai Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) non costituiscono un argomento se non di analisi economica, visto che l’unico tratto comune di quei Paesi è l’incremento del Pil. Lo sa anche l’estensore della traccia che invita a sceglierne due a caso e dire qualcosa sulle loro vicende politiche recenti. A parte la mediocrità della proposta è roba mai vista a scuola. È un invito a navigare di soppiatto con lo smartphone?
Viene da pensare che chi ha preparato questi testi non abbia mai messo piede in una scuola, non abbia figli e non abbia la più pallida idea delle conoscenze che vi si acquisiscono, che sono sempre più esili e frammentarie e che andrebbero vigorosamente riqualificate. Ma già, è proprio quel che non si vuole. L’ideologia che emerge è quella di una scuola che da un lato invita a fabbricarsi a ruota libera i propri cenni sull’Universo, dall’altro verifica le “competenze” con test e quiz. In che modo il pensiero di Cartesio abbia influenzato la visione moderna del rapporto mente-cervello non ha alcun interesse. Dite quel che vi pare sul tema e mettete una crocetta sulla risposta esatta: Renato Cartesio: filosofo e scienziato francese o amministratore delegato delle cartiere di Fabriano.


  • Il culto del moderno e il rischio di non insegnare a capire il passato

Corriere della Sera.it, del 20-06-2013, di Giovanni Belardelli

Criticare i titoli per la prova di italiano della maturità è diventata ormai un'abitudine, alla quale ci si vorrebbe almeno per una volta sottrarre. Ma di fronte alle tracce scelte quest'anno astenersi da ogni commento appare quasi impossibile. Soprattutto se guardiamo allo spirito complessivo che sembra aver guidato gli esperti ministeriali: uno spirito improntato al più vieto culto della contemporaneità, a un ostentato desiderio di essere, o almeno di apparire, il più up to date possibile. Agli studenti era richiesto, ad esempio, di analizzare un brano di Claudio Magris, scrittore del quale molti di loro difficilmente avevano sentito parlare nelle aule scolastiche; oppure di conoscere avvenimenti come l'assassinio di Aldo Moro, rimasti nove volte su dieci al di fuori dai programmi di storia dell'ultimo anno di corso. O ancora, nel caso del tema storico — e qui il culto della contemporaneità è arrivato davvero a superare il ridicolo — lo studente era invitato ad occuparsi dei Brics, l'acronimo coniato una decina d'anni fa dall'economista Jim O'Neill per indicare i Paesi un tempo in via di sviluppo e ormai ascesi ai vertici della produzione mondiale.
Gli esempi fatti sono solo i più evidenti di una ossessione per la contemporaneità che percorreva un po' tutte le tracce. Non sto dicendo, naturalmente, che il mondo contemporaneo debba rimanere al di fuori delle mura scolastiche. Assolutamente no. Ma una scuola che sembra ostentare quanto sia moderna e al passo con l'attualità rischia per ciò stesso di schiacciarsi sull'oggi e di non rendere un buon servizio ai propri alunni e al Paese. In un mondo nel quale i giovani vivono letteralmente dentro il web, costantemente collegati attraverso i social network con l'intero globo, la scuola dovrebbe essere piuttosto il luogo in cui soprattutto coltivare o recuperare un rapporto meno immediato con il qui e ora. Dovrebbe essere il luogo in cui l'immersione totale nel presente che caratterizza sempre più la cultura e la vita ai tempi della Rete possa interrompersi almeno per alcuni momenti, per guardare «da fuori» un'attualità in cui siamo tutti immersi (i giovani assai più di chiunque altro) e magari poterla capire un po' meglio.
Una scuola veramente al passo coi tempi, come usa dire, dovrebbe forse mostrarsi capace di coniugare la contemporaneità con una cosa che della scuola, in Italia e non solo, è stata a lungo il fondamento ma che oggi è diventata quasi indicibile: una tradizione culturale e i valori a essa connessi, che nel tempo hanno fatto del Paese ciò che è, con i suoi molti difetti ma anche qualche indubbia qualità. A suo modo questa funzione la svolse la scuola riformata novant'anni fa da Giovanni Gentile, finalizzata allora alla costruzione di un linguaggio e di una identità comuni per la classe dirigente italiana, come ricordava ieri Gian Arturo Ferrari su questo giornale. Non c'è dubbio che questa funzione di collegamento tra i problemi dell'oggi e la nostra tradizione culturale è diventata da tempo problematica. Ma se dovessimo giudicare dalle scelte degli esperti ministeriali per la maturità dovremmo mestamente concludere che la scuola italiana ha deciso di non misurarsi più su questo terreno. Come se ormai volesse procedere per un'altra strada, desiderosa di digitalizzarsi non solo nella strumentazione tecnica ma nella immersione totale nella contemporaneità globale.


  •  Si tagliano gli appalti di pulizia nelle scuole per le università

La ministra dell’istruzione Carrozza, per coprire le assunzioni nelle università, taglierebbe 25 milioni di euro nel 2014 e 49,8 milioni a partire dal 2015, dai fondi destinati alle pulizie degli istituti scolastici e ai servizi ausiliari esternalizzati: rischiano 21mila lavoratori. I sindacati: "Incontro urgente"

La Tecnica della Scuola.it, del 19-06-2013, di P.A.

La nuova ministra dell’istruzione, Maria Chiara Carrrozza, ha proposto di ridurre e tagliare i fondi destinati alle pulizie degli istituti scolastici e ai servizi ausiliari esternalizzati, non tenendo conto che in questi ultimi 5 anni i 21mila lavoratori Ex LSU e dei c.d. “Appalti Storici” hanno già pagato pesantemente tale dazio. E' quanto si apprende da una nota.
Per garantire le assunzioni all’università e agli enti di ricerca, elevando dal 20 a 50% il turn-over, ovvero il limite di spesa consentito a rispetto alle cessazioni dell'anno precedente in modo da assumere 1500 ordinari e 1500 nuovi ricercatori” di tipo B, per una spesa prevista di 25 milioni nel 2014 e 49,8 nel 2015, si andrebbe a ridurre i fondi per gli appalti delle pulizie e che comunque le scuole dovranno rinnovare a un costo inferire anche per realizzare le economie previste dal decreto e fare in modo che i maggiori risparmi rimangano alle scuole: sbrigatevela da voi, insomma, sembra dire la ministra.
In ogni caso 25 milioni per il prossimo anno e quasi 50 dal successivo devono andare alle università, smentendo per certi versi le dichiarazione fatte dalla ministra che aveva chiesto maggiori finanziamenti per la scuola minacciando perfino le dimissioni.
Il comma 5 dell'articolo 54, dice infatti che a decorrere dal prossimo anno scolastico le scuole “acquistano, ai sensi dell'articolo 1, comma 449, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, i servizi esternalizzati per le funzioni corrispondenti a quelle assicurate dai collaboratori scolastici loro occorrenti nel limite di spesa che si sosterrebbe per coprire i posti di collaboratore scolastico accantonati ai sensi dell'articolo 4 del decreto del presidente della repubblica 22 giugno 2009” Quasi 11 mila posti subiscono quindi un impoverimento o una riduzione.
Fra l’altro nell’audizione al Parlamento del 6 giugno scorso, dove sono state presentate dalla ministra le linee guida programmatiche per la gestione del proprio dicastero, è stato dichiarato che sul piano di sostegno finanziario per la realizzazione dell’autonomia scolastica sarà innalzato il budget per il funzionamento ordinario delle scuole, aumentando la quota procapite per alunno, utilizzando, però “le economie derivanti dai nuovi appalti per i servizi di pulizia nelle scuole”.
E infatti i sindacati dicono che “le risorse per l’acquisto dei servizi di pulizia rientrano nel fondo per il funzionamento ordinario delle scuole e di conseguenza se si vuole aumentare la quota procapite per alunno vuol dire che anche per i servizi di pulizia va speso di più e non meno.”
Pensare di scaricare ancora i risparmi dell’amministrazione scolastica su questi lavoratori rigettandoli nella precarietà, rimettendoli in capo alla spesa sociale generale, a fronte di scuole più sporche e meno sicure non è una soluzione per dare risposta ai bisogni della Scuola stessa e nemmeno per migliorare le economie ministeriali.
Per questi motivi Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltrasporti Uil hanno inviato una richiesta di incontro urgente al ministro dell’Istruzione e procederanno ad assumere tutte le iniziative politiche utili per tutelare i lavoratori coinvolti


  • Per le nuove scuole soldi e idee. Era ora

L’Unità, del 19-06-2013, di Luigi Berlinguer

ESULTO ED ESALTO. REAGISCO COSÌ, PROPONENDO DUE EPSILON ALLA NOTIZIA che finalmente un governo si occupa di scuola per dare e non per tagliare o per sottrarre. Merito di Chiara Carrozza e di Enrico Letta. Che finalmente si capisca che l'education non è spesa ma investimento produttivo? In particolare, ciò avviene in un settore delicato come quello dell'edilizia scolastica. L'Italia ha bisogno di rinnovare il proprio patrimonio, di uscire dalla tristezza di tante, troppe scuole (in particolare nel sud del Paese) ospitate in appartamenti o in edifici inadatti, insalubri. Cento milioni di euro nel triennio 2014-2016 oggi sono indubbiamente tanti. Possono essere volano di altri investimenti di altre istituzioni, a cominciare da quelle locali. E la notizia può (finalmente) attirare l'attenzione su come andranno riadattati o costruiti ex novo gli edifici scolastici, che dureranno decine di anni e pertanto dovranno fin d’ora essere costruiti diversamente «La mente assorbente del bambino si orienta nell'ambiente; per cui si devono prendere speciali precauzioni affinché l'ambiente offra interesse e attrattive a questa mente che deve nutrirsene per la propria costruzione». Così Maria Montessori, una delle più grandi italiane di tutti i tempi, aveva bollato la cultura espressa dalla vecchia aula e da quei banchi, «neri catafalchi», secondo un'altra sua nota definizione. Ecco la sfida anche di oggi: creare un ambiente non costrittivo, capace al contrario di sollecitare e accogliere coloro che si stanno formando. Nel mondo si è affermata l'educational architecture, una corrente che ha abbandonato i tristi edifici anonimi composti da lunghi corridoi e da aule tutte uguali. I parametri sono stati rovesciati. Esempi se ne trovano ormai ovunque, dalla Danimarca all’Austria: gli edifici si compongono di grandi e di piccole aree, di spazi di varia foggia e di varia ampiezza per favorire la diversità nella didattica delle varie materie e metodologie di insegnamento. Questa rivoluzione comincia a prendere corpo anche in Italia. Con una differenza rispetto ai Paesi evoluti. Fuori dai confini nazionali tali scelte sono fortemente determinate dalla volontà politica, mentre in Italia sono frutto di iniziative dal basso, in primo luogo volute da presidi e insegnanti. Posso fare gli esempi: la scuola elementare di Fauglia (Pisa) dove non c'è più l'aula, dove non ci sono più i banchi e le cattedre, ma gruppi di tavolini suddivisi in aree per studiare, ripetere, leggere a voce alta, discutere. Una scuola elementare che hanno voluto chiamare «scuola senza zaino» perché probabilmente troppe giovani schiene sono state inutilmente curvate in passato. E la scuola di Montemignaio (Arezzo) dove alle aule si sostituisce un’atra serie di spazi, compresa l’agorà. Sono esempi che evidenziano il cambiamento del modello educativo che i riformatori perseguono e che ancora tarda ad affermarsi. La riforma profonda della scuola di oggi deve fondarsi sulla centralità dell'apprendimento, ha bisogno di spazi che consentano la grande articolazione delle diverse discipline. Perché un conto è proporre una lezione di storia a 30 alunni, altro è fare un esperimento di fisica, altro ancora è suonare uno strumento musicale. Gli spazi devono essere flessibili. Ecco perché è una gran buona notizia quella arrivata dal Consiglio dei ministri. Nonostante il periodo di carestia si può iniziare a cambiare. Ho saputo che nel ministero si parla di linee-guida sugli edifici da costruire fondate sui modelli appena citati. Il mio auspicio è che l'inversione di rotta finanziaria si sposi con quella pedagogico-educativa


  • E per i futuri prof, orali rinviati

É Estate, irreperibili Gli esperti necessari a ultimare le prove

Italia Oggi, del 18-06-2013, di Mario D'Adamo

Nelle regioni Piemonte e Toscana danno forfait le commissioni giudicatrici di alcuni concorsi a posti di insegnante e i rispettivi uffici scolastici regionali, nell'impossibilità di garantire i tempi inizialmente previsti, rinviano le prove orali a dopo l'estate, compromettendo l'immissione in ruolo dei vincitori fin dal prossimo primo settembre. Sul finire dell'era Profumo e sull'onda di un parossismo tecnologico – informativo in grado di superare ogni finitezza, un comunicato del 3 marzo scorso del ministero dell'istruzione, rispondendo alle perplessità avanzate anche da ItaliaOggi sulla possibilità di finirle per tempo, aveva assicurato che tutte le operazioni concorsuali da poco avviate sarebbero state contenute in una durata massima complessiva di tre mesi. I tre mesi passano e il 12 giugno scorso sul sito dell'ufficio scolastico regionale compare uno sconfortato avviso urgente, con il quale Giuliana Pupazzoni, direttore generale, annuncia il rinvio a dopo il periodo estivo delle prove orali dei concorsi di scuola dell'infanzia e primaria. I candidati, che hanno superato con esito positivo gli scritti e che si stavano preparando a sostenere le prove orali, si devono mettere in stand-by e attendere che sia loro inviata la mail di convocazione per l'orale almeno venti giorni prima della data in cui devono sostenerlo (art. 11, sesto comma, del bando, con involontaria ironia richiamato nell'avviso). Le cause dichiarate del rinvio sono da individuare nelle difficoltà riscontrate dall'ufficio scolastico regionale «nel reperire i componenti da aggregare alle commissioni giudicatrici che, nelle prove orali, devono procedere all'accertamento delle conoscenze informatiche e delle lingue straniere». Mancano gli esperti, insomma, che per quattro soldi non rinunciano al riposo estivo. E se in Piemonte sono solo due i concorsi sospesi, anche se contano il maggior numero di concorrenti (più di quattrocento ciascuno), lo stesso 12 giugno si apprende da un avviso, senza firma, che in Toscana sono solo due i concorsi che proseguono, quello di laboratorio tecnologico per l'edilizia, classe C430 (29 candidati ammessi all'orale), e quello di francese, classi A245/246 (42 candidati).Tutti gli altri sono sospesi «causa il protrarsi dei lavori di correzione degli scritti», a sua volta “dovuto a numerose dimissioni dall'incarico di commissario, alla quantità ed alla eterogeneità dei membri delle commissioni”. Sembra di capire, dato l'elevato numero di commissari dimessi, che sia diventato difficile trovarne altri e che quelli rimasti, provenienti dai più diversi settori della scuola, dell'amministrazione e dell'università, difficilmente riescono a coordinare i rispettivi impegni, i cui tempi sono di fatto inconciliabili tra loro per l'eterogeneità delle rispettive provenienze.


  • Assunzioni e inidonei fermi al palo

Per gli Ata arrivano dal ministero risposte ancora evasive

Italia Oggi, del 18-06-2013, di Franco Bastianini

Ancora in alto mare la soluzione delle tre principali questioni che interessano il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario: le immissioni in ruolo per l'anno scolastico in corso per tutti i profili e su tutti i posti vacanti e disponibili, come previsto dal piano triennale di assunzioni di cui al decreto interministeriale del 3 agosto 2011; il pagamento delle posizioni economiche già assegnate e l'atto di indirizzo per il compenso ai Dsga, i direttori amministrativi, affidatari di scuole sottodimensionate.
Al termine dell'ennesimo incontro svoltosi l'11 giugno con la direzione del personale del Miur, le organizzazioni sindacali del comparto scuola hanno infatti manifestato preoccupazione e insoddisfazione per la mancanza di risposte certe sui problemi da tempo sottoposti all'attenzione ministeriale.
Pur prendendo atto della volontà politica del ministero di voler risolvere le problematiche attraverso una interlocuzione continua con il ministero dell'economia e delle finanze, i rappresentanti sindacali di Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda hanno anticipato la mobilitazione del personale, qualora dovessero verificarsi ulteriori rinvii e ritardi. Quella della mancata immissione in ruolo degli oltre cinquemila collaboratori scolastici e degli assistenti amministrativi e tecnici sui posti liberi e vacanti dopo l'accantonamento sull'organico di diritto delle unità da assegnare ai docenti inidonei rimane comunque la questione più delicata da risolvere a causa delle notevole resistenze da parte del ministero dell'economia e delle finanze. Sulle problematiche connessa al passaggio tra il personale Ata dei docenti dichiarati permanentemente inidonei per motivi di salute all'esercizio delle funzioni, ma idonei ad altri compiti, il ministero ha comunicato alle organizzazioni sindacali una forte determinazione del Parlamento a cancellare la norma sul transito forzoso di questo personale nei profili Ata, come previsto dall'art.14, commi 13, 14 e 15 del decreto legge 6 luglio2012, n.95, riconoscendo nel contempo che per l'operazione saranno necessari tempi più lunghi dovuti all'iter legislativo cui potrebbe andare incontro un apposito disegno di legge presentato al Senato il 26 marzo 2013.


  • Carrozza, arrivano i primi tagli

Il ministro finanzia le assunzioni nelle università con i soldi degli appalti per le pulizie. Tolti alle scuole 25 milioni nel 2014 e 50 dal 2015

Italia Oggi, del 18-06-2013, di Alessandra Ricciardi

Il primo atto finanziario del ministro dell'istruzione, università e ricerca, Maria Chiara Carrozza, è arrivato. Per coprire le maggiori assunzioni nel settore universitario (1500 docenti e altrettanti ricercatori), le scuole perderanno 25 milioni di euro nel 2014 che diventano 49,8 milioni a partire dal 2015.
L'operazione è contenuta all'articolo 54 della bozza di decreto legge, il cosiddetto decreto del fare, approvato sabato scorso dal consiglio dei ministri. Tra le varie misure si prevede un innalzamento della copertura del turn over per le università. Che è controbilanciato dalla riduzione dei fondi per gli appalti delle pulizie, che le scuole dovranno rinnovare a un prezzo più basso, fino a realizzare almeno le economie individuate dal decreto. Nel caso di maggiori risparmi, questi resteranno alle scuole. Ma fino a 25 milioni per il prossimo anno e quasi 50 dal successivo, non c'è niente da fare, si reinveste sull'università. Un'uscita, quella del ministro che aveva chiesto maggiori finanziamenti per la scuola («altrimenti mi dimetto»), che ha lasciato sconcertati i sindacati. Le scuole, precisa il comma 5 dell'articolo 54, a decorrere dal prossimo anno scolastico «acquistano, ai sensi dell'articolo 1, comma 449, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, i servizi esternalizzati per le funzioni corrispondenti a quelle assicurate dai collaboratori scolastici loro occorrenti nel limite di spesa che si sosterrebbe per coprire i posti di collaboratore scolastico accantonati ai sensi dell'articolo 4 del decreto del presidente della repubblica 22 giugno 2009». Si tratta di quasi 11 mila posti che non sono coperti con assunzioni a tempo indeterminato perché i relativi servizi offerti sono stati affidati all'esterno. Ora il governo prevede che il costo non possa sforare quello che lo stato avrebbe sostenuto per assumere in proprio gli Ata per gli stessi servizi. Un'operazione che dunque punta a una razionalizzazione della spesa, i cui proventi però non sono destinati a rifinanziare il sistema. «Mi pare un'operazione finanziaria incerta, ma, ammesso che riesca, è improprio che i fondi siano destinati altrove», attacca Massimo Di Menna, numero uno della Uil scuola, «e di certo non è questo il primo atto di investimento che ci aspettavamo dal nuovo ministro». Le maggiori assunzioni nelle università sono uno dei cavalli di battaglia della Flc-Cgil, che però giudica «inaccettabile» la copertura finanziaria trovata dal governo. Spiega il segretario Mimmo Pantaleo: «Così si penalizzano i lavoratori delle ditte di pulizie, che non potranno essere tutti confermati, e gli Ata già in servizio, che dovranno lavorare di più a parità di stipendio». Rino Di Meglio, coordinatore nazionale Gilda, evidenzia come «dopo tanti annunci, si continua con la politica dei tagli». Il testo «deve essere modificato», chiede lo Snals-Confsal di Marco Paolo Nigi. «Si mette in piedi una guerra tra bisognosi», commenta il segretario della Cisl scuola, Francesco Scrima, «se ci sono risparmi fattibili nella scuola devono essere reinvestiti nel sistema di istruzione, non si può continuare a togliere a chi ha già perso tanto». Il decreto prevede anche una borsa di mobilità (si veda ItaliaOggi di sabato) che consentirà a giovani diplomati con risultati eccellenti (voto minimo 95 su 100) di scegliere una regione differente da quella di residenza per l'università. Inoltre, gli istituti che necessitano di interventi di ristrutturazione potranno contare nel prossimo triennio su 100 milioni.


  • Scuola, class action vinta: a 24 istituti due milioni di euro

Sembrava impossibile che una piccola associazione di Bordighera, “Facciamo scuola insieme”, composta da insegnanti, genitori e studenti potesse vincere la battaglia contro Roma, contro i ministeri della Pubblica Istruzione e dell’Economia

Il Fatto Quotidiano, del 18-06-2013,di Alex Corlazzoli

Per una volta, come nella Bibbia, ha vinto Davide contro Golia. Sembrava impossibile che una piccola associazione di Bordighera, “Facciamo scuola insieme”, composta da insegnanti, genitori e studenti potesse vincere la battaglia contro Roma, contro i ministeri della Pubblica Istruzione e dell’Economia per recuperare i crediti che quest’ultimi dovevano e devono nei confronti di 24 scuole della provincia di Imperia: oltre due milioni di euro.
E invece ce l’hanno fatta grazie ad una class action che ha visto in prima linea la professoressa Paola Rottino: i due Ministeri dovranno controllare la situazione creditizia delle scuole coinvolte entro il 30 settembre 2013 e entro il 30 dicembre del 2013 dovranno liquidare i soldi spettanti a ciascuna scuola.
E’ una storia anomala questa in un Paese dove la gente perde sempre, dove nessuno più trova la forza di fare una battaglia contro Roma. La class action era stata aperta con una richiesta di messa in mora dei due ministeri nel maggio del 2011. A fronte di un sostanziale nulla di fatto al termine dei 90 giorni prescritti per legge dopo l’invio della
messa in mora, l’associazione ha deciso di procedere con ricorso al Tar. Una battaglia senza precedenti che ha visto genitori, studenti e insegnanti per la prima volta insieme. Paola, l’avevo conosciuta nel 2010 alla trasmissione “Articolo 3” di Maria Luisa Busi, chiusa troppo presto da una fin troppo solerte direzione Rai. Era la fase della raccolta firme, dell’avvio della class action: un lavoro lungo, meticoloso, pacchi di carta da raccogliere e inviare al Ministero per la diffida. Non avrei mai creduto che un giorno mi avrebbe telefonato per annunciarmi la clamorosa notizia.
Inutili anche le eccezioni ai ricorrenti da parte dell’Avvocatura di Stato che ha sollevato questioni in merito alla “carenza di dimostrazione della posizione legittimante dei ricorrenti”: il Tar di Genova ha risposto che “si tratta di soggetti che versano in una situazione di classe essendo tutti accomunati dal medesimo interesse sostanziale all’ottimale funzionamento della comunità scolastica cui appartengono, cui è strumentalmente collegata la pretesa di ottenere la regolare erogazione dei finanziamenti previsti”.
Per i Ministeri, che potranno comunque appellarsi, si tratta di una sconfitta che ci si augura possa essere un favorevole precedente per chi in questo Paese non si arrende. A
Imperia, di fronte alla mancanza di fondi negli istituti necessari al funzionamento delle scuole, hanno alzato la testa e hanno vinto. In Italia è ancora possibile. Loro ce l’hanno dimostrato.


  • Un professore e un Paese presi a schiaffi

l'Unità, del 16-06-2013, di Mila Spicola

Un'insegnante è stata presa a schiaffi da un genitore per avergli bocciato il figlio, - no, non il figlio, per esser stato bocciato, l'insegnante. C'è qualcosa di cui ha bisogno adesso l'Italia più del pane e sono il rispetto collettivo per ciò che siamo come paese e ciò che siamo lo dobbiamo anche alla scuola, nel bene e nel male. Non è possibile affatto che in un angolo del Paese, fosse anche il più remoto, un genitore prenda a schiaffi un'insegnante nell'esercizio delle sue funzioni pubbliche. Chi l'ha permesso? Abbiamo alle spalle anni di logorio sociale e di attacco mediatico e politico a una professione inattaccabile e la responsabilità è di chi ha favorito tutto ciò, confondendo pericolosamente responsabilità individuali, - che possono e devono essere individuate e sanzionate, ma nessuno lo fa -, che ci sono statisticamente in ogni professione, e ruolo collettivo, - che non può essere mai messo in discussione e invece lo fanno tutti, persino i premier-. L'Europa ha chiesto all'Italia, tra i diktat per toglierla dal procedimento d'infrazione, di ridare ruolo sociale e di riqualificare il lavoro dei docenti, non è una richiesta peregrina: è un obiettivo strategico fondamentale. La nuova geografica del lavoro mondiale coincide con la geografia dei saperi, lo hanno capito tutti nel mondo, tranne l'Italia, che si barcamena in ricette improbabili per combattere la crisi rimanendoci sull'orlo perché non è capace di comprendere quello che serve: innovazione, saperi qualificati e sguardo lungo. Per innovare e guardare lontano si devono promuovere alti livelli medi di conoscenza nella popolazione, e non lo fai attaccando un docente, ma migliorando le condizioni del sistema che deve promuoverli. A parole tutti lo desiderano nei fatti non sanno metterlo in atto, semplicemente perché ci vogliono azioni efficaci e competenti decise da chi di problemi complessissimi come l'innalzamento dei livelli medi si occupa da anni. Quasi tutti i rapporti relativi ai sistemi d'istruzione individuano come motore vero dell'innovazione dei sistemi d'istruzione e dunque dei paesi l'esercito degli insegnanti, non le strumentazioni da fornire agli insegnanti, o la valutazione dei docente, ma la formazione, la selezione e la qualificazione continua degli insegnanti. Qualcuno ha confuso la riqualificazione dei docenti con la valutazione dei docenti, quello è l'ultimo anello della catena. Non cambi il risultato in un sistema se ti limiti alla valutazione delle variabili dipendenti (l'operato dei docenti, i livelli cognitivi degli studenti), devi agire sulle cause dì quelle variabili. Tre sono i passi. Il primo: riqualificare la formazione universitaria. Diventi insegnante chi ha nel proprio bagaglio formativo non solo le conoscenze disciplinari (accade oggi) ma anche un bagaglio di «attrezzi del mestiere» che sono discipline come la pedagogia, la docimologia, la psicologia infantile e adolescenziale, la gestione e il management scolastico. Il secondo passo: la selezione dei docenti. Concorsi seri e veri. Che accertino non solo le conoscenze con batterie ridicole di test (spesso sbagliati, spesso oggetto di ricorsi, spesso abbonati a tutti per non incorrere in procedimenti d'infrazione) ma che prevedano prove che accertino anche le competenze necessarie per diventare insegnanti, comprese le predisposizioni psicoattitudinali a un mestiere difficilissimo. Il terzo passo. Rivoluzionare la professione. Un docente torni ad essere un intellettuale: deve studiare, deve avere il tempo di farlo e deve avere il riconoscimento perché lo fa. 'È un lavoro intellettuale, che va praticato e riconosciuto come lavoro intellettuale, perché ciò accada bisogna, semplicemente porre in essere le condizioni affinché sia così. Non è peregrino immaginare che almeno ogni 4 anni un docente possa trascorrere sei mesi fuori dalle classi, a rotazione, per fare ricerca, dentro e fuori la scuola, per qualificarsi, studiare, partecipare a convegni, produrre sperimentazione, effettuare lavoro di supporto, organizzazione e produzione di saperi e attività dentro la sua scuola. Altro che tablet degli alunni. Tra 4 anni i tablet saranno obsoleti, la testa e il modo più adatto per usare qualunque strumento, prima di esserne usati, no. Studiare vuol dire coltivare parole, coltivare pensieri, discernere per agire e trasferire queste capacità agli alunni: è la qualità della democrazia, la pregiudiziale del lavoro. Altro che schiaffi

 


  • Si assume nelle università

Circa tremila nuovi posti nel Decreto del Fare e poi risorse per ricerca, edilizia e borse di studio

La Stampa.it, del 17-06-2013, di Flavia Amabile

La notizia è questa, nelle università si assume di nuovo. Ci sono circa tremila posti nuovi di zecca per ordinari e ricercatori che il governo annuncia di aver creato con il Decreto del Fare. E' la prima volta dopo anni di rigore e tagli, vedremo che cosa accadrà, come questo si tradurrà in bandi di concorso e chi ne beneficerà, ma con i tempi che corrono è positivo che ci siano tremila persone che avranno una possibilità.

Ecco il dettaglio dei provvedimenti sulla scuola e sull'università approvati dal consiglio dei ministri.

EDILIZIA SCOLASTICA

Un investimento straordinario di edilizia scolastica, finanziato dall'INAIL fino a 100 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014-2016, nell'ambito degli investimenti immobiliari previsti dal piano di impiego di propri fondi. Il piano verrà adottato sulla base della Programmazione Miur-Regioni-enti locali dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, d'intesa con il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca e con quello delle Infrastrutture e dei Trasporti.

- SBLOCCO DEL TURN OVER AL 50% PER UNIVERSITÀ ED ENTI DI RICERCA DAL 2014

Si ampliano le facoltà di assumere delle università e degli enti di ricerca per l’anno 2014, elevando dal 20 a 50% il limite di spesa consentito a rispetto alle cessazioni dell’anno precedente (turn over). Le singole università potranno quindi assumere nel rispetto delle specifiche disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento senza superare, a livello di sistema, il 50% della spesa rispetto alle cessazioni. Con questo provvedimento si libereranno posti per 1500 ordinari e 1500 nuovi ricercatori in tenure track sul Ffo nel 2014 Spesa prevista 25 mln nel 2014; 49,8 nel 2015 - Copertura mediante taglio spese esternalizzazione servizi per le scuole

- BORSE DI MOBILITÀ PER STUDENTI CAPACI E MERITEVOLI

5 mln per il 2013 e 2014, 7 mln per il 2015 da iscrivere sul Fondo di finanziamento ordinario delle università per l’erogazione di “borse per la mobilità” a favore di studenti che, avendo conseguito risultati scolastici eccellenti, intendano iscriversi per l’anno accademico 2013-2014 a corsi di laurea in regioni diverse da quella di residenza. Le risorse saranno suddivise tra le regioni con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano. Le borse saranno attribuite sulla base di una graduatoria adottata da ciascuna Regione per le università site nel proprio territorio.

- RENDERE PIÙ FLESSIBILE IL SISTEMA DI FINANZIAMENTO DELLE UNIVERSITÀ E SEMPLIFICARE LE PROCEDURE DI ATTRIBUZIONE DELLE RISORSE

Per questo si unificano in unico fondo le risorse attualmente destinate al finanziamento ordinario delle università (FFO) alla programmazione triennale del sistema, ai dottorati, e agli assegni di ricerca. Nello stesso provvedimento si decide di sottoporre all’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) la valutazione dei servizi delle università e degli enti di ricerca per semplificare il sistema di valutazione attualmente in vigore.

- INTERVENTI STRAORDINARI A FAVORE DELLA RICERCA

Il Ministero favorirà interventi diretti al sostegno e allo sviluppo delle attività di ricerca fondamentale e di ricerca industriale, mediante la concessione di contributi alla spesa nel limite del 50% della quota relativa alla contribuzione a fondo perduto disponibili sul Fondo per la ricerca applicata (FAR). Si tratta di utilizzare il fondo rotativo, che si alimenta con i rientri del credito agevolato, che contiene anche risorse da destinare a contributi a fondo perduto. Gli interventi da finanziare riguardano principalmente lo sviluppo di start up innovative e di spin off universitari, la valorizzazione di progetti di social innovation per giovani con meno di 30 anni, il potenziamento del rapporto tra il mondo della ricerca pubblica e le imprese, il potenziamento infrastrutturale delle università e degli enti pubblici di ricerca.

 


  • “I baroni rubano il posto a noi ricercatori” in ateneo scoppia la battaglia delle generazioni

Da Milano a Palermo, gli over 70 chiedono di rinviare la pensione. Ed è polemica

La Repubblica.it, del 13-06-2013, di Luca De Vito

MILANO

I professori universitari chiedono di poter continuare a lavorare anche oltre l’età della pensione. E scoppia di nuovo la guerra dell’età. Negli atenei di tutta Italia le richieste arrivano a decine: da Milano a Palermo, tra gli ordinari nati nel 1943 è partita la corsa per usufruire del bonus di due anni di lavoro in più. Cosa che, chiaramente, farà slittare in avanti gli ingressi dei giovani ricercatori in attesa di un contratto. A stabilirlo è stata una sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale un articolo della Legge Gelmini e che ha ristabilito la possibilità di rimanere in servizio per due anni oltre la soglia dei 70. Adesso, chi è vicino all’età della pensione può compilare una richiesta motivata e presentarla in ateneo: sarà il senato accademico, in ultima istanza, a decidere se il docente potrà rimanere in servizio o meno.
Nella maggior parte delle università, l’orientamento è quello di respingere al mittente le richieste.
Al Politecnico di Torino i vertici accademici stanno prendendo posizione per non consentire la proroga, mentre all’Alma Mater di Bologna è esplosa una polemica tra giovani ricercatori e prof, con il rettore Ivano Dionigi che ha invitato il corpo docente ad avere una maggiore «attenzione alle attese delle nuove generazioni ». E se all’università di Palermo le domande — arrivate principalmente da Giurisprudenza e Lettere — verranno con buona probabilità cassate, alla Bicocca di Milano lo stop sarà automatico per motivi di organico: «Queste trattenute in servizio — ha spiegato il rettore Marcello Fontanesi — prevedono l’impegno di un punto in organico: ovvero, vengono parificate a nuove assunzioni. E noi non abbiamo la possibilità di farlo». C’è poi chi ha deciso di non bloccare del tutto questa possibilità inserendo dei criteri stringenti. Al Politecnico di Milano potrà proseguire chi ha avuto un riconoscimento come il premio Nobel, chi ha una capacità di portare finanziamenti e chi rimane come unico riferimento del proprio settore disciplinare. Paletti precisi verranno inseriti anche all’Università degli studi di Firenze.
Uno dei rischi legati all’arrivo di questa valanga di richieste è quello di affievolire ulteriormente le speranze dei giovani in attesa di un posto: per loro già adesso vale la regola per cui solo uno diventa ordinario ogni cinque che escono. «Ci avevo provato — ha commentato Maria Stella Gelmini, ex ministro dell’Istruzione che nella sua riforma aveva abolito la proroga — così si blocca il ricambio generazionale: adesso chi sta fuori rimane precario ancora un po’». Molti ricercatori sono già sul piede di guerra. «I giovani hanno pagato per 15 anni, ora basta », ha detto Loris Giorgini rappresentante nel Cda di Bologna. «Con l’università governata tutta da ordinari e un sistema di valutazione che fa acqua da tutte le parti — ha aggiunto Piero Graglia ricercatore della Rete 29 Aprile — il rischio è che si perpetui una categoria che non splende per correttezza ». Dal canto loro però, i rappresentanti della vecchia guardia non si fanno troppi problemi. Giancarlo Roviaro, ordinario di Chirurgia alla Statale di Milano, ha già fatto richiesta: «Tirarmi indietro mi sembrava scorretto — ha spiegato — come se volessi negare la mia professione portata avanti in questi anni. L’ho fatto per spirito di appartenenza istituzionale, ma se rifiutano la mia domanda non farò ricorso».
Conciliare la perdita dell’esperienza con la necessità di un ricambio generazionale non è cosa semplice, soprattutto in un periodo di ristrettezze economiche. «Accettare le proroghe comporta un impegno economico troppo gravoso — ha spiegato Luca Vago rettore della Statale di Milano, università in cui nei prossimi due anni saranno 62 i prof 70enni — . Ma questo non vuol dire rinunciare per forza alle elevate competenze di alcuni colleghi vicini alla pensione».


  • Maturità, i nuovi bonus Il punteggio massimo solo a chi prende la lode

Soglie definite in base ai voti dell'anno

Corriere della Sera.it, del 13-06-2013, di Mariolina Iossa

ROMA — A una settimana dall'inizio degli esami di maturità, con la traccia di italiano fissata per il 19 giugno, mentre impazza sul web il toto-tema e Ungaretti, Svevo, Pirandello, Quasimodo e Montale sono, pensano i maturandi, certamente in pole position per la traccia di letteratura, si è chiusa ieri, almeno per quest'anno, la vicenda dei contestatissimi «bonus maturità». I 10 punti, cioè il massimo, saranno concessi soltanto a chi prende anche la lode. Da uno a nove punti di «bonus» andranno invece a chi avrà ottenuto, alla maturità, da 80 a 100, secondo la tabella che è pubblicata nel grafico a destra. Il voto deve anche essere non inferiore all'80esimo percentile della distribuzione dei voti della propria commissione d'esame assegnati quest'anno.
L'aveva promesso il ministro Maria Chiara Carrozza che entro mercoledì avrebbe firmato un decreto per rendere «più equo» il bonus, ovvero quel punteggio extra che gli studenti delle superiori più meritevoli potranno aggiungere al punteggio ottenuto ai test d'ingresso alle facoltà a numero chiuso. E così è stato: ieri è arrivato il decreto, che oltre a rivedere il bonus, rinvia le date dei test di ammissione alle università a numero programmato: non più a luglio come deciso dal predecessore Profumo, ma di nuovo a settembre, il 3 per veterinaria, il 4 per le professioni sanitarie, il 9 per medicina e odontoiatria e il 10 per architettura.
Il rinvio era necessario, ha spiegato il ministro, proprio per rendere più equo il «bonus maturità», introdotto nel 2008 da un decreto legislativo del governo Prodi ma sempre rinviato, di anno in anno, finché Profumo quest'anno ha deciso di attuarlo, nell'ottica di una scuola più meritocratica. Così come Profumo lo aveva concepito, tuttavia, agli studenti era subito saltato agli occhi che avrebbe prodotto molte disparità di trattamento, e ai rettori che avrebbe causato una valanga di ricorsi.
Il decreto Profumo, infatti, stabiliva che il calcolo dei percentili dovesse avvenire sulla base dei voti attribuiti in quella scuola nell'anno scolastico precedente, con la conseguenza, protestavano gli studenti, che nel 20 per cento delle scuole sarebbe stato impossibile prendere il massimo, anche ottenendo i 100/100 e per contro, in alcune scuole, un 5 per cento del totale, sarebbe bastato diplomarsi con 80 per avere i 10 punti. Ieri Daniele Grassucci, del portale Skuola.net, che per primo aveva fatto notare l'ingiustizia di quel criterio, ha detto che il decreto firmato da Carrozza, «che assegna il 10 solo a chi prende la lode e corregge il sistema non riferendosi all'anno precedente ma a quello in corso, è una novità assolutamente positiva».
Il ministro comunque ha detto che il bonus «verrà sicuramente modificato per il futuro» e che rinvio delle date dei test e «bonus maturità» così come sono decisi nel decreto firmato ieri, varranno soltanto per quest'anno. Dal prossimo si cambierà di nuovo. Carrozza vuole continuare sulla strada dell'anticipo dei test per l'ingresso alle facoltà a numero programmato, secondo l'idea del suo predecessore. Non a luglio, per non farli coincidere con gli esami di maturità ma ad aprile, ancora lontani dall'esame di Stato. In questo caso, tuttavia, è evidente che anche il bonus dovrà essere completamente modificato, di sicuro non potrà più essere legato al voto di maturità e quindi probabilmente sarà legato al curriculum di tutto il percorso superiore. Per decidere quale strada intraprendere, Carrozza ha insediato «una commissione che, alla luce della prima esperienza applicativa, formuli delle proposte operative, al fine di garantire un sistema di accesso ai corsi a numero programmato che sia equilibrato e in grado di valorizzare le potenzialità dei candidati».


  • Alla Camera 4 ore di dibattito sulla scuola

Respinte le mozioni di M5S, Lega e SEL. Alla fine PD e PdL convergono su una mozione congiunta che viene approvata dall'aula a larghissima maggioranza. Tutti d'accordo sulla necessità di restituire risorse alle scuole. Ma adesso ci vogliono provvedimenti concreti.

La Tecnica della Scuola.it, del 12-06-2013, di RP

Nella seduta dell’11 giugno la Camera ha dedicato almeno 4 ore ad esaminare numerose mozioni concernenti misure a sostegno della scuola, dell'università e della cultura.
Il dibattito che si è sviluppato in aula ha fornito non pochi elementi di riflessione anche perché gli interventi sono stati davvero molti, una ventina nella sessione mattutina e altrettanti in quella pomeridiana.
Alla resa dei conti le forze che sostengono il governo hanno votato compatte una mozione presentata da Elena Centemero (PdL) e da Maria Coscia (PD) in cui si sottolinea la necessità di varare un piano straordinario a sostegno del sistema scolastico italiano.
Persino l’onorevole Centemero è intervenuta per stigmatizzare il fatto che negli ultimi anni le risorse assegnate alle scuole sono state progressivamente ridotte (dimenticando forse che tale riduzione è stata realizzata proprio quando a viale Trastevere sedeva il ministro PdL MariaStella Gelmini).
Respinte invece le mozioni Gallo (M5S), Giordano (SeL) e Buonanno (Lega).
Sulle mozioni Gallo e Giordano è intervenuto il sottosegretario Marco Rossi Doria per esprimere il parere sfavorevole del Governo con la motivazione che le proposte in esse contenute sono di fatto irrealistiche in quanto prevedono il ripristino delle risorse in un arco di tempo troppo breve.
Molti parlamentari intervenuti hanno evidenziato la necessità di assumere iniziative risolutive del problema del precariato, mentre il tema dell’edilizia scolastica è stato un leit-motiv generale e ricorrente.
Particolarmente soddisfatto si è dichiarato Rossi Doria che ha osservato come il dibattito in aula sia stato perfettamente coerente con quanto già detto dal ministro Carrozza nel corso della sua audizione di qualche giorno fa.
Tutti d’accordo, insomma, sulla centralità della scuola e sulla necessità di aumentare le risorse destinate al sistema di istruzione.
Per il momento l’accordo è sulle dichiarazioni e sulle parole, adesso è importante che l’accordo si sposti sui fatti.


  • Under 16, l’esercito di lavoratori fantasma

In 30 mila rischiano lo sfruttamento L’occupazione più diffusa: ristorazione

La Stampa.it, del 12-06-2013, di Flavia Amabile (Roma)

In Italia un minore su 20 lavora. E’ un volto molto diverso degli adolescenti quello denunciati da Game Over, il dossier realizzato dall’Associazione Bruno Trentin e da Save the Children. Non ci sono i soliti ragazzetti viziati, i bulli e nemmeno quelli che vivono appesi a Facebook e allo smartphone.
Dei 260 mila under 16 che lavorano nel nostro Paese, 30 mila sono a rischio di sfruttamento, fanno un lavoro pericoloso per salute, sicurezza o integrità morale. Lavorano di notte e lo fanno ogni giorno, o quasi, sacrificando la scuola, gli studi e persino il riposo e la possibilità di stare con gli amici.
Ad essere cancellata è di sicuro la scuola anche prima del termine dell’obbligo scolastico l’«offerta formativa viene percepita generalmente distante dalle necessità di sviluppare competenze professionali richieste dal mercato del lavoro». In molti casi è anche la famiglia a spingere i minori ad abbandonare gli studi. Il ragazzo non sembra particolarmente portato per la scuola. A quel punto l’alternativa è la strada e alcuni genitori preferiscono non ostacolare l’inizio di lavori anche se a volte sono a rischio. , non ostacolare l’inserimento in attività lavorative precoci anche se a volte sono rischio.
A lavorare e ad essere sfruttati sono maschi e femmine, senza troppe differenze: il 46% dei 14-15enni che lavorano sono femmine. Il dossier sottolinea che la presenza dei giovani lavoratori è concentrata al Sud e nelle isole, in particolare in Sicilia. Spesso si tratta di lavori occasionali (40%) e in ambito familiare (41%). Ma c’è anche un 14% di minori che lavora fuori dalla cerchia familiare. L’occupazione più diffusa è nella ristorazione (18,7%); segue vendita ambulante e stanziale, allevamento e lavoro in cantiere per l’1,5%. Le attività più continuative sono proprio nella ristorazione, seguono il lavoro di cura e le attività artigianali e domestiche.
Un altro aspetto ben evidenziato nel dossier è il fatto che lo sfruttamento sul lavoro può spingere il giovane a entrare nella criminalità, perché può essere percepita «non troppo distante nelle modalità di relazione tra chi comanda e chi esegue un lavoro». Oltretutto e attività illecite sono legate alle «amicizie» o ai «legami» presenti nel quartiere, e quindi possono essere considerate l’unica possibilità per chi si trova in situazioni di disagio di guadagnare tanto e con poche ore di lavoro».


  • Bonus maturità legato ai voti medi della classe ecco le nuove regole per i test a numero chiuso

Il ministro Carrozza dopo le polemiche cambia i criteri: dieci punti solo a chi si diploma con 100 e lode

la Repubblica.it, del 12-06-2013, di Salvo Intravaia

ROMA

   Il bonus-maturità continua a far discutere. Il ministero cerca di renderlo un po’ equo, ma restano perplessità per un sistema che ancora non convince del tutto. Oggi viale Trastevere pubblicherà l’ultimo decreto sui test universitari a numero chiuso nazionale che contiene il nuovo criterio di calcolo del bonus. Provvedimento che “Repubblica” è oggi in grado di anticipare nei suoi contenuti più importanti. Il nuovo bonus — per coloro che tenteranno di entrare a Medicina e Odontoiatria, Veterinaria e Architettura — partirà da un punto e non più da quattro come quello pensato dall’ex ministero dell’Istruzione, Francesco Profumo. E continuerà di punto in punto fino a dieci, che verrà assegnato esclusivamente ai cervelloni con 100 e lode. Ma soprattutto, come aveva anticipato il ministro Maria Chiara Carrozza, cambia il criterio di assegnazione,
che dipenderà dalla distribuzione dei voti della singola commissione. Un meccanismo che farà comunque corrispondere allo stesso voto bonus diversi non solo da scuola a scuola ma anche all’interno dello stesso istituto:

   da commissione a commissione. Per chiarire meglio le cose basterà un esempio. Un certo voto (90 centesimi) peserà molto meno — dando luogo a un bonus più basso — in una commissione dove fioccano i cento e parecchio di più in una dove i voti si manterranno bassi. Resta l’obbligo, per accedere al bonus, di conseguire il diploma con almeno 80 centesimi e viene introdotto un meccanismo, che prima mancava, per assegnare il punteggio anche a coloro che si sono diplomati negli anni precedenti e vorranno tentare di entrare a Medicina quest’anno. Questo si sommerà ai punti del test di ammissione, espressi in novantesimi, ma soltanto per coloro che arriveranno almeno a 20. I voti dell’esame di stato, che consentiranno di attribuire il bonus, verranno pubblicati sul portale www.universitaly. it entro il 30 agosto 2013.

   Ma, soprattutto, gli oltre 96mila studenti che si sono già iscritti dovranno ripetere l’intera procedura perché il decreto che esce oggi sostituisce quello precedente. Le date, prima previste a luglio, sono state spostate a settembre: il 3 per architettura, il 4 settembre per le Professioni sanitarie, il 9 settembre per Medicina e Odontoiatria e il 10 per Veterinaria. La graduatoria per Medicina e le altre facoltà a numero chiuso resta nazionale. Molte le contraddizioni: come si farà ad attribuire il bonus il prossimo anno quando i test di Medicina si svolgeranno ad aprile? E cosa accadrà se un ragazzo, dopo avere sostenuto il test, verrà bocciato?


  • La crisi accorcia la settimana

L'assessore all'istruzione della provincia di Milano ai presidi: didattica su 5 giorni e non 6

Italia Oggi, del 11-06-2013, di Mario D'Adamo

Dal prossimo anno scolastico a Milano e provincia orario settimanale delle lezioni distribuito su cinque giorni anche nelle scuole superiori, licei e istituti tecnici e professionali. Non si tratta di una prescrizione che le scuole devono osservare ma di un pressante invito rivolto da Marina Lazzati, assessore all'istruzione della provincia di Milano, a dirigenti scolastici, consigli d'istituto, collegi dei docenti e consulta degli studenti con una lettera del 3 giugno firmata congiuntamente con Francesco de Sanctis, direttore dell'istruzione della regione Lombardia, sul contenuto della quale ci sarebbe l'accordo pieno anche dell'assessorato all'istruzione regionale.
L'assessore, che motiva l'invito con l'esigenza di contenere i consumi del riscaldamento, si aspetta di ricevere entro il 30 giugno prossimo le delibere sulla scansione settimanale dell'orario delle lezioni che saranno adottate dalle scuole. A Milano e provincia gli istituti interessati sono centosessanta circa e il risparmio ipotizzato è di un paio di milioni di euro. Nella lettera non si individuano quali saranno le cinque giornate nelle quali le lezioni continueranno a essere svolte ma è logico ritenere che dovranno essere le stesse per tutte le scuole come la stessa dovrà essere la giornata di chiusura, il sabato molto probabilmente.
Altrimenti, risolta una questione, quella del riscaldamento, se ne apre un'altra, quella della gestione dei trasporti. L'introduzione della settimana corta, affermano assessore e direttore regionale, dovrebbe essere facilitata dalla riforma degli ordinamenti delle scuole superiori, nelle quali la riorganizzazione degli orari, che il prossimo anno scolastico interesserà ormai tutte le classi con l'eccezione delle quinte, comporta un impegno settimanale di 27-30 ore con punte di 32 solo per alcuni corsi di studio. Assessore e direttore regionale si spingono a sostenere, un po' apoditticamente, che la decisione di distribuire su cinque giorni consentirà, oltre a una migliore gestione dei tempi di riposo e delle attività sportive dei giovani, «anche una più ottimale organizzazione del lavoro del personale Ata» (assistenti amministrativi, ausiliari e tecnici). Sui tempi di riposo sarebbe opportuno sentire gli studenti e quanto alle attività sportive, attualmente gli allenamenti si svolgono tutti i giorni, in orari pomeridiano-serali. Difficilmente si può prevedere una concentrazione nei giorni di sabato e domenica, nei quali oltre agli allenamenti si svolgono anche le gare. E quanto all'organizzazione del lavoro del personale Ata i dirigenti scolastici dovranno vedersela con le organizzazioni sindacali con le quali dovranno essere sottoscritti i relativi contratti d'istituto, che prevedano le diverse modalità di articolazione dell'orario di lavoro tra le quali il personale Ata può scegliere. La decisione di articolare su un determinato numero di giorni l'orario delle lezioni, non meno di cinque recita il regolamento sull'autonomia scolastico n. 275 del 1999, spetta sicuramente ai dirigenti ma può essere adottata solo dopo che consigli d'istituto e collegi dei docenti avranno deliberato, nell'ambito delle rispettive competenze, criteri e proposte, artt. 7 e 10 del decreto legislativo n. 297 del 1994. Non sarà una passeggiata, se si considera che siamo in chiusura d'anno scolastico, quando gli impegni delle scuole sono rivolti soprattutto a esami e scrutini. È difficile quindi che entro la fine di questo mese di giugno possano essere pronte le delibere che l'assessore richiede, se si considera anche che i dirigenti scolastici dovranno incontrarsi tra loro per la necessità di coordinare le iniziative delle rispettive scuole, oltre che presiedere le commissioni di maturità. La lettera dell'assessore è rivolta solo alle scuole superiori, poiché la provincia è proprietaria, ai sensi della legge n. 23 del 1996, degli edifici scolastici che le ospitano ed è tenuta a provvedere alle spese per il riscaldamento, le utenze elettriche e telefoniche e alla provvista di acqua e gas. In molte scuole dell'infanzia e del primo ciclo, primaria e secondaria di primo grado, di proprietà comunale, il tempo scolastico è già distribuito, con soddisfazione delle famiglie secondo l'assessore, su cinque giorni.
Circa la soddisfazione di studenti, personale e famiglie delle superiori, si registrano pareri favorevoli e opinioni contrarie. Alcune voci si spingono a denunciare che l'introduzione della settimana corta nelle superiori è una molestia didattica, perché ridurrebbe i tempi per lo studio domestico giornaliero, creando affaticamento, e comporterebbe disordini alimentari negli studenti, costretti, per l'assenza delle mense scolastiche, a mangiare panini o differire il pranzo. Le scuole devono stare aperte di più, afferma infine la Cgil, non di meno. Maggiore apertura delle scuole che fa parte anche del piano del governo Letta contro la dispersione.


  • Pensioni, Fornero al palo

Si muove la camera, in attesa della consulta

Italia Oggi, del 11-06-2013, di Franco Bastianini
 

Quella che inizierà il 17 giugno sarà una settimana di passione per le migliaia di docenti e di personale Ata della scuola per i quali la riforma Fornero aveva escluso dalla possibilità di poter fare valere, ai fini dell'accesso al trattamento pensionistico, i requisiti anagrafici e contributivi richiesti dalla previgente normativa perché non posseduti alla data del 31 dicembre 2011.
L'ufficio di presidenza della commissione lavoro della camera ha posto all'ordine del giorno dei lavori la proposta di legge n. 249, presentata il 15 marzo 2013, primo firmatario Manuela Ghizzoni (Pd). E un impegno a risolvere il problema è stato espresso anche dal ministro Carrozza, nel suo intervento programmatico davanti al parlamento. La proposta di legge, costituita di soli due articoli, prevede che le disposizioni in materia di requisiti per accedere al trattamento pensionistico di anzianità e/o di vecchiaia e di regime delle decorrenze vigenti prima dell'entrata in vigore dell'art. 24, comma 14 del decreto legge 201/2011 (per la pensione di anzianità non meno di sessanta anni di età e trentasei di contribuzione, o indipendentemente dall'età anagrafica, quaranta anni di contribuzione; la pensione di vecchiaia sessantacinque anni di età per gli uomini e sessantuno per le donne, unitamente a non meno di venti anni di contribuzione), devono essere estese anche al personale della scuola che ha maturato tali requisiti entro l'anno scolastico 2011/2012. Quanto alla copertura finanziaria di tale estensione, è indicata in un contributo di solidarietà dell'1 per cento sulla parte di reddito superiore al limite di 150.000 euro lordi annui.
Sulla base dei dati contenuti nell'anagrafe del ministero, i docenti e il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario interessati al provvedimento dovrebbero essere tra i 3.500 e i 4.000. Se la proposta dovesse diventare legge, gli interessati avrebbero tempo fino al 2015, salvo l'autorizzazione alla permanenza in servizio oltre i 65anni, per accedere al trattamento pensionistico con i requisiti richiesti e posseduti al 31 agosto 2012. Intanto la Corte Costituzionale ha fissato al prossimo 19 novembre l'udienza, su ricorso della Cisl scuola davanti al giudice del lavoro, per accertare l'eventuale incostituzionalità della norma Fornero.


  • Aumenti, forse e non per tutti

Non basta solo insegnare. Presidi, spazio ai collaboratori

Italia Oggi, del 11-06-2013, di Alessandra Ricciardi

Trovare risorse, è il mantra. Per la sicurezza degli edifici, per un nuovo piano triennale di assunzioni, per la formazione dei docenti, per l'innovazione della didattica. Per i contratti di tutto il personale che conta quasi un milione di dipendenti. A voler sommare i vari capitoli di spesa del programma di governo della Carrozza, comunicato in questi giorni alla camera e al senato, servirebbe una Finanziaria ad hoc, visto che solo per mettere in sicurezza le scuole il dipartimento della Protezione civile aveva stimato una spesa di circa 13 miliardi di euro.
Insomma, anche a voler utilizzare al massimo i fondi europei e a voler sbloccare gli investimenti rispetto al patto di stabilità, l'impresa del ministro dell'istruzione, Maria Chiara Carrozza, si annuncia ardua. Un patto con le forze sociali per evitare lo stallo o peggio ancora il muro contro muro diventa allora una strada quasi necessaria. Inevitabile soprattutto su un tema delicato come quello delle politiche per il personale. Il blocco dei contratti pubblici, e nella scuola anche degli scatti di anzianità, è difficilmente superabile nell'attuale congiuntura finanziaria, ha spiegato ai sindacati il ministro della Funzione pubblica, Gianpiero D'Alia. Ma questo non vuol dire che non si possa operare un confronto per una revisione normativa del rapporto di lavoro, utilizzando magari risorse interne al sistema. In questo senso la stessa Carrozza, che ha sgombrato il campo da eventuali dubbi su quale siano per lei le priorità: non dare aumenti a tutti sullo stipendio tabellare, ma valorizzare la «capacità innovativa dei singoli e di lavorare in team». E poi, dare «un chiaro riconoscimento economico delle posizioni organizzative particolari della scuola, tanto nei riguardi del personale docente ed educativo che di quello amministrativo, tecnico e ausiliario; un altrettanto chiaro e palese riconoscimento tanto delle posizioni organizzative che di tutte le figure di supporto alla attività didattica (che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e alla radicalizzazione dell'istruzione sul territorio) in sede di progressione di carriera». Insomma, se gli aumenti ci saranno, andranno alle figure di sistema, organizzative e per singoli progetti. Per i futuri dirigenti, spunta anche una corsia preferenziale per chi è già stato collaboratore del preside, figura scelta discrezionalmente dallo stesso dirigente, che potrebbe sfociare anche in un concorso riservato: «Tuttavia, già da subito, le posizioni organizzative e le figure di sistema potrebbero essere valorizzate, in misura da stabilire, nelle procedure di selezione dei dirigenti scolastici e dei direttori dei servizi (dal minimo riconoscimento in termini di punteggio aggiuntivo nella valutazione dei titoli ad un riconoscimento più sostanziale in termini di riconoscimento dei predetti servizi quali titoli di accesso, uniti ai requisiti minimi di legge quali il possesso di laurea ed il servizio prestato nei ruoli della scuola)».
Tra gli interventi a diretto impatto sulla scuola, il rifinanziamento del fondo di istituto, che dovrebbe ritornare ai livelli di 10 anni fa, ovvero 20-25 euro per alunno contro gli attuali 8 euro a testa. Uno strumento previsto a sostegno dell'autonomia didattica, questo, che dovrebbe essere finanziato almeno in parte grazie alle «economie derivanti dai nuovi appalti per il servizio di pulizia delle scuole».


  • Scatti congelati

Verso il sì al decreto di blocco

Italia Oggi, del 11-06-2013, di  Antimo Di Geronimo

La scorsa settimana la commissione affari costituzionali del senato ha esaminato lo schema del decreto bloccagradoni. Ma le riunioni si sono risolte con un nulla di fatto e l'esame è stato rinviato. Durante l'ultima seduta, però, il relatore Zanettin (Pdl) ha proposto un parere favorevole, con alcune osservazioni. Parere nel quale non si fa alcuna menzione della scuola e che non è stato ancora posto in votazione. Il provvedimento in esame prevede il blocco della contrattazione per il 2013 e il 2014, il blocco degli adeguamenti retributivi legati all'indennità di vacanza contrattuale e la cancellazione del 2013 ai fini dei gradoni. Il blocco della contrattazione dovrebbe, semplicemente, impedire la crescita della spesa pubblica per gli stipendi dei dipendenti statali, scuola compresa. Mentre dal blocco dell'indennità di vacanza contrattuale lo stato dovrebbe ricavare un risparmio nel 2014 nell'ordine di 801 milioni di euro. Questo per quanto riguarda il pubblico impiego nel suo insieme. Quanto alla scuola, i risparmi sui gradoni sono stimati nell'ordine di 300 milioni l'anno dal 2014 al 2016. In buona sostanza, dunque, per il blocco della contrattazione e dell'indennità di vacanza contrattuale i dipendenti pubblici andranno incontro ad una mera perdita del potere di acquisito dei salari, per i lavoratori della scuola il blocco degli scatti si tradurrà in una perdita salariale in senso stretto. Perché i meccanismi di progressione economica del comparto sono legati ad una diversa graduazione degli importi retributivi legati proprio all'anzianità di servizio.


  • Addio carriera legata all’anzianità, arriva il "cursus professionale"?

Il progetto è stato annunciato dal ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, durante la presentazione delle linee programmatiche del suo dicastero alle commissioni Istruzioni e Cultura

La Tecnica della Scuola.it, del 07-06-2013, di A.G.

Il progetto è stato annunciato dal ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, durante la presentazione delle linee programmatiche del suo dicastero alle commissioni Istruzioni e Cultura: serve un nuovo riconoscimento ai docenti meritevoli. Presto l’avvio del confronto coi sindacati. Che anche su questo punto si presenteranno spaccati.
Il testo dell'audizione
Dopo gli annunci, condotti per un paio di mesi, il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, entra nel dettaglio di cosa intende per “incentivi” agli insegnanti. Durante la presentazione delle linee programmatiche del suo dicastero davanti alle commissioni Istruzioni e Cultura di Camera e Senato, il nuovo responsabile del Miur ha annunciato la volontà di introdurre una nuova "carriera per gli insegnanti, avviando un sistema di valutazione delle prestazioni professionali collegato a una progressione di carriera svincolata dalla mera anzianità di servizio".
Per raggiungere questo obiettivo, il ministro Carrozza, ritiene che è necessario dare "il giusto riconoscimento ai docenti meritevoli costruendo un vero e proprio 'cursus professionale'".
L’occasione per realizzare il progetto sulla valutazione del personale scolastico, in particolare quello docente, ma anche gli Ata, sarà quindi l’avvio della contrattazione per la stipula del nuovo contratto. Una parte dei sindacati più rappresentativi, ma non la Flc-Cgil, si sono già espresse favorevolmente verso un confronto che mandi in soffitta la distribuzione a “pioggia” degli aumenti, per fare spazio ad una somministrazione legata a prestazioni effettive. Rimane da capire quali saranno le variabili da valutare per far determinare gli aumenti stipendiali. E non sarà facile.


  • Programma della Carrozza, i sindacati apprezzano ma chiedono risorse

Pantaleo (Flc-Cgil): condividiamo l’impegno su precari, edilizia, organici, mancano certezze sui finanziamenti

La Tecnica della Scuola.it, del 07-06-2013, di Alessandro Giuliani
Di Menna (Uil): progetto ambizioso, ora niente colpi di mano sul contratto. Scrima (Cisl): discorso credibile, preludio al confronto sui grandi temi innovazione, qualità, merito. Pantaleo (Flc-Cgil): condividiamo l’impegno su precari, edilizia, organici, mancano certezze sui finanziamenti. Pacifico (Anief): le assunzioni da fare sono 130mila, non 44mila, e il mutamento della carriera può passare solo se si sbloccano gli scatti e si adegua lo stipendio all’area Ocde.
Ha destato interesse e diverse reazioni la lunga esternazione del ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, tenuta il 6 giugno nel corso
dell’audizione in commissioni Istruzioni e Cultura in occasione della presentazione delle linee programmatiche del suo dicastero. Carrozza ha affrontato argomenti a tutto campo: turn over, precariato, progressioni di carriera, edilizia, l’immancabile edilizia scolastica ed anche qualche accenno alla semplificazione normativa.
Alcune delle esternazioni della Carrozza, bisogna dirlo, hanno sorpreso in positivo. Come l’entità delle assunzioni, che seppure in numero sempre ridotto rappresentano un passaggio indispensabile verso la stabilizzazione dei precari e il proseguimento del turn over fisiologico.
Alcune aperture non sono sfuggite ai sindacati. Massimo Di Menna, segretario generale della Uil Scuola, parla di “un progetto ambizioso”, ma chiede anche di “non partire col piede sbagliato bloccando contratto e retribuzioni”.
Anche per Francesco Scrima, segretario generale della Cisl Scuola, quello di Carrozza è "un discorso credibile, su cui si può aprire senz'altro una proficua stagione di confronto attivo coinvolgimento sui grandi temi dell'innovazione, della qualità, del merito". Come, sempre per il leader della Cisl, sono "molto importanti i segnali dati sul versante del contrasto alla precarietà, con la proposta di un nuovo piano triennale di assunzioni, l'obiettivo di un organico funzionale e la proposta di consolidamento dei posti di sostegno in organico di diritto, così come l'impegno a ricercare soluzioni al problema dei docenti inidonei e dei pensionamenti negati".
Scrima si dice soddisfatto, inoltre, per l’intenzione di avviare un "'tempo scuola' più ricco" e di valorizzare il "ruolo da assegnare al sistema di valutazione, strumento indispensabile per la crescita di qualità ed efficacia del sistema", sempre a patto che rimanga "fuori da ossessioni premial-punitive".
Decisamente più moderato è il giudizio di Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil, che ha trovato alcuni passaggi dell’audizione “apprezzabili e condivisibili a partire dall’impegno sul personale precario, edilizia scolastica, stabilizzazione degli organici, Anvur e governance di enti di ricerca e università, quando le stesse si concretizzeranno in un cronogramma che tenga insieme priorità, obiettivi e risorse”. Pantaleo ritiene, tuttavia, che Carrozza sarebbe dovuta partire da una “lettura critica delle politiche che hanno devastato scuola, università, ricerca e afam con i tagli epocali e il tentativo di andare verso una privatizzazione dei saperi”. Il sindacalista Flc-Cgil individua, inoltre, nelle “risorse il punto debole degli obiettivi programmatici esposti dalla Ministra: (…). Serve perciò avere certezze di finanziamenti, a partire da quelli che servono per rinnovare i contratti nazionali di lavoro del personale della scuola, università, ricerca, Afam bloccati dai precedenti governi”. Anche perché Pantaleo annuncia che il sindacato “si opporrà a qualunque intervento su orari e carriere del personale docente che avvenga fuori dal contratto nazionale e senza risorse aggiuntive a ciò destinate”.
L’audizione della Carrozza è stata commentata con parziale apprezzamento dal presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, secondo cui “l’annuncio fatto oggi in Parlamento va apprezzato, però il numero di immissioni in ruolo che andrebbero attuate entro il 2017 sono 130mila e non 44mila. Via libera dal sindacato anche al progetto di revisione della carriera degli insegnanti, a patto che sblocchi gli scatti e adegui lo stipendio a quelli dell’area Ocde” e “alla realizzazione di nuovi testi unici per superare l’attuale giungla normativa attualmente esistente”.


  •  Statali. Stop a rinnovi e indennità persi 6 mila euro in cinque anni

I conti, nelle tasche dei dipendenti pubblici, li hanno fatti i sindacati. E sono conti al ribasso, aggiornati dal blocco dei contratti, peraltro ribadito dal ministro della Funzione Pubblica, Giampiero D’Alia.

Il Messaggero, del 05-06-2013, di Luciano Costantini

LA DENUNCIA

ROMA I conti, nelle tasche dei dipendenti pubblici, li hanno fatti i sindacati. E sono conti al ribasso, aggiornati dal blocco dei contratti, peraltro ribadito dal ministro della Funzione Pubblica, Giampiero D’Alia. Seimila euro persi in cinque anni per mancati aumenti di stipendio. Gli anni che vanno dal 2010 al 2014, cioè quelli relativi a tutto il periodo di stop della contrattazione e delle indennità. Come dire che in un lustro, i tre milioni di statali, dovranno rassegnarsi a veder ridotte le proprie retribuzioni di 240 euro al mese. Secondo le organizzazioni sindacali, alla fine del prossimo anno mancheranno all’appello almeno 10 punti di potere di acquisto.

I CONTI

Un conto salatissimo pagato alla crisi e alla spending review, ma che potrebbe risultare ancora più pesante se solo si prendesse in esame, più in dettaglio, la dinamica contrattuale. Vero è che lo stop riguarda il quinquennio 2010-2014, ma in effetti il blocco si prolunga almeno dal 2008-2009, biennio in cui avvennero gli ultimi rinnovi. Aggiungere i due-tre anni, ai cinque di blocco in atto, significa arrivare a quota otto. Non è finita. Secondo l’Istat, quindi l’istituto principe che si occupa di statistiche, i tempi medi per rinnovare i contratti nel pubblico e nel privato variano tra i ventiquattro e i trenta mesi. L’ultima promessa - anzi, una speranza - del ministro, Gianpiero D’Alia, parla di un possibile sblocco dei contratti per il 2015. Ma la firma potrebbe non arrivare prima del 2017-2018. Risultato finale: i dipendenti statali rischiano di ritrovarsi con i nuovi contratti e quindi i nuovi aumenti (se ci saranno) a distanza di dieci anni dalla firma sui vecchi. Prospettiva assolutamente non incoraggiante per una categoria che, a torto o a ragione, si è sentita spesso bistrattata. Comunque presa di mira per inefficienza e scarso attaccamento al servizio.
I sindacati sentono che la platea degli iscritti è irrequieta. E hanno deciso di riaprire il confronto con il governo, per ora con un atteggiamento soft, ma non è escluso che la possibile indisponibilità dell’esecutivo (conseguenza della mancanza di risorse) possa far maturare prese di posizione via via più rigide. Fino a sfociare in aperto conflitto. Nelle settimane scorse era stato il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, a preannunciare la volontà ferma di riaprire con il nuovo esecutivo il tema del blocco dei contratti pubblici: «E’ una delle nostre priorità». Che tocca anche quella degli organici. Sventato, al momento, il pericolo dei tagli, è un fatto che il personale è continuato a calare negli anni, a partire dal 2008. Tra il 2008, appunto, e il 2011 gli impiegati statali sono diminuiti di quasi 154.000 unità (circa il 5%) passando da 3.436.000 a 3.247.000. E nel 2012 la cura dimagrante è proseguita. Facile immaginare che il trend proseguirà.

I DIPENDENTI

Il settore più numeroso è quello della scuola con un milione di dipendenti, seguito da quello della sanità con oltre 600.000. Poi Regioni e autonomie locali (488.000). Più di 300.000 gli uomini delle forze dell’ordine, quasi 120.000 quelli delle forze armate. Nella magistratura sono impiegate 10.000 persone, nelle università circa 90.000, nella ricerca 20.000. E’ la Lombardia la regione con il maggior numero di dipendenti pubblici: 406.000. Al secondo posto il Lazio con 401.000. Ma proprio il Lazio ad avere il maggior numero di impiegati (12,35% ).


  • Pubblico impiego, resta il blocco Niente aumenti per tutto il 2014

Giovannini: dopo l’estate correttivi alle pensioni, ora la semplificazione

Corriere della Sera.it, del 05-06-2013

ROMA — Un tavolo per affrontare la questione dei precari della pubblica amministrazione «che dovranno diventare un’eccezione e invece oggi sono la regola», mentre sul blocco degli stipendi esteso fino al 2014 non ci sono margini di manovra. Il ministro della Pubblica amministrazione, Giampiero D’Alia, incontra i sindacati di categoria, ascolta le loro richieste ed evita di prendere impegni che non sarebbe facile mantenere. Il problema è sempre quello, i soldi: per i 110 mila contratti a termine del settore il governo ha reso possibile la proroga fino alla fine dell’anno ma a patto che le singole amministrazioni abbiano i soldi per farlo. Mentre sul blocco della contrattazione, partito nel 2010 e prorogato fino al 2014 dal governo Monti con un decreto ancora in Parlamento per il parere delle commissioni, D’Alia ha fatto capire che la decisione spetta a chi controlla i conti pubblici. Per questo diventa possibile un nuovo incontro, stavolta con il presidente Enrico Letta e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni.
Prudenti ma non soddisfatti i sindacati. Cgil, Cisl e Uil considerano «inderogabile necessità di una discontinuità delle politiche nel lavoro pubblico». Mentre la Confsal parla di «risposte non adeguate» e promette «azioni di lotta». Oggi D’Alia sarà di nuovo in Parlamento per illustrare il suo programma, come stanno facendo in questi giorni tutti i ministri. E dovrebbe dire qualcosa di più su due misure allo studio fin dai primi giorni del suo incarico. La prima riguarda i tempi, lentissimi, della burocrazia italiana. Con l’ipotesi di fissare dei limiti temporali precisi per ogni singolo procedimento con la possibilità di introdurre anche dei meccanismi di natura indennitaria, cioè dei risarcimenti, in caso di sforamento. La seconda, più in generale, riguarda la semplificazione delle procedure burocratiche. Si dovrebbe partire dalle «100 procedure più complicate da semplificare» coinvolgendo anche i cittadini e chiedendo loro consigli e suggerimenti su cosa cambiare. Il modello sarà quello della consultazione pubblica via Internet, già utilizzato dal governo Monti sia per la spending review sia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio.


  • Blocco contratti: forse slitta il parere del Senato

Dovrebbe essere espresso nella seduta del 5 giugno dalla Commissione Affari Costituzionali dove però, nella giornata del 4, è stata ventilata la possibilità di una rinvio.

La Tecnica della Scuola.it, del 05-06-2013, di R,P,

La vicenda del Regolamento sul blocco dei contratti e degli stipendi pubblici potrebbe subire una battuta di arresto: in Commissione Affari Costituzionali del Senato sta infatti emergendo l’ipotesi di chiedere al Governo una proroga di qualche giorno per la formulazione del parere finale.
Il ritardo sarebbe dovuto soprattutto al fatto che la Commissione Bilancio non si è ancora espressa, ma forse al Senato si stanno anche facendo i conti con un diffuso malessere politico perché nessuno, in questa fase, vuole assumersi la responsabilità diretta di prorogare di un anno i contratti e gli stipendi pubblici.
Per dovere di cronaca va anche detto che nella seduta del 4 giugno, in Commissione Affari Costituzionale sono stati già presentati due pareri sul provvedimento, uno contrario del M5S e uno favorevole (per la precisione “non ostativo”) del relatore di maggioranza Pierantonio Zanettin (PdL).
La Commissione, nello schema di parere,
“auspica che la presente proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali costituisca l'ultimo intervento di contenimento di spesa a discapito di una categoria sociale - quella dei dipendenti pubblici - già fortemente colpita da un progressivo processo di oggettivo impoverimento”.
E invita il Governo “ad attivarsi affinché, ove vi siano le condizioni finanziarie compatibili, con il primo avanzo utile di bilancio, provveda a revocare tale regime”.
Il tono appare quello della rassegnazione e della ineludibilità della decisione, anche se nel corso del dibattito il senatore Pagliari (PD) ha invitato i colleghi a tenere conto delle osservazioni fortemente critiche formulate dalla Commissione Istruzione.
Nella giornata del 5 giugno la Commissione Affari Costituzionali dovrebbe prendere una decisione, ma è possibile che i tempi slittino, in attesa di trovare un accordo solido.


  • Ricostruzione della carriera, via al riconoscimento dei gradoni

Operativo il sistema informativo dell'istruzione aggiornato con nuove funzioni

ItaliaOggi, del 04-06-2013, di Antimo Di Geronimo

Al via il riconoscimento dei gradoni nelle ricostruzioni di carriera. A partire dal 22 maggio scorso, infatti, il sistema informativo dell'istruzione (Sidi) è stato aggiornato con delle nuove funzioni che consentono di applicare il contratto del 13 marzo. E cioè, l'accordo che dispone il recupero dell'utilità del 2011 ai fini della progressione di carriera.
Lo ha fatto sapere il ministero dell'istruzione, con una nota emanata il 22 maggio scorso (AOODGSSSI n.1211). Il provvedimento è stato inviato alle scuole, perché le ricostruzioni di carriera rientrano tra gli adempimenti a carico delle istituzioni scolastiche (tra le tante, si veda la circolare 9 maggio 2001, n.86). Fatte salve le ricostruzioni le cui domande siano state presentate prima del 1°settembre 2000. Per tutte le altre la competenza è delle scuole. Che devono provvedere direttamente a determinare gli importi derivanti dal riconoscimento dei servizi per il ruolo. E cioè dei servizi prestati dai lavoratori interessati prima dell'accesso al ruolo di appartenenza. Riconoscimento che determina, a sua volta, la collocazione nella classe stipendiale corrispondente al numero di anni di servizio effettivamente prestati, anche se non di ruolo.
Questi ultimi, però, non vengono valutati per intero: i primi 4 valgono al 100%, gli altri valgono 2/3. Per essere considerati valutabili i servizi pre-ruolo devono essere stati prestati in possesso del titolo di studio previsto per l'accesso alla qualifica e il periodo di riferimento non deve essere stato inferiore a 180 giorni.
È prevista però un'eccezione: se il servizio è stato prestato ininterrottamente dal 1° febbraio fino al termine delle operazioni di scrutinio finale, ai sensi dell'art. 11, comma 14, della legge 3 maggio 1999, n. 124, il periodo viene comunque considerato valido, come se si trattasse di un intero anno di scuola. Il beneficio viene attribuito a domanda del lavoratore interessato.
Il diritto al riconoscimento dei servizi e, dunque, alla ricostruzione di carriera, si prescrive in 10 anni. Il diritto agli eventuali arretrati decade invece dopo 5 anni. Nell'imminenza del decorso del termine è opportuno presentare una diffida ad adempiere con costituzione in mora, che ha l'effetto di interrompere il termine della prescrizione. Che decorrerà nuovamente a far data dalla presentazione della diffida. Quanto agli effetti in busta paga, l'accordo del 13 marzo comporta il recupero del 2011. In soldoni: 1000 euro in più a testa a regime e circa 4mila sulla cosiddetta liquidazione. Che spettano a tutti, ma la cui applicazione varia da persona a persona, a seconda dell'anzianità di servizio.
I gradoni, infatti, vengono maturati al compiersi di determinati periodi di anzianità, attualmente corrispondenti alle seguenti fasce stipendiali: 9, 15, 21, 28, 35. Il numero a cui fa riferimento la fascia corrisponde al superamento di un traguardo individuato in un determinato numero di anni di servizio. Per esempio, il lavoratore che è in fascia 21 è un soggetto che ha superato i 20 anni di servizio e a tale anzianità corrisponde anche un determinato importo dello stipendio. Importo che varia e a seconda della qualifica: più alto per i docenti, più basso per gli Ata (con la sola eccezione dei direttori dei servizi generali e amministrativi, che mediamente guadagnano più dei docenti).
Resta il fatto, però, che l'art. 9, comma 23, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 ha disposto che: «Per il personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario (Ata) della scuola, gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini» dei gradoni. Il 2010 è stato recuperato con il decreto interministeriale n. 3 del 14/01/2011. Decreto con il quale il governo ha destinato parte dei risparmi dovuti ai tagli agli organici degli ultimi anni a rifinanziare i gradoni. E il 2011 è stato recuperato con l'accordo del 13 gennaio, che utilizza i rimanenti soldi dei tagli e una parte dei soldi del fondo di istituto. Dunque, il 2012 non è stato ancora recuperato.


  • Basta con il blocco degli stipendi

Lo chiede la commissione istruzione del Senato nel parere al Dpr sulla contrattazione. La scuola è stata utilizzata come luogo di prelievo forzoso

ItaliaOggi, del 04-06-2013, di Antimo Di Geronimo

 No al blocco della contrattazione, dei gradoni e dell'indennità di vacanza contrattuale. La scuola è stata utilizzata troppo spesso «come luogo di prelievo forzoso di risorse». E un altro blocco degli incrementi stipendiali finirebbe per aggravare ulteriormente la sofferenza di un comparto, che negli ultimi anni è stato già duramente colpito dai tagli.
Il monito viene dalla VII commissione istruzione del Senato, presieduta dal PD Andrea Marcucci, che lo ha formalizzato in un parere approvato il 29 maggio scorso.
Le osservazioni del collegio senatoriale riguardano lo schema di decreto del Presidente della Repubblica, recante il regolamento in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti. E sono state trasmesse alla commissione affari costituzionale di palazzo Madama. Che esaminerà la bozza di provvedimento oggi dalle 14.30 in poi con eventuale prosieguo domani alla stessa ora.
La commissione istruzione ha fatto presente, inoltre, che il governo dovrebbe riqualificare le spese per tutto il comparto pubblico della conoscenza, tenuto conto che, secondo le conclusioni del Consiglio europeo del 28-29 giugno 2012, esse sono da considerarsi quali investimenti in capitale umano.
Quanto allo specifico del provvedimento, se l'ipotesi di regolamento andrà in vigore così com'è, l'effetto sarà quello di un'ulteriore perdita del potere d'acquisto degli stipendi dei dipendenti pubblici. In modo particolare per la scuola. Per questo comparto, infatti, oltre al blocco della contrattazione collettiva e degli incrementi dell'indennità di vacanza contrattuale per il 2013 e il 2014, è prevista anche la cancellazione dell'utilità del 2013 ai fini della progressione economica di carriera (i cosiddetti gradoni).
E gli effetti più devastanti si avrebbero soprattutto per quest'ultima previsione. Il perché è presto detto. Il blocco della contrattazione collettiva per altri due anni avrebbe come effetto immediato la preclusione dell'adeguamento delle retribuzioni al costo della vita nel biennio. Ma tale effetto verrebbe, per così dire, «attutito» dall'applicazione dell'indennità di vacanza contrattuale. Che consente di recuperare annualmente circa la metà del tasso di inflazione programmata.
E comunque, eventuali rinnovi contrattuali, per quanto tardivi, non precluderebbero il recupero totale, di fatto, di quanto è andato perduto finora. Perlomeno in via meramente teorica. Anche il blocco del ricalcolo dell'indennità di vacanza contrattuale, in seguito, potrebbe essere comunque sanato.
Non così, invece, per la cancellazione dell'utilità del 2013, che comporterebbe un ulteriore ritardo di un anno nella maturazione della progressione stipendiale. Il tutto con danni strutturali nell'ordine di circa 1000 euro mensili, circa 4mila euro in meno sulla liquidazione ed effetti sull'importo della pensione.
Va detto, inoltre, che sebbene governo e sindacati abbiano già trovato una soluzione per la reintegrazione dell'utilità del 2010 e del 2011, la strada per il recupero del 2012 appare tutta in salita. E la cancellazione del 2013 complicherebbe ulteriormente le cose. Tanto più che saremmo di fronte ad una progressiva decontrattualizzazione dell'unica materia che non era stata rilegificata dal governo Berlusconi con la legge 15/2009 e con il decreto Brunetta.
La cancellazione dell'utilità del quadriennio 2010-2013 ai fini dei gradoni (il triennio 2010-2012 con il decreto legge 78/2010 e il 2013 con il regolamento al vaglio del senato) costituisce, infatti, una vera e propria riduzione dell'importo delle retribuzioni. Perché nel comparto scuola la progressione economica di carriera non corrisponde a mutamenti di qualifica. Quanto, invece, ad una diversa quantificazione degli importi stipendiali diretta a valorizzare l'esperienza accumulata sul campo.

Bloccare i gradoni significa, quindi, ridurre i fondi complessivamente spettanti all'intera categoria e, di conseguenza, ridurre l'importo delle retribuzioni dovute secondo il contratto attualmente in vigore. Il tutto lasciando intatti i fondi destinati all'accessorio. In altre parole, il governo, anziché ridurre i fondi da destinare alla copertura del lavoro straordinario, che per loro natura sono previsti per la copertura finanziaria di prestazioni solo eventuali, ha tagliato e sta per tagliare risorse necessarie ad onorare debiti retribuitivi derivanti dall'erogazione del lavoro ordinario. E cioè derivanti dall'adempimento della prestazione obbligatoria ordinariamente connessa alla realizzazione della funzione
 


  • Carrozza: Fondi in arrivo per la scuola ma tempi incerti

Serviranno a combattere la dispersione scolastica e favorire la mobilità sociale. Tra le misure immediate rimane quella di aprire gli istituti il pomeriggio

La Tecnica della Scuola.it, del 03-06-20

Serviranno a combattere la dispersione scolastica e favorire la mobilità sociale. Tra le misure immediate rimane quella di aprire gli istituti il pomeriggio. Per un quadro più dettagliato sui progetti del nuovo responsabile del Miur bisognerà attendere il 6 giugno, quando di fronte alle commissioni Cultura di Camera e Senato presenterà le linee programmatiche del suo dicastero
Le buone intenzioni del ministro Carrozza cominciano a scontrarsi con la dura realtà. Composta da un Governo particolare, decisamente a corto di fondi e tutto proteso a far quadrare i conti. "Stiamo lavorando per reperire fondi per l'istruzione e la ricerca, ma i tempi per un provvedimento specifico sono ancora incerti", ha detto il ministro dell'Istruzione a margine della
consegna della Costituzione ai diciottenni a Buti (Pisa).
Per poi aggiungere una frase, stavolta indicativa sul programma del nuovo responsabile del Miur. "Faremo squadra con gli altri ministri - ha sottolineato Carrozza - per reperire fondi per le misure sull'occupazione, ma anche per sfruttare quelli sulla coesione per combattere la dispersione scolastica e favorire la mobilità sociale, oltre a utilizzare una parte di spending review finalizzata a sfruttare risorse per la ricerca e non nell'ottica di spremere sempre la scuola".
In termini pratici, quanto detto dal ministro dovrebbe innanzitutto concretizzarsi nella possibilità di aprire maggiormente le scuole al territorio: da mattina a sera. Anche il sabato pomeriggio, visto che la stessa Carrozza si è compiaciuta di questo evento visitando sabato 1° giugno un istituto scolastico nel pisano. Ei fondi di cui parla servirebbero principalmente a sovvenzionare il personale (docenti e Ata) chiamato a rimanere in servizio in orario extra-curricolare.

Per avere un quadro più dettagliato sulle strategie del nuovo Ministro bisognerà attendere ancora qualche giorno: giovedì 6 giugno, presso le commissioni Cultura di Camera e Senato, sono previste, da parte sua, delle comunicazioni “sulle linee programmatiche del suo dicastero”: l’inizio della presentazione dell’intervento è fissato alle ore 13,30.


  • Bonus maturità, interviene il ministro “Rischio caos, correggerò il sistema”

Carrozza dopo le proteste: il metodo che attribuisce i punti per i test di accesso alle università va semplificato

la Repubblica.it, del 03-06-2013

Il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ferma i “bonus maturità”, che regaleranno (secondo l’impostazione del suo predecessore Francesco Profumo) da quattro fino a dieci punti a chi si iscriverà alle facoltà universitarie a numero chiuso (medicina e architettura, le più importanti). Ieri a Buti, provincia di Pisa, nel corso della consegna della Costituzione ai diciottenni, il ministro ha detto: «Sui bonus maturità ci sono molte discussioni, ma il mio obiettivo è quello di semplificare la normativa rispettando i principi». Resisteranno, quindi, ma andranno rivisti nel calcolo e nell’applicazione.
Repubblica ha dimostrato ieri, con un’analisi che ha toccato diverse città da Nord e Sud e singole scuole all’interno della stessa città, che per ottenere il bonus (per esempio 10 punti) in alcuni istituti è necessario prendere 100 centesimi alla maturità, in altri basta un 90, in altri ancora un 85. In generale, saranno penalizzati i licei (classici e scientifici) in favore dei tecnici e degli istituti privati. Ha detto ancora la Carrozza: «Ho ereditato il provvedimento e sto ricevendo appelli e lettere. Il ministero dell’Istruzione è pieno di ricorsi, ai quali si risponde superando i cavilli e provando a rendere il sistema molto più semplice».
L’Unione degli universitari e la Rete degli studenti hanno sottolineato come i bonus incideranno sul punteggio finale del test: «Non solo serve un voto da 80 a 100 centesimi, ma il voto di diploma va equiparato alla media dei voti presi nell’anno accademico precedente». Per il 2013 il test d’accesso universitario — molto selettivo — è stato anticipato al 23 luglio. Il ministro Profumo aveva varato il “bonus maturità” negli ultimi giorni di reggenza cercando di porre rimedio alla storica disparità tra i voti di maturità presi nelle scuole del Sud (alti) e quelli presi al Nord (più bassi). La taratura fin qui trovata è ancora lacunosa


  • Più giovani e flessibili, ecco i nuovi laureati

L'ultima istantanea sul laureato italiano è in Rete ed è stata presentata ieri a Milano

Corriere della Sera.it, del 30-05-2013, di Federica Cavadini

L'ultima istantanea sul laureato italiano è in Rete ed è stata presentata ieri a Milano. Intanto. È più giovane: rispetto a dieci anni fa un paio d'anni in meno, il titolo arriva a 25, non più a 27. E meno frequentemente è un fuori corso. Gli studenti in regola con tempi ed esami, che erano una minoranza, appena uno su dieci, sono diventati il 40%. Queste le buone notizie. Il contesto è quello denunciato dal consiglio universitario nazionale nei mesi scorsi: poche immatricolazioni, fuga dagli atenei («mancano all'appello quasi sessantamila studenti», denunciò il Cun). «Oggi i diciannovenni che si immatricolano sono soltanto tre su dieci», è stata la premessa anche ieri, alla presentazione dell'Identikit dei laureati 2012, rapporto confezionato annualmente dal consorzio interuniversitario Almalaurea.
Il messaggio. «Pensando ai 400 mila giovani e alle loro famiglie che stanno decidendo se continuare gli studi, vorremmo ribadire che con una formazione superiore si lavora meglio e di più: le opportunità per i laureati oggi, con la crisi, sono il 14% in più», ha detto Andrea Cammelli, direttore del consorzio, prima di raccontare con i numeri i nuovi laureati.
Lo studio è stato realizzato su 227 mila studenti delle 63 università nel consorzio, che significa l'80% del totale. Non hanno aderito la maggioranza degli atenei milanesi e lombardi. E a questo proposito da Milano è stato rilanciato l'appello ai rettori, dal Politecnico alla Statale, da Bocconi a Bicocca. «Almalaurea oggi ha un'anagrafe dei laureati con un milione e ottocentomila curriculum disponibili anche in inglese per le imprese di tutto il mondo, un peccato non avere una banca dati completa».
Poi la riflessione sull'identikit del laureato. Da notare che per la maggioranza dei neodottori (71%) la pergamena entra per la prima volta in famiglia: «Questo vale soprattutto per le triennali introdotte con la riforma del 2004, si scende al 53% se si considerano i corsi a ciclo unico». E c'è il dato nuovo sulla regolarità negli studi, con il numero dei fuori corso in netto calo. E sulla frequenza alle lezioni, che cambia a seconda dei percorsi, più alta per Ingegneria, Architettura e professioni sanitarie, più bassa per l'area giuridica.
Un altro numero da leggere: la crisi incide sulle esperienze di lavoro durante gli studi, dopo un periodo di crescita calano dal 77 al 71%. Mentre sono sempre più diffusi tirocini e stage: più della metà dei neodottori ha avuto un'esperienza di lavoro in azienda. Prima della riforma del 2004, gli studenti che avevano questa opportunità erano un terzo. Poi, le esperienze all'estero, a partire da Erasmus, anche queste in crescita: siamo al 14% e il numero sale fra i laureati magistrali. A proposito di studenti globali e internazionalizzazione, la capacità attrattiva dei nostri atenei è ferma al 3,5% di iscritti stranieri. Mentre i nostri studenti sono pronti a partire. «Nonostante i luoghi comuni è diffusa la disponibilità a effettuare trasferte frequenti di lavoro, è pari al 31%». E al trasferimento di residenza direbbero sì il 44% dei laureati. Un no è stato dichiarato soltanto dal 3%. Più disponibili e flessibili i nuovi laureati anche su lavori part time e contratti a tempo determinato. E adesso disponibili prima. L'età media della laurea nel 2004 era 26,8 anni, adesso il diploma di primo livello arriva a 23,9, di laurea magistrale a 25,2 e a ciclo unico a 26.


  • Se ai ragazzi insegniamo la diseducazione civica

di Benedetto Vertecchi,   l'Unità, del 30-05-2013

PREMETTO CHE CONSIDERO L‘EDUCAZIONE CIVICA UN ASPETTO DELL’ATTIVITÀ DELLE SCUOLE AL QUALE  SAREBBE NECESSARIO RIVOLGERE UN’ATTENZIONE ben più ampia di quanto il più delle volte accada. Ma, proprio per questo, mi chiedo se le condizioni politiche e sociali in cui la scuola opera siano le più favorevoli a costituire uno sfondo di riferimento. Non si può ignorare, infatti, che l’educazione civica, anche più di quanto non avvenga per altri aspetti dell’educazione scolastica, rischia di produrre effetti controproducenti nel profilo di bambini e ragazzi se la proposta di cui è portatrice si presenta contraddittoria rispetto alla sua traduzione empirica, ovvero al modo in cui determinati principi sono concretamente attuati, o inattuati, nell’esperienza quotidiana. In breve, non si può continuare a dire a bambini e ragazzi che la Repubblica è fondata sul lavoro, se poi non ci si preoccupa di superare le angosciose incertezze che segnano la condizione di vita di milioni di lavoratori o di giovani in cerca di occupazione. Non si può spargere moralità sociale se si consente che una parte consistente del reddito sfugga al prelievo fiscale. Non si può affermare l’uguaglianza dei cittadini se le leggi non sono uguali per tutti, e ce ne sono di formulate per un uso personale. Si potrebbe continuare, ma sarebbe inutile, perché si dovrebbe stilare un elenco noto a tutti. Inoltre, da un punto di vista educativo, sarebbe moralistico riproporre tale elenco senza tentare un’interpretazione che contenga anche un’ipotesi per il superamento dei limiti indicati. Quel che si deve valutare è se proporre principi manifestamente contraddetti dai comportamenti di individui o gruppi più o meno consistenti di cittadini non abbia come effetto la sostituzione dei principi politici e di convivenza civile che sono alla base dell’educazione civica con un insieme di valori empirici, volti a rendere legittimo un successo che consista nell’acquisizione di vantaggi personali. Non è questa un’interpretazione peregrina. Bambini e ragazzi sono sommersi di stimoli nei quali il messaggio più ricorrente è ottenere denaro o condizioni di favore col minimo sforzo, senza troppo guardare per il sottile sulle implicazioni che possono derivarne. Spesso il successo è associato all’apprezzamento di atteggiamenti mentali caratterizzati dalla ristrettezza dell’orizzonte interpretativo (in altre parole, dalla furbizia). Bambini e ragazzi non sono orientati a considerare il trascorrere del tempo (è sicuro che ciò che al momento appare un vantaggio per chi lo consegue continui a esserlo nel tempo?), e neanche le conseguenze sugli altri del vantaggio privato che riescono a conseguire. È una morale sociale centrata sull’avvelenamento dei pozzi quella che non fa considerare come i vantaggi da furbizia siano pagati da altri. Se l’intento dell’educazione civica è di creare una cultura comune di riferimento per ciò che riguarda i diritti e i doveri dei cittadini e le regole che disciplinano la vita sociale, bisogna prendere atto che tale intento non può che essere conseguito per l’effetto convergente dell’educazione formale assicurata dalla scuola (cui spetta di fornire gli elementi conoscitivi) e di quella informale, che si acquisisce attraverso le esperienze che si compiono, giorno dopo giorno, nelle famiglie, tramite le interazioni sociali, per effetto delle suggestioni esercitate dai sistemi di condizionamento prevalentemente attivi attraverso i mezzi per la comunicazione sociale. La scissione tra i principi della convivenza (quelli espressi dalla Costituzione) e i valori empirici ossessivamente enfatizzati come segni della capacità di affermazione individuale rappresenta una manifestazione non marginale della crisi che il nostro Paese (ma non è il solo) sta attraversando. Quel che in Italia è più grave è un effetto di mitridatizzazione, che sta minando la capacità di stabilire un rapporto corretto tra le aspirazioni e i comportamenti individuali e quelli sociali. C’è da chiedersi se, al momento, le proposte che la scuola rivolge attraverso l’educazione civica non siano percepite da bambini e ragazzi come una forma di ipocrisia. Certi principi possono apparire esibizioni esortative che la società adulta si guarda dall’accogliere. Un’educazione civica così praticata è un’offesa per la Costituzione: meglio sarebbe sospenderne l’insegnamento. L’alternativa a una simile amputazione consiste in un’assunzione collettiva di responsabilità: si può insegnare l’educazione civica se si contrasta la disoccupazione, se non si considerano furbi ma criminali gli evasori fiscali, se non si approvano (e neanche si propongono) leggi ad personam, se tutti fruiscono di un’istruzione di qualità elevata, se non si devasta il territorio e via seguitando. La scuola può rendere sistematico l’apprendimento, ma i valori sui quali si fonda l’educazione civica non possono che costituire il riflesso delle scelte prevalenti nella società.


  • Sempre più giovani i laureati italiani

Più studiosi e più disponibili a lavorare lontano da casa.

La Stampa.it, del 30-05-2013, a cura di Stefano Rizzato (Milano)

Spinti forse dalla crisi, in pochi anni i giovani universitari sono diventati più zelanti. E riescono a strappare il titolo sempre prima. Lo rivela il quindicesimo «Profilo dei laureati italiani», presentato ieri dal consorzio interuniversitario AlmaLaurea. In che senso sono diventati più studiosi?
Oggi gli universitari frequentano molto di più di qualche anno fa, si laureano più giovani e vanno decisamente meno fuori corso. Considerando solo chi s’immatricola subito dopo la scuola, l’età alla laurea è passata dai 26,8 anni dei laureati 2004 ai 24,9 anni del 2012. Oggi servono in media 23,9 anni per prendere la triennale, 25,2 per la laurea magistrale 3+2, e 26,1 per la magistrale a ciclo unico.
Sono dati che variano in base alla facoltà?
I più giovani a finire la triennale sono i laureati in lingue (24,5 anni), insieme a quelli di ambito economicostatistico e agli ingegneri (entrambi 24,6 anni). Ci mettono di più gli aspiranti insegnanti (28,2 anni) e soprattutto i laureati in giurisprudenza, che in media ottengono il titolo a 30 anni. In questo campo, influisce molto la tendenza a lavorare durante gli studi: non a caso, ad avere un’occupazione a tempo pieno prima della laurea è meno del 5% di linguisti e ingegneri.
E per quanto riguarda i fuori corso?
Anche per quest’aspetto i dati sono confortanti. Nel 2001, a laurearsi nei tempi canonici erano poco meno del 10% degli studenti, mentre oggi sono il 41%. Particolarmente motivati e regolari sono i laureandi magistrali: il 48,5% di loro conclude gli studi in corso e un altro 32% lo fa al massimo con un anno di ritardo.
Quanti sono i laureati triennali che scelgono di proseguire gli studi?
Sono il 76%: 61 su 100 scelgono di fare una specialistica, 9 optano per un master, 6 per un altro percorso. Il dato di chi continua dopo il primo ciclo di studi è però in lieve calo rispetto a qualche anno fa. «È il prezzo pagato alla crisi - dice il professor Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea -. Tra chi prosegue gli studi sta diminuendo proprio la quota di chi viene da famiglie meno agiate».
È per questo motivo che c’è stato anche un calo delle immatricolazioni?
Non solo. È vero che in Italia sono andati persi quasi 60 mila immatricolati in meno di dieci anni, ma è accaduto per un insieme di fattori. «C’è prima di tutto una ragione demografica: oggi i 19enni italiani sono il 37% in meno di 25 anni fa - spiega Cammelli -. Però solo il 30% di loro si iscrive all’università e in questo senz’altro influiscono la crisi e il disagio delle famiglie a livello economico».
In tempi di disoccupazione giovanile galoppante, il nostro sistema non sforna già troppi laureati?
Tutto il contrario: per livello di formazione siamo in grande ritardo rispetto a gran parte dei Paesi sviluppati. Nel totale degli italiani tra 25 e 34 anni, i laureati sono solo il 21%, contro il 38% di media delle nazioni Ocse. «In questo paghiamo un ritardo storico - chiarisce Cammelli -. In Italia il 37% dei cosiddetti manager non ha più della scuola dell’obbligo. In Germania, il Paese con il quale tendiamo a fare i confronti, questa quota è del 7%. Eppure s’insiste a voler risparmiare sulla spesa per l’università».
Dove bisognerebbe investire?
Guardando il rapporto AlmaLaurea, si capisce che c’è molto da migliorare nel diritto allo studio, cioè in tutti i servizi che dovrebbero supportare gli studenti nel loro percorso universitario. A parte le mense, usate dal 55% di loro, e il prestito dei libri (sfruttato dal 39%), è solo una piccola minoranza degli universitari ad avere accesso al diritto allo studio. Le borse di studio riguardano il 22% degli studenti e gli alloggi universitari solo il 4%. Anche per questo, tre quarti dei ragazzi italiani finiscono per laurearsi nella stessa provincia in cui sono nati o in una provincia limitrofa.
Per quanto riguarda il lavoro, i laureati sono davvero troppo schizzinosi come disse l’ex ministro Elsa Fornero?
I dati dicono che i giovani hanno smesso da un po’ di essere «choosy», come disse appunto Fornero. Forse anche per questo quella dichiarazione fece così tanto discutere. Il rapporto mostra che c’è un’apertura sempre maggiore alla flessibilità lavorativa e il 44% di chi si è laureato nel 2011 si è detto pronto a trasferirsi pur di lavorare. Il 31% è disponibile a compiere trasferte frequenti per lavoro (31%). E aumentano anche la disponibilità per lavori part-time e contratti a tempo determinato.
Gli stage servono a qualcosa?
Sembrerebbe di sì: a parità di condizioni, il tirocinio aumenta la probabilità di trovare un’occupazione di ben il 12%. Tra i giovani freschi di laurea, ben il 56% ne ha potuto inserire uno nel curriculum. Tra chi si è laureato con l’ordinamento pre-riforma, nel 2004, la quota arrivava appena al 20%.


  • Blocco contratti al Senato: il parere favorevole della Commissione Cultura non è scontato

Relazione di Puglisi in Commissione Cultura: "Provvedimento inevitabile, ma per valorizzare la professionalità docente bisogna usare lo strumento contrattuale" De Giorgi (PD) chiede che la Commissione voti un parere contrario

La Tecnica della Scuola.it, del 29-05-2013, di R.P.

Nella seduta del 29 maggio la Commissione Cultura del Senato dovrebbe approvare il parere definitivo sullo schema di regolamento sul blocco dei contratti pubblici.
Nel pomeriggio del 28 la Commissione ha iniziato ad esaminare il provvedimento dopo la relazione introduttiva di Francesca Puglisi (PD).
Nel suo intervento, Puglisi ha sottolineato con soddisfazione il fatto il regolamento
“fa comunque salva per la scuola la destinazione del 30 per cento dei risparmi per valorizzare il personale scolastico, secondo quanto previsto dall'articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008”.
Peraltro, ha precisato la relatrice, “la certificazione di quel 30 per cento di cosiddetto risparmio e' stata ogni anno oggetto di discussione con la Ragioneria dello Stato”.
Francesca Puglisi ha comunque ribadito che il regolamento stabilisce in modo inequivocabile che
“per il periodo 2011-2014 non e' quindi utile ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio e le eventuali progressioni di carriera nello stesso quadriennio hanno effetti solo giuridici”.
La Puglisi ha però anche detto che “è essenziale avviare la discussione del nuovo contratto nazionale, per essere pronti poi, quando le risorse saranno disponibili, ad inserire gli adeguati incrementi stipendiali”.
“Solo attraverso la contrattazione - ha chiarito la senatrice del PD - e non certo la via legislativa, è possibile valorizzare compiutamente la professionalità docente e introdurre percorsi chiari di carriera”.
Ma cosa significa “valorizzare” la professionalità docente ? Puglisi ha dato una sua risposta: “La valorizzazione deve essere legata all’impegno orario e agli incarichi aggiuntivi, prevedendo l’individuazione di alcune figure di sistema in ogni scuola (sul modello delle funzioni strumentali) con compiti organizzativi e di coordinamento didattico, con un orario potenziato, la cui retribuzione non deve gravare sul fondo di istituto ma su risorse ad hoc”.

Nel dibattito che è seguito il senatore Bocchino (M5S) si è espresso in modo nettamente contrario al provvedimento, mentre la senatrice Giannini (Scelta Civica) ha sottolineato che la questione della spesa scolastica potrebbe essere riconsiderata tenuto conto che anche l’Unione europea concorda sul fatto che essa debba essere considerato un vero e proprio investimento.
In conclusione di seduta la senatrice del PD Di Giorgi è intervenuta per richiedere alla collega Puglisi di predisporre un parere contrario sullo schema di regolamento.
Difficile fare previsioni sulla conclusione della vicenda, tenuto anche conto del fatto che il parere della Commissione Cultura è di fatto di scarsi rilievo dal momento che a riferire al Governo dovrà essere la Commissione Affari Costituzionali che avrà tempo per terminare i propri lavori fino al 7 giugno


  • Per gli statali ancora fermi gli stipendi

Il ministro D'Alia: «Spero nello sblocco dal 2015 ma adesso le risorse non ci sono». Contrari i sindacati che chiedono l'intervento del Parlamento. Per i pubblici una perdita media di 4.100 euro

l'Unità, del 29-05-2013, di Laura Matteucci

Come i sindacati temevano, per gli statali il blocco dei rinnovi contrattuali viene prorogato anche nel 2014. E per il 2015 si vedrà: tutto dipende da come andrà l'economia del Paese. A confermare la linea d'austerità nei confronti degli statali è il ministro della Funzione pubblica Giampiero D'Alia: «Il blocco dei rinnovi contrattuali - dice - dobbiamo prorogarlo perché non ci sono risorse». Aggiunta: «In un periodo di crisi è più giusto tutelare chi il lavoro l'ha perso» e questo «dobbiamo farlo capire ai sindacati e ai nostri lavoratori». Parole che trovano la netta contrarietà dei sindacati, con la Cgil che chiede al Parlamento di esprimere parere negativo sulla proroga del blocco e dei meccanismi di adeguamento salariale, e al governo «di assumere le iniziative necessarie ad avviare la stagione dei rinnovi contrattuali a partire dal 2011'. Il ministro D'Alia prosegue nel suo ragionamento: «Dobbiamo responsabilizzare il sindacato, oggi il tempo delle rivendicazioni è finito'', dice, e aggiunge che il blocco degli stipendi «non toglie che al tavolo con i sindacati, la prossima settimana, si possa discutere anche di questo per cercare un percorso che possa introdurre novità sul rinnovo. Possiamo cominciare a discutere della parte normativa del contratto». Altre parole che suscitano un coro di no da parte dei sindacati: «Risulta del tutto incomprensibile l'apertura al dialogo del ministro, se poi lo stesso annuncia alla stampa lo stop al contratto'', gli rispondono Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili - segretari generali di Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa. «Ringraziamo il ministro - continuano - per averci informato che la fase delle rivendicazioni è finita. Ma sappia che all'incontro del 4 giugno, annunciato anche questo a mezzo stampa come il blocco dei contratti del pubblico impiego, pretenderemo impegni concreti in direzione opposta». «Siamo perfettamente coscienti della difficile fase economica - aggiungono i sindacalisti - ma non possiamo accettare che questa congiuntura sia pagata ulteriormente da lavoratori che hanno già subito una perdita di reddito pesantissima. Il ministro D'Alia non può pretendere un atteggiamento collaborativo senza dimostrare rispetto nei confronti dei lavoratori e delle organizzazioni che li rappresentano. Sul tema del riordino istituzionale, come sul precariato e sul rinnovo del contratto, siamo disponibili a un confronto senza pregiudizi. Ma a patto che dal governo - è la conclusione - ci sia la stessa disponibilità».
PERSI 3MILA EURO I conti delle perdite salariali dei dipendenti pubblici li aveva fatti poche settimane fa la Cgil: circa mille euro l'anno dal 2010 fino a tutto il 2012 ma, con il congelamento delle buste paga anche per il 2013 e 2014, i 3 milioni e mezzo di dipendenti statali dovranno affrontare una perdita complessiva di 4.100 euro medi lordi. I sindacati già temevano la proroga del blocco degli stipendi, che fino al 31 dicembre 2014 era stato inserito dal governo Monti in una bozza di decreto. Il nuovo governo, dunque, non fa altro che ratificare una decisione già presa in precedenza. «Continua, in maniera ossessiva, la scelta del governo di ridurre il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti pubblici», affermano il segretario confederale della Cgil Nicola Nicolosi, e i segretari generali di Fp e Flc, Rossana Dettori e Mimmo Pantaleo. Dopo le decisioni del governo Berlusconi, aggiungono i dirigenti sindacali, «ora siamo ancora alla riproposizione del blocco dei contratti, avviata da Monti e fatta propria dal governo Letta. Ancora una volta - concludono - si evince un accanimento nei confronti dei pubblici che non potrà che vedere una nostra risposta articolata e ferma».


  • Stipendi al palo, il Senato pronto a votare il blocco dei gradoni

La commissione istruzione di palazzo madama proroga lo stop agli automatismi stipendiali

www.flcgil.it, del 28-05-2013,   Antimo Di Geronimo

I gradoni rientrano dalla finestra ed escono nuovamente dalla porta. Tra oggi e domani è previsto il via libera della VII commissione del senato allo schema di decreto del Presidente della repubblica, che prevede la proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali nel pubblico impiego (n.9). Dopo di che la bozza di provvedimento sarà posta al vaglio della I commissione, affari costituzionali. E a seguito del placet di quest'ultima l'istruttoria dello schema di regolamento potrà dirsi conclusa. Fermo restando che prima di dispiegare effetti, diventando un vero e proprio provvedimento, dovrà essere sottoscritto dal Presidente della Repubblica e pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Salvo ulteriori ripensamenti in sede politica.
In ogni caso, se l'ipotesi di regolamento andrà in vigore così com'è, l'effetto sarà quello di un'ulteriore perdita del potere d'acquisto degli stipendi dei dipendenti pubblici. In modo particolare per la scuola. Per questo comparto, infatti, oltre al blocco della contrattazione collettiva e degli incrementi dell'indennità di vacanza contrattuale per il 2013 e il 2014, è prevista anche la cancellazione dell'utilità del 2013 ai fini della progressione economica di carriera (i cosiddetti gradoni). E gli effetti più devastanti si avrebbero soprattutto per quest'ultima previsione. Il perché è presto detto.
Il blocco della contrattazione collettiva per altri due anni avrebbe come effetto immediato la preclusione dell'adeguamento delle retribuzioni al costo della vita nel biennio. Ma tale effetto verrebbe, per così dire, «attutito» dall'applicazione dell'indennità di vacanza contrattuale. Che consente di recuperare annualmente circa la metà del tasso di inflazione programmata. E comunque, eventuali rinnovi contrattuali, per quanto tardivi, non precluderebbero il recupero totale, di fatto, di quanto è andato perduto finora. Perlomeno in via meramente teorica.
Anche il blocco del ricalcolo dell'indennità di vacanza contrattuale, in seguito, potrebbe essere comunque sanato. Non così, invece, per la cancellazione dell'utilità del 2013, che comporterebbe un ulteriore ritardo di un anno nella maturazione della progressione stipendiale. Il tutto con danni strutturali nell'ordine di circa 1000 euro mensili, circa 4mila euro in meno sulla liquidazione ed effetti sull'importo della pensione.
Va detto, inoltre, che sebbene governo e sindacati abbiano già trovato una soluzione per la reintegrazione dell'utilità del 2010 e del 2011, la strada per il recupero del 2012 appare tutta in salita. E la cancellazione del 2013 complicherebbe ulteriormente le cose. Tanto più che saremmo di fronte ad una progressiva decontrattualizzazione dell'unica materia che non era stata rilegificata dal governo Berlusconi con la legge 15/2009 e con il decreto Brunetta. La cancellazione dell'utilità del quadriennio 2010-2013 ai fini dei gradoni (il triennio 2010-2012 con il decreto legge 78/2010 e il 2013 con il regolamento al vaglio del senato) costituisce, infatti, una vera e propria riduzione dell'importo delle retribuzioni.
Perché nel comparto scuola la progressione economica di carriera non corrisponde a mutamenti di qualifica. Quanto, invece, ad una diversa quantificazione degli importi stipendiali diretta a valorizzare l'esperienza accumulata sul campo. Bloccare i gradoni significa, quindi, ridurre i fondi complessivamente spettanti all'intera categoria e, di conseguenza, ridurre l'importo delle retribuzioni dovute secondo il contratto attualmente in vigore. Il tutto lasciando intatti i fondi destinati all'accessorio.
In altre parole, il governo, anziché ridurre i fondi da destinare alla copertura del lavoro straordinario, che per loro natura sono previsti per la copertura finanziaria di prestazioni solo eventuali, ha tagliato e sta per tagliare risorse necessarie ad onorare debiti retribuitivi derivanti dall'erogazione del lavoro ordinario. E cioè derivanti dall'adempimento della prestazione obbligatoria ordinariamente connessa alla realizzazione della funzione.


  • La professione degli insegnanti. Fuga dal reale

http://questioni.wordpress.com/2013/05/24/la-professione-degli-insegnanti-fuga-dal-reale/, del 27-05-2013, di Benedetto Vertecchi

Strano paese è il nostro. Si afferma con uguale convincimento tutto e il suo contrario, all’unica condizione che si tratti di aspetti del tutto marginali nel quadro complessivo dell’educazione. Così, per esempio, non si risparmiano riconoscimenti ad alcune figure da tempo dimoranti sull’Olimpo della scuola perché si è ben consapevoli che si tratta di modelli che è improbabile possano essere replicati. Mario Lodi, Albino Bernardini o Alberto Manzi (il mio maestro quando frequentavo la scuola elementare) sono grandi figure di educatori, alle quali si continua a guardare con ammirazione, ma che si è consapevoli di quanto siano lontani dal modo in cui si svolge oggi la professione degli insegnanti.
Se si dovesse, infatti, collocare su una scala i tre maestri appena ricordati, non c’è dubbio che dovrebbero essere posti, anche se per ragioni diverse, nella posizione più alta. Ma è altrettanto certo che sarebbe difficile immaginare personaggi che possiedano ln una misura intermedia le loro caratteristiche: in altre parole, Lodi, Bernardini o Manzi hanno onorato al meglio la loro professione, ma è difficile considerarli modelli di riferimento per quella grande maggioranza degli insegnanti che nella scala ipotizzata si colloca in una posizione meno elevata, anche se di poco. Paradossalmente, sarebbe più agevole utilizzare la triade che occupa l’estremità positiva della scala per definire l’estremità opposta, quella negativa, dove potrebbero collocarsi (è una eventualità che si può prendere in considerazione senza che nessuno abbia a pendersela a male, considerando che si sta parlando di una professione praticata da molte centinaia di migliaia di persone) quanti sono in più evidente contraddizione con i profili – culturali, sociali e affettivi – dei personaggi presi a riferimento.
Eppure, non dovrebbe sfuggire a nessuno che il livello al quale una determinata professione è esercitata si definisce a partire dal modo in cui essa è praticata più di frequente. Le eccezioni, se positive, sono da considerarsi alla stregua di prototipi, importanti ma di scarsa utilità fino a quando non si trova il modo di replicarli in condizioni correnti. D’altra parte, se si tratta di eccezioni negative, ci si trova di fronte a limiti nella definizione dell’identità professionale, che si possono associare a difetti di creatività e di motivazione.
La retorica corrente sulla professione degli insegnanti fa un uso sostanzialmente moralistico di figure come quelle Lodi, Bernardini o Manzi. Implicitamente, si rimprovera agli insegnanti di non dimostrare la stessa capacità di curvare i percorsi educativi in una direzione desiderata. Ma sarebbe come rimproverare agli architetti di non essere tutti al livello di Gae Aulenti (è questa un’occasione per rendere omaggio alla sua memoria) o Renzo Piano (al quale auguro sempre nuovi successi). È un moralismo che serve a nascondere a ricacciare sugli insegnanti responsabilità che, invece, debbono essere addebitate all’inadeguatezza delle scelte politiche relative sia all’assetto generale del sistema scolastico e agli intenti da esso perseguiti, sia alle omissioni, o all’ignavia (è l’ipotesi peggiore), che hanno caratterizzato le decisioni riferibili all’accumulazione conoscitiva e alla predisposizione delle strutture di contorno che sarebbero state necessarie per consentire di esercitare la professione di insegnante al livello richiesto dalle trasformazioni culturali, sociali ed economiche delle società contemporanee.
L’eccesso di personalizzazione nel confronto sui profili professionali potrebbe far pensare al permanere di modelli d’insegnamento basati soprattutto sull’interazione fra insegnanti e allievi, e che tale interazione continui a essere perseguita anche quando si mostri di non essere del tutto convinti dei risultati che possono essere conseguiti. Ma non è così. La medesima enfasi si ritrova nel modo in cui si addita nella modernizzazione strumentale la via d’uscita dalla crisi che il sistema educativo sta attraversando. Si può pensare che, almeno in parte, il ricorso a modelli freddi sia una conseguenza della caduta di tensione ideale che in altre fasi dello sviluppo del nostro sistema educativo aveva favorito l’emergere di grandi figure di insegnanti, ma una simile interpretazione non giustifica la disinvoltura con la quale si stanno sostituendo al vertice della scala manifestazioni di creatività soggettiva con risorse che sono espressione di una razionalità reificata.
Anche in questo caso, non si tiene in conto la realtà costituita dalle condizioni in cui si svolge l’attività quotidiana degli insegnanti (è del tutto da dimostrare che una razionalità reificata possa offrire riferimenti per la pratica comune dell’insegnamento, così come si era rilevato nel caso delle figure dei grandi maestri), ma si colloca nella posizione più elevata una nozione astratta dell’attività educativa. E si tratta di una nozione astratta non solo perché prescinde dalle contraddizioni che comunque si presentano nelle situazioni reali in cui si pratica l’educazione scolastica, ma perché non può dar luogo, anche se lo si volesse, all’iterazione delle proposte nel tempo, per la semplice ragione che la validità del macchinario e dei contenuti che si vogliono comunicare tramite la sua utilizzazione è sempre più breve e, in ogni caso, non dipende da scelte effettuate in modo autonomo da posizioni dominate da preoccupazioni culturali e educative, ma solo da interessi economici. Non si può neanche dire che nella sostituzione delle risorse si segua la logica dei progressi conseguiti dalla ricerca tecnologica, perché quelli proposti alle scuole sono mezzi già del tutto maturi dal punto di vista merceologico: le scuole li acquisiscono quando stanno per essere sostituiti, vanificando così gran parte dell’impegno di quanti si adoperano per integrare il nuovo strumentario con le altre opportunità di promuovere l’istruzione che la didattica è venuta accumulando attraverso il tempo.
C’è da chiedersi quanto sia responsabile disperdere nelle scuole il tempo e l’intelligenza di bambini e ragazzi per produrre apprendimenti caduchi e di minimo spessore, senza preoccuparsi di rilevare quanto e come si stiano modificando i loro profili culturali di medio e lungo periodo. Può anche darsi che le tendenze in atto siano da preferire agli scenari di immobilità che l’educazione troppe volte ha fornito. Ma si deve anche avere il coraggio di affermare che gli usi linguistici sempre più sciatti, la distanza crescente fra il pensiero e l’azione, la perdita di autonomia nella possibilità di effettuare operazioni mentali siano da considerare una prospettiva di progresso e, in ogni caso, siano la prospettiva verso la quale si vuole muovere. Se non c’è chiarezza sugli intenti da perseguire per il lungo termine non ci può essere neanche chiarezza sulle soluzioni da introdurre nell’immediato. Nel profilo degli insegnanti non potrà che prevalere l’incertezza che ha condotto a definire percorsi di studio per la preparazione all’insegnamento che sono un miscuglio di argomentazioni parenetiche e di saperi filiformi.
L’infelice sortita del governo sull’orario di lavoro degli insegnanti ha riaperto il dibattito sul profilo professionale degli insegnanti. C’è da augurarsi che sia un dibattito senza fughe dalla realtà, che non si limiti a bruciare granelli d’incenso per celebrare questo o quel talento eccezionale o che eluda i problemi reali cercando rifugio dietro i nuovi totem strumentali. Non entro in questioni che riguardano aspetti formali dei rapporti di lavoro nelle scuole. Altri possono farlo con una competenza certamente maggiore. Non posso, invece, passare sotto silenzio l’offesa implicita nella proposta. Le melasse ideologiche sulla rilevanza sociale dell’educazione hanno mostrato di essere quello che sono: espedienti per rendere tollerabile il declassamento della professione.


  • Precari, stipendi più bassi del 25%

I dati Istat: busta media alleggerita di 355 euro. Fra gli svantaggi, non ci sono scatti di anzianità

La Stampa.it, del 26-05-2013, di Luigi Grassia

Sempre più precario e sempre meno pagato. È così che sta diventando il lavoro in Italia, dove lo stipendio di un dipendente a termine si ferma in media a poco più di mille euro, inferiore di circa il 25% a quello di chi ha un posto fisso. A certificarlo sono i numeri raccolti dall’Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese.
Nel 2012, dice il rapporto, la retribuzione mensile netta di chi ha un contratto a tempo determinato è stata di 355 euro inferiore alla media: uno dei tanti «contro» dei rapporti di lavoro flessibili, su cui poi incombe anche l’incertezza per il futuro. Che le buste paga dei precari siano più leggere non è scontato; anzi, secondo logica la precarietà potrebbe essere compensata da qualcosa di più un busta (all’estero succede).
Il confronto dell’Istituto di statistica è limitato ai dipendenti full time, senza contemplare i rapporti ancora più deboli come i part time. Ma già così per il lavoratore a scadenza la perdita è di un quarto dello stipendio che nel 2012 si è fermato a 1.070 euro medi.
Il divario a svantaggio dei precari è dovuto a più ragioni, anche se ormai può essere considerato una costante. In parte la distanza deriva da aspetti legati all’età o alla professione. Ma l’Istat osserva che «le differenze permangono anche a parità di caratteristiche» e aumentano fino ad arrivare a quasi 400 euro «al crescere dell’anzianità lavorativa», visto che il tempo determinato non prevede scatti di anzianità.
Resta vero che in tempi di crisi pur di trovare un impiego si è disposti ad accettare retribuzioni più basse, basti pensare che i cosiddetti atipici nel 2012 hanno superato quota 2 milioni 800 mila. Il problema è che, spiega sempre l’Istat, «la crescita dei lavoratori a tempi determinato e dei collaboratori si accompagna a una diminuzione della probabilità di transizione verso lavori standard e a un aumento delle transizioni verso la disoccupazione». In parole povere chi lascia il lavoro precario finisce più facilmente disoccupato che occupato a tempo pieno.
È interessante notare che il gap che separa i dipendenti a tempo determinato da quelli con posto fisso sia quasi lo stesso che passa tra un lavoratore straniero e uno italiano (-25,8%, 968 euro a fronte di 1.304 euro). La retribuzione mensile netta per gli stranieri - prosegue il Rapporto - è diminuita a confronto con il 2011, ma non è andata molto meglio agli italiani, che l’hanno aumentata di soli 4 euro.


  • I ragazzi senza lavoro perché manca la formazione

Il nodo occupazione

Il Messaggero, del 26-05-2013, di Francesco Grillo

Fa bene Enrico Letta a fare della lotta alla disoccupazione giovanile una questione morale di primo ordine. Nel 2012 sono stati un milione e trecentomila i giovani che in Italia erano fuori da qualsiasi impegno di studio o di lavoro: è un dato che la crisi economica ha reso ancora più drammatico, raccontando di milioni di esistenze che rischiano di perdere senso. In realtà però, anche nel 2007, prima della grande crisi, l’Italia era il Paese che faceva registrare quella che era, di gran lunga, la più alta percentuale di persone tra i 15 e 24 anni completamente inattivi. Per reagire non è sufficiente aspettare la crescita, e, neppure, appaiono risolutivi gli interventi sulle regole che disciplinano il mercato del lavoro. La priorità, che certamente Enrico Giovannini ha ben presente, è costruire meccanismi in grado di avvicinare in maniera sistematica ed efficiente le competenze degli individui (non solo quelli giovani) alle richieste delle imprese.
In effetti, il fatto che, dovunque, in Europa e nel mondo, la disoccupazione giovanile è significativamente più alta di quella relativa alla popolazione nel suo complesso costituisce un paradosso doloroso che gli economisti non riescono ancora a spiegare: in teoria le persone giovani dovrebbero avere una flessibilità maggiore e un bagaglio di conoscenze maggiormente adatto per inserirsi in un mondo del lavoro dominato dalle tecnologie.
Così non è, e, forse, il dato sulla disoccupazione giovanile suona anche come atto di accusa a un apparato produttivo che, nel suo complesso, appare privilegiare la continuità sull’innovazione, nonostante la richiesta continua di flessibilità che viene dal mondo delle imprese. Ma il numero ancora più drammatico è, come si accennava, quello dei giovani che non lavorano e neppure studiano (not in employment, education or training): in Italia un giovane su cinque si trova in questa situazione, una percentuale superiore a quella della Spagna che è la pecora nera della zona Euro per ciò che concerne la disoccupazione; nel nostro Paese si trovano, peraltro, più di un quarto dei cinque milioni di giovani inattivi che si contano nell’intera zona Euro. Un primato triste che è, come abbiamo detto, solo in parte conseguenza della crisi e che, anzi, rischia di compromettere per generazioni la capacità del Paese intero di ricominciare a crescere: studi condotti in Paesi diversi quanto lo possono essere Stati Uniti o Brasile, confermano che persone restate fuori dal mercato del lavoro e dello studio negli anni più critici della propria formazione, hanno minori probabilità di trovare lavoro, tendono a perdere fiducia nei propri mezzi e a sentirsi meno inseriti nella propria comunità.
Ma cosa mettere in cima alle priorità di un ministro che provi con pochissime risorse ad affrontare il problema in un momento così grave? Di sicuro la qualità della regolamentazione può aiutare. Tuttavia, tale nozione non corrisponde sempre al concetto di flessibilità e i dati dimostrano che non sempre un intervento sui contratti è sufficiente: anche se l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno, secondo il World Economic Forum, un vantaggio competitivo su questo aspetto, ciò non toglie che la percentuale di giovani completamente inattivi era superiore in questi due Paesi (attorno al 14% secondo l’Oecd) rispetto alla Francia (12) e, ancora di più, rispetto alla Germania (9). Ed, in effetti, ciò che conta – e conta soprattutto per un giovane – non è solo di entrare in azienda, ma anche di avere un periodo di addestramento sufficientemente lungo che gli consenta di acquisire competenze trasferibili al prossimo lavoro.
In effetti, più della crescita e della rigidità dei contratti, i giovani europei e, in particolar modo, quelli italiani, appaiono fortemente penalizzati da un altro fattore: il forte disallineamento tra le richieste delle imprese e le competenze individuali che i giovani europei maturano a scuola e nel proprio ambiente formativo. Per cinque milioni di giovani che – nella sola zona Euro - non hanno assolutamente nulla da fare, ci sono – come dimostrano studi di McKinsey - centinaia di migliaia di posizioni di ingresso nelle aziende europee che non sono occupate. Ciò, secondo alcuni, sembra mettere in discussione la capacità che i giovani europei veramente hanno di adattarsi a un mondo che è molto cambiato rispetto a quello dei propri genitori e che continua a farlo. Ma soprattutto esige un investimento da parte dello Stato - e della Commissione Europea che dovrà farlo per aumentare l’efficienza dei finanziamenti comunitari da spendere nei prossimi sette anni - nel rafforzamento e riqualificazione dei meccanismi di formazione professionale e degli altri servizi che dovrebbero far incontrare domanda e offerta di lavoro. Qui però c’è un buco nero disegnato dall’esperienza degli ultimi anni: perché se è vero che bisogna investire di più in questi strumenti e altrettanto vero che – come ebbe modo di dire il governatore della Campania, Bassolino, qualche tempo fa – la formazione spesso serve solo a pagare lo stipendio dei formatori.
La ricetta è, in teoria, semplice: pagare chi forma sulla base del numero e della qualità dei posti di lavoro generati; privilegiare fortemente i progetti al cui costo contribuiscano le imprese presso le quali la formazione si svolge; dare agli stessi beneficiari degli interventi la possibilità di spendere il proprio capitale formativo (voucher) presso l’agenzia che garantisce i risultati migliori. Anche in questo caso ci sono interessi (economici) che producono resistenza al cambiamento; la crisi, il suo contenuto drammatico che la disoccupazione giovanile rappresenta così efficacemente, rende, tuttavia, il compito del ministro Giovannini meno arduo e il cambiamento inevitabile.


  • Un giovane su quattro senza posto né scuola

La Repubblica.it, del 23-05-2013, di Chiara Saraceno

LA PERSISTENZA della crisi, con i suoi effetti sui consumi, l’incertezza rispetto al futuro, l’aumento delle disuguaglianze e della povertà, sta indebolendo la qualità della vita complessiva delle persone. Solo il 32% degli italiani si è dichiarato molto soddisfatto della propria vita. I dati sono del 2012 e riguardano la popolazione italiana dai 14 anni: la percentuale del 36% registra una discesa vertiginosa, stante che un anno prima era del 45,8%, ed è dovuta pressoché esclusivamente alla diminuzione di chi è molto (o anche solo abbastanza) soddisfatto delle proprie condizioni economiche.
È quanto emerge dal rapporto annuale 2013 dell’Istat. Per altro, va osservato che è dal 2001, quindi da prima della crisi, che la soddisfazione per le proprie condizioni economiche è in diminuzione, al contrario di quanto avviene per altri aspetti della vita (salute, relazioni famigliari e amicali, tempo libero) che invece rimangono stabili o in aumento. In particolare e un po’ contro-intuitivamente, è aumentata la soddisfazione per le relazioni famigliari. Quasi che la maggiore dipendenza dalla solidarietà famigliare sperimentata da molti, specie i più giovani, la necessità di serrare le file e di condividere risorse e sacrifici, lungi dall’accentuare le tensioni in famiglia, le abbia viceversa ridotte. Questa tenuta delle relazioni famigliari è indubbiamente un dato positivo. Ma non si può ignorare che non tutti hanno una famiglia che funziona ed è solidale, o che, pur essendo solidale, ha le risorse necessarie per esserlo efficacemente. Inoltre, poter contare solo sulla propria famiglia presenta molti vincoli alla autonomia individuale, oltre ad essere una delle cause della intensità della riproduzione intergenerazionale delle disuguaglianze nel nostro Paese. 
Nel generale fenomeno di una diminuzione della soddisfazione per le proprie condizioni economiche, rimangono e si acuiscono le differenze territoriali, in relazione sia alle diverse condizioni di partenza antecedenti la crisi, sia alla diversa incidenza della stessa, in termini di perdita di occupazione. È avvenuto, infatti, a livello territoriale quanto è avvenuto a livello di famiglie e di singoli: le condizioni economiche sono peggiorate
per le regioni più povere e per gli individui più poveri. Non è un caso, quindi, che siano gli operai non solo ad esprimere maggiore insoddisfazione per le proprie condizioni economiche, ma a manifestare il calo maggiore tra i soddisfatti: sono loro ad aver sperimentato in maggior misura la perdita o la riduzione dell’occupazione e quindi anche del reddito e a vivere con più ansia la propria vulnerabilità sul mercato del lavoro. L’insoddisfazione per le condizioni economiche diviene anche sfiducia rispetto al futuro prossimo, proprio e del Paese nel suo insieme. Una percentuale crescente di persone ritiene che non ce la farà a mantenere il livello di consumi, per altro già ridotto nell’ultimo periodo, cui è abituata e che ritiene indispensabile per il proprio sentimento di adeguatezza. E quanto più si è pessimisti rispetto a sé, tanto più lo si è anche rispetto alla tenuta economica del Paese. Si innesta così un circolo vizioso non solo sul piano pratico – se diminuiscono i consumi si indeboliscono anche le aziende che producono quei beni e diminuisce l’occupazione – ma anche su quello del clima culturale e politico complessivo. Per fortuna, nonostante siano tra le categorie più colpite dalla crisi, i più ottimisti sono proprio i giovani fino a 34 anni, che hanno un orizzonte temporale più lungo davanti a sé. Gli ottimisti diventano tuttavia meno di un terzo tra chi ha i 35-44 anni, per diminuire ulteriormente nelle fasce di età successive. Ciò conferma che è giusto e opportuno investire nel miglioramento delle opportunità dei più giovani, per impedire che perdano la speranza, o per farla riacquistare a quelli che sembrano aver già gettato la spugna, ingrossando l’impressionante esercito dei Neet, i giovani — uno su quattro — che né lavorano né studiano. Ma occorre anche guardare con preoccupazione alla sfiducia e al pessimismo di chi è oggi nelle età centrali e non vede nessuna prospettiva di miglioramento. Anche perché sono loro a fronteggiare il peso dei bisogni insoddisfatti dei più giovani e dei più vecchi e della preoccupazione, non solo per il proprio futuro, ma anche per quello dei loro figli.

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  • In Italia si investe ancora poco in istruzione

Secondo l’ultimo rapporto Istat, i giovani continuano a essere il segmento di popolazione più colpito dalla crisi. In aumento anche la quota di Neet, in misura maggiore rispetto agli altri Paesi

La Tecnica della Scuola, del 23-05-2013, di Lara La Gatta
In Italia il rendimento dell’investimento in istruzione risulta ancora basso e questo che si riflette nel numero di studenti, rimasto sostanzialmente stabile intorno ai 4 milioni, pari al 41,5 per cento della popolazione di età compresa tra 15 e 29 anni.
A dirlo è l’Istat, nell’ultimo Rapporto annuale 2013 “
La situazione del Paese”, presentato oggi 22 maggio, nel quale vengono presi ad esame, in quattro capitoli, il quadro macroeconomico e sociale, il sistema delle imprese italiane, il mercato del lavoro tra minori opportunità e maggiore partecipazione e il punto di vista dei cittadini.
I giovani continuano a rappresentare il segmento di popolazione più colpito dalla crisi, tanto che le opportunità di ottenere o conservare un impiego si sono significativamente ridotte. Dal 2008 al 2012, ben 727 mila giovani hanno perso il lavoro, con una percentuale maggiore nel Sud Italia.
In pratica, nel giro di quattro anni, il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto di dieci punti e di ben cinque punti solo nell’ultimo, interessando maggiormente chi ha un titolo di studio più basso.
La laurea si sta rivelando lo strumento migliore contro le crescenti difficoltà del mercato del lavoro, mentre il possesso del solo diploma non garantisce più un lavoro stabile e sicuro.
In aumento anche la quota di Neet, quei giovani che non lavorano e non studiano. La percentuale è aumentata in misura maggiore degli altri paesi europei, raggiungendo il numero di due milioni e 250 mila: il 24 per cento del totale dei 15-29enni.


  • Tutte le strade

La Repubblica.it, del 19-05-2013, di Marco Lodoli

Il tragitto tra casa e scuola, cento metri o chilometri, in una città tranquilla o in un paesaggio difficile, per ogni ragazzino è comunque un viaggio meraviglioso. Noi italiani siamo purtroppo spaventati da tutto, vediamo a ogni angolo siringhe e pedofili, temiamo la furia delle macchine e i rapimenti, la nostra immaginazione si è distorta e le preoccupazioni hanno spazzato via ogni fiducia, così imbacucchiamo i nostri figli, portiamo giù per le scale del palazzo i loro zaini perché sono troppo pesanti, e poi quasi sempre si sale in macchina per fare prima, perché è sempre tardi, perché quel viaggio è un puro e semplice spostamento. Pensiamo che in ogni bambino c’è un Pinocchio, pronto a deviare dal suo tragitto obbligato verso scuola e a imboccare le traverse oscure del rischio, della disobbedienza, della catastrofe. Così facendo, neghiamo ai nostri figli un’esperienza formativa, quel senso di libertà che educa lo sguardo, il ritmo dei passi, la responsabilità. Eppure il bambino sa che deve andare a scuola, lo sa e in fondo gli piace, quello è il suo posto, lì ci sono gli amici, le maestre, il cortile, i libri su cui imparare cose nuove. In tutto il mondo ogni mattina milioni di bambini compiono quel viaggio, traversano il bosco incantato della realtà, si rinforzano sulla strada.
Queste fotografie raccontano bene la bellezza e la volontà, il desiderio di diventare grande che ogni scolaro ha dentro di sé. La casa è la protezione assoluta, a scuola ci sono regole precise, banchi e lavagne, orari e compiti: in mezzo c’è un percorso obbligato eppure libero, una sequenza di rettilinei e di svolte, di abitudini e piccole sorprese che sono già un insegnamento. Ai miei studenti romani del primo anno faccio sempre scrivere un componimento su quella minima odissea quotidiana, da Tor Bella Monaca o da Giardinetti o da Torre Gaia fino all’edificio scolastico di via Olina, a Torre Maura. Sono chilometri macinati su autobus affollatissimi, tramvetti, e poi a piedi, dall’ultima fermata fino alla classe, sono pagine e pagine di un diario interiore, è un ago che traversa un pagliaio. «Professore, ma è sempre la stessa cosa — mi rispondono —. Tutti i giorni è la solita fatica, non c’è niente da raccontare». Io però insisto, so che ogni giorno è diverso dall’altro, che quel viaggio è già un viaggio di conoscenza del mondo e di se stessi. E così gli studenti iniziano a prestare più attenzione a quanto accade sull’autobus, alle immagini che si srotolano fuori dal finestrino, agli incontri occasionali, ai pensieri che piovono insieme alla pioggia e al sole. Sono resoconti bellissimi, cronache che valgono quanto quelle dei grandi viaggiatori, di Marco Polo o Chatwin. C’è la fatica dell’andare ma anche la determinazione di raggiungere la meta, perché nonostante gli sbuffi e le proteste ogni bambino sa che la scuola è la fabbrica di una vita migliore, che vale sempre la pena partire per arrivare fino a qui. La casa è un laghetto, la scuola è il mare: in mezzo scorre il fiume del viaggio.
Come nelle favole, ogni mezzo è buono per raggiungere il castello, perché in fondo è la voglia di arrivare il vero motore: in queste fotografie vediamo bambini dell’Alaska che vanno a scuola con la motoslitta, zingari che in Francia prendono la metro, studenti thailandesi in risciò e brasiliani sul mulo, e bambini africani che coprono a piedi lunghe distanze. Il peso dei libri paradossalmente alleggerisce il viaggio, sono ali che rendono più lieve il cammino.
In Italia il problema dell’abbandono scolastico è terrificante soprattutto nelle zone più depresse economicamente: quante volte mi è capitato di provare a convincere studenti disamorati,avviliti, demotivati, di spiegare loro che la scuola è la possibilità più grande che hanno per trasformare la vita. E spesso questi ragazzini mi hanno risposto che alzarsi la mattina alle sei o alle cinque e mezza, per lavarsi, vestirsi e poi affrontare un viaggio fatto di mezzi pubblici che non arrivano, e che quando arrivano sono stracarichi di persone, e poi di chilometri a piedi, di ansie e ritardi, è una impresa insopportabile. E allora io cerco di rigirare la frittata: ogni fatica rafforza, ogni sacrificio prepara un futuro migliore, ogni autobus scassato e stracolmo può contenere una scoperta. Sono discorsi da professore, che non sempre riescono a persuadere. Contano di più la mia Vespa scassata e i venti chilometri che anche io ogni mattina mi cibo per raggiungere la scuola. Sono fatti, non chiacchiere vuote. Pioggia, tempesta o solleone, io parto e arrivo, la strada è sempre la stessa, ma il viaggio cambia ogni mattina. Mi piace traversare la città, lasciare il mio quartiere e trovarne un altro, lontano. Mi piace il baretto in cui mi fermo per un caffè, l’edicola dove compro il giornale. Il mondo si schiude attorno a un percorso, questo i ragazzi lo capiscono e lo apprezzano. E qualcuno allora mi dice: «Va bene, professò, domani ci riprovo, domani vediamo se ce la faccio a venire a scuola».
 


  • Blocco dei contratti: il Senato decide in settimana

C'è attesa per la relazione di maggioranza in Commissione Cultura, affidata alla senatrice PD Francesca Pugliesi

La Tecnica della Scuola.it, del 19-05-2013, di R.P.

I prossimi giorni di lavoro al Senato si preannunciano decisamente interessanti.
La I Commissione Affari Costituzionali, infatti, dovrà formulare il proprio parere sulla bozza di Regolamento che prevede il blocco della contrattazione fino al 31/12/2014.
Sulla bozza si è già espressa (favorevolmente) la Camera e adesso si aspetta appunto cosa ne diranno i senatori.
Prima di esprimere il proprio parere la I Commissione dovrà ricevere i pareri della Commissione V (Bilancio) e della VII (Cultura).
Ed è proprio il parere di quest’ultima Commissione quello più atteso perché la relazione dovrà essere presentata dalla senatrice del PD Francesca Puglisi.
Vedremo dunque se la senatrice PD rimarrà fedele a quanto aveva dichiarato a fine febbraio ad Huffington Post: “Gli insegnanti meritano quel prestigio sociale che i governi prevedenti hanno negato, anche attraverso un nuovo contratto nazionale che attribuisca una retribuzione più alta per chi decide di svolgere a scuola nel pomeriggio le attività svolte oggi a casa come la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni, la formazione, ecc..”
Ma la sensazione del momento è che sarà difficile abbandonare la linea del rigore per non mettere a rischio la tenuta del Governo.
Va ricordato che lo schema di Regolamento ha già superato lo scoglio della Camera e quindi è facile prevedere che anche al Senato tutto filerà liscio.
Non bisogna però dimenticare che - volendo - dopo aver acquisito i pareri delle Commissioni parlamentari il Governo potrebbe anche decidere di soprassedere e di accantonare il provvedimento, almeno per qualche tempo.


  • In terza media è il ceto a decidere che superiori farai

In Italia il grado di istruzione dei genitori pesa ancora sulle scelte dei figli

www.flcgil.it del 15-05-2013, di Silvia Favasuli

È il primo step in cui le diversità sociali, anziché appianarsi, si consolidano. Ecco come Stella (tutti i nomi sono di fantasia ndr) ha 14 anni e siede a un banco della Scuola media Ardadia del Gratosoglio, estrema periferia Sud di Milano. «L’anno prossimo andrò al Liceo Scientifico. Mi piacciono matematica e scienza e da grande voglio lavorare come guardia parco, oppure veterinaria». La professoressa di Lettere Rosa Donatacci, che ha coordinato le attività di orientamento della scuola, spiega invece che il consiglio orientativo per Stella, mamma baby sitter a ore e papà impiegato con la licenza media, era diverso. «Noi insegnanti e la mamma di Stella avremmo preferito piuttosto un liceo delle scienze umane all’Agnesi. Stella è brava ma è anche molto empatica, e quella è la stessa scuola frequentata da sua madre».

Nella classe della scuola media del Gratosoglio, su 16 ragazzi presenti, quasi tutti figli di operai, artigiani, casalinghe e commercianti, solo cinque frequenteranno l’anno prossimo lo scientifico, nessuno il classico, tre il linguistico, altri tre un istituto tecnico e cinque una scuola di formazione professionale (Cfp). Luca, figlio di due ingegneri, andrà allo scientifico. Romina, papà idraulico, mamma al lavoro in una mensa, farà il Cfp.

Piazza Ascoli, non troppo distante da Porta Venezia, Milano. Al terzo piano della Scuola Tiepolo, tra i banchi di una delle terze c’è anche Carlo. Ha la stessa età di Stella, ma genitori entrambi architetti con uno studio in proprio. «Carlo», racconta la professoressa di Lettere Silveria Schiavo, «non studia molto, spesso non fa i compiti o dimentica il materiale. Per questo, di fronte alla preferenza dei genitori per un liceo classico, abbiamo piuttosto consigliato un liceo delle scienze umane». E invece, l’anno prossimo Carlo andrà al Parini, lo storico liceo classico milanese. «I miei genitori mi dicono che pone le basi, apre molte strade, dà più sbocchi professionali. Quando loro devono scegliere i tirocinanti preferiscono quelli che hanno fatto il classico o lo scientifico perché hanno più preparazione».

Su 28 ragazzi in aula, quasi tutti figli di professionisti, insegnanti universitari e dirigenti, 23 si divideranno tra classico e scientifico, due hanno scelto il linguistico, solo tre faranno un istituto tecnico, uno il professionale. Caterina ad esempio farà ragioneria. «I suoi genitori hanno una grossa pasticceria, e potrà dare una mano nell’amministrativo», spiega l’insegnante.

A 14 anni i giovani italiani di domani si preparano ad entrare nel terzo ciclo di istruzione scolastica. Finite elementari e medie, devono decidere a quale ciclo di scuola superiore iscriversi. Ed è in questo primo snodo che l’Italia misura la sua capacità di offrire pari opportunità educative agli studenti e fare della scuola un luogo in cui appianare le disparità sociali.

Ma basta entrare in una qualsiasi terza media del centro o una della periferia milanese per accorgersi che ancora oggi, nella maggior parte dei casi, «il destino scolastico futuro degli alunni viene progressivamente segnato dalle origini sociali, delle quali non portano alcuna responsabilità». È il commento del professor Daniele Checchi, Docente di Economia politica dell’Università degli studi di Milano a margine di una delle numerose ricerche dedicate al tema, con cui ha mostrato, tra le altre cose, che gli insegnanti sono i primi a farsi influenzare dalla classe sociale di appartenenza del ragazzo nei consigli orientativi. Il tutto in un sistema di istruzione secondaria diviso per indirizzi ben distinti tra loro e dove la scelta della “filiera”, come la definisce Checchi, (generalista, accademica e professionale) avviene tra i 13 e i 14 anni, «un’età in cui l’influenza dei genitori è ancora forte».

Nel 2008 ha studiato un campione di studenti lombardi di terza media. E ha analizzato l’influenza di tre fattori sulla scelta della scuola superiore: background familiare, competenze e voti, contesto sociale. Lo ha fatto in tutte e tre le fasi della scelta: il momento dell’orientamento scolastico, la preiscrizione (ora non c’è più) e l’iscrizione definitiva. Si è accorto, ad esempio, che già nella fase di orientamento, «gli insegnanti nel formulare i loro consigli non si limitano ad una valutazione delle risultanze scolastiche oggettive dei ragazzi (come risulterebbe dai voti e dai test attitudinali), ma tengono anche conto della famiglia di provenienza». Cioè, sono gli stessi insegnanti ad essere per primi sensibili «alle pressioni direttamente o indirettamente provenienti dall’ambiente circostante». Del fenomeno, Checchi propone due letture. Una positiva, che vede gli insegnanti «preoccupati che le famiglie non riescono fornire il supporto economico necessario a intraprendere carriere più lunghe e rischiose», l’altra, negativa, è che gli insegnanti assecondano troppo le aspirazioni dei genitori.


  • Scuola, le proposte indecenti di Michele Boldrin

Micromega blog, del 15-05-2013, di Marina Boscaino e Giorgio Tassinari

 

Uno degli innumerevoli “inconvenienti” che l’ondata neo-liberal ha determinato nel nostro Paese è l’incursione di personaggi arrembanti e fastidiosi come il saccente ed eccessivamente scanzonato Michele Boldrin, che giovedì scorso – dagli studi di Santoro – ci ha propinato pillole di trito, imbarazzante e aggressivo economicismo parlando di scuola.

È singolare che, in una delle poche puntate dedicate a un tema che, di fatto, riesce a suscitare l’interesse dei media solo dopo che, a fronte di un faticosissimo lavoro di più di anno, dopo la raccolta di quasi 13mila firme, i cittadini bolognesi hanno raggiunto un obiettivo meritevole e significativo (la celebrazione di un referendum consultivo, che si celebrerà il 26 maggio nel capoluogo emiliano) si recluti un simile personaggio.

È curioso che, nonostante illustri giuristi, primo tra tutti Rodotà, presidente del Comitato art. 33; nonostante capaci economisti; nonostante tanti insegnanti – militanti e non – che sul tema scuola pubblica-scuola privata avrebbero potuto esprimere posizioni equilibrate e informate, anche se non necessariamente a favore del finanziamento destinato alle scuole pubbliche, si sia scelto di interpellare un così esplicito avversario non solo del principio costituzionale del “senza oneri per lo Stato”, ma della scuola pubblica in particolare e della scuola italiana in generale. L’intervento di Boldrin è stato infatti intercalato da una serie di chiose, tra il serio e il faceto, animate da un esplicito disprezzo per la scuola e per gli insegnanti. (assenteisti, fankazzisti, ravanando nei più vieti luoghi comuni della poetica del fannullone inefficiente, che tanto attrae esimi intellettuali di casa nostra).

Non ci soffermeremo sull’atteggiamento da chi ha formule certe e verità in tasca che ha caratterizzato l’intervento dell’altra sera. Boldrin non è nuovo a interventi a gamba tesa sulla scuola.

Il 3 settembre 2010, in piena tempesta-precariato e con un inizio di anno scolastico bollente di fronte (stava per entrare surrettiziamente in vigore la contro-riforma Gelmini), dalle colonne del “Fatto Quotidiano” ci propinava la sua ricetta per risolvere i problemi della scuola italiana, dopo aver sparato a zero, nella prima parte dell’articolo, sul corporativismo dei sindacati, sull’indisponibilità a determinare cambiamenti nell’organizzazione del lavoro (sulla quale, c’è da giurarci, Boldrin si sarebbe/sarà schierato a favore della proposta indecente delle 24 ore di lezione frontale a parità di salario nella famosa querelle dello scorso autunno).

Ecco gli ingredienti in ordine sparso. Decentralizzare per davvero le decisioni di assunzione e impiego del personale lasciando completa autonomia contrattuale ai provveditorati. Trasformare ogni scuola in una cooperativa d’insegnanti a cui lo Stato dà in concessione a tempo indeterminato (a un prezzo che copra l’ammortamento) le strutture fisiche. Chi assumere (e a che condizioni), chi promuovere, premiare o licenziare, lo decide la cooperativa. O, al massimo, il provveditore. E che il migliore, se vuole, venda i propri servizi a un prezzo (regolato) maggiore. Gli insegnanti di qualità costano, come i luminari della medicina. E i soldi? Buoni scuola uguali per tutti gli studenti, finanziati con le imposte e spendibili nella scuola di propria scelta. Ciò che conta è il finanziamento pubblico dell’istruzione, fattore di progresso economico e uguaglianza sociale, non la sua gestione diretta. Che, come l’esperienza dimostra, porta spesso a inefficienze e assurdità. E i programmi? E la qualità dell’insegnamento? Ci pensa il ministero. Programmi minimi e uniformi a livello nazionale, con aggiunte volontarie locali e qualità dell’insegnamento testata con esami nazionali (basta con regioni dove le lodi si regalano). A questo si dovrebbe dedicare il ministero che, con questa riforma federalista, si svuoterebbe di migliaia di inutili funzionari, liberando risorse per chi l’insegnamento lo produce davvero. Ossia gli insegnanti capaci e volenterosi, in collaborazione con alunni e famiglie”.

Il professore della Washington University in Saint Louis ci spiega in queste righe come disfarsi arrogantemente del dettato costituzionale e abbattere una volta per tutte il fastidioso principio dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale come garanzia dell’interesse generale e dell’esercizio del diritto di uguaglianza per tutti i cittadini. A suon di cooperative che esercitano senza controllo prerogative quali il reclutamento degli insegnanti e di buoni scuola per garantire la “libertà di scelta”, ecco cancellati in un colpo solo articoli 33 e 34 della Costituzione e la natura interclassista, solidale ed inclusiva della scuola statale.

Come direbbe Karl Marx, un palmare caso di materialismo volgare. D’altra parte la scuola di pensiero a cui Boldrin si ispira, quella di von Hayek e Milton Friedman, ha sempre pensato che in caso di conflitto tra mercato e democrazia dovesse prevalere il mercato (come in Cile).

Marina Boscaino e Giorgio Tassinari (professore Ordinario di Statistica Economica università di

Bologna).


  • E allora diciamo qualcosa di destra

pavonerisorse.it, del 15-05-2013, di Stefano Stefanel e Aluisi Tosolini* (dirigenti scolastici)

http://www.pavonerisorse.it/scuolaoggi/qualcosa_di_destra.htm

Visto che c’è qualche difficoltà a dire qualcosa di nuovo di sinistra cerchiamo di arrivare da qualche parte dicendo qualcosa di destra:

  • abolizione del valore legale del titolo studio;
  • abolizione degli esami di stato;
  • abolizione delle bocciature.

In teoria queste tre abolizioni dovrebbero essere “di sinistra”, ma così non pare. Il valore legale del titolo di studio viene difeso a spada tratta dai sindacati e dalle forze di sinistra, come argine contro il neo-liberismo. Mentre per la sinistra l’eliminazione delle bocciature farebbe perdere ulteriori posti di lavoro e l’abolizione degli esami di stato farebbe perdere ancora più unitarietà al sistema scolastico nazionale.

Tutto questo poi farebbe affiorare immediatamente la meritocrazia, vista dalla sinistra come il drago che sputa fuoco sull’uguaglianza. E la meritocrazia, che dovrebbe essere il cavallo di battaglia di un’equità cara alla sinistra, è diventato in Italia un tema “di destra”. La sinistra non vuol selezionare ma vuol continuare a bocciare (perché così si è rigorosi). La destra vuole bocciare perché così i migliori hanno dei vantaggi e anche su questo la sinistra non medita: perché il vantaggio dei migliori deve aumentare a spese dei così detti peggiori (stranieri, disagiati, deprivati, fannulloni, ecc.)? Così la destra che vuole bocciare poi alla fine lo fa solo in teoria. Insomma ci pare che tutta la questione abbia ribaltato i valori e che la destra difenda posizioni che dovrebbero essere di sinistra e viceversa.

L’abolizione del valore legale del titolo di studio toglierebbe illusioni, eliminerebbe le università telematiche e i diplomifici in quanto nessuno se ne farebbe più niente di un titolo di studio che viene considerato acquisibile solo con i soldi, mentre comincerebbero a prevalere certificazioni e percorsi. A questo punto non servirebbe a nulla bocciare e far ripetere tutte le materie dell’anno a chi non ce l’ha fatta. Si eviterebbero le disparità tra sezioni e docenti per cui ci sono classi in cui con una prestazione si prende cinque e classi in cui con la stessa prestazione si prende sette: chi ha dei debiti dovrebbe seguire percorsi diversi da chi non li ha. E così alla fine ci sarebbe chi esce con 100 e chi con 21. E chi esce con 21 potrà solo esibire la testimonianza che è stato lì fino alla fine. Tutto questo richiede di personalizzare e questo la sinistra non lo vuol fare, perché personalizzando i percorsi li si differenzia in modo irreversibile e si ritiene che questo determini un sistema scolastico non unitario.

Il nostri sistema scolastico però non è già unitario e i risultati Ocse-Pisa e Invalsi sono lì a testimoniarlo. Solo che la sinistra italiana ha regalato alla destra anche le valutazioni di sistema, che servono proprio ad intervenire sulle ingiustizie. E lo ha fatto accusando ogni sistema di valutazione di essere il cavallo di Troia del neo-liberismo. Così per opporsi alle valutazioni e al loro uso ci si richiama alla Costituzione e all’uguaglianza, quasi che nella nostra Costituzione ci sia il socialismo e non anche la spinta verso l’equità, ma soprattutto facendo finta che la società italiana attenda uguaglianza, mentre invece al massimo cerca un po’ equità (il più bravo ottiene il posto per il solo fatto di essere il più bravo).

Stabilito, dunque, che certi temi sono ascritti alla destra credo sia necessario nominarli e confrontarsi con loro, anche se ci si richiama alla sinistra. L’Ocse ci dice che ogni studente bocciato ci costa 28.000 euro, l’esperienza ci dice che difficilmente riusciamo a recuperarlo. Quindi buttiamo dei soldi e facciamo perdere tempo alla gente. Cosa c’è da difendere in tutto questo? In base a quale logica i più bravi sono penalizzati dal fatto che quelli meno bravi non vengano bocciati? Si scambia merito con selezione, ma poi si seleziona ritenendosi democratici e costituzionali.

Tutto questo appare ingigantito in quella enorme farsa di stato che sono gli esami finali, alibi per le didattiche più retrive e conservatrici. Se si elimina il valore legale del titolo di studio le scuole possono strutturare prove d’uscita che completino i percorsi, definiscano la valutazione finale e siano coerenti con i percorsi didattici, soprattutto con quelli personalizzati. E’ di destra tutto questo? E allora cominciamo a dire cose di destra.

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*) questo intervento – volutamente provocatorio sin dal titolo - necessita di una contestualizzazione “genealogica”. Sabato 11 maggio Aluisi Tosolini ha moderato – a Udine ed entro la manifestazione chiamata vicino-lontano – un dibattito in cui è stato presentato l’ultimo numero della rivista di filosofia Aut Aut dedicato proprio alla scuola. Il dibattito – cui hanno partecipato Pier Aldo Rovatti, Beatrice Bornato e Raoul Kirchmayr - è stato molto interessante ed in altro momento verrà presentata una approfondita recensione del numero della rivista.
Poco prima del dibattito Stefano Stefanel si è avvicinato al palco per salutare Aluisi Tosolini: i due (noi due) pur essendo entrambi friulani e scrivendo spesso sugli stessi argomenti ed anche sugli stessi siti non ci eravamo infatti mai incontrati.
A dibattito concluso ci siano incontrati per salutarci e, quasi scherzando, ci siamo detti che forse è giunta l’ora di dire qualcosa di destra, citando proprio le tre abolizioni che aprono questo nostro intervento comune.
Ovviamente questa posizione (per non dire della “destra”) non ha nulla a che vedere con il dibattito sulla scuola impossibile di aut aut. Anche se certo l’incontro ed il dibattito di aut aut ha costituito l’occasione per riassumere in tre frasi pensieri che ci accomunano.
E che noi non crediamo essere di destra (sempre che destra/sinistra voglia ancora dire qualcosa…).

 


 

  • Una "mancia" di 26milioni di euro per le scuole italiane

A tanto ammonta il taglio previsto per la scuola dal decreto legge 35/2012 che la Commissione Bilancio ha cancellato. Ma forse il sistema scolastico avrebbe bisogno di ben altro

La Tecnica della Scuola.it, del 15-05-2013, di Reginaldo Palermo

Nel corso dell’esame del decreto legge n. 35 sul pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni la Commissione Bilancio ha approvato un emendamento che da molte parti è stato interpretato come un segnale di apertura e attenzione nei confronti del mondo della scuola.

Ma vediamo con precisione di cosa si tratta.

Il decreto 35 prevede il trasferimento alle Amministrazioni periferiche dei fondi necessari per onorare impegni di spesa già assunti nei confronti di privati e imprese.

La copertura finanziaria verrebbe in larga misura dalla emissioni di nuovi titoli di debito pubblico (20miliardi di euro) e in misura molto marginale (poco più di mezzo miliardo) con una riduzione lineare degli stanziamenti per i diversi Ministeri previsti dalla legge finanziaria 228 del dicembre scorso.

Il decreto prevede per il Ministero dell’Istruzione una “sforbiciata” di 64,5 milioni euro per il 2014, 22milioni dei quali già predeterminati da altre norme: quindi il taglio effettivo previsto è pari a 42,5 milioni, così suddivisi: 26milioni per il settore istruzione, 16milioni per l’università e mezzo milione di euro per la ricerca.

L’emendamento approvato dalla Commissione Bilancio stabilisce molto semplicemente la cancellazione di questa sforbiciata (che, per dire la verità, è cosa modesta se soltanto si pensa che – giusto per fare un paragone – i 26milioni di euro riferiti all’istruzione rappresentano il 2% dell’intero ammontare delle risorse per il fondo di istituto).

Non c’è dunque nessuna restituzione di risorse alle scuole e men che meno un incremento delle stesse. Insomma, l’emendamento, pur apprezzabile in questi tempi difficili, rappresenta più che altro un intervento a costo quasi zero per raffreddare un po’ le polemiche e le proteste.
Per dare un po’ di ossigeno alle scuole occorre ben altro che impedire un ulteriore taglio di 26milioni di euro.

Un'ultima annotazione: per ora è stato approvato soltanto un emendamento in Commissione, l'intero decreto legge dovrà ancora essere esaminato dalle Assemblee di Camera e Senato e quindi non è neppure detto che, alla fine, venga accolto dal Parlamento.

 


  • E gli ispettori di Sua Maestà finiscono sotto processo

Un rapporto svela: le valutazioni alterano i rapporti nella scuola. Che è sempre meno equa

ItaliaOggi, del 14-05-2013, di Giovanni Brusio

La valutazione degli ispettori di Sua maestà intossica la scuola. Fa discutere in Inghilterra uno studio presentato da Demos sull'accountability del sistema di istruzione, intitolato Detoxifying school accountability (http://www.demos.co.uk/files/Detoxifying_School_Accountability_-_web.pdf?1367602207).

Sono vent'anni che è a regime oltremanica la rendicontazione sociale dei risultati di apprendimento delle scuole, attraverso i test standardizzati del curriculum nazionale e le visite degli ispettori dell'Offsted in classe. Risultati poi pubblicati all'interno delle league tables, dati sull'accountability delle scuole che servono agli utenti per farsi un'idea della scuola dove iscrivere i propri figli o che questi già frequentano. Non si tratta di una critica tout court al sistema della valutazione esterna, però. A scriverla è James Park, autore dello studio e presidente della fondazione Progress, che presenta anche un proprio modello di accountability (www.progress-hse.org). Park spiega che è dal 1992 che vengono apportate una serie revisioni al curriculum nazionale. Le scuole hanno sempre più difficoltà a sedimentare il cambiamento e a riprogrammarsi in vista del successo formativo. È vero, sostiene James Park, che diversi docenti hanno anche beneficiato del ruolo propulsivo degli ispettori, ma per lo più si è trattato di adottarne pedissequamente i suggerimenti, vivendo più da ospiti che da protagonisti la pedagogia da vivere in classe con i propri studenti. Il sistema così, secondo Park, entra in stallo. Sta di fatto che le scuole inglesi sembrano praticare sempre meno equità educativa: più del 77% della varianza dei risultati ai test Ocse Pisa degli studenti inglesi è spiegata da differenziali socio-economici del background di provenienza (http://www.oecd.org/pisa/46624007.pdf). Il regime di accountability, secondo Park, produrrebbe un corso di riforma permanente sostenuto dal clima di gossip innescato ogni volta che i giornali pubblicano le league tables.
Un meccanismo perverso, spiega Park, che alla fine risulta più utile agli interessi dell'elettorato passivo, preso a rispondere agli appetiti di quello attivo, appetiti che essi stessi avrebbero contribuito a stimolare. Poco o niente si legge, afferma Park, su cosa pensano gli studenti della propria scuola, come pure sul loro giudizio dell'intervento degli ispettori in classe.
Ecco perché per disintossicare la scuola serve valorizzarne l'autonomia, si legge nello studio, facendo sentire gli attori che la vivono tutti i giorni i suoi veri protagonisti. Ma serve anche che agli studenti, alla fine di cicli strategici come quello primario e secondario di primo grado, non venga imposto il test di apprendimento esclusivo, ma sia data loro la possibilità di scegliersi i test di competenza da sostenere in base anche a quelle che sono le proprie vocazioni, i propri interessi e attitudini, rispetto ai campi disciplinari e degli indirizzi di studio da intraprendere nella vita.


  • Salari, nuova scure sugli Ata

Aumenti di carriera a rischio restituzione dal 2011

ItaliaOggi, del 14-05-2013, Franco Bastianini

Sul personale amministrativo, tecnico ed ausiliario in servizio nelle scuole statali starebbe per abbattersi un altro taglio alla retribuzione nonostante sia già la più bassa tra i lavoratori del pubblico impiego. Questa volta il taglio riguarderebbe il compenso percepito dal 2011 dal personale che ha avuto accesso, a decorrere appunto dal 2011, alla prima o seconda posizione economica, come espressamente previsto dall'art. 50 del contratto collettivo nazionale di lavoro in vigore e dagli specifici contratti nazionali integrativi.
Per accedere a tali posizioni i collaboratori scolastici e il personale amministrativo di ruolo hanno dovuto frequentare, con esito favorevole, un apposito corso di formazione e, successivamente, hanno svolto compiti qualitativamente e quantitativamente superiori a quelli previsti dall'apposito mansionario.
Il rischio che possa essere chiesto al personale interessato la restituzione delle somme percepite in quanto titolari di una delle due posizioni economiche nasce principalmente dal parere negativo formulato dal Dipartimento per la Funzione Pubblica all'ipotesi di accordo intervenuto tra il ministero dell'istruzione e le organizzazioni sindacali del comparto scuola proprio sulle attribuzioni delle posizioni economiche previste dal contratto scuola in vigore. Un parere negativo, quello del ministero guidato da Gianpiero D'Alia, motivato dalla considerazione che l'accordo non rispetta il disposto dell'art. 9 del decreto legge n. 78/2010. La norma in questione disponeva che, per gli anni 2011, 2012 e 2013, il trattamento economico complessivo dei dipendenti pubblici non superasse quello in godimento nell'anno 2010. L'altro punto del parere negativo deriva dalla tesi sostenuta dal Dipartimento secondo la quale l'attribuzione di una posizione economica equivarrebbe ad una progressione economica di carriera, progressione esclusa appunto dall'art. 9 citato. Alcune organizzazioni sindacali (si conoscono al momento le opinioni di Cgil e Uil) ritengono tuttavia che una eventuale richiesta di recupero della somme sarebbe una pretesa inaccettabile sia perché le somme sono state percepite «in buona fede dal personale», sia perché non sarebbe costituzionalmente corretto: le somme in questione sono state percepite quale corrispettivo di una attività lavorativa regolarmente svolta.


  • Contratti bloccati, in parlamento l'ultimo tentativo per cambiare rotta

Secondo una stima della Cgil, il mancato rinnovo pesa sugli stipendi dei lavoratori per circa 200 euro al mese

ItaliaOggi, del 14-05-2013, di Alessandra Ricciardi

É approdato nelle commissioni cultura e istruzione di camera e senato, presiedute rispettivamente da Giancarlo Galan (Pdl) e Andrea Marcucci (Pd), il decreto del governo Monti che proroga per due anni il blocco dei contratti in tutto il pubblico impiego. Nella scuola si rinnova anche il congelamento degli scatti di anzianità, che in virtù di una complessa vicenda negoziale i sindacati sono riusciti a recuperare finora per due annualità su tre.
I partiti si sono mossi per sbloccare, anche parzialmente, i contratti: secondo una stima della Cgil, il mancato rinnovo pesa sugli stipendi dei lavoratori per circa 200 euro al mese. Ma una richiesta parlamentare di modifica al governo del dpr, prima della firma finale, resterebbe lettera morta senza l'indicazione delle dovute coperture. Il ministero dell'economia sotto la guida di Vittorio Grilli aveva evidenziato che la mancata proroga delle misure restrittive sul pubblico impiego per il 2013-2014 avrebbe prodotto un buco nel bilancio di 2,7 miliardi.
Il governo ora non è più tecnico ma politico, seppure l'Economia sia stata affidata alle cure di Fabrizio Saccomanni. Ma il problema delle coperture resta lo stesso.


  • Pubblici e scuola: «Ora i contratti»

La protesta della CGIL

Il manifesto, del 14-05-2013

Fp e Flc Cgil si preparano a scendere in piazza, dopodomani, per i contratti e la stabilizzazione dei precari. Le due categorie riuniranno i direttivi in una assemblea dove interverrà anche la segretaria generale Cgil Susanna Camusso, giovedì alle 10 presso il Centro congressi Roma Eventi Fontana di Trevi; alle 14,30, delegati e sindacalisti si sposteranno a Piazza Montecitorio. «I lavoratori pubblici sono una risorsa per il Paese: è inaccettabile che il loro contratto di lavoro, scaduto da quattro anni, non venga rinnovato e si paventi la possibilità di ulteriori proroghe - dicono in una nota congiunta i segretari Rossana Dettori (Fp) e Mimmo Pantaleo (Flc) - Occorre dare risposte certe e immediate, definendo le priorità: rinnovare i contratti nazionali e stabilizzare i lavoratori precari della pubblica amministrazione, subito». «I risultati negativi delle politiche economiche e sociali sviluppatesi negli ultimi anni attraverso i tagli all'istruzione e formazione e aí servizi pubblici sono evidenti - continuano i due segretari Cgil - Si è determinato un impoverimento economico e culturale del nostro Paese e la mortificazione delle aspettative di quanti, in particolare tra le nuove generazioni, vorrebbero poter progettare il proprio futuro. Perciò è necessario: 1) garantire servizi pubblici, istruzione e formazione pubblica di qualità reinvestendo risorse ; 2) avviare un progetto di riforma e di riorganizzazione degli assetti istituzionali; 3) valorizzare il ruolo del "pubblico", qualificando il lavoro; 4) attribuire alla cittadinanza un ruolo partecipativo».


  • Boldrini: gli insegnanti sono gli eroi del nostro tempo

l’Italia migliore che c’è e non si vede, un’Italia sana, bella e forte che reagisce”.

TuttoScuola, del 14-05-2013

Lasciare la scuola comprometterebbe il vostro futuro. Sarebbe come segnare il vostro destino”. A dirlo il presidente della Camera, Laura Boldrini, rivolgendosi agli alunni della scuola Sarria Monti, nel quartiere San Giovanni a Teduccio, zona orientale di Napoli, prima tappa di una lunga giornata nel capoluogo campano.
L’istruzione è fondamentale per creare il vostro futuro - ha aggiunto - gli insegnanti sono gli eroi del nostro tempo, l’Italia migliore che c’è e non si vede, un’Italia sana, bella e forte che reagisce”.
Il presidente della Camera ha poi spiegato di aver ricevuto, in questi primi due mesi, nei quali riveste la terza carica dello Stato, numerose missive: “
Circa 12mila lettere in queste otto settimane da presidente della Camera - ha spiegato - tra cui quelle di mamme preoccupate perché i figli lasciano la scuola”.


  • Stipendi statali, lo stop agli aumenti ha fatto perdere 200 euro al mese

La denuncia è della Cgil: dal 2010 ai dipendenti pubblici sono stati sottratti circa 3mila euro lordi. Ed altri 600 circa si perderanno nel 2013

La Tecnica della Scuola.it, del 13-05-2013

La denuncia è della Cgil: dal 2010 ai dipendenti pubblici sono stati sottratti circa 3mila euro lordi. Ed altri 600 circa si perderanno nel 2013. Inoltre, se il blocco fosse confermato nel 2014 sfumerebbero ulteriori 500 euro. Ci sono poi blocco del turn over e calo del personale. La scuola sinora ha ridotto i danni mantenendo gli scatti fino al 2011, ma pagando di tasca propria.
Sta assumendo proporzioni più che visibili lo stop agli aumenti stipendiali imposto negli ultimi tre anni ai dipendenti statali. Il 12 maggio Michele Gentile, responsabile settori pubblici Cgil, ha reso pubblico uno studio realizzato dal sindacato Confederale: ebbene, a partire dal 2010 i dipendenti pubblici hanno perso in tre anni nel complesso circa 3mila euro lordi. Ed altri 600 circa si perderanno nel 2013. Inoltre, se il blocco fosse confermato nel 2014 sfumerebbero ulteriori 500 euro.
In termini mensili, a regime le retribuzioni, sempre secondo il sindacalista della Cgil, perderanno a fine 2013 in termini reali (a causa del mancato adeguamento rispetto all'inflazione in questi anni) circa 200 euro. In particolare, tra il 2010 e il 2012 le retribuzioni dei “travet” non hanno recuperato l'8,1% di aumento dei prezzi che si è registrato nel periodo (insieme allo scarto tra inflazione programmata e reale che c'é stato nel biennio precedente). La stima per il costo del lavoro tra il 2011 e il 2014 è di un calo di sette miliardi con il passaggio da 169 a 162 miliardi.
"E' ora - dice Gentile - di dare forti segnali di discontinuità nelle politiche relative al lavoro pubblico. Parlare di semplificazione e di snellimento delle pubbliche amministrazioni senza affrontare e rimuovere contemporaneamente i gravi effetti distorsivi delle politiche sin qui seguite verso il lavoro pubblico, significa non voler occuparsi veramente di riforma".
Ma i dipendenti pubblici non hanno affrontato solo un sacrificio in termine di buste paga reali più leggere. Nel periodo, gli statali hanno fatto i conti anche con il blocco del turn over e quindi con il calo del personale (ne sa qualcosa la scuola). Tra il 2007 e il 2011, secondo i dati del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato i dipendenti pubblici sono diminuiti di 150.000 unità (da 3,43 milioni a 3,28 milioni) con un -4,3%. Ma la diminuzione dovrebbe essere ancora più consistente negli anni successivi con una stima della Cgil di 400.000 lavoratori pubblici in meno tra il 2007 e il 2014.
Resta irrisolto inoltre il problema del precariato con circa 200.000 tra contratti a termine, lsu, interinali e collaborazioni nel complesso delle amministrazioni.
"Chiediamo al Governo - dice Gentile - di congelare il decreto con il quale si proroga il blocco della contrattazione nazionale al 2014 e di riaprire su questo tema un confronto con i sindacati per far ripartire la stagione contrattuale. Chiediamo misure urgenti sul precariato nelle pubbliche amministrazioni che impediscano la perdita del lavoro alla scadenza dei contratti ; nuove e mirate politiche di assunzione nelle amministrazioni con le quali affrontare anche il problema dei tanti giovani vincitori di concorsi pubblici che ancora non hanno lavoro; la riapertura di una stagione contrattuale nella quale affrontare il problema delle retribuzioni e di progetti mirati di nuova qualità del lavoro e misure che favoriscano i processi di riforma garantendo il lavoro".
E la scuola? Certo, è un discorso a parte. Anche se numericamente limitati, i concorsi ci sono stati. E pure gli scatti automatici, pur tra tante difficoltà e trovando parte dei fondi all’interno dello stesso comparto, alla fine sono arrivati (quelli del 2010 e di recente per il 2011). Pure per docenti e Ata, comunque, le buste paga si sono “alleggerite”: il mancato rinnovo del contratto e il ritarda di attuazione degli stessi aumenti stipendiali automatici cominciano a farsi sentire. Quel che preoccupa è che la situazione di stallo potrebbe protrarsi: il Consiglio di Stato, tranne che per lo stop all’indennità di vacanza contrattuale, ha già dato il suo via libera. Ora si attende
il parere delle Camere. E poi la decisione finale sarà, comunque, del Governo Letta. Non è escluso che la “palla” verrà girata agli stessi Ministeri: se vorranno evitare il blocco stipendiale, dovranno arrangiarsi da soli sottraendo risorse in seno allo stesso comparto. La Scuola è già abituata: l’anno scorso sono saltati i fondi destinati al merito, quest’anno il 25% del Miglioramento dell’offerta formativa. Probabilmente sarebbe il male minore: gli scatti stipendiali sono un incentivo importante e bloccarli creerebbe non pochi scompensi nella categoria


  • Malascuola, bacchettate anche dagli imprenditori: basta parole!

Duri interventi dalla Federazione dei Cavalieri del Lavoro, che quest'anno si sono concentrati su “Una scuola più europea”.

La Tecnica della Scuola.it, del 13-05-2013, di Alessandro Giuliani

Duri interventi dalla Federazione dei Cavalieri del Lavoro, che quest'anno si sono concentrati su “Una scuola più europea”. Per il leader Giorgio Squinzi, in altri Paesi si tagliano spese inutili o improduttive e si investe in formazione e ricerca, puntando su valutazione e offerta più qualificata. Pietro Marzotto: assegniamo la metà dei titoli rispetto alla media Ue, e la crisi non vale come scusa perché gli altri Paesi nonostante ciò hanno saputo progredire.
L’Italia sembra proprio essere diventato uno di quei Paesi dove l’istruzione è l’ultimo dei problemi. Stavolta l’allarme è lanciato Fondazione Cini di Venezia, nel corso dell'incontro annuale della Federazione dei Cavalieri del Lavoro chiamati a parlare di "Una scuola più europea per la competitività ed una cittadinanza attiva".
Tutti i relatori si sono detti d’accordo nel classificare l’attuale sistema scolastico italiano come tra quelli meno in grado di affrontare le complesse esigenze formative delle nuove generazioni.
Davvero impietoso il quadro tracciato dall'imprenditore Pietro Marzotto, che ha rilevato come "quasi la metà della popolazione italiana attiva possiede al massimo la licenza media mentre la media Ue è del 25%, il tutto con conoscenze effettive possedute che tocca il 35% dei soggetti contro una media dei Paesi più avanzati che oscilla dal 50% al 70%".
E non finisce qui, perché, ha continuato Marzotto, "solo il 15% degli italiani raggiunge una preparazione universitaria - ha aggiunto - quando nell'Ue è oltre il 28% con la formazione secondaria che è anche in questo caso più performante rispetto al nostro Paese".
"Siamo rimasti fermi, se non addirittura arretrati, e la crisi non vale come scusa - ha concluso l’imprenditore - perché gli altri Paesi nonostante ciò hanno saputo progredire" nonostante l'investimento in formazione, rispetto al Pil, non registri differenze.
La risposta, secondo gli intervenuti al convegno, è che la soluzione al problema formativo italiano va trovata in risorse economiche. Ma soprattutto nel superamento dello sterile dialogo a due tra politica e docenti, soprattutto poi quando su quasi un milione di insegnanti che ci sono in Italia, un numero terribilmente alto è composto da precari.
Secondo Claude Thelot, esperto francese in 'education', in Italia si paga anche lo “scotto” di un sistema "conservatore" "Il successo della scuola - ha sottolineato il transalpino- è il successo formativo di tutti gli studenti (da qui uno dei limiti italiani)i".
Ma quella dell’esperto francese è sembrata una voce fuori dal coro. Secondo Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, che ha concluso l'incontro nazionale dei Cavalieri del Lavoro quest’anno dedicato al tema della scuola. "I nostri vicini e i competitori - ha ricordato Squinzi - tagliano spese inutili o improduttive e investono in formazione e ricerca per creare quella creatività e flessibilità culturale necessarie per pensare il nuovo". Basta quindi "con tanta scuola parlata", sì invece alla "valutazione e qualificare dell'offerta e alla difesa del merito".
"La crisi del lavoro e l'emorragia di imprese – ha continuato il leader degli imprenditori - rischia di minare il modello sociale del nostro Paese e di sottrarci energie vitali. Per questo ai giovani chiediamo sempre più adattabilità, mobilità, e apertura internazionale, combinate con i nuovi saperi tecnici".
Per Squinzi solo così "potremo fermare questa nuova ondata migratoria dei giovani migliori verso Paesi che danno loro non più garanzie ma più fiducia e senso del futuro". Nonostante sia cresciuta la scolarizzazione, per l’imprenditore, è venuta meno "una maggiore reattività del cambiamento" sia della società che della scuola tanto che "siamo via via scivolati sempre più in basso nei ranking internazionali".
Serve, quindi, una svolta. Peccato che, probabilmente, anche il Governo Letta è intenzionato a rimandarla. Secondo il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, infatti, il Governo non sembra proprio intenzionato a finanziare il comparto: come tutti gli altri, dovrà essere in grado di garantirsi gli investimenti da solo.


  • Mal di scuola digitale

Quali ragioni ci sono per introdurre le nuove tecnologie nella scuola? Non certo e non più il bisogno di colmare il digital divide

Rete Scuole, del 13-05-2013

Il colonialismo digitale è un'ideologia che si riassume in un semplice principio, un condizionale. Si può, quindi tu devi. Se è possibile che una certa cosa o attività migri verso il digitale, allora deve migrare. I coloni digitali si adoperano per introdurre le nuove tecnologie in ogni settore della vita delle persone, dalla lettura al gioco, dal supporto alla decisione all'insegnamento, dalla comunicazione alla pianificazione, dalla costruzione di oggetti all'analisi medica; la tesi colonialista è data per scontata dai coloni, che ne apprezzano la semplicità: è assolutamente generale, dato che si applica a qualsiasi cosa o attività in modo indifferenziato. Facile da ricordare, difficile da contrastare. Chi si oppone al colono digitale viene rapidamente incasellato nella categoria dei luddisti, dei distruttori di macchine, di quelli che non sanno stare al passo con i tempi. Il dibattito, secondo i coloni, non dovrebbe neanche iniziare.
In realtà, negare una tesi condizionale è prendere una posizione più debole, negoziale. Chi si oppone al colonialismo non per questo dice che le cose e le attività non digitali non devono mai compiere la migrazione digitale. Invoca il principio di precauzione; dice semplicemente che la migrazione non è un obbligo che discenderebbe dalla semplice possibilità della migrazione; e che deve essere accompagnata, perché tende a essere troppo invadente. Non basta mostrare un libro elettronico che funziona per imporre il libro elettronico. L'anticolonialista ha quindi tutti i diritti di rivendicare un atteggiamento positivo e costruttivo: la legittimità della migrazione dev'essere valutata caso per caso. In alcuni casi la digitalizzazione ha liberato, in altri no; e lo sappiamo già. A un estremo sappiamo che la fotografia si è affrancata ed è diventata, grazie al digitale, quello che avrebbe dovuto essere da sempre, un modo di prendere appunti visivi. A un altro estremo, sappiamo che il voto elettronico, e in particolare il voto online, presenta dei rischi imparabili di controllo sociale e manipolazione, e dovrebbe essere bandito per sempre dalle istituzioni democratiche. Ma entro questi estremi c'è uno spazio negoziale molto ampio in cui i casi particolari meritano una discussione; discussione che è del tutto assente e quando c'è viene mortificata dalla ripetizione ossessiva del mantra colonialista. La geolocalizzazione crea enormi possibilità ma queste non si accompagnano a enormi rischi per la sicurezza individuale? La condivisione immediata e senza riflessione della propria vita privata gratifica ma non espone i cittadini a forme sottili di aggressione commerciale e politica? L'educazione può trarre giovamento dalle nuove tecnologie o distrugge il capitale di tempo e di attenzione strutturata che la scuola dovrebbe invece faticosamente proteggere? Le nostre scelte individuali non sono sempre più condizionate da quanto ci propongono degli algoritmi? Il semplice fatto che queste domande possano essere sollevate indica che non si accetta l'ideologia colonialista; non certo che non si accetta il digitale. Non essere colonialisti non significa essere luddisti. I coloni e i colonialisti che offrono loro una sponda intellettuale hanno pronta una batteria di risposte a chi nega il «si può, quindi devi»; la ridda vorrebbe frastornarci ma dovrebbe venir vista per quello che è, un tentativo di parare con la quantità degli argomenti l'assenza di qualità degli stessi. Nell'ordine: le nuove tecnologie avrebbero poteri quasi magici per risolvere vecchi problemi sociali, in primis politica (M5S, ma anche Diebold) ed educazione (Prensky, Ferri); sono divertenti in sé e comunque più divertenti dei loro antenati (Google Mail); creano prodotto interno lordo e occupazione (ex-ministro Profumo); permettono misure oggettive dei risultati (Commissione europea); fanno tutti così, e chi sei tu per opporti (amici e colleghi che deplorano la vostra assenza da Facebook); e, ultima spiaggia, funzionano benissimo, nel senso che abbiamo riparato tutti i bug. Post-ultima spiaggia, se poi non funzionano, possiamo sempre trovare il modo di ripararle. La hybris non risparmia il lessico: vengono coniati termini come «multitasking» e «nativo digitale» che danno un'aura di scientificità agli argomenti.
Non basta quindi lavorare caso per caso, ma su ogni caso si devono soppesare questi molti e diversi argomenti. Prendiamo, tanto per fare un esempio, la scuola, e mettiamo da parte il «si può, quindi devi». Quali ragioni ci sono per introdurre le nuove tecnologie nella scuola? Non certo e non più il bisogno di colmare il digital divide: i ragazzi hanno più tecnologia a casa di quanta la scuola possa mai averne. Ma quale ragione, allora? La ridda riparte: «Ci sono delle attività educative incredibili che puoi fare con il computer; i ragazzi d'oggi sono così e bisogna adattarsi alla loro forma mentis; dobbiamo dare un accesso totale all'informazione totale; ha funzionato benissimo nel settore bancario, perché non deve funzionare nella scuola?». Ma sono argomenti ideologici. Bisognerebbe chiedere se esistono dei dati per giustificare gli investimenti in tecnologia. Per esempio dei dati sul rendimento scolastico. Certamente questi dati non c'erano (per definizione!) nel momento in cui le tecnologie sono state introdotte: la loro introduzione era un esperimento alla cieca, che la dice lunga sulla qualità delle decisioni pubbliche.
Uno studio recente di Marco Gui del l'Università di Milano Bicocca fa il punto su un esempio tra i tanti, il rapporto tra la frequenza d'uso dei media digitali e i livelli di apprendimento, andando a scavare nei dati del sesto volume del rapporto Pisa Ocse 2011, che coprono una popolazione di 450mila studenti quindicenni da 65 Paesi. L'analisi di Gui è quantomai interessante: le nuove tecnologie si associano positivamente all'apprendimento fintantoché se ne fa un uso modico. Non appena le tecnologie diventano invasive e colonizzano il tempo, il rendimento scende, a livelli inferiori a quelli che si hanno senza tecnologie. Vale la pena di fare un'osservazione metodologica: si tratta di associazioni e non di rapporti direttamente causali, per il momento, dato che l'identificazione di questi ultimi necessiterebbe di studi sperimentali. Tuttavia è più che abbastanza per farci venire il sospetto (il rapporto Pisa vede gli stessi dati, ma è più elusivo sulle conclusioni). Gli unici vantaggi (minimi) si hanno per quella che il rapporto Pisa chiama subdolamente «lettura digitale», un altro dei termini dalla semantica dubbia che fanno la gioia dei colonialisti, e che io renderei piuttosto con «spippolamento». A guardare da vicino, la «lettura digitale» è l'abilità di andare in giro per ipertesti, fare copia e incolla, cliccare per dire «mi piace» e cose simili. Ci sarebbe da stupirsi se almeno queste "competenze" non migliorassero almeno un po' con un uso accanito del computer, e comunque a usarlo troppo anche queste regrediscono! Ma il punto principale è che le altre competenze, ben più serie: lettura, matematica e scienze, ne soffrono.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-05-12/scuola-digitale-082823.shtml?uuid=AbXBuAvH


  • A rischio i lavori in 400 scuole “È colpa del patto di stabilità”

L’unione Province: «Con il nuovo anno scolastico molte strutture inagibili»

LaStampa.it, del 10-05-2013, di Flavia Amabile

Quattrocento scuole potrebbero anche non poter riaprire all’arrivo del prossimo anno scolastico, è il grido d’allarme del presidente dell’Unione province italiane, Antonio Saitta. Ci sono sempre meno soldi, l’assistenza e la manutenzione degli edifici dove sono collocate le scuole superiori è sempre più difficile, ha spiegato.
Le cause sono molto chiare secondo il rappresentante dell’Upi: «Molti istituti non potranno inaugurare nel prossimo autunno le attività a causa del patto di stabilità e dei tagli imposti dalla spending review». Secondo una rilevazione effettuata dalle Province sul piano programmatico delle opere scolastiche, gli enti nel 2013 avevano definito gli impegni di spesa per gli investimenti nelle scuole per oltre 727,9 milioni di euro.
Ma, «a causa dei tagli imposti e degli obiettivi del patto di stabilità, che - ha sottolineato il presidente dell’Upi Antonio Saitta stanno azzerando la capacità di programmazione in opere e infrastrutture, le Province sono state costrette a ridurre gli impegni di 513,2 milioni di euro».
Pertanto, ha concluso il presidente dell’Upi, «potranno essere realizzate nel corso di quest’anno opere per un ammontare complessivo di soli 212 milioni di euro». Quindi, solo un terzo delle spese programmate per le opere nelle scuole superiori potrà essere realizzato.
Il grido d’allarme ha ancora maggiore rilievo se si considera che proprio la neo-ministra dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ha indicato l’edilizia scolastica come il primo tema di cui occuparsi. Ma di qui a parlare di apertura a rischio è diverso. Dal Miur, infatti, ridimensionano le parole delle province considerandole un «allarme eccessivo». Il regolare avvio delle lezioni «dipende dal personale della scuola e quello lo assegniamo noi». Del resto, aggiunge, «la situazione di 400 istituti non mette in pericolo la normale apertura dell’anno scolastico e l’avvio delle lezioni».
A sostenere la battaglia delle province, invece, ci sono i dirigenti scolastici. «Quello delle Province è un grido d’allarme assolutamente fondato e opportuno», spiega il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Giorgio Rembado.
I dati dell’Upi parlano chiaro: a rischio ci sono 400 istituti sparsi lungo tutto lo stivale che avrebbero bisogno di interventi di manutenzione da realizzare durante l’estate. In mancanza di disponibilità immediata di fondi i lavori non verranno effettuati. Dal 2008 al 2012 - ricorda Saitta le Province hanno destinato alle scuole 10,4 miliardi di cui 8 per il funzionamento e 2,4 per investimenti in nuovi edifici, messa in sicurezza ed interventi strutturali. Dal governo, invece sono arrivati «zero euro» alle scuole e il 24% di tagli alle spese delle province per il funzionamento mentre l’Upi ha continuato a destinare «il 18% dei propri bilanci alle funzioni per le scuole».


  • I super prof difendono l'Invalsi «Aprono la scuola alla realtà»

Le critiche di nozionismo. «No, rivelano competenze concrete»

Corriere della Sera.it, del 10-05-2013, di Paolo Conti

ROMA — Nelle scuole primarie italiane oggi secondo appuntamento con l'Invalsi, il Sistema nazionale di valutazione della macchina educativa italiana. Toccherà alle classi II e V per la prova di matematica. E anche quest'anno le polemiche accompagnano l'appuntamento. La Federconsumatori ha chiesto al nuovo ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, la sospensione dei test. Il sindacato Unicobas ha parlato del 20% dei docenti che martedì 7 maggio avrebbe scioperato nelle II e V classi per la prova di italiano. Il ministero ha replicato parlando di scioperi limitati allo 0,69% per le II classi e allo 0,62% per le V e di prove non sostenute complessivamente nello 0,82% dei casi per le II e nello 0,75% per le V. In più c'è stato l'attacco del professor Luciano Canfora intervistato da www.ilsussidiario.net: «Le prove Invalsi sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso, che può servire se mai a premiare chi è dotato di un po' di memoria più degli altri, non chi ha spirito critico. La miglior cosa è eliminare i test». Sempre per Canfora «l'Invalsi e tutta la quizzologia di cui siamo circondati» sarebbero lo strumento per ottenere «un pappagallo parlante dotato di memoria e nulla più, suddito e non un soggetto politico» sottraendo ai ragazzi negli anni della formazione «l'abito alla critica, alla capacità di comprendere e di studiare storicamente, di distinguere».
I responsabili dell'Invalsi (le prove sono scelte selezionando proposte avanzate da circa 150 docenti sparsi per l'Italia) respingono le accuse. A partire da Paolo Sestito, commissario straordinario Invalsi e dirigente dell'area ricerca e relazioni internazionali della Banca d'Italia, economista studioso anche di sistemi educativi: «Le nostre prove sono quanto di più lontano dal nozionismo, dall'automatismo dei test, dal Rischiatutto. Il nostro scopo è l'esatto contrario: misurare le competenze dei ragazzi e la qualità dell'insegnamento, calandole nella vita concreta. Assicuriamo alle scuole uno strumento di auto-conoscenza». Conferma Giorgio Bolondi, docente di Matematiche complementari all'università di Bologna, che coordina la predisposizione delle prove: «Abbiamo incontrato migliaia di insegnanti e registrato molte comprensibili prevenzioni. C'è un malinteso: non intendiamo esprimere giudizi, ma informare ragazzi, insegnanti e scuole sulla qualità dell'apprendimento. Ogni domanda è legata agli obiettivi di legge per i diversi gradi dell'istruzione. Nemmeno un quesito punta su memoria o formule: ciò spetta agli insegnanti, non all'Invalsi».
Giudizio condiviso dal linguista Luca Serianni, che ha analizzato le prove: «L'Invalsi funziona come le analisi del colesterolo per un adulto. Servono al medico come indice importante per stilare una diagnosi dopo aver studiato altri parametri. Trovo le prove realizzate con intelligenza per tarare le competenze a seconda della fascia d'età. Non hanno nulla del quiz né vedono il nozionismo come valore. Possono aiutare le scuole a conoscersi meglio e a mettere in atto i meccanismi per migliorarsi»
A difendere l'Invalsi a spada tratta è Enza Ugolini, fresca ex sottosegretario all'Istruzione nel governo Monti (insegna storia e filosofia ed è preside del liceo «Malpighi» di Bologna), che negli anni ha lavorato sul tema della valutazione (in modo politicamente trasversale) con i ministri Luigi Berlinguer, Letizia Moratti, Giuseppe Fioroni, Mariastella Gelmini e Francesco Profumo: «Il primo scopo è aiutare le scuole ad avere un punto di vista esterno per capire come si lavora al proprio interno e nelle singole classi. I dati Invalsi sugli apprendimenti non sono solo "numeri" (percentuali, pesi, tassi di difficoltà, coefficienti di validità) che riducono la reale portata educativa della scuola. Anzi proprio perché i risultati sono tratti da prove concrete, gli esiti di queste prove finiscono con l'aiutare i singoli insegnanti, i consigli di classe, i dipartimenti, i collegi docenti, a fare una diagnosi anche a livello didattico». Enza Ugolini contesta l'autoreferenzialità di una certa scuola: «Uno dei nemici nella valutazione è la parzialità, quella abitudine che porta a non cercare in modo costante di tener conto di tutti i fattori della realtà. Non c'è solo la "tua" scuola, il "tuo" alunno, la "tua" classe con i "suoi" "livelli medi": esiste il mondo... Ogni scuola e ogni classe ha uno specchio col quale confrontarsi». E conclude, per sostenere la bontà del sistema, ricordando le disparità: «In II e V primaria la situazione, specie in matematica, nel Nord è pari alla media nazionale, mentre il Sud ha mediamente +2,5 punti. Già nella prima classe della scuola secondaria di primo grado la situazione si capovolge e mentre il Nord supera di oltre 6 punti percentuali la media, nel Sud si va sotto la media, per arrivare fino a oltre -15 punti nella classe terza del Sud-Isole... Mi sembra essenziale saperlo, per rimediare».


  • Il ministro Carrozza e lo spettro dei tagli

Stavolta il primo “inquilino” di viale Trastevere si rivolge ai colleghi del ministero dell’Economia: non si può parlare di scuola moderna quando ad alcune strutture manca il tetto per ripararsi dalla pioggia, confido nella loro collaborazione.

La Tecnica della Scuola.it, del 09-05-2013, di A.G.

Stavolta il primo “inquilino” di viale Trastevere si rivolge ai colleghi del ministero dell’Economia: non si può parlare di scuola moderna quando ad alcune strutture manca il tetto per ripararsi dalla pioggia, confido nella loro collaborazione. Ha ragione il premier Letta: i responsabili dei dicasteri farebbero bene ad incontrarsi il prima possibile...

Ha ragione il premier Enrico Letta: i ministri della XVII legislatura farebbero bene ad incontrarsi il prima possibile. Il confronto, finalmente a quattr’occhi, sarebbe indispensabile per chiarire una volta per tutte quali sono le strade da intraprendere. Sia per tenere a freno la spesa pubblica, sia per fronteggiare le emergenze. In tale occasione, si parla del prossimo week end, il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, potrebbe finalmente capire che aria tira. Se le ambizioni di messa a norma delle scuole a rischio, dei progetti di informatizzazione della macchina scolastica e sulla valorizzazione dei prof possono essere effettivamente supportate da un piano straordinario di finanziamenti.
In caso contrario, quel che conta sono le norme approvate. Che, ancora una volta, prevedono per la scuola un ridimensionamento delle spese. Le quali rispetto al Pil sono destinate a ridursi anche nei prossimi due anni. Per ora la Carrozza, arrivata a viale Trastevere da pochi giorni, non ha mai parlato dei tagli previsti. Anzi, si è sempre detta ottimista, inviando messaggi ai colleghi di Governo, ad iniziare dal premier concittadino, orientati al bisogno di crescita (implicitamente anche dei fondi) da assegnare alla scuola.
"Intervenire sull'edilizia scolastica e migliorare il rapporto tra pubblico e privato sono le priorità", ha ribadito il neo ministro del Miur in un'intervista (di cui è stata anticipata una sintesi) a Sette, in edicola da venerdì 10 maggio, che dedica uno speciale allo stato della cultura e dell'istruzione in Italia.
Per realizzare il primo punto, necessario perché "non si può parlare di una scuola moderna quando ad alcune strutture manca il tetto per ripararti dalla pioggia", Carrozza confida "nella collaborazione con i colleghi dell'Economia e delle Infrastrutture e nelle parole di Letta che ha detto che l'università e la scuola sono settori da cui ripartire".
Il Ministro si conferma poi più a suo agio quando parla degli atenei. Stavolta spiega come dovrebbero essere gestiti i rapporti dell’università con privati: secondo il ministro, "gli atenei dovrebbero smetterla di pensare che avere rapporti con i privati equivalga a vendere l'anima e potrebbero cominciare a studiare anche secondo le linee di indirizzo delle imprese mentre le imprese dovrebbero abbandonare l'illusione che finanziare l'università equivalga a espandere la propria linea di produzione". A parere di Maria Chiara Carrozza la premessa per una collaborazione virtuosa è che l'università sia solida e abbia una buona reputazione: "A questa condizione le imprese che ne finanziano i progetti non proveranno mai ad approfittarsene. Se invece un'università è alla fame, accetterà anche pressioni da parte delle imprese”.


  • Test Invalsi, è proprio valutazione?

l'Unità, del 09-05-2013, di Benedetto Vertecchi

 

LA CAMPAGNA DI RILEVAZIONI CHE SI STA AVVIANDO NELLE SCUOLE ITALIANE CONTIENE NON POCHI ELEMENTI DI AMBIGUITÀ. Proprio da tali ambiguità hanno origine sia gli atteggiamenti critici di tipo complessivo, sia gran parte delle obiezioni sollevate sulle scelte tecniche e organizzative effettuate. Cercherò di definire qui i principali aspetti della questione valutativa, al fine di affermare, almeno sul piano concettuale, riferimenti corretti. Per cominciare, è difficile considerare valutativa un'attività che consiste nel rilevare sull'intera popolazione la capacità di soddisfare un certo numero di consegne. Un conto è, infatti, che un numero limitato di allievi (una classe, una scuola) sia sollecitato a dimostrare le conoscenze di cui dispone, altro conto che la medesima operazione sia compiuta sui grandi numeri. In una classe, o in una scuola, gli insegnanti possono avvertire l'esigenza di fondare le scelte ulteriori su un quadro meglio definito di quello già disponibile e che, se si avverte tale esigenza, è presumibile che non soddisfi pienamente. Quella che viene compiuta è un'operazione di verifica (o di misurazione) che è solo parte di una strategia valutativa che si fonda sulla considerazione del modo in cui si distribuiscono tre principali gruppi di variabili. Il primo gruppo riguarda le caratteristiche dei singoli allievi, il secondo quelle del contesto socioculturale che fa da contorno alla scuola e il terzo le scelte organizzative e didattiche cui si conforma l'attività educativa. Ciascun gruppo di variabili dev'essere considerato per la maggiore o minore prossimità degli effetti che può indurre sia nel tempo breve sia, a maggior ragione, nei tempi lunghi. In altre parole, le caratteristiche degli allievi sono da collegare alle esperienze e alle interazioni della vita quotidiana, ma anche ai condizionamenti di provenienza remota, per esempio quelli consumistici e valoriali derivanti dall'esposizione ai messaggi della comunicazione sociale. È evidente che le scuole incontrano maggiori o minori difficoltà nello svolgere il loro compito educativo se la cultura informale degli allievi converge con quella formale. Ci sono due modi per interpretare i dati che si riferiscono a questi due gruppi di variabili: si può operare un taglio sincronico nel fluire dell'attività, o si può cercare di coglierne l'evoluzione attraverso il tempo. Il taglio sincronico (è come dire la fotografia della condizione esistente) ha una sua utilità didattica, ma può portare a stabilire inferenze improprie se si tentano interpretazioni che riguardano il processo educativo, e quindi i cambiamenti che è possibile rilevare nei due gruppi di variabili menzionati. Una prospettiva temporale estesa è dunque la condizione per valutare l'attività educativa. Ed è su questa valutazione che le scuole possono fondare le decisioni che riguardano le scelte organizzative e didattiche (terzo gruppo di variabili). Le considerazioni appena esposte hanno senso se riferite a situazioni non troppo diverse le une dalle altre. Ne hanno molto meno quando il quadro di riferimento presenta, come nel sistema scolastico italiano, livelli elevati di dispersione nella distribuzione delle variabili tra le aree geografiche, le tipologie di territorio, i diversi insediamenti della popolazione, le attività produttive, la qualificazione culturale dei contesti. È da notare che queste condizioni sono note da decenni, e sono state rilevate, su basi campionarie con procedure definite nell'ambito d'istituzioni internazionali, già una quarantina d'anni fa. Il fatto è che dai dati allora raccolti, così come da quelli rilevati in occasioni successive, una volta scontato l'effetto emotivo del momento, non sono state tratte conseguenze. Le misurazioni sono rimaste misurazioni e le valutazioni, che avrebbero comportato una qualche assunzione di responsabilità, non ci sono state. Si comprende, di conseguenza, l'atteggiamento negativo che si è prodotto nei riguardi di una misurazione della quale sono troppo poco definiti gli intenti per offrire un riferimento attendibile al dibattito sullo sviluppo del sistema educativo e, considerando gli orientamenti che hanno prevalso nella politica scolastica di questo inizio di secolo, si capisce anche perché non pochi sospettino che l'intento perseguito non sia quello di migliorare il sistema, ma di riversare la responsabilità di ciò che non soddisfa sulle scuole e sugli insegnanti. Non è facile tuttavia indicare che cosa soddisfi e che cosa non soddisfi. Sono stati troppi e contraddittori i segnali rivolti alle scuole circa gli intenti da perseguire con la loro attività. Siamo tutti sensibili ai livelli scadenti della capacità di comprensione della lettura o delle competenze matematiche e scientifiche, ma non si capisce per quale ragione non si sia posto impegno nella riorganizzazione della lettura pubblica o delle biblioteche scolastiche e si siano lasciati andare in malora, quando esistevano, i laboratori per le esperienze e le dimostrazioni scientifiche. Al contrario, sono stati agitati lustrini sostitutivi con l'unico effetto di ridurre ancora di più le risorse utilizzabili dalle scuole per proporre esperienze di apprendimento valide per tempi estesi. Le reazioni di rifiuto indotte da comportamenti improvvidi rischiano di disperdere anche quel poco di sistematica valutativa che, molto faticosamente, si era affermata nella scuole: per esempio, la distinzione tra le varie funzioni della valutazione, l'individuazione delle possibilità e dei limiti delle diverse soluzioni strumentali ecc. Non contribuisce a creare un clima favorevole l'enfasi che è stata posta sulle misure per individuare comportamenti impropri (cheating: ma perché dirlo in inglese? La parola italiana imbroglio è forse meno densa di significato?). C'è bisogno di ricostruire un clima di fiducia, senza il quale nessuna valutazione è possibile. Occorre chiarezza nell'indicazione degli intenti, oltre a una competenza valutativa che non derivi da semplice imitazione di quanto avviene altrove, ma da una accumulazione originale di conoscenza quale può fornire solo un serio impegno per lo sviluppo della ricerca educativa.

 


  • Invalsi e il "peccato originale" dei valutatori di professione

Retescuole, del 09-05-2013, di Giorgio Israel

Caro direttore, il dottor Paolo Sestito risponde molto civilmente alle critiche rivolte all’Invalsi (1), dichiarandosi aperto a discutere anche quelle più severe, e di ciò va ringraziato. Ma la sua replica non risponde affatto alle questioni di fondo, anzi, le elude, dando per scontati concetti che sono proprio quelli su cui occorre portare la discussione.

La risposta del dottor Sestito mette in evidenza il peccato originale dell’Invalsi che, se non corretto, può condurre a effetti sempre più devastanti. Questo peccato consiste nel fatto che l’Invalsi non è più soltanto un ufficio operativo, ma un vero e proprio ufficio studi, anzi un centro ideologico che opera sulla base di un serie di assiomi dati per scontati e che sono invece altamente opinabili. È come se l’Invalsi si fosse arrogato un diritto che nessun centro di ricerca si è mai permesso: risolvere in modo definitivo e apodittico questioni centrali e controverse dell’epistemologia della conoscenza e della filosofia della scienza. Per questo esso considera al di sopra di ogni discussione il suo operare; e ne trae la legittimazione per condurre una vera e propria opera di “formazione quadri” (valutatori).

Giorni fa è venuta dai vertici dell’Invalsi la seguente autogiustificazione: noi non misuriamo le conoscenze, bensì le competenze. E il dottor Sestito ribadisce e precisa il compito dell’ente: «misurare le competenze intese come capacità di usare le conoscenze in contesti diversi e non scolastici».

Mi limito qui a richiamare una serie di punti che ho discusso più dettagliatamente in un dibattito sulle competenze comparso su Scuola Democratica (2) poco più di un anno fa.

1) “Misurare”. Permetterà il dottor Sestito, ma questo uso disinvolto del termine “misurare” applicato a entità immateriali è a dir poco perturbante per chi si occupa di storia ed epistemologia della scienza da decenni. Esiste una letteratura sterminata su questa tematica e anche i più arditi sostenitori dell’applicabilità delle metodologie quantitative in uso nelle scienze esatte fuori dal loro campo, hanno sempre ammesso la non misurabilità dei concetti che intervengono nel dominio delle proprietà immateriali.

La domanda è semplice: “qual è l’unità di misura in gioco?” (nella fattispecie l’unità di misura delle competenze). Evidentemente non esiste. Persino von Neumann che si spinse a introdurre l’idea di “utile” come unità di misura dell’utilità fece macchina indietro dichiarando che l’inconfrontabilità delle “misure” ottenute per soggetti diversi rende impossibile parlare di “misurazione”. So bene che esiste una letteratura pseudo-scientifica che tenta di avallare l’idea che si possa “misurare”, dichiarando “superato” il problema dell’unità di misura. Ma è opportuno parlare di cose serie e seriamente. Difatti, quando ho posto questo problema non ho mai avuto risposta salvo due volte: la prima affermando che l’unità di misura delle competenze sarebbero i test; l’altra quando si è obiettato che anche quando si attribuisce un voto si “misura”.

Sono risposte assurde. Evidentemente il test non è un’unità di misura di alcunché. Il test è formulato da persone, secondo criteri soggettivi, discutibili, non a caso accesamente discussi. Pretendere che i test siano unità di misura è come immaginare che un gruppo di persone si affolli attorno a un tavolo per misurarne i lati, ciascuna col suo metro personale, litigando su quale sia il più corretto e affidabile. Il punto è che sventolare la parola “oggettivo” come troppo spesso si fa dall’Invalsi, è inaccettabile: la valutazione è un’attività che ha un’ineliminabile componente soggettiva e cercare di nasconderla è come gettare la spazzatura sotto il tappeto. Al signore che mi disse che quando attribuisco un voto a un esame “misuro”, risposi che “non misuro un bel niente”, bensì fornisco “una stima numerica, con un sistema convenzionale, del mio giudizio soggettivo del candidato”.

Certo, siamo tutti d’accordo nel voler perseguire valutazioni il più possibile condivise, ma lasciamo perdere una volta per tutte i termini “misurare” e “oggettivo” e parliamo dell’esigenza di perseguire valutazioni il più possibile “equanimi”, “imparziali” e “condivise”. In fondo, per questo esistono i consigli di classe e la discussione tra insegnanti. La cultura è discussione interminabilmente aperta. La valutazione è un processo culturale e volerla ridurre a una tecnica di misurazione come la misurazione di un’intensità di corrente o di una lunghezza è assurdo – vorrei usare termini assai più forti, ma mi limito a dire “assurdo”. Si può pretendere su simili fragili basi di costruire una misurazione di Stato?

2) “Competenze”. Il dottor Sestito dovrebbe sapere che non esiste affatto una definizione condivisa di competenza. Dovrebbe sapere che sono stati convocati persino congressi per arrivare a una definizione condivisa e che non si è arrivati da nessuna parte. Esistono centinaia di definizioni diverse di competenze.

Egli propone la sua – «capacità di usare le conoscenze in contesti diversi e non scolastici» – del tutto opinabile e alquanto fumosa. Che vuol dire esattamente “diversi” e “non scolastici”? Per esempio, non è chiaro affatto che cosa sarebbe l’uso di conoscenze matematiche in contesti non scolastici. Ma il dottor Sestito non ha colpa perché il concetto di competenza è vasto e inafferrabile e proprio per questo è ancor più assurda l’idea che lo si possa misurare. Piuttosto la colpa del dottor Sestito è di lasciar credere che questo sia possibile, quando gli specialisti più seri di docimologia ammettono che soltanto a livelli molto elementari è possibile una stima numerica (rifuggo dal termine “misurazione”) della capacità di usare conoscenze, mentre è del tutto impossibile quando intervengono aspetti relazionali, il che accade sia nei contesti scolastici che, ancor più, in quelli non scolastici).

Il punto è che è vero proprio il contrario di quel che asseriscono i vertici dell’Invalsi. In misura assai limitata è possibile stimare numericamente “le conoscenze” di una persona, anche con test a risposta chiusa: posso verificare se uno studente conosce o no il teorema di Pitagora, l’algoritmo della divisione con resto o la legge commutativa dell’addizione; posso controllare la sua conoscenza delle regole basilari dell’ortografia, della grammatica e della sintassi. Ma è velleitario, se non grottesco, pretendere di stimare numericamente le sue “competenze”, quale che ne sia la definizione.

Tempo fa feci l’esempio di un’esperienza realmente effettuata su bambini della primaria ponendo loro un semplice problema matematico derivante da una situazione reale. Le soluzioni furono molto diverse: c’è chi seguì una via aritmetica (di puro conteggio), chi propose un’impostazione che conteneva idee di tipo algebrico, chi tradusse il problema in termini geometrici. Come valutare le competenze? Personalmente, considero di gran lunga più interessante ed espressione di una mentalità creativa l’approccio geometrico; ma sono certo che altri colleghi, ispirati a una visione matematica più astratta, preferirebbero l’approccio algebrico, indicativo di una mentalità già strutturata dal punto di vista logico. E vi potrebbero essere molti altri punti di vista su cui confrontarsi, che dipendono da visioni culturali che non possono certo essere standardizzate da un’ideologia di Stato.

L’unico approccio culturalmente sensato e aperto è affidare la riflessione a un insegnante, che oltretutto conosce i soggetti in gioco; magari un insegnante che ha posto a confronto la sua visione con quella di altri colleghi o in un processo continuo di formazione in servizio, anche a contatto con l’università. Già un gran passo avanti sarebbe istituzionalizzare un rapporto culturale tra insegnanti nelle scuole. Ma non voglio deviare il discorso. Resta il fatto che è raccapricciante l’idea che una classifica di competenze tra diverse soluzioni di un problema (come nel caso citato) sia affidata a un gruppo di “valutatori” che procede secondo schemi standardizzati e stabiliti una volta per tutte.

D’altra parte, come può pretendere l’Invalsi di possedere le competenze (è il caso di dirlo!) per stabilire procedure standardizzate di valutazione di questioni e situazioni tanto variate e tanto complesse?

Si rassegni il dottor Sestito: i principi della cultura, della conoscenza e delle capacità non si definiscono e non si standardizzano, tanto meno in un ente di Stato.

In un commento alla mia lettera aperta al ministro Carrozza (3), un lettore de ilsussidiario.net ha ricordato come, in un recente seminario, la dott.ssa Bertocchi abbia osservato che per i «tre aspetti fondamentali della competenza linguistica – interazione orale, analisi e comprensione di un testo scritto e riflessione metalinguistica, produzione di un testo scritto – solo per il secondo siamo in grado di mettere in campo un test di misurazione». La massima stima per la dott.ssa Bertocchi, ma forse dovrebbe rassegnarsi a non presentarsi come una sintesi di Saussure, Cassirer e Chomsky: lasci perdere la definizione dei “tre” (e perché non quattro, sei o tredici?) aspetti fondamentali della competenza linguistica; è troppo anche per lei.

Sono queste pretese che rendono antipatico l’Invalsi. Siamo grati che si sia almeno ammesso che per il primo e terzo aspetto non si sappia come “misurare”. Ma affermare che sia possibile mettere in campo test di misurazione per il secondo aspetto, non è solo inaccettabile, ma è una pretesa che aggiunge all’antipatia l’irritazione. Per favore, non ci prendete tutti per scemi: abbiamo studiato anche noi e sappiamo cosa sia un testo letterario. La ricchezza di un testo letterario (di valore) consiste proprio nella multiformità e inesauribile ricchezza dei suoi significati e delle possibili interpretazioni. Altrimenti l’esegesi e la critica letteraria non esisterebbe o sarebbe riducibile a un prontuario (compilato da un ufficio).

Non esiste un’interpretazione univoca di un testo e spesso lo studente più intelligente è proprio quello che vorrebbe apporre più di un crocetta sulle varie alternative di risposta, o non ne vorrebbe apporre alcuna perché nessuna corrisponde all’idea che si è fatta del senso del testo. Ho esemplificato in vari casi l’assurdità di certi test di comprensione di un brano letterario e non ho avuto alcuna risposta, se non la vaga difesa che si trattava di verificare soltanto la comprensione testuale. Ma non è così, e non soltanto perché i test mirano a ben altro, ma anche perché l’intento è molto più ambizioso: “analisi” del testo e addirittura “riflessione metalinguistica”.

Come definire, se non molto severamente, l’idea che ci sia un gruppo di persone che si arroga il diritto di sentenziare qual è il significato dei primi versi della “Ginestra” di Leopardi o quali sono i sentimenti dell’Innominato, e su questa base di valutare i candidati?

Ripeto: è l’ergersi a centro dispensatore di precetti apodittici che riguardano nientemeno che i pilastri dei processi di conoscenza, che rende francamente insopportabile l’agire dell’Invalsi per chiunque creda ancora nell’autonomia intellettuale e nella libertà di pensiero (e, di conseguenza, nella libertà d’insegnamento). Con quale diritto ci si costringe a sentir parlare certi consulenti dell’Invalsi di “matematica argomentativa”, di “advanced mathematical thinking” (l’inglese è un passaporto per tutto) o di consimili idee strampalate offerte come verità stabilite per decreto legge?

Questa è cultura di Stato, roba che può affermarsi soltanto in un paese che non ha interiorizzato una visione liberale e aperta della cultura e che è ancora oppresso da un dirigismo di stampo bottaiano.
Si richiede un po’ più di riflessione e di cautela e, soprattutto, un po’ più di modestia.

(1) Paolo Sestito (Invalsi) risponde alle critiche – 7 maggio 2013
http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2013/5/7/SCUOLA-Test-classifiche-esame-di-Stato-Sestito-Invalsi-risponde-alle-critiche/390308/
(2) Sulla questione delle competenze – giugno 2011
https://sites.google.com/site/gisrarticles/Dibattitocompetenze.pdf?attredirects=1
(3) Lettera aperta al ministro Carrozza – 2 maggio 2013
http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2013/5/2/SCUOLA-Israel-non-saranno-i-test-a-salvarla-Lettera-aperta-al-ministro-Carrozza/388820/

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2013/5/9/SCUOLA-Israel-ecco-il-peccato-originale-dei-valutatori-di-professione/391219

 


 
  • “Ma sono indispensabili per migliorare in tutto il mondo si valutano prof e alunni”

La difesa del sottosegretario Marco Rossi Doria: “Prove di intelligenza”

la Repubblica.it, del 08-05-2013, di C.Z.

ROMA

— Il sottosegretario Marco Rossi Doria è l’unico politico dell’Istruzione sopravvissuto all’era Profumo, il ministro che ha spinto sui test Invalsi e sul principio di valutazione delle scuole italiane. Reinsediatosi in viale Trastevere, Rossi Doria, già maestro di strada, dice convinto: «I grandi paesi e quelli in via di sviluppo hanno modalità di valutazione. Tutti. Si valutano alunni, insegnanti, scuole. In Germania e negli Stati Uniti, in India, in Brasile, in Corea. Perché mai il sistema scolastico italiano, che promuove o boccia milioni di ragazzi ogni anno, non dovrebbe essere valutato?».

Corretto. Ma i quiz sono il modo migliore?«Non sono quiz, sono prove di conoscenza e di intelligenza prodotte da insegnanti che per decenni si sono cimentati a scuola, spesso nelle condizioni più difficili. I test Invalsi sono criticati da intellettuali che pensano alla centralità del voto in italiano, come nei Sessanta. Oggi servono prove strutturate. E poi, anno dopo anno, questi test sono migliorati».

A cosa servono davvero i test Invalsi?

«A farci capire i punti di forza e di debolezza del nostro sistema, offrono una quantità di dati straordinaria. In Puglia hanno fatto aumentare le ore di italiano e matematica nelle scuole, e oggi certifichiamo un miglioramento ».

Molti insegnanti protestano.
«Si sentono costretti a un lavoro ulteriore non riconosciuto. Bisogna pagare meglio maestri e professori, questo è il punto».

 


  • “Un bimbo non si giudica con un quiz” la battaglia contro i test nelle scuole

Maestre in sciopero, famiglie in rivolta: “Sono difficili e frustranti”

la Repubblica.it, del 08-05-2013, di Corrado Zunino

ROMA

— Non ci sono gli studenti arrabbiati del 2011, arriveranno più avanti con i test Invalsi da somministrare alle superiori. E la Cgil, comunque critica sulla valutazione scolastica in base ai quiz, non ha scioperato togliendo batterie di fuoco al “Boikot Invalsi” versione 2013, iniziato ieri insieme alle prove per le scuole elementari (seconde e quinte). I Cobas, alfieri della protesta con balli e bandiere sotto il ministero, parlano del 20 per cento di maestri in sciopero. Gli organizzatori dell’Invalsi replicano che su 2.914 classi campione le prove non sono state effettuate nello 0,82% delle seconde e nello 0,75% delle quinte.
La distanza dei dati è in linea con le dichiarazioni degli ultimi tre anni, ma va sottolineato come il ministero consideri solo le classi campione quando, invece, gli scioperi ci sono stati anche nelle aule in cui i test non diventeranno prova statistica. In diverse scuole italiane, in realtà, i docenti si sono astenuti, alcuni genitori non si sono scientemente presentati e i presidi sono dovuti correre ai ripari ammassando alunni in una sola aula. Tra l’altro, la cifra delle classi vuote offerta dal ministero è tripla rispetto al 2011, a dimostrazione che, almeno tra gli insegnanti, il “no” ai test resta forte e motivato.
Gli strateghi dell’Invalsi non retrocedono dalla loro posizione: «Le prove Invalsi stanno migliorando la scuola italiana». I Cobas invece, attraverso il leader Piero Bernocchi, definiscono il test a risposta multipla «una vergognosa scheda sugli alunni che spinge a giudizi sommari e discriminatori su attitudini e personalità e attua una rilevazione di censo». Restando un po’ più sul pezzo, le maestre della Regina Margherita di Roma fanno sapere che le domande Invalsi «sono fuori dal contesto di un anno di lavoro e incapaci di cogliere la preparazione, tanto più la crescita ». All’Iqbal Masih di Roma molti genitori hanno fatto entrare i figli in ritardo scrivendo sulla giustificazione “causa Invalsi”. All’istituto Parini di Ostia sono saltate le prove in 4 quinte su 5. Da Pavia le insegnanti del Vallone ora sostengono: «Gli Invalsi sono frustranti per i bambini con un rendimento medio-basso, i quesiti troppo difficili. Si misura solo l’eccellenza, all’americana. Il test
è diventato un addestramento e per le famiglie un nuovo fattore ansiogeno». Un’insegnante genovese conferma: «Le prove sono difficili, hanno una taratura molto alta». A Genova, ecco, l’elementare Ada Negri è rimasta chiusa perché tutti i bidelli hanno aderito allo sciopero. Alla Anna Frank dieci maestri si sono rifiutati di somministrare i test.
Quest’anno alcuni intellettuali (Moni Ovadia) si sono schierati contro la valutazione con la crocetta. Il filologo e storico Luciano Canfora ha firmato l’appello Cobas e ha definito la prova «una mostruosità che può servire a premiare chi è dotato di buona memoria, non chi ha spirito critico. È il trionfo postumo di Mike Bongiorno. Se tolgo allo studente che si sta formando l’abito alla critica, lo trasformo in un pappagallo dotato di memoria, un suddito ». Roberto Ricci, responsabile dell’area prove Invalsi, difende la sua opera: «Quest’anno abbiamo dato più spazio a domande aperte, che in matematica consentono risposte più ricche. Vogliamo capire il ragionamento compiuto dallo studente per dare la risposta, individuare il lettore più competente non quello erudito. Per far bene le prove Invalsi bisogna aver fatto bene la scuola». E per la prima volta il presidente del Consiglio d’istituto, un genitore, potrà visionare i risultati ottenuti dalla sua scuola.


  • L'Istruzione non sia più commissariata dal Mef

di Mimmo Pantaleo segretario Flc-Cgil

ItaliaOggi, del 07-05-2013

Occorre un radicale cambio di rotta rispetto alle scelte politiche degli ultimi anni in tutti i comparti della conoscenza. L'ex ministro Profumo ha continuato l'opera di demolizione dell'istruzione pubblica, iniziata dalla Gelmini, nel nome dell'austerità e della riduzione del perimetro dell'intervento pubblico.

Ora bisogna ripartire dalla Costituzione per superare le enormi disuguaglianze e le iniquità che i tagli di questi anni hanno determinato nell'accesso al sapere e nelle condizioni di lavoro.

Al nuovo ministro chiediamo di esplicitare subito le linee sulle quali intende procedere. L'ambizione dovrebbe essere quella di dare una effettiva centralità ai temi della conoscenza e del lavoro, nel ricomporre culturalmente una società fortemente frantumata e nel garantire libertà vera ad ogni persona attraverso l'accesso al sapere. La prima condizione è ripristinare la democrazia nelle scuole e nelle università basata realmente sulla partecipazione dei lavoratori, degli studenti e delle famiglie superando i modelli autoritari e gerarchici imposti in questi anni. Per questa ragione, serve una larga consultazione nazionale che individui i terreni fondamentali di intervento per ridare valore sociale all'investimento in istruzione. Riteniamo che serva prima di tutto ridare effettiva autonomia alla funzione di governo del Miur sempre più residuale rispetto alle compatibilità finanziarie e dei controlli decisi unilaterlamente dal Mef. Nei primi cento giorni di governo rivendichiamo maggiori risorse da finalizzare all'edilizia scolastica, alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, alla valorizzazione dell'autonomia scolastica, all'aumento degli organici, al superamento del precariato, al rinnovo dei contratti nazionali e all'affermazione di un nuovo obbligo scolastico a 18 anni e l'apprendimento in tutto l'arco della vita. In più, la revisione del regolamento sulla valutazione del tutto inefficace e confuso perché troppo «Invalsi dipendente» e la cancellazione della odiosa norma sui docenti inidonei. Misureremo la volontà di cambiamento dagli atti concreti e dalle modalità con le quali si affronteranno le tantissime emergenze rimaste in sospeso per l'incapacità e la debolezza dimostrata dal Miur e da Profumo

 


  • Invalsi, per Flc-Cgil è necessario cambiare rotta

La FLC CGIL chiede al Ministro di fermare l’inutile deriva dei test e modificare il Regolamento sul sistema nazionale di valutazione. Appello per avviare una capillare raccolta di firme

La Tecnica della Scuola.it, del 07-05-2013, di P.A.

La FLC CGIL chiede al Ministro di fermare l’inutile deriva dei test e modificare il Regolamento sul sistema nazionale di valutazione. Appello per avviare una capillare raccolta di firme.
Carente per la Flc-Cgil le norme per gli allievi con bisogni educativi speciali, per i quali sarà il dirigente scolastico a valutare caso per caso e decidere se l’alunno svolgerà la prova separatamente, in altro locale, con l’ausilio dei docenti o meno.
Se è carente l’approccio sull’integrazione, le promesse dell’Invalsi, dice Flc-Cgil, appaiono poco convincenti:
• prevede di restituire i risultati delle prove alle scuole già all’inizio di settembre,
• contrasterà il cosiddetto cheating (l’alterazione scorretta degli esiti delle prove da parte degli allievi e/o della scuola)
• comincerà a restituire informazioni atte a consentire alle scuole una comparazione con il proprio passato
• avvierà la costruzione di un archivio ragionato con le principali esperienze di utilizzo dei dati
• fornirà alle scuole un format nel caso volessero rendere pubblici i propri risultati.

E ancora:

• si intende lavorare a prove inseribili in un esame di stato riformato fin dal 2015 e adoperabili ai fini di orientamento e selezione nei successivi percorsi universitari (fin dal 2014)
• si definiranno prove per la lingua inglese e le competenze scientifiche nelle scuole del primo ciclo
• si transiterà verso l’uso del computer
• verrà pubblicata una “banca prove” a disposizione delle scuole per compiere proprie autonome valutazioni (e chi meglio dell’invalsi stesso potrebbe fornire i materiali del teaching to test?)
• si ripenserà la scansione temporale delle prove nel ciclo complessivo degli studi.

E di fronte a tante promesse, rimane un atteggiamento autoritario (il regolamento è stato approvato da un governo a fine mandato)

• un’impostazione parziale e riduttiva: tutto viene ridotto alle prove e, come se non bastasse, le prove hanno grossi limiti. Al tempo stesso, il ruolo dell’Invalsi si dilata in modo invasivo a coprire ambiti non propri, ma spettanti a chi ha ruolo politico e non tecnico, oltre a svilire progressivamente dell’immagine stessa dell’autonomia scolastica
• nessuna risorsa al sistema scolastico per avviare reali processi di valutazione e autovalutazione
• un silenzio sprezzante sull’aggravio di lavoro per il personale docente e di segreteria che deve essere riconosciuto economicamente
• un’apertura sostanziale all’utilizzo “selvaggio” degli esiti delle prove in funzione di improprie e deleterie competizioni tra scuole (il cosiddetto format onnicomprensivo ci sembra una vera foglia di fico)
• si nega che le prove servano alla valutazione degli alunni mentre si mantiene la prova d’esame per il primo ciclo (che ne altera e stravolge gli esiti) e si procede con la sua introduzione anche nel secondo ciclo.

Non è davvero questa la direzione che serve alla scuola, dice la Flc, e a tal fine ha deciso nel proprio Comitato direttivo di predisporre un appello, che verrà pubblicato nei prossimi giorni, per avviare una capillare raccolta di firme tra il personale della scuola, tra gli studenti le famiglie e la cittadinanza e di proseguire il confronto con le associazioni professionali, studentesche e dei genitori che hanno sottoscritto il documento sul Regolamento sul sistema nazionale di valutazione per definire una grande iniziativa pubblica e aperta che costituisca il preludio ad una consultazione nazionale. Su tale tema verrà chiesto con urgenza un incontro con il nuovo Ministro dell’Istruzione
 


  • Università, l’appello delle associazioni per i "Primi 100 giorni" di Governo

La situazione è gravissima, serve una gestione democratica, più diritto allo studio, un rafforzamento del valore legale delle lauree, uno straordinario reclutamento dei prof, la valorizzazione del dottorato e del ruolo svolto dai tecnico-amministrativi

LaTecnicadellaScuola.it, del 07-05-2013, di A.G.

Le organizzazioni di docenti, ricercatori, personale e studenti chiedono d'incontrare Carrozza: la situazione è gravissima, serve una gestione democratica, più diritto allo studio, un rafforzamento del valore legale delle lauree, uno straordinario reclutamento dei prof, la valorizzazione del dottorato e del ruolo svolto dai tecnico-amministrativi. Poi rivedere il ruolo dell'Anvur e finanziamenti in linea Ue. L’impegno appare improbo. Ma già invertire la tendenza sarebbe importante.

Si allunga la lista delle associazioni e delle rappresentanze che operano nel campo dell’istruzione e che attraverso le loro esternazioni tentano di incidere sulla politica del nuovo ministro Maria Grazia Carrozza. Stavolta a dire la loro, chiedendo anche un incontro urgente con il responsabile del Miur, sono le organizzazioni rappresentative di docenti, ricercatori, tecnico-amministrativi, dottorandi, precari e studenti universitari: attraverso un documento unitario (firmato da ADI, ADU, ANDU, CIPUR, CISL-Università, CNRU, CNU, COBAS-Pubblico Impiego, CoNPAss, CSA-CISAL Università, FLC CGIL, LINK, RETE29Aprile, SNALS-Docenti, SUN, UDU, UGL-INTESA FP, UIL RUA, USB-Pubblico Impiego), le rappresentanze accademiche chiedono a Carrozza “di poterla incontrare al più presto”: l’obiettivo è illustrargli “un gruppo di richieste per i ‘Primi 100 giorni’, la cui accettazione e attuazione dipendono direttamente dallo stesso Ministro”.

Nella missiva, le associazioni ricordano alla Carrozza che negli ultimi tempi l’università italiana “è stata ridotta in una situazione gravissima”. Nel documento unitario, le organizzazioni universitarie hanno, tra l'altro, “fortemente auspicato che il nuovo Parlamento e il nuovo Governo, a differenza dei precedenti, non ascoltino soltanto coloro che hanno interesse allo smantellamento dell’Università statale. La forte domanda di cambiamento che emerge anche dall'Università, certamente porterà il nuovo Governo e il nuovo Parlamento a considerare seriamente l'alta formazione e la ricerca come prime emergenze del Paese e, quindi, ci si aspettano immediati atti legislativi e ministeriali che - come richiesto dalla stragrande maggioranza del mondo universitario - rendano democratica la gestione degli Atenei, assicurino il diritto allo studio e rafforzino il valore reale e legale delle lauree, prevedano uno straordinario reclutamento nel ruolo della docenza da rendere unico, valorizzino il dottorato di ricerca, riconoscano maggiormente il ruolo svolto dai Tecnico-amministrativi, rivedano radicalmente il ruolo e la composizione dell'ANVUR, prevedano un finanziamento che sia non inferiore alla media europea”.

Molte delle richieste appaiono condivisibili. E anche già chiare al Ministro, visto che proviene da un contesto accademico. Resta da capire quante delle istanze saranno recepite. E, soprattutto, se vi saranno la volontà (bipartisan, vista la composizione del Governo) e i finanziamenti (elemento imprescindibile ma tutt’altro che sicuro) per condurli in porto.
 


  • Pantaleo alla ministra: aprire una stagione nuova

Le controriforme della Gelmini, la legge Brunetta e la privatizzazione dei saperi devono essere cancellati aprendo una stagione nuova per scuola, università e ricerca. Così Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, in un comunicato stampa

LaTecnicadellaScuola.it, del 07-05-2013, di A.G.

Per questa ragione la FLC CGIL, dice Pantaleo, propone di investire 4 miliardi di euro annui per allineare la spesa per istruzione e ricerca alla media europea.
Le priorità per Flc-Cgil sono:

 più occupazione

• superamento della precarietà

• investimenti in infrastrutture

• rinnovo del contratto nazionale

• liberare la contrattazione decentrata dai vincoli assurdi della legge Brunetta

• obbligo d'istruzione per tutti a 18 anni

• diritto allo studio

• miglioramento qualitativo dei sistemi di formazione, istruzione e ricerca pubblici.

Chiediamo alla Ministra Carrozza, continua Pantaleo, di aprire una larga consultazione pubblica, mentre centrale risulta la piena e buona occupazione.

Ora si vada ai fatti, conclude il segretario, la mobilitazione continuerà e si allargherà perché questi anni hanno insegnato che senza lotte e senza autonomia del sindacato non ci possono essere risultati concreti.

 


 

  • Occupazione, quando la laurea non basta

Secondo l'Istat in 200mila restano senza impiego nonostante il famoso "pezzo di carta". Un record negativo rispetto alla media europea.

la Repubblica.it, del 06-05-2013, di Christian Benna

Milano. L’ università della vita boccia i dottori. Succede in Italia dove il pezzo di carta rimane nelle tasche di 200mila laureati fermi al palo della disoccupazione. Il record negativo è certificato dall’Istat: nel 2011 il numero di giovani a spasso con titolo di studio conseguito in un delle facoltà della Penisola è aumentato del 27%. Non stupisce quindi che nella nuova ondata migratoria, 100 mila italiani in fuga solo lo scorso anno, uno su tre possiede almeno una laurea. La crisi degli atenei, va a braccetto, in un valzer sul Titanic, con la crisi dell’economia e del lavoro. Le università italiane negli ultimi dieci anni hanno perso 58 mila studenti; con calo delle matricole pari al 17% sul totale della popolazione universitaria. Come se in un decennio — quantifica il Consiglio universitario nazionale — fosse scomparso un ateneo come la Statale di Milano. Un’emorragia che si traduce in tracollo nelle classiche Ocse in quanto a percentuali di laureati tra 30 e 34 anni: l’Italia scivola al 34esimo posto su 36 paesi, a quota 19% contro una media europea del 30%. Si riducono anche i professori, del 22% dal 2006 a oggi, i corsi di laurea (1.195 in meno in sei anni) e i dottorati (6.000 in meno rispetto agli standard europei. Come invertire la rotta? Se la demografia italiana non aiuta, se il valore del pezzo di carta incomincia ad ingiallire, i prossimi passi suggeriscono da più parti gli esperti — devono essere fatti proprio in direzione del lavoro.

Il vicepresidente di Confindustria con delega all’Education Ivanohe Lo Bello, ha ribadito la necessità di «percorsi formativi all’interno della scuola che si devono incrociare con quelli delle aziende». E spiega: «Il Paese ha bisogno di un’università che crei più occupazione. Abbiamo bisogno di giovani più competitivi e in grado di innovare il sistema produttivo. L’università, in collaborazione con le imprese, deve offrire una formazione più concreta e aperta al mondo del lavoro. Come fare? Puntare sulle lauree triennali professionalizzanti; diffondere tirocini nelle facoltà tecnico-scientifiche; valorizzare i nuovi Its; utilizzare lo strumento dell’alto apprendistato che permette di svolgere il dottorato in partnership con le aziende». Intanto bisogna ridurre il gap tra lavoro e formazione. Nel 2011, infatti, il tasso di disoccupazione tra i 25 e i 29 anni raggiunge per i laureati il 16%, un livello superiore sia a quanto registrato dai diplomati nella stessa fascia d’età (12,6%) sia alla media dei 25-29enni (14,4%). Andrea Cammelli direttore di Almalaurea, invita a guardare i numeri con spirito critico. «Se si arriva alla conclusione che la laurea non serve più a nulla, affermiamo una sciocchezza che risulta pericolosa per il futuro del paese». Dati alla mano, Cammelli riconosce che l’avviamento al lavoro per i nostri neo — laureati è piuttosto problematico. Circa l’11% dei giovani a un anno dalla laurea non ha lavoro. Quota che però scende al 6% nel periodo successivo. «Nei primi anni di lavoro i coetanei non laureati hanno in media redditi più alti. È del tutto normale, perché si tratta di giovani che sono entrati molto prima nel mercato del lavoro. Nel tempo però non c’è partita. Studiare conviene». Secondo i dati di Almalaurea chi possiede un titolo di studio di un Ateneo italiano arriva a guadagnare nel corso della vita fino al 50% in più rispetto a un diplomato. L’università italiana, secondo Cammelli, deve sapere interpretare questi fenomeni, costruendo ponti con il mondo del lavoro, ma anche le aziende devono sapersi rinnovare. E dice: «La gran parte dei manager europei, 34 su cento, ha una laurea, in Germania la percentuale sale a 44. In Italia siamo appena a 15. Questo è uno spread educativo che dovrà essere colmato». Le università italiane che sfornato laureati con posto “assicurato” sono le solite note: medicina, economia e ingegneria. Sorprendono invece quelle in fondo alla classifica, chimica e geologia biologia. Se i risultati in termini di occupazione non sono buoni, a monte il mondo delle università appare ancora cristallizzato alle dinamiche del secolo scorso. La maggior parte dei laureati, il 49%, ha studiato nella propria città di appartenenza. Solo il 26% è di estrazione operaie. E appena l’8,4% ha completato gli studi lavorando. Andrea Lenzi, presidente del Cun, Consiglio universitario nazionale, «servono soldi veri e investimenti per garantire al diritto allo studio, borse di studio e college per studenti, spese senza le quali è difficile immaginare una ripresa». Il taglio di 400 milioni di euro al Fondo di finanziamento ordinario per l’anno 2013 ha indebolito le risorse delle Università, già in calo programmato del 5% annuo dal 2009. Tuttavia «ben consapevole delle ristrettezza economiche, almeno dobbiamo prendere dei provvedimenti per migliorare la qualità dello studio e dell’accesso all’università ». E spiega: «L’orientamento è uno dei pilastri dell’insegnamento. In Italia è quasi del tutto assente. Invece bisogna spiegare ai giovani delle scuole secondarie il loro futuro. E questo a partire da due argomenti: il primo è la conoscenza delle possibilità di studio, quando oggi ci si iscrive all’università spesso quasi per caso. E il secondo è dire chiaro hai ragazzi le opportunità di lavoro che una determinata facoltà offre. Il placement andrebbe scritto a fianco del nome del corso di laurea». Nel 2011 il numero dei giovani a spasso con titolo di studio conseguito in un delle facoltà della Penisola è aumentato del 27% per cento Il taglio di 400 milioni di euro al Fondo 2013 ha indebolito le risorse delle Università.
 


  • Carrozza: «Sud, più risorse per trattenere i migliori»

Il ministro: precari e ricerca, pronti alla sfida

Il Mattino, del 06-05-2013, di Adolfo Pappalardo

«La nostra priorità è il Sud», dice subito, senza tanti giri di parole, Maria Chiara Carrozza appena insediatasi sulla poltrona più alta del ministero dell'Istruzione e Ricerca scientifica che pesa le parole ma chiarisce come occorre ridare speranza agli insegnanti precari: «Un problema enorme. Ma chi ha tenuto in piedi per anni la formazione non può essere buttato via». Ministro domani sarà a Napoli. A Città della Scienza e nella scuola media di Forcella per iniziare un tour. «Giusto partire da Napoli, un luogo simbolico del Mezzogiorno su cui occorre un'attenzione particolare. A cominciare da Città della Scienza dopo tutto quello che è avvenuto: il mio obiettivo è fare di tutto affinché ci sia una ripartenza della attività ma in questo momento occorre, soprattutto, la mia vicinanza e quella del governo alla comunità scientifica-accademica di Napoli. Questa visita è un modo simbolico per ricominciare a parlare di progetti concreti». Poi a Forcella, un quartiere disagiato di Napoli, come però ve ne sono diversi al Sud. «Ne sono consapevole. Voglio essere presente, parlare con i docenti, con gli alunni e capire cosa c'è che non va. A Napoli, poi a Bari a Palermo e, via via, risalire verso Nord per visitare le realtà di tutto il Paese: occorre una ricognizione di quello che tutti gli esponenti pensano dello stato attuale dell'università e di quello che c'è da fare. Alla fine del percorso di incontri definiremo le priorità in accordo con il Governo. Ma la mia priorità è il Sud del Paese». Consapevole del gap enorme, dal punto di vista dell'istruzione, che esiste tra le due aree del Paese? «Intanto preferisco vedere i dati e studiarli: preferisco non parlare per luoghi comuni altrimenti sono tutti discorsi che non servono a nulla». La riforma Gelmini non è stata da tutti digerita. «Già detto che la riforma del mio predecessore ha alcuni punti che probabilmente necessitano di un cambiamento. Ma vediamo: non è questa la mia priorità ora». Di certo la scuola sembra andare verso un sistema di valutazione, vedi Invalsi, di tipo statistico. Troppo, forse. Lei asseconderà o intende frenare? «Sicuramente occorre fare una riflessione: è sempre importante una valutazione ed io l'ho sempre fatto da rettore e da professore ma non ci si può abbandonare solo ai numeri. Qualche giorno fa Giorgio Israel, in una lettera pubblica, spiega che sia meglio non rimuovere questo sistema ma operare una riflessione. Ecco, ho avuto l'impressione, che la scuola sia divisa su questo punto». Anche sul voto alla maturità che da ora avrà un peso determinante sui punteggi per accedere alle università a numero chiuso. Con il paradosso che potrebbe essere privilegiato chi ha studiato in un diplomificio... «Sono contraria, da docente, a dare un voto sulla base di un altro conseguito in un'altra scuola. Il voto della maturità può essere utilizzato per i test universitari ma in minima parte. Io personalmente in questo caso non lo utilizzerei ma, tendenzialmente, se deve avere un peso che lo abbia in maniera limitata. Perché al di là dei voti noi abbiamo il dovere di dare ai giovani la possibilità di migliorarsi, non sbarrargli la strada». AI palo è l'Agenda digitale. Qualcuno sostiene che la rincorsa verso l'elettronica può essere dannosa per la scuola. Senza contare che il Mezzogiorno ha un digital divide più accentuato. «Occorre non abbandonare l'agenda digitale. La scuola, ma anche la ricerca sono temi trasversali che uniscono il Paese. C'é un'ampia convergenza sul fatto che ricerca e innovazione siano fondamentali per il futuro dell'Italia e non bisogna averne paura perché il mondo, e quindi la scuola, vanno verso una complessità. Ma questo deve essere uno strumento più ampio per portare a tutti internet e, quindi, servizi della pubblica amministrazione. Senza correre il rischio che qualcuno sia marginalizzato a causa della mancata copertura del territorio di internet. La digitalizzazione dei servizi può rendere tutto più trasparente e fruibile. Per abbattere costi e rispettare i diritti dei cittadini serve una struttura tecnologica adeguata. E solo così si potrà superare il gap tra le due parti del Paese». L'ultimo concorso, ancora in fieri, arriva dopo 13 anni. E non assorbirà tutti i precari. Il suo sottosegretario Rossi-Doria propende per una precedenza ma così si rischia di sbarrare un giovane che vuole insegnare.. «Quello dei precari è un problema enorme. Per anni hanno tenuto sulle loro spalle la scuola senza avere alcuna certezza sul proprio futuro. Ora non possiamo abbandonarli, abbiamo un dovere morale verso di loro ma è chiaro che deve essersi un bilanciamento anche per i giovani. Il punto fondamentale è lo stesso: ci sono pochi ingressi nel mondo della scuola e dell'università frontare questo pro Una ricerca della Federico II è impietosa: meno del 30per cento dei laureati lavora al Sud. Si spendono ingenti risorse per la formazione ma poi si fugge: cosa si può fare? «Occorre farlo, anzitutto. E concordo che dobbiae la priorità è afblema ». Aumentare le occasioni di lavoro agli under 24 Basta con la politica dei tagli mo investire su questo, per aumentare l'attrattività e le occasioni di lavoro ma purtroppo occorrono investimenti enormi. L'obiettivo c'è, il mio lavoro andrà in questo senso per cominciare ad invertire la tendenza ma non garantisco la rivoluzione». Magari anche colpa dei concorsi vinti dai soliti noti: da qui l'Anvur che ora prevede criteri bíbliometrici. Sono da cambiare? «Anche qui si è fatto un lavoro enorme per un sistema con punti di forza e debolezza che non si può liquidare su due piedi. Di certo, e l'ho già detto, occorre dire basta con le regole assurde: introdurre troppi livelli significa deresponsabilizzare chi sceglie». Servono risorse ma l'Italia è il Paese che per la ricerca investe di meno, in rapporto al pil, rispetto al resto d'Europa. S'invertirà la rotta? «Il mio obiettivo è aumentare le risorse. Di più non si può tagliare» "Il nostro sistema accademico è destinato al collasso": parole sue del settembre 2010. Da ministro cosa ha trovato? «Un mondo molto vivo che ha voglia di ripartire. E deve ripartire».
 


  • La rivoluzione INVALSI per cancellare i copioni. Domande diverse in aula

Flc-Cgil ha chiesto al ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza, di rivedere il regolamento sul sistema di valutazione «troppo centrato sul test Invalsi» perché «diciamo da tempo, ma non siamo certo i soli, che le prove Invalsi sono inefficaci -

LaStampa.it, del 06-05-2013, di Flavia Amabile (Roma)

Tempi duri per chi copia agli Invalsi. Da quest'anno i fascicoli per gli alunni sono in 5 versioni diverse, con domande in diversa sequenza. Chi li distribuirà dovrà consegnare ai vicini di banco versioni diverse dei fascicoli. Sarà facile individuarle perché sulla copertina ci sarà scritto il numero di ogni versione. Non solo le domande saranno poste in ordine diverso, e quindi quella che è la domanda numero due di una studentessa o di uno studente potrà essere la numero 23 di un altro. Ma anche le risposte multiple avranno una diversa successione. In questo modo nessuno potrà dire alla vicina o al vicino la risposta giusta né qualcuno in difficoltà potrà sperare di cavarsela sbirciando sul foglio dei compagni. I somministratori dovranno comunque dopo la distribuzione dei fascicoli, controllare che effettivamente chi è vicino di banco abbia versioni diverse, altrimenti dovrà effettuare degli spostamenti dei posti. E la risposta dell'Invalsi alle polemiche nate dopo i test dello scorso anno al secondo anno di superiori. Era capitato di tutto: messaggi via Twitter e via Facebook scritti dagli studenti durante i test persino con foto inviate sui social network. Il giro di vite riguarda tutti i test Invalsi, sia quelli di italiano che quelli di matematica, per tutti gli ordini di scuole in cui si svolgono le prove, dalla seconda elementare alle superiori. Nel manuale del somministratone diffuso dall'Invalsi a chi farà svolgere le prove, l'Invalsi chiede di scrivere sulla lavagna l'ora di inizio e di fine della prova e, poi, di girare «costantemente » tra i banchi «per assicurarsi che gli alunni lavorino in completa autonomia, con impegno e senza fermarsi». D'altra parte, secondo un sondaggio del sito Skuola.net nelle ore immediatamente successive ai test dello scorso anno il 40,5% degli studenti delle superiori aveva copiato. E i122% ha svelato che i loro professori hanno preso nota del codice degli alunni per mettere il voto: enorme irregolarità. Intanto proseguono le polemiche da parte dei sindacati, che non hanno mai accettato le prove. I Cobas hanno proclamato sciopero durante i giorni dei test e a Flc-Cgil ha chiesto al ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza, di rivedere il regolamento sul sistema di valutazione «troppo centrato sul test Invalsi» perché «diciamo da tempo, ma non siamo certo i soli, che le prove Invalsi sono inefficaci - spiega il segretario generale Mimmo Pantaleo - sbagliato partire da prove che testano l'apprendimento dell'italiano e della matematica per costruire un sistema di valutazione che è cosa complessa ». Anche la Flc-Cgil continuerà «ad appoggiare le iniziative promosse nelle scuole e nei territori».


  • Ok del Consiglio di Stato sul blocco degli stipendi

Reso noto il parere del Consiglio di Stato sullo schema di Regolamento approvato il 21 marzo scorso dal Governo che proroga di un altro anno il blocco degli scatti stipendiali già previsto dal decreto legge 78 del 2010.


LaTecnicadellaScuola.it, del 01-05-2013, di R.P.
 

Sull’ulteriore blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici previsto da un decreto legislativo approvato in via preliminare dal Governo il 21 marzo scorso si è espresso pochi giorni fa il Consiglio di Stato con un parere sostanzialmente favorevole.

Il provvedimento del Governo è di fatto un regolamento già previsto dal decreto legge 98 del 2011che a suo volta riprendeva la disposizione dell'art. 9, comma 23, del decreto legge n. 78/2010 che aveva introdotto il blocco dei 'gradoni' stipendiali dei pubblici dipendenti.

Lo schema di Regolamento stabilisce che l’azzeramento degli anni 2010, 2011 e 2012 ai fini della progressione di carriera si estende anche all’anno 2013.

Lo stesso provvedimento precisa anche che l’importo dell’indennità di vacanza contrattuale (si tratta peraltro di una somma molto modesta che non supera i 15-20 euro lordi mensili) non potrà essere aggiornato.

Per poter diventare legge, lo schema del 21 marzo dovrà passare nuovamente in Consiglio dei Ministri e non è detto che non subisca qualche modifica, anche perché, ovviamente, la protesta nei confronti dei provvedimento è già piuttosto ampia.

Proprio in queste ore, per esempio, l’Anief ha diramato un bellicoso comunicato con il quale minaccia di portare la questione davanti alla Corte Costituzionale con l’intenzione di seguire la strada che era stata seguita dai magistrati e dai super-dirigenti statali che aveva subito blocchi retributivi a seguito della applicazione del decreto legge 78/2010.

In effetti è vero che la Corte Costituzionale aveva dato ragione ai magistrati, ma è anche altrettanto vero che le motivazioni addotte non sembrano potersi estendere a tutto il pubblico impiego.

La Consulta, infatti, aveva argomentato che la retribuzione dei magistrati non può essere legata a meccanismi di natura contrattuale che rischierebbero di mettere in forse la stessa indipendenza del potere giudiziaria sancita espressamente dalla Costituzione.

Tuttavia se si legge con attenzione la sentenza della Consulta (la n. 223 del 2012) si scopre che anche l’eccessiva durata di una misura eccezionale come per esempio il blocco degli scatti potrebbe essere considerata illegittima.

La partita, dunque, è aperta e per capire come si concluderà è bene aspettare almeno le decisioni del nuovo Governo.

 


  • La missione del ministro Carrozza «Riforma Gelmini da cambiare»

Tra le priorità il precariato nella scuola. «I soldi? Letta mi aiuterà»

Il Giorno, del 02-05-2013, di Guglielmo Vezzosi (Pisa)

DALLA Scuola Superiore Sant'Anna, dove fino a pochi mesi fa era rettore di una delle istituzioni simbolo dell'eccellenza italiana, alla guida del dicastero di viale Trastevere. Maria Chiara Carrozza, pisana, 48 anni, ordinario di bioingegneria e robotica, eletta a febbraio alla Camera come capolista del Pd in Toscana, concittadina e amica del premier Enrico Letta, si è insediata ieri al Ministero dell'Istruzione e dell'Università. In serata il rientro a Pisa, in treno, per lo stop del primo maggio.

Dunque ministro, come è andato passaggio delle consegne con Francesco Profumo? «Molta emozione. Ho pensato subito alle tante personalità che si sono succedute in quelle stanze. Voglio studiare bene chi erano i miei predecessori».

Sono stati giorni intensi. «Sì, ma non per la vita che cambia all'improvviso. Soprattutto per lo sgomento dovuto alla sparatoria di domenica, mentre il governo giurava al Quirinale. Siamo stati informati solo più tardi, al brindisi. Sono scossa: è un po' come se quei carabinieri avessero preso i proiettili al posto nostro».

Veniamo all'Università: qual è il modello vincente della Scuola Sant'Anna esportabile a livello nazionale'? «Senza dubbio la collegialità. L'idea che si è tutti parte di un'unica squadra e non si fanno mai le cose da soli, ma insieme».

Ma per valorizzare ricerca, competenze e merito servono risorse. E tante... «E ancora collegialità. Anche nel governo. I problemi della scuola e dell'università non saranno solo del mio Ministero, ma di tutto l'esecutivo. Se ragioniamo così riusciremo ad affrontare le difficoltà e a fare, spero, qualcosa di utile».

Di cosa è malata l'Università italiana? «Sconta i troppi tagli di questi anni, continui e pesantissimi. Il blocco del turn over del personale ha inoltre avuto come conseguenza il mancato rinnovamento della classe docente. Così l'università è invecchiata e si è impoverita».

Riforma Gelmini da buttare o cambiare? «Da riformare a sua volta. Ha introdotto troppa burocrazia. Va semplificata».

Giovani e accesso alla carriera universitaria: solo un miraggio? «E un momento difficile, è vero, ma sono motivata a creare le condizioni per favorire il reclutamento nell'Università, che va assolutamente ringiovanita. Saranno però determinanti voglia, motivazione e qualità: chi prende questa strada sappia che dovrà essere disponibile a spostarsi e a fare esperienza in Italia e anche all'estero».

Stesso discorso vale per la scuola, che fa i conti col precariato... «Lo so bene, abbiamo ricevuto anche raccomandazioni a livello europeo per risolvere il problema. Non voglio fare annunci, preferisco dire le cose una volta fatte».

Un ministro donna e per di più giovane. Un bel segnale. «Il premier Letta è andato nella giusta direzione, la presenza femminile nel governo c'è. Ma si poteva fare anche di più: le donne non sono mai abbastanza».

 


  • Prove sul computer e test di inglese Ecco le novità Invalsi

PARTONO LA PROSSIMA SETTIMANA: INTERESSATI 2,2 MILIONI DI STUDENTI

Da quest’anno più spazio a risposte aperte Ma i Cobas danno conferma dello sciopero

Dalla prossima settimana test Invalsi per 2,2 milioni di studenti

La Stampa.it, del 03-05-2013, di Flavia Amabile (Roma)

Dalla prossima settimana 2,2 milioni di studenti torneranno ad affrontare le tanto temute - e anche un po’ contestate - prove Invalsi. I primi a cominciare saranno il 7 e il 10 maggio gli alunni della primaria (seconda e quinta primaria). Il 14 maggio sarà la volta degli studenti della prima media e il 16 di quelli della seconda classe delle superiori. Il 17 giugno, infine, toccherà ai circa 600mila studenti di terza media per i quali il test è particolarmente impegnativo e decisivo: viene svolto all’interno dell’esame di Stato e vale un sesto del voto d’esame complessivo.
Ci sono alcune novità rispetto agli anni precedenti. «Intanto sul piano organizzativo tutti i dati saranno raccolti elettronicamente - ha spiegato Roberto Ricci, dirigente di ricerca Invalsi - poi, è stato maggiore spazio a domande aperte, sia in matematica sia in italiano, insistendo su aspetti di competenza più che di conoscenza per capire il ragionamento compiuto dallo studente nel dare le risposte».
Altre novità arriveranno dal prossimo anno. Si sta mettendo a punto una prova per l’ultimo anno delle superiori che sarà effettuata su pc tra gennaio e febbraio del 2014. Potrebbe essere la base di una nuova prova da inserire in un’ipotetica riforma della maturità di cui si parla da tempo. E dal 2016 si vorrebbe aggiungere anche una prova in inglese. Solo in alcune scuole campione e non ogni anno, a partire dal 2013-14 dovrebbero partire delle prove per l’accertamento della lingua inglese al termine dell’ultimo anno della primaria e della terza media. E poi anche per le materie scientifiche.
Infine, è in programma la pubblicazione in rete, dai primi mesi del 2014, di una «banca prove» da mettere a disposizione delle singole scuole per compiere proprie valutazioni anche nel corso dell’anno.
Nemmeno l’introduzione di un maggior numero di risposte aperte ha placato la protesta dei Cobas. Confermato lo sciopero: l’astensione del personale è prevista in corrispondenza delle prime prove di ogni livello scolastico: 7, 14 e 16 maggio. Previste anche manifestazioni in numerose città e, a Roma, il 7 e il 16 sit-in davanti al ministero dell’Istruzione. In queste settimane - ricordano i Cobas - contro i quiz si sono pronunciate centinaia di assemblee e convegni di docenti e Ata», ed è stato lanciato un appello, «che ha raccolto già molte migliaia di firme» in cui si denuncia che «i quiz standardizzati avviliscono il ruolo dei docenti e della didattica, abbassando gravemente la qualità della scuola».
Le verifiche - risponde l’Istituto - propongono stimoli cognitivi e non quiz nozionistici, non possono e non vogliono essere il metro di giudizio sul singolo alunno» e anche nel caso della prova di terza media, «il suo peso è solo parziale».
La restituzione delle prove con i risultati alle singole scuole avverrà quest’anno prima del solito, all’inizio di settembre mentre il Rapporto nazionale sarà presentato l’11 luglio.


  • Rossi Doria confermato sottosegretario

Nominati anche il bolognese Gianluca Galletti (Udc) e il fiorentino Gabriele Toccafondi (PdL).

La Tecnica della Scuola.it, del 03-05-2013, di R.P.

Con una convocazione a sorpresa, decisa dal premier Letta nel pomeriggio del 2 maggio, si è riunito in serata il Consiglio dei Ministri.

All’ordine del giorno le nomine dei sottosegretari.

Al Ministero dell’Istruzione è stato riconfermato Marco Rossi Doria e sono stati nominati Gabriele Toccafondi e Gianluca Galletti.

Toccafondi, fiorentino e classe 1972, è deputato del PdL dal 2008 e nella precedente legislatura è stato membro della Commissione Bilancio.

Il motto con cui si è presentato alle recenti elezioni è molto chiaro: “Al servizio di tutti, servo di nessuno”.

Gianluca Galletti, bolognese classe 1961, di professione commercialista, è stato deputato dell’Udc nelle ultime due legislatura.

In questa tornata elettorale non è stato confermato.

Di Marco Rossi Doria già si conosce il percorso in quanto è stato sottosegretario del ministro Francesco Profumo.

 


 

  • Le famiglie preferiscono il tempo pieno

E' quanto emerge dai dati sulle iscrizioni online chiuse il 28 febbraio scorso: le 40 ore settimanali richieste in oltre 196mila casi. Ma solo una parte riuscirà a ottenerla

Repubblica.it, del 03-05-2013, di Salvo Intravaia

 

Famiglie italiane all'assalto del tempo pieno a scuola. Ma soltanto una parte riesce ad ottenerlo. Gli altri devono accontentarsi delle altre formule previste dall'ordinamento scolastico italiano: 27 e 30 ore a settimana. E le 24 ore, inaugurate dalla riforma Gelmini col palese obiettivo di tagliare più cattedre possibile, anche quest'anno sono state gettonate da una minoranza. Le prime iscrizioni online, lanciate dall'ex ministro dell'Istruzione Francesco Profumo, hanno decretato la netta preferenza, almeno all'elementare, per le 40 ore di lezione settimanali: mattinata di studio, pausa pranzo e pomeriggio di attività didattiche meno impegnative per gli scolari. Alla scuola media invece i genitori preferiscono che i figli tornino a casa dopo un'intera mattinata di studio a scuola.

I dati messi a disposizione dal ministero dell'Istruzione dopo la chiusura delle iscrizioni, lo scorso 28 febbraio, parlano chiaro. Su cento famiglie che hanno iscritto i figli in prima elementare nella scuola statale ben 38 hanno segnato la casella del tempo pieno. Oltre 196mila famiglie vorrebbero che i propri figli rimanessero a scuola per otto ore giornaliere e che a fine giornata avessero anche svolto almeno una parte della valanga di compiti che i bambini della scuola primaria si ritrovano sul groppone ogni pomeriggio. Ma quest'anno sono soltanto 176mila i bambini delle statali che frequentano la prima elementare a tempo pieno. Se quindi l'organico dovesse essere confermato almeno 20mila famiglie rimarranno delusi.

E se - per permettere alle attuali prime

di diventare il prossimo anno seconde a tempo pieno - l'organico si dovesse contrarre, le famiglie che dovranno rinunciare al tempo lungo saranno ancora di più. Quelle che hanno invece optato per la formula con 30 ore a settimana sono 31 su cento e 28 su cento quelle che si accontentano di 27 ore di lezioni settimanali. La prima opzione - le 24 ore a settimana, che si tradurrebbero in 4 ore di lezione al giorno oppure in una più comoda settimana corta senza scuola il sabato - non è neppure presa in considerazione dalle mamme e dai papà italiani: l'ha scelta appena il 2,7 per cento delle famiglie.

Ma la richiesta di tempo pieno, con tutta probabilità, è superiore a quel 38 per cento emerso dalle iscrizioni dello scorso mese di febbraio. Perché l'opzione era presente soltanto nelle scuole dove funzionano già alcune classi a tempo pieno. In quelle in cui questa modalità non è stata attivata non è possibile sceglierla. E se una famiglia ha iscritto il proprio figlio in una scuola elementare dove manca del tutto il tempo pieno dovrà accontentarsi di 30 o 27 ore a settimana di lezione.

Le oltre 24 mila famiglie che hanno iscritti i propri figli in un istituto non statale preferiscono invece evitare il tempo pieno: lo scelgono 18 su cento, contro le 53 che optano per le 30 ore e le 23 che preferiscono 27 ore a settimana. Il tempo prolungato - di 36 o 40 ore settimanali - alla scuola media è stato indicato soltanto dal 16 per cento delle famiglie italiane. Per tutte le altre, cinque ore di lezione al giorno e a casa

 


  • Università e test, il bonus maturità mette in allarme le scuole

Il Mattino, del 30-04-2013, di Salvo Sapio

Tanti diciottenni del 2013 avranno un’estate da raccontare. Libri, ansie e sogni: le veglie per studiare raddoppieranno, infatti, per chi dovrà sostenere oltre alla maturità anche i test per l’ammissione alle facoltà a numero programmato (Medicina, Odontoiatria, Veterinaria e Architettura).
Tante notti prima degli esami con le angosce e le speranze di chi ha 18 anni e due prove decisive da affrontare. La maturità come trampolino ai test d’ammissione, con il voto di diploma che può pesare tanto per l’ammissione. Un rapido calcolo: il 100 alla maturità varrà 10 punti, lo scorso anno con 40/50 punti si entrava nel gruppo degli eletti. Il massimo alla maturità conterà eccome.
«Ma quest’anno c’è un altro elemento da tener presente - aggiunge il rettore della Sun Francesco Rossi, docente di Medicina - la graduatoria nazionale è più giusta ma aumenterà i costi per le famiglie. Un ragazzo del sud ammesso in una facoltà del nord peserà inevitabilmente sui propri genitori. D’altro canto è come un investimento sul futuro dei propri figli. Per i test, poi, avere pochi giorni per prepararsi potrebbe essere davvero uno svantaggio». «Anche perché - aggiunge Gennaro Marino, ex preside della facoltà di Biotecnologia alla Federico II - chi iniziasse a studiare adesso sarebbe già in ritardo rispetto alla complessità dei test che l’aspetta. Penso ai quesiti di chimica: la preparazione nelle scuole superiori non è certo adeguata alle prove che verranno proposte. Ma per prepararsi bene serve tempo e applicazione».
Ma resta una questione di metodo. Il voto alto alla maturità può essere raggiunto più facilmente da chi frequenta un istituto superiore meno severo di altri. «È una possibile disparità - commenta Roberto Vona, docente di Economia alla Federico II - ma può servire a dare importanza alle scuole superiori. I ragazzi che arrivano all’università in questi anni non sono abituati ad impegnarsi e a studiare a fondo e stimolarli con l’obiettivo di un voto alto può essere corretto. Se poi si ritiene che si possa essere disparità allora si potrebbe pensare ad un diverso sistema di valutazione per ottenere il bonus maturità.
Ci sono attualmente i test Invalsi, si potrebbero organizzare a livello nazionale delle prove standard a livello nazionale per gli studenti del quinto anno».
Se il mondo accademico vede comunque favorevolmente i test a luglio e il bonus maturità, sono invece presidi e docenti delle superiori ad avere delle riserve. Con dei casi limite nati proprio per questa riforma. «È successo - racconta Luigi Romano, preside del liceo scientifico «Mercalli» - che alcuni studenti bravi, con una discreta media, si siano ritirati dal nostro istituto per iscriversi a scuole private dove più facilmente potranno raggiungere il massimo dei voti.
È una situazione assurda ma è alimentata dalla logica del bonus maturità per i quiz d’ammissione. In alcune scuole superiori si richiedono prestazioni importanti e, d’altro canto, le famiglie dovrebbero comprendere che è importante un figlio preparato piuttosto che un semplice voto alto». Dallo scientifico al classico la situazione non cambia. «I ragazzi sono molto preoccupati e quello dei voti è un tema molto sentito - conclude Ennio Ferrara, preside del liceo «Umberto» - alcuni genitori mi hanno spiegato che secondo loro i professori dovrebbero tener conto di questo aspetto. Logicamente non è possibile, anche se il voto della maturità peserà di più. I test a luglio, poi, mi lasciano molto perplesso. Si aumenta la pressione e non c’è il tempo necessario per recuperare nozioni utili».


  • Scuole sicure? Servono 13 mld

Le priorità del neoministro, Carrozza: edilizia e reclutamento. Sfida sui sottosegretari

Italia Oggi, del 30-04-2013, di Alessandra Ricciardi

Ecco quanto costa rimettere in sesto 57 mila istituti
Scuole sicure, reclutamento, ricerca. Nelle prime uscite da ministro dell'istruzione, università e ricerca, Anna Maria Carrozza ha indicato i temi su cui indirizzerà l'azione di governo del suo dicastero. Pisana, ex rettore del Sant'Anna, ordinario di Bioingegneria industriale, e da poche settimana parlamentare del Pd, la Carrozza vanta ottimi rapporti sia con Pier Luigi Bersani, che l'aveva già indicata nella squadra di un suo possibile governo di centrosinistra, che con il neopremier, Enrico Letta.
Passandole il testimone di viale Trastevere, Francesco Profumo, che ritornerà a insegnare al Politecnico di Torino, ha invocato «continuità, perché la scuola non si può permettere stop and go». E uno dei temi della continuità potrebbe essere quello della messa in sicurezza degli edifici. «Sicuramente vorrei portare impulso alla scuola, partendo dall'edilizia scolastica, dal reclutamento dei docenti, dai rapporti con le aziende, e dalla ricerca», ha detto a caldo la Carrozza. Impegni che però richiedono risorse: solo sul fronte dell'edilizia l'ex capo dipartimento della protezione civile, Guido Bertolaso, a seguito della tragedia della scuola di Rivoli, denunciò in parlamento che per la messa in sicurezza di 57 mila edifici scolastici servirebbero 13 miliardi di euro. Una manovra finanziaria di medie dimensioni.
E dunque anche a voler stare con i piedi per terra, a voler cominciare dalle cose concrete come la sicurezza delle aule in cui studiano 7 milioni di ragazzi e lavorano un milione di dipendenti, servono risorse, quelle che finora sono sempre arrivate con il contagocce (l'ultimo bando per il cofinanziamento dell'edilizia scolastica è di 38 milioni di euro). Quando sono arrivate. Perché negli anni invece la scuola è stata terreno privilegiato dei tagli alla spesa pubblica (8 miliardi di euro con il decreto legge n.112/2008). Risorse servono anche per la stabilizzazione dei precari e il reclutamento di nuove leve, altro cavallo di battaglia del Pd. Insomma, pur in un clima di diverso respiro, in cui si punta ad allentare con l'Unione europea i vincoli del patto di stabilità, i margini di manovra sono ridotti. Ridurre la dispersione scolastica, aprendo le scuole anche di pomeriggio, incentivare l'apprendistato, innalzare il numero dei laureati rispetto alle origini delle famiglie, sono gli altri punti qualificanti per l'istruzione annunciati ieri da Letta alla camera. In queste ore Pd, Pdl e Scelta civica definiranno la squadra dei sottosegretari: per il Pdl, che attende un riequilibrio politico, c'è in lizza il nome di Elena Centemero, per Scelta civica si parla della riconferma dell'attuale sottosegretario Elena Ugolini. Per il Pd Francesca Puglisi, responsabile scuola del partito, e l'ex viceministro del governo Prodi Mariangela Bastico. Dovrebbe restare a capo del gabinetto Luigi Fiorentino, esperto di diritto amministrativo ed ex segretario dell'Antitrust. Molti cambiamenti sono invece attesi per gli incarichi dirigenziali di prima fascia.


  • Assunzioni dirette, no grazie

Tramonta il progetto autonomista di Pdl e Lega Nord

ItaliaOggi, del 30-04-2013, di Antimo Di Geronimo

La Consulta ha bocciato la legge regionale lombarda: solo lo stato può reclutare i docenti
Le scuole non possono indire concorsi per il reclutamento dei docenti. Nemmeno se è una legge regionale a prevederlo. Il reclutamento degli insegnanti, infatti, è riserva di legge dello stato. Lo ha ricordato la Corte costituzionale con una sentenza depositata il 24 aprile scorso (76/2013).
E sulla base di questo principio la Consulta ha cancellato con un colpo di spugna l'articolo 8 della legge della regione Lombardia 18/04/2012, n. 7. Che prevede la facoltà per le istituzioni scolastiche di reclutare i supplenti annuali tramite concorsi indetti e organizzati dalle stesse scuole, destinati agli aspiranti docenti già inclusi nelle graduatorie a esaurimento. In buona sostanza, dunque, la disposizione regionale, fortemente voluta dal Pdl lombardo, nella fattispecie dall'ex governatore Roberto Formigoni e dall'allora assessore all'istruzione Valentina Aprea, se fosse stata attuata, avrebbe posto nel nulla la disciplina del reclutamento dei supplenti annuali fissata dalla legge. Che prevede l'individuazione dell'avente titolo a ricevere la proposta di assunzione previo scorrimento delle graduatorie a esaurimento. E poi l'eventuale stipula del contratto preliminare con il dirigente dell'ufficio e la successiva sottoscrizione del contratto individuale di lavoro con il dirigente scolastico. L'art.8 della legge regionale espunta dalla Consulta, che secondo quanto risulta a ItaliaOggi è rimasta solo sulla carta, si limitava a disporre l'utilizzo della graduatoria a esaurimento solo come serbatoio da dove attingere gli aspiranti candidati. E non come elenco di merito da scorrere rispettando l'ordine tassativo degli aspiranti. Dopo di che poneva in capo al dirigente scolastico il potere di indire il concorso, organizzarlo, selezionare i candidati ed assumerli. Sebbene fissi comunque procedure di valutazione di natura collegiale. Ma sempre all'interno dell'istituzione scolastica di riferimento. Insomma una sorta di decentramento avanzato. Che però non si può fare con una legge regionale. Perché l'art. 117 della Costituzione parla chiaro: il reclutamento dei docenti è di competenza dello Stato. Più precisamente, la Consulta ha spiegato che «nell'attuale quadro normativo il personale scolastico è alle dipendenze dello Stato e non delle singole Regioni. Ne consegue», argomenta il giudice delle leggi, «che ogni intervento normativo finalizzato a dettare regole per il reclutamento dei docenti non può che provenire dallo Stato, nel rispetto della competenza legislativa esclusiva di cui all'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost., trattandosi di norme che attengono alla materia dell'ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato».
Considerato che la legge regionale insisteva nell'ambito della sfera di competenza dei dirigenti scolastici, se fosse stata applicata, avrebbe comportato l'inutilizzabilità delle graduatorie di istituto e la loro sostituzione con le graduatorie di merito dei concorsi di istituto. Resta il fatto, però, che le scuole, anche se godono dell'autonomia funzionale, tale autonomia non comprende la facoltà, per gli istituti scolastici, di scegliersi il proprio personale. E in ogni caso anche i supplenti rientrano a pieno titolo tra il personale del pubblico impiego il cui reclutamento e riserva di legge statale.
Di qui la declaratoria di incostituzionalità dell'art. 8 della legge 7/20123 della regione Lombardia.
Che «rende la norma inefficace ex tunc e quindi estende la sua invalidità a tutti i rapporti giuridici ancora pendenti al momento della decisione della corte, restandone così esclusi soltanto i «rapporti esauriti» (Saja, in: http://www.cortecostituzionale.it/ActionPagina_1034.do)». E ora per le assunzioni dirette a lungo propagandate dalla Lega Nord di Roberto Maroni, attuale presidente della Lombardia, il percorso diventa ancora più accidentato.


  • Il decreto Monti vanifica il recupero dei vecchi scatti

Ok del consiglio di stato al provvedimento. perplessità sul congelamento della vacanza contrattuale

ItaliaOggi, del 30-04-2013, di Antimo Di Geronimo

Via libera del Consiglio di stato allo schema di decreto sul blocco dei contratti, dei gradoni e dell'indennità di vacanza contrattuale approvato dal governo il 21 marzo scorso. L'ok di palazzo Spada è stato emesso il 17 aprile con il parere 1832/2013 (si veda Italia Oggi del 25 aprile). La sezione ha detto che il blocco per decreto della progressione di carriera del personale della scuola è legittimo. Perché discende direttamente dalle disposizioni contenute nell'articolo articolo 16 del decreto legge n. 98 del 2011. Che dispone delega il governo a fissare la disciplina di dettaglio con un regolamento presidenziale. Il decreto, il cui iter è stato avviato dal governo di Mario Monti, per produrre effetti dovrà essere controfirmato dal neo presidente del consiglio dei ministri, Enrico Letta, prima di essere trasmesso al capo dello stato. Qualche perplessità è stata manifestata, dal Consiglio di stato, sulla questione del blocco dell'indennità di vacanza contrattuale (Ivc), che il decreto legge fissa in due anni, dal 2013 al 2014. Uno stop che non si traduce nell'azzeramento dell'Ivc, ma solo nel blocco del suo incremento. In buona sostanza, dunque, l'indennità sarà comunque corrisposta nel 2013 e nel 2014, ma il suo importo sarà pari a quello corrisposto nel 2012. E quindi non sarà calcolata sul tasso di inflazione del 2013 e del 2014, ma su quello del 2012.
Le critiche del Consiglio di stato si sono appuntate sul fatto che lo schema di decreto sembrerebbe precludere il recupero del blocco nel successivo triennio 2015-2017. Dal 2015, infatti, lo stop cesserà i suoi effetti e l'importo dovrà essere ricalcolato.
Ma nella disposizione che regola la faccenda non si capisce bene se gli effetti del blocco sono recuperabili oppure no. E se il recupero non fosse possibile, secondo i giudici amministrativi, si potrebbero creare spunti per il contenzioso con potenziale soccombenza dell'amministrazione. Quanto al blocco della progressione di carriera, lo schema di decreto, al comma 1 lettera b), prevede espressamente la proroga al 31 dicembre 2013, con effetto sull'anno 2014, dei blocchi introdotti dall'art. 9, comma 23, del decreto legge n. 78 del 2010, riguardanti il personale docente, educativo ed Ata della scuola. E anche su questo il collegio non ha trovato nulla da ridire perché le relative disposizioni «si collocano correttamente nel quadro delineato dalla normativa primaria».
Resta il fatto, però, che questa ulteriore decurtazione retributiva compiuta sulla busta paga di docenti vanificherà gli effetti del recupero del 2011 operata con il contratto del 13 maggio scorso. Effetti che andranno a regime nella busta paga di maggio. L'art. 9, comma 23, del decreto legge n. 78 del 2010, infatti, aveva disposto un ritardo di tre anni nella maturazione dei gradoni per tutto il personale della scuola (cancellando l'utilità del 2010 del 2011 e del 2012).
Dopo di che vi era stato un accordo tra governo e sindacati che aveva consentito il recupero del 2010 (si veda il decreto interministeriale 3/2011). E poi era stato recuperato anche il 2011 con il contratto del 13 marzo scorso.
Il ritardo, dunque, era stato ridotto solo ad un anno. Con le nuove disposizioni, invece, il ritardo ritornerà di due anni. Perché a fronte della inutilità del 2012, che comune è rimasta, il decreto cancellerà anche l'utilità del 2013. Ma questa volta la strada per il recupero del 2012 e del 2013 si annuncia tutta in salita. Perché i soldi ricavati dai tagli dell'articolo 64 sono finiti. E già per finanziare il recupero del 2011 è stato necessario ridurre di circa il 25% le risorse destinate al compenso accessorio che confluiscono nel fondo di istituto.


  • Una scuola moderna ma con i parametri Ocse

Non è solo questione di fondi. C'è una complessiva centralità che la scuola sembra aver perso come agenzia sociale di formazione delle nuove generazioni, e quindi di riferimento per la intera collettività.

Corrieredellasera.it, del 30-04-2013, di Paolo Conti

Ha detto Enrico Letta: «La società della conoscenza e dell'integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all'Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica». Il presidente del Consiglio ha aggiunto che solo il 10% dei giovani italiani col padre non diplomato riesce a laurearsi contro il 40% in Gran Bretagna e il 33% in Spagna. Inutili i commenti, le cifre sono troppo eloquenti. La scuola pubblica italiana è in una crisi abissale. Molti insegnanti si sentono in trincea senza un quartier generale alle spalle. E quel quartier generale è un governo, la mano politica.
Non è solo questione di fondi. C'è una complessiva centralità che la scuola sembra aver perso come agenzia sociale di formazione delle nuove generazioni, e quindi di riferimento per la intera collettività. C'è chi non vede l'ora di raggiungere l'età della pensione per abbandonare un mondo nel quale non si riconosce più. Non c'è solo l'età di mezzo: è la perdita di un senso complessivo del lavoro, la sensazione di uno sganciamento dalla contemporaneità.
Sicuramente il nuovo capo del governo sa che per creare quella nuova società «della conoscenza e dell'integrazione» di cui ha parlato c'è un solo metodo, per non perdere tempo: allinearsi all'Europa. L'Ocse, pochi giorni fa, ha esaminato il Piano nazionale scuola digitale e ha scoperto che appena il 30% degli studenti italiani per studiare usa le tecnologie della comunicazione contro il 48% della media europea. Appena il 16% delle classi è dotata di una lavagna interattiva contro l'80% della Gran Bretagna. È ovvio che, per ricostruire una società che ha perso coesione, occorre ripartire dalla scuola. E la questione non riguarda solo i ragazzi. Recentemente Tullio De Mauro ricordava: «Basterebbe un piccolo investimento per tenere aperte le scuole nel pomeriggio e organizzare corsi di varie discipline per «rieducare» quegli adulti ancora attivi ma condannati a una progressiva, inesorabile marginalità culturale e sociale».
Insomma, la scuola è ancora una risorsa, una possibile rampa per un nuovo decollo. Ma un governo deve crederci profondamente. Esperienze molto amare, e nemmeno tanto lontane, dimostrano come certi slogan facili quanto inutili passano. E la scuola sempre più impoverita di mezzi e di motivazioni resta. Purtroppo per l'Italia, a terra rispetto all'Europa.


  • Scuola, parla il neo ministro «La Carta sarà la mia guida»

Intervista al ministro dell'Istruzione Anna Maria Carrozza | «I primi provvedimenti? Per l'edilizia scolastica».

l’Unità, del 29/04/2013, di Andrea Carugati

Pisana come il premier Enrico Letta, anche lei nata a metà degli anni Sessanta, Maria Chiara Carrozza è stata rettore della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa fino all’elezione alla Camera nel febbraio scorso. Laureata nel 1990 in Fisica con una tesi sulle particelle elementari, dottorato in Ingegneria, ha avuto numerose esperienze professionali all’estero e negli ultimi tre anni è stata presidente del Forum Università e ricerca del Pd. Fino alla nomina a ministro dell’Istruzione e dell’Università.
«Conosco da tempo Enrico Letta, la mia attività politica è iniziata nel Forum del Pd», spiega, «ed è coincisa con la segreteria Bersani. È stato lui prima delle elezioni a propormi la candidatura come capolista in Toscana e io ho accettato, con l’idea di lavorare sui temi della ricerca».
Lei ora si trova alla guida di un ministero delicatissimo, su temi che spesso hanno diviso il Paese, e in un governo di grande coalizione.
«La situazione politica è estremamente difficile ed è lo specchio della crisi del Paese. Mi rendo conto della gravità della situazione, per me è una grandissima responsabilità. C’è moltissimo lavoro da fare».
Quali saranno le sue idee-guida nel mondo dell’istruzione?
«La mia guida sono i principi della Costituzione, per nulla invecchiati. A partire dall’aiuto ai capaci e ai meritevoli a raggiungere i più alti livelli nello studio. E poi la centralità degli investimenti nella ricerca scientifica e tecnica. Però bisogna investire nel modo giusto, spesso ci sono stati In Italia sprechi e inefficienze. Vorrei far capire agli italiani che pagano le tasse che investire in istruzione e ricerca è una cosa utile».
Quali sono le sue priorità per gli investimenti?
«La ristrutturazione e la messa a norma degli edifici scolastici. È un problema enorme, e spesso ho visto Comuni che potrebbero investire ma sono bloccati dal Patto di stabilità. Poi vorrei introdurre maggiore efficienza nella valutazione dei progetti di ricerca: bisogna lavorare per meritare quei maggiori investimenti che giustamente si pretendono».
Lei eredita un’università post riforma Gelmini. Come si porrà rispetto a questo?
«Bisogna fare un’analisi seria per capire come è stata attuata la riforma, a volte in modo incompleto e diverso da come era previsto. Ci sono una serie di complicazioni burocratiche che vanno modificate, a partire dal reclutamento dei professori. Il problema principale è questo: non siamo ai livelli europei, c’è un reclutamento inceppato da problemi e ricorsi. Vorrei che l’etica pubblica e la reputazione dei docenti contassero più delle regole burocratiche, sul modello anglosassone. Per combattere la corruzione abbiamo riempito i percorsi di regole, e appesantito ogni processo di infiniti passaggi, senza riuscire neppure a centrare l’obiettivo di azzerare i fenomeni corruttivi. Su questo vorrei ragionare, al di là degli slogan».
Qual è il cambiamento più profondo che vorrebbe imprimere?
«L’istruzione come priorità assoluta per il Paese, conquistare la fiducia degli insegnanti, dei ricercatori, dei professori. Far capire che questo Paese investe su di loro. Bisogna investire in nuovi posti da ricercatori e professori. E i nostri ricercatori devono guadagnare quanto i loro colleghi europei».
Resta il fatto che il suo è uno dei temi più spinosi per un governo di larghe intese. Come intende risolverlo?
«Sono consapevole che saranno necessarie delle mediazioni tra posizioni diverse. Se si parte dall’idea di non distruggersi a vicenda e di fare il bene del Paese si può trovare un modo di lavorare. Vorrei dire basta alle guerre sul passato, cominciamo ad affrontare i problemi di oggi e le soluzioni possibili. Non intendo fare questo lavoro con un approccio ideologico».
Lei si porrà come un’«anti Gelmini»?
«Direi proprio di no. Non mi sono mai definita come anti qualcuno. Sono una persona interessata a far bene un lavoro per il Paese. Questi personalismi, queste divisioni tra il “bene” e il “male” sono un errore. Non sarò ossessionata dalle classifiche di popolarità dei ministri».
Come si pone nel dibattito che si sta rinfocolando tra scuola pubblica e privata?
«La scuola pubblica è la priorità e qui vanno gli investimenti. Questo non significa negare il ruolo della scuola privata».
Questo governo rischia di dividere i gruppi del Pd. Cosa ne pensa?
«Credo che sia necessario ascoltare tutte le opinioni, ma ho sempre ritenuto che in una squadra vadano rispettate le decisioni prese a maggioranza. E così ho fatto nei giorni dell’elezione del Capo dello Stato».
Ritiene giusto parlare di possibili espulsioni per chi non voterà la fiducia?
«Ripeto: sarebbe da irresponsabili non ascoltare le posizioni di tutti. Ma è giusto che ci sia una disciplina. Sulle espulsioni tuttavia sarei molto cauta».
Come definisce il governo che sta nascendo: politico o di emergenza nazionale?
«È un governo che in un momento difficile può prendere decisioni importanti per far ripartire l’Italia e favorire una riscossa civica. Spero che sia un governo di persone che vogliono lavorare insieme per uscire dallo stallo».
Il Pd sarà un sostegno o un ostacolo per il governo?
«Non mi illudo che sarà un rapporto semplice, dovremo essere capaci di parlare con tutto il Parlamento. Le Camere devono ritrovare un ruolo centrale, questo è un Parlamento rinnovato pieno di professionalità e competenze nuove e da valorizzare. Credo che occorra lavorare per metterle in gioco davvero».


  • Basta rattoppi per la scuola. Ora risorse e progetto educativo

Benedetto Vertecchi. Con il contributo di tutti occorre definire con chiarezza la linea da seguire: importante organizzare una consultazione nazionale

l’Unità, del 29/04/2013

Molte delle difficoltà che le scuole si trovano oggi ad affrontare sono evidenti, e riguardano le strutture e il funzionamento del sistema. Sono difficoltà che si sono progressivamente accentuate per la crescente penuria di risorse destinate alle spese per il personale, all’edilizia, alle dotazioni didattiche. Ma per capire le ragioni del malessere del sistema scolastico non basta menzionare i tagli nei finanziamenti. Sono venute meno negli anni alcune condizioni morali che, dal raggiungimento dell’Unità nazionale in poi, avevano sostenuto la crescita della scuola e la sua capacità di modificare in una linea di progresso sia le condizioni della vita materiale, sia il profilo culturale del nostro Paese.
UNA NUOVA STAGIONE È urgente porre a disposizione delle scuole le risorse di cui hanno bisogno per svolgere la loro attività, ma è altrettanto urgente elaborare linee di sviluppo capaci di conferire coerenza agli interventi e di perseguire intenti non limitati al tempo breve, ma proiettati nei prossimi decenni, quando i bambini e i ragazzi che ora frequentano le scuole dovranno poter fare affidamento su quanto hanno appreso per affrontare realtà le cui caratteristiche al momento sono estremamente indefinite. La disponibilità di risorse e la capacità di elaborare un progetto educativo a medio e a lungo termine sono premesse ugualmente necessarie per qualificare una nuova stagione di sviluppo per la scuola italiana. Occorre superare la frammentazione degli interventi che in anni recenti ha finito col costituire una costante nel governo della scuola. Si è preteso di intervenire sulla cultura professionale degli insegnanti senza verificare in alcun modo se quella cultura fosse disponibile, si è intervenuti sulle dotazioni seguendo suggestioni marginali, sull’edilizia senza disporre di ipotesi sulle attività che si sarebbero dovute svolgere. Sono esempi di ciò che non va fatto, e nel complesso costituiscono una sorta di utopia negativa che deve essere rovesciata. Con gli insegnanti bisogna ricostruire un rapporto di fiducia che non può fondarsi sui soliti riconoscimenti rituali circa l’essenzialità della funzione che svolgono, ma deve considerare in che modo una professione allo stremo può riacquistare slancio e rilevanza sociale. Non c’è dubbio che nelle scuole occorra promuovere l’innovazione, ma non ha senso ridurla a una questione strumentale, perché occorre rivedere le interpretazioni che collegano i tempi della vita con quelli dell’apprendimento, e c’è bisogno di definire un concetto di utilità adeguato alla rapidità delle condizioni di cambiamento. Nessuno dubita che sia urgente intervenire per qualificare l’edilizia, ma occorre anche stabilire una corrispondenza tra le tipologie di attività che s’intendono promuovere e l’organizzazione degli spazi. C’è anche da chiedersi se non si debba abbandonare l’angusta sovrapposizione tra tempo delle lezioni e tempo del funzionamento per affermare un’idea di scuola capace di qualificare una parte significativa della vita di bambini e ragazzi e, soprattutto, di consentire di compiere esperienze di apprendimento sottratte ai condizionamenti consumisti che oggi finiscono con l’esercitare un’influenza determinante sui loro atteggiamenti e sul definirsi dei loro profili culturali. Quelli accennati sono solo alcuni esempi, ma sufficienti per affermare che non si può intervenire sul sistema scolastico rincorrendo le emergenze del momento. I rattoppi non hanno altro effetto che quello di aggravare le lacerazioni. Anche se le diverse esigenze richiedono tempi diversi per essere soddisfatte, occorre definire con chiarezza la linea nella quale si vuole procedere. A definire tale linea occorre il contributo di tutti: attraverso una grande consultazione nazionale si potrebbero raccogliere le proposte formulate da cittadini, organizzazioni politiche e sociali, istituzioni culturali. Ma, altrettanto urgente, è avviare subito iniziative che incrementino la conoscenza delle condizioni in cui si pratica l’educazione. Invece di disperdere risorse per rilevare dati dai quali, bene che vada, si ottengono rappresentazioni sfocate di una realtà in movimento, sarebbe preferibile impostare ricerche che possano essere utilizzate per interpretare i cambiamenti che si riscontrano nelle condizioni di sviluppo, nell’acquisizione e nell’uso del linguaggio, nell’assimilazione di valori e atteggiamenti sociali.


  • Il documento dei "saggi": un lavoro non solo inutile ma pericoloso

PavoneRisorse.it, del 29-04-2013, di Aluisi Topolini

Molto è già stato detto e scritto a riguardo del documento dei Saggi riferito al tema del sistema formativo (non direi educativo, visto che i saggi non adoperano mai questo termine, se non una volta ed in un passaggio formale) in Italia.
Per non ripetere cose già dette mi soffermo su pochi aspetti:

a) la scuola è vista solo come funzionale al sistema produttivo, e non come fondamento del sistema democratico. Si parla di competenze di base, performances, riduzione di costi, legame con il mondo del lavoro ma MAI di competenze di cittadinanza e democrazia (la parola cittadino ricorre due volte e solo nelle ultime righe e fa riferimento all’impegno che ogni cittadino deve mettere nei confronti dei Big Data. In sostanza l’art. 3 della costituzione pare essere stato rimosso.

b) contro la dispersione: il documento dedica un ampio paragrafo alla lotta alla dispersione scolastica ma anche in questo caso l’ottica è puramente produttivista. Non ha a che fare con uguaglianza, libertà, partecipazione ma solo con il fatto che “se non invertita, questa tendenza farà sì che, nella migliore delle ipotesi, la futura forza lavoro non avrà le competenze minime richieste da processi produttivi in rapida evoluzione; nella peggiore, genererà emarginazione e rischi per la sicurezza in numerose aree, specialmente nelle grandi città”̀. Insomma la scuola anche come assicurazione sulla tranquillità e sull’ordine pubblico.

c) la morte della cultura. La parola cultura ricorre solo due volte nel testo, e mai con riferimento all’idea centrale di cultura come elaborazione comune di valori, stili, modi di essere …. La scuola non pare avere a che fare con la cultura e la sua costruzione (trasmissione, rielaborazione, co-costruzione, creatività, capacità di rispondere alle nuove sfide) ma solo con la preparazione all’entrata nel mondo del lavoro e della produzione.

d) l’illusione dell’ascensore sociale. Il documento scrive che “la mobilità sociale si è drasticamente ridotta, al punto che le generazioni nate negli anni ’80 hanno molte meno opportunità di evolvere nella scala sociale rispetto alle generazioni precedenti”. Ma non dice - e come potrebbe? - che gli stessi studi di Banca Italia hanno messo nero su bianco che circa il 50% della ricchezza nazionale è in mano al 10% della popolazione. O che se sei figlio di operaio non solo non farai il dentista o il notaio perché forse hai meno libri in casa ma anche - soprattutto? - perché non sei figlio di notai o dentisti. Della serie: non è che la mobilità sociale in Italia è bloccata dal mancato raggiungimento di elevati standard formativi ma lo è soprattutto perché anche chi raggiunge standard elevati viene poi escluso da quanti si riempiono la bocca con il concetto di merito ma poi evitano accuratamente di applicarlo ai propri figli. Insomma: siamo nel medioevo delle corporazioni. Il medioevo finì con una rivoluzione. Sarà così anche per il sistema bloccato Italia?

e) Le scuole aperte al pomeriggio. Ottima idea, apparsa più volte in campagna elettorale e non solo. Una domanda: da dove le risorse?

f) E gli studenti? Nulla, ovviamente, sulla soggettività degli studenti (sono citati solo due volte e sempre come soggetti a rischio !!). Nulla sul loro ruolo cruciale nella co-costruzione di una società plurale e multiculturale (la parola multiculturale non è mai citata, per non dire di interculturale) capace di favorire la crescita di cittadinanze globali (neppure la parola globale, globalizzazione o simili è mai usata nel testo dei saggi).

g) E i docenti? Assenti. Mai viene usata la parola docente o insegnante. Si parla due volte di educazione alla salute come forma per diminuire le spese sanitarie (a conferma della impostazione complessiva del ragionamento sulla scuola vista solo come funzionale alla dimensione economica).

Mi fermo qui per carità di patria. Con tutta evidenza il documento è stato scritto come veloce compitino di matrice economicista (nel senso peggiore che si può dare a questo termine, così come fa Luciano Gallino in Finanzcapitalismo, o Fabrizio Pezzani in Competizione collaborativa, o Richard Sennet con il suo Uomo artigiano) che non tiene in alcun conto né gli studenti né gli insegnati né il contesto plurale della società contemporanea e la necessità di co-costruire nuova cultura e di negoziare nuova cittadinanza.

Non solo un lavoro inutile: un lavoro pessimo e pericoloso.


  • L’ex baby-rettrice Carrozza “La scuola salverà l’economia”

Arriva dall’università: “La mia priorità è ridare dignità agli insegnanti”

La Stampa.it, del 28-04-2013, di Flavia Amabile

È emozionata, e non lo nasconde Maria Chiara Carrozza, alla sua prima esperienza nel mondo politico e subito catapultata alla guida del ministero dell’Istruzione per il suo curriculum di grande ricercatrice esperta in robotica e poi per due mandati rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Quando il Pd aveva proposto di lottare contro i baroni nelle università mandandoli in pensione a 65 anni e non a 72 - dietro c’era lei, allora 45 anni, rettore più giovane d’Italia e alla guida anche di uno degli atenei di punta del nostro Paese. Chiedeva uno «choc generazionale», un ricambio in quel mondo e fece scalpore che a farlo fosse lei, una della casta dei rettori che in genere quella poltrona tendono a conservarla il più a lungo possibile. Ora di anni ne ha 47 ed è stata di parola: ha lasciato la sua poltrona per candidarsi nelle liste del Pd. Eletta alla Camera ha dato le dimissioni dall’incarico precedente ed è passata alla sua nuova vita.
Da ieri è ministro per l’Istruzione. Quale sarà il suo primo atto?
«Ancora sono nella fase dell’emozione, ho ricevuto da poco la notizia, mi sto organizzando mentalmente. Lavorerò certamente per la scuola. Ne conosco i problemi, ho verificato che soprattutto c’è bisogno di investimenti mirati, non solo di risorse usate in modo vago. È necessario capire dove e come usarle. Sento forte la responsabilità di questo ruolo in questo momento difficile».
La sua pagina Facebook già pochi minuti dopo l’annuncio era stata riempita di complimenti ma anche di una richiesta molto precisa. Le hanno chiesto di restituire «dignità» ai professori.
«È uno dei miei obiettivi. Lo sento dentro, è un obiettivo anche personale. Gli insegnanti svolgono un ruolo importante sul territorio, sono i nostri ambasciatori. Se l’Italia è stata unita è anche grazie ai professori che hanno fatto studiare gli italiani sugli stessi testi. I professori sono uno straordinario elemento di coesione sociale».
Eredita un ministero che ha ricevuto nell’ultimo anno e mezzo una forte rivoluzione digitale. Andrà avanti lungo questa strada?
«Conosco bene Francesco Profumo, rispetto il suo obiettivo e quello che ha fatto perché penso che sia un processo ineludibile ma se poi le scuole non funzionano è inutile pensare alla rivoluzione digitale. C’è sempre stato un problema di fondo sui cui bisogna essere equilibrati senza fare troppi proclami ma cercando di lavorare per far funzionare le scuole a partire dall’edilizia scolastica che è un problema di enorme importanza».
Quando inizierà a lavorare troverà molti problemi sul tappeto, dal concorso ai precari, al Tfa. Che cosa farà?
«Voglio prima parlarne con Profumo e con le persone che hanno lavorato a queste tematiche. Non è mia abitudine entrare a gamba tesa. So bene che sono dei problemi da affrontare ma ho bisogno di capire per dare risposte di responsabilità».
Che cosa le ha detto il presidente Enrico Letta nell’affidarle l’incarico? Che cosa si aspetta da lei?
«Dobbiamo ancora parlarci con calma. Siamo abituati a capirci al volo, senza bisogno di troppe parole. So che si aspetta equilibrio e capacità di mediazione».
Gran parte dell’Italia chiede che la scuola torni ad avere un ruolo centrale nella politica del governo.
«Mi auguro che ci sarà attenzione per la scuola. Ce n’è davvero un gran bisogno. Il ministero dell’Istruzione, della Ricerca e dell’Università, però, è fondamentale nel far ripartire le speranze del Paese. Con spirito di servizio metto a disposizione la mia esperienza per convincere gli italiani che l’istruzione e la conoscenza sono pedine fondamentali per la ripresa culturale ed economica dell’Italia. Dobbiamo aiutare i più meritevoli a studiare secondo i dettami della Costituzione, dare fiducia ai ricercatori e offrire nuove motivazioni a tutto il corpo insegnante. Dobbiamo dare forza e prospettive alle imprese, costruendo un Paese che individui grandi aree di investimento, di ricerca, di innovazione nell’industria, nell’agricoltura e nei servizi. Investire nella conoscenza significa investire sul futuro, nell’unica risorsa che non si può spostare altrove per essere prodotta a costi più bassi: è un settore che crea e salva posti di lavoro e questa è la nostra massima preoccupazione».


  • Carrozza come Profumo? Due Ministri così uguali, così diversi

La Tecnica della Scuola, del 28-04-2013, di Alessandro Giuliani

Entrambi hanno una formazione ingegneristica, sono stati rettori universitari, hanno guidato la Sant'Anna di Pisa. Tutti e due sono convinti che gli aumenti contrattuali passino per un “merito” da associare alla maggiore presenza a scuola. E che la macchina scolastica vada digitalizzata. Il neo Ministro, però, si differenzia per essere un sostenitore dell’organico funzionale e assertore di un piano pluriennale in grado di esaurire il prima possibile le graduatorie dei precari.


  • Il programma c'è, ora il ministro

Più tempo scuola, lotta alla dispersione e risorse Ue

ItaliaOggi, del 23-04-2013, di Alessandra Ricciardi

L'indicazione è tutta nell'agenda dei saggi. É su quella linea che il successore di Francesco Profumo al ministero dell'istruzione dovrà plasmare la propria azione di governo: più tempo scuola, lotta alla dispersione, ottimizzazione dell'utilizzo delle risorse Ue.

Il lavoro dei saggi (si veda ItaliaOggi di martedì scorso), lungi da essere dunque un mero esercizio accademico, sarà messo sul tavolo dal neo presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, per le consultazioni che inizieranno oggi. L'agenda è del resto il frutto di un confronto sulle riforme urgenti e condivisibili e dunque ben si presta a essere il brogliaccio di quel governo di larghe intese che nascerà nei prossimi giorni. É nelle priorità indicate che si sostanzia la convivenza possibile di Pd, Pdl, Scelta civica e probabilmente anche della Lega. Resta da individuare il responsabile del dicastero dell'istruzione, università e ricerca nell'ambito di un esecutivo per la cui guida restano gettonati i nomi di Giuliano Amato ed Enrico Letta. I rumors parlamentari per viale Trastevere parlano di Mario Mauro, ex Pdl, uomo vicino a Cl, oggi capogruppo di Scelta civica al senato, di Salvatore Rossi, vicedirettore di Banca d'Italia, che al documento dei saggi sulle risorse sociali ed economiche ha lavorato; ma potrebbe anche toccare a un uomo come Maurizio Lupi, Pdl, vicepresidente della camera; sembra invece destinata a tramontare la figura di Anna Maria Carrozza, deputato Pd, che i listini davano in pole in un governo guidato da Pier Luigi Bersani. «Il programma dei saggi segna quella discontinuità sulla scuola necessaria dopo le politiche di tagli dei precedenti governi», ragiona Francesca Puglisi, senatrice, responsabile scuola del partito democratico. Nel programma del Pd campeggia infatti l'estensione del tempo scuola come strumento per la lotta alla dispersione scolastica, proposta che è nel dna anche del Pdl. Restano tutti da affrontare invece i nodi dell'articolazione oraria del lavoro dei docenti e della maggiore copertura finanziaria. L'aver legato l'aumento del tempo scuola alla lotta alla dispersione scolastica consente di utilizzare i fondi europei nelle regioni svantaggiate. Ma solo in queste.

Se dovesse essere un rappresentate di Scelta civica a salire all'Istruzione diventerebbe molto più difficile attuare in un clima di condivisione alcuni punti del programma della lista di Mario Monti, quali per esempio l'assunzione diretta dei docenti e la revisione dello status giuridico dei docenti che comporterebbe anche la modifica dei meccanismi di progressione economica. Terreno minato per i rapporti con il Pd e i sindacati.

 


 

  • Scuola, non mancano solo i soldi

L'ennesimo confronto con gli altri paesi europei mostra che restiamo fanalino di coda per i finanziamenti all'istruzione. Ma il problema non è solo questo: mancando gli investimenti strutturali, la qualità è a macchia di leopardo. E soprattutto non si riesce a capire qual è il progetto per il futuro

L'Espresso, del 23-04-2013, di Galatea Vaglio

Ennesima tabella di confronto con i paesi europei, ennesimo scappellotto: l'Italia (non è una novità, ma una triste conferma) per la cultura e scuola spende poco, pochissimo. Molto meno, per dire, di Stati che hanno un patrimonio artistico ridicolo in confronto al nostro.

E' per questo, si dice, che la scuola italiana è di bassa qualità: ci sono pochi investimenti, pochi fondi.

E' vero. O meglio, è vero che la scuola arranca. Non è del tutto vero che sia "di bassa qualità", come viene dato per scontato ogni volta negli articoli: il problema della scuola italiana, semmai, è che è di buona e media qualità, talvolta anche alta ed altissima, ma questa qualità è distribuita a casaccio, a macchia di leopardo, proprio perché, non essendoci in realtà finanziamenti certi e investimenti strutturali e strutturati, le scuole si reggono sulla buona volontà del corpo docente che capita in servizio, e quindi se un anno in un istituto ti ritrovi con personale motivato e disposto a fare anche senza finanziamenti, la cosa funziona, se invece l'anno dopo il personale cambia o non è più disposto a lavorare molte ore gratis e solo per la gloria va tutto a catafascio e amen.

I soldi, dunque servono: servono per dare continuità ai progetti, servono per far funzionare a regime le sperimentazioni inventate per spirito di servizio dai docenti e dai dirigenti illuminati, servono per l'organizzazione ed il mantenimento delle buone pratiche. Ma non sono solo quelli il problema. Il problema fondamentale, secondo me, è che noi tutti, docenti, dirigenti, anche genitori, vorremmo sapere e capire, prima di avere i soldi e presentare i progetti, che cavolo di scuola si vuole in Italia.

Perché vi giuro, da addetta ai lavori che ormai da anni lavora nel settore, io, per esempio, non lo so. Abbiamo avuto diverse riforme, e Ministri dell'Istruzione che si sono succeduti in governi fra i più vari. Ma quale sia l'idea che sta sotto alla scuola italiana di oggi, l'idea didattica fondante, il progetto non l'ho capito.

A scuola, come in ogni altro settore dell'economia italiana (e la scuola è un settore dell'economia, anzi, è quello che deve dare il la allo sviluppo economico) si naviga a vista, e ognuno un po' facendo come gli pare. Le indicazioni ministeriali e le riforme arrivano, vengono applicate anche, ma un po' così come capita, anche perché un po' così come capita paiono fatte. Un anno ci dicono che dobbiamo digitalizzarci, e noi ci digitalizziamo: mettiamo le lim in classe, ci arrivano i nuovi libri in formato ebook, ci dicono che quello è il futuro ma non ci mandano un "foglio del come", fidandosi nell'italica arte di arrangiarsi ad imparare cosa serve, o sul tacito patto che il docente che non vuole in realtà adottare la novità si limiterà ad adottarla per pro forma continuando a fare come ha fatto prima.

Ci dicono che gli alunni devono imparare a rispondere ai test INVALSI, secondo i criteri OCSE PISA, ma poi a cosa servano gli INVALSI non è neppure ben chiaro nella scuola, vengono inseriti come prova agli esami di terza media non si sa perché, gli altri dati restituiti alle scuole dove come al solito sta alla buona volontà del docente farsene qualcosa, e la valutazione dell'istituto che dovrebbe dipendere da loro non si sa come verrà fatta e che ricadute pratiche avrà.

Ci dicono che la scuola per dimostrare di essere dinamica deve fare progetti, ma, a parte che poi si tagliano i fondi per finanziarli, non è chiaro come venga poi valutata la ricaduta pratica di questi progetti stessi: perché se io durante l'anno faccio cinque progetti bellissimi ma poi nella mia classe i ragazzini non sanno distinguere un complemento oggetto da un predicato sono io una insegnante più valida di quella che non fa nessun progetto ma gli insegna la banale sintassi?

E il mio ruolo del docente, qual è? Mi dicono che devo essere più severa e bocciare di più? Ok, ma quelli che non ce la fanno, magari non solo per cattiva volontà loro ma per problemi sociali e famigliari pregressi? Li boccio e basta, confidando che qualche altra istituzione dello Stato se ne faccia carico, e ci sia qualcuno che applica quel famoso articolo della Costituzione che dice che gli ostacoli economici e sociali vanno rimossi per garantire a tutti i cittadini la libertà? Non li boccio, ma non avendo soldi per corsi di recupero che aiutino loro a colmare le lacune, li mando allo sbaraglio promuovendoli a caso, e così facendo mi assumo la responsabilità di abbassare il livello medio dell'istruzione impartita? E i miei obiettivi, come insegnante, quali sono? Un livello medio stantard uguale in tutti gli istituti, per cui io mi devo limitare ad insegnare ai ragazzini le tecniche per rispondere ai test che certificano le loro competenze, e se lo faccio sono una brava insegnante, oppure un approccio creativo, che magari li renda un po' meno veloci a rispondere ai test, ma insegni loro il pensiero creativo e critico? Un mix fra i due? Ma poi questo "mix" come fa ad essere valutato e controllato, se poi ho un sistema valutativo a test che raramente riesce a tener conto di altri aspetti? Ecco, io, prima ancora dei soldi, vorrei delle risposte. Delle risposte qualunque, dal Ministero, che mi spiegassero in maniera chiara e una volta per tutte, che idea di scuola e di apprendimento si ha e si vuole applicare. Perché dopo io, al limite, da bravo soldatino, la applico, anche. Ma se si vuole che i docenti siano motivati, che sappiano cosa fare esattamente in classe e lo facciano, bisognerebbe anche che qualcuno, finalmente, ci convocasse ad un tavolo e ce lo spiegasse. Perché così, con riforme e circolari che arrivano ad ogni piè sospinto e dicono di applicare ora un modello educativo e didattico ora un altro, ora nessuno, noi per primi siamo spiazzati, in classe e con i ragazzi. Quando si dice che gli insegnanti sono demotivati, è vero. Parte della nostra insoddisfazione è dovuta al fatto che siamo diventati meri esecutori, ma non capiamo nemmeno bene di cosa. Ci proviamo, andando in classe, ma non abbiamo nemmeno la certezza assoluta che la nostra interpretazione sia quella giusta e quello che progettiamo per la nostra classe sia del tutto corrispondente allo spirito o alla sostanza delle direttive. E questo non perché siamo fannulloni poco aggiornati e resistenti al cambiamento, ma perché proprio il cambiamento nemmeno si capisce esattamente in cosa consista e cosa sia. E' come se ci dicessero che dobbiamo andare in un posto, ma non ci dicessero quale e come ci si deve arrivare.

Insomma, io credo che il problema della scuola italiana non siano "solo" i soldi. E' che bisognerebbe che qualcuno discutesse poi decidesse che cosa è la scuola, a che cosa serve e come va di conseguenza impostata. Ci vuole un confronto e una riflessione: aperta, franca, di quelle che anche finiscono in rissa, ma chiarificatrice. Non solo fra politici e parlamentari, e neanche solo fra Governo e Sindacati. Bisogna proprio che se ne parli con il corpo docente, che si ascolti, che si spieghi, che si decida un modello nuovo e valido per tutti, per poter ripartire da quello come base condivisa.

Finché non ci sarà questo, continueremo con le riforme applicate un po' qua e un po', là, le resistenze, le incomprensioni, i progetti bellissimi ma estemporanei, il dover impapocchiare le cose alla bell'e meglio per far finta che le direttive vengano applicate. Poi, secondo me, i soldi in qualche modo si trovano e le cose si fanno. Ma prima bisogna decidere cosa e come fare, uff.

 


  • L'Italia che spende male le poche risorse che ha

Investimenti in discesa così come i rendimenti degli studenti. Il confronto con la Finlandia

ItaliaOggi, del 23-04-2013, di Giovanni Bardi

 

In Europa l'Italia è fra i paesi che spendono meno e peggio sulla scuola. Nell'ultimo decennio il Paese ha disinvestito quando non ha investito male, al punto da ritrovarci sempre fanalino di coda anche in fatto di apprendimento degli studenti a fine obbligo ai test dell'Ocse Pisa. È recente la notizia che l'Italia resta di gran lunga staccata dal resto d'Europa in fatto di investimento pubblico in istruzione.

Secondo l'Eurostat statistics in focus, che studia i trend strutturali delle politiche economiche dei governi europei nel finanziamento delle politiche sociali e di pubblico interesse, mentre sanità e stato sociale tengono. Anzi dal 2002 la spesa in questi settori aumenta di 4 punti percentuali sul totale delle uscite, mentre per l'istruzione siamo finiti al penultimo posto in Europa. Con una media dell'8,5% del totale della spesa pubblica contro una media Ue del 10,9%, peggio di noi fa solo la Grecia con il 7,9%. Mentre in Finlandia, paese in testa da più di dieci anni nelle classifiche Ocse Pisa sull'apprendimento in lettura, scienze e matematica, lo Stato impegna l'11,6% del totale della spesa per la collettività sulla scuola.

Se si va a vedere il dato di spesa pubblica in istruzione sul Pil, in Europa si spende (i dati sono riferiti 2009) circa il 5,4% sul totale della spesa pubblica in istruzione contro il 4,7% dell'Italia. La Finlandia, a riguardo, impegna 6.8 punti percentuali di spesa pubblica in istruzione sul Pil. Secondo le stime dell'Eurostat Yearbook 2012, dal 2003 al 2008 l'investimento pubblico in istruzione sul Pil è passato da 4.74 a 4.58, sebbene la spesa pubblica per studente sul Pil sia aumentata da 6.118 a 6.609. Questo andrebbe supposto soprattutto in ragione della necessità di coprire i maggiori costi dell'innalzamento dell'obbligo d'istruzione e della massificazione dell'istruzione secondaria superiore. Un passaggio che diventa un nodo gordiano. I soldi che infatti servono per garantire un banco, una sedia e un professore davanti agli studenti che non terminano più gli studi alla fine delle medie, da qualche altra parte devono essere nel frattempo usciti. Se si guarda alla media di spesa annuale per studente delle scuole statali rispetto all'Europa allargata a 27, si vede che l'Italia, nel 2003, spendeva più della media europea con 6.469 contro 5.074 euro dell'Ue, per poi calare tendenzialmente nel decennio ed impennarsi nel 2008 a 7.122 euro, tornando poi a calare nuovamente a 6.751 euro del 2009.

Il contrario avviene invece in Finlandia che sembra aver proceduto, in confronto, come fa la formica rispetto alla cicala. Mentre nel 2008 noi spendevamo più dei finlandesi, nel 2009 torniamo a investire di meno, continuando a perdere terreno anche nel 2010. Secondo Eurostat, in Finlandia spendevano 5.812 euro per studente nelle scuole pubbliche nel 2003 e arrivano a riservare 7.365 euro l'anno per studente, contro i nostri 6.698 del 2010. Insomma, i numeri parlano da soli.

 


 

  • Monti taglia 51 milioni alla ricerca, Italia terzultima per investimenti

AUSTERITÀ Il decreto all'esame della commissione speciale al Senato

il manifesto, del 20-04-2013, di Roberto Ciccarelli

I dodici enti di ricerca controllati dal Miur si preparino: sta per arrivare il tanto annunciato nel 2012, e fino ad oggi sempre rinviato, taglio al fondo ordinario da 51 milioni di euro. Lo ha confermato il «rapporto Giarda», dal nome del ministro che ha consegnato al parlamento una relazione sui nuovi tagli da praticare all'università e alla ricerca con la «fase tre» della spending review. E tra poco si farà sul serio. L'Istituto di Fisica Nucleare (Infn) che ha scoperto il «bosone di Higgs», l'Ingv che monitora con i suoi precari l'arrivo dei prossimi terremoti, e lo stesso Cnr lascino da parte le residue speranze di continuare a fare ricerca con i soldi pubblici perché il governo «costretto» a restare in sella ad un paese squassato dalla crisi economica e politica taglierà un fondo che ammonta a 1.598 milioni (compresivi della «quota premiale» erogata dal Miur per i risultati scientifici di 139 milioni), la cifra più bassa dal 2003. L'unico ente risparmiato sarà l'Agenzia spaziale italiana che conserverà i suoi 502 milioni di euro.
Il taglio era stato annunciato dal ministro dell'Istruzione, università e ricerca Francesco Profumo durante l'estente del 2012, ma era stato ritirato dopo l'insurrezione dei presidenti degli enti che sventarono la manovra del governo nel corso di una tempestosa riunione con Profumo. Oggi torna d'attualità perché è necessario ripartire il fondo per il 2013. Il decreto che sancirà il taglio è giunto all'attenzione della Commissione speciale del Senato.
Il budget dell'Infn (che ha 600 ricercatori distaccati al Cern di Ginevra) subirà il taglio di 12 milioni di euro (da 243 a 230 milioni). Con 25 milioni in meno il Cnr rischia di mettere alla porta 2500 tra ricercatori precari e dottorandi. Con un taglio di oltre 4 milioni per 2013 e 2014, l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) rischia di spezzare equilibri già precari. L'Ingv aveva un contributo ordinario per il 2012 di 45,4 milioni. Subirà un taglio di 1,6 milioni (3,59%) per il 2013 e 2014; l'Istituto nazionale di ricerca metrologica (Inrim) perderà 880.900 euro (4,73%) su 18,6 milioni. Nella rosa ci sono anche la Stazione Anton Dohrn, l'Istituto nazionale di alta matematica (Indam), l'Istituto di studi germanici, il Centro Fermi, l'Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (Ogs) che perderà 1,2 milioni su un budget di 12,4 milioni di euro.
Aumentano invece i contributi destinati alla neonata Agenzia di valutazione della ricerca Anvur, e a tutto il complesso di valutazione e controllo neo-liberale dell'attività «produttiva» di ricercatori, insegnanti e studenti dell'Indire e dell'Invalsi, sul quale Profumo e Monti (oltre alla Gelmini) hanno investito molto.
Nel decreto in discussione al Senato si osserva anche la crescita de i fondi per le «attività internazionali» saliti da 54,2 a 83,5 milioni di euro. Il Sincrotone di Trieste riceve 14 milioni di euro. I fondi sui «progetti bandiera» per i quali Profumo si è molto speso scendono da 128 a 75,4 milioni. Si taglia dunque la ricerca, ma si finanzia l'apparato di controllo che dovrebbe controllare la sua «qualità» scientifica. Una contraddizione che spiega perfettamente le conseguenze ormai quinquennali delle politiche dell'austerità sul settore che tutti, da destra come da sinistra, giudicano fondamentale per rilanciare la «ripresa». Questi sono i fatti.
Il taglio dei fondi alla ricerca è solo uno degli esempi, simbolicamente tra i più significativi, che fa da sfondo alla conferma giunta ieri dalla Ragioneria generale dello Stato. Rispetto all'Europa a 27, nel 2010 e nel 2011 l'Italia si è classificata al 24° posto per investimenti sulla scuola e sulla formazione.
A quel tempo era finanziata per lo 0,7%(contro lo 0,9% europeo) di un Pil che nel 2010 era a +1,3%, nel 2011 era diminuito allo 0,4%. Nel 2012 il Pil è crollato a -2,5%, e nel 2013 arriverà forse a -2%. I tagli però continuano imperterriti. La Ragioneria sostiene anche che l'Italia è al sesto posto per la spesa per il Welfare, mentre cala la spesa per la sanità.


  • Così la Scuola Media Unica mise in moto l’Italia

Grazie a quella riforma anche i figli degli operai potevano accedere all’Università e per alcuni decenni si sperimentò davvero la mobilità sociale

La Stampa.it, del 21-04-2013, di  Marco Rossi Doria

Pochi giorni prima del Natale del 1962 venne approvata dal primo centrosinistra la legge n. 1859, che istituì la scuola media unificata, applicando finalmente la Costituzione della Repubblica che prevedeva otto anni di scuola gratuita e obbligatoria per tutti. La scuola media unica, insieme alla statalizzazione dell’energia elettrica, fu parte delle condizioni programmatiche poste dal partito socialista per terminare l’opposizione e avvicinarsi a un governo insieme alla Dc superando l’alleanza frontista con i comunisti che durava dal 1948.
Così, nell’anno successivo, il 1963/64, le nuove scuole medie aprirono le porte a ben 600 mila ragazzi e ragazze, figli di operai, contadini, artigiani, piccoli commercianti e braccianti, che fino ad allora non erano andati oltre la quinta elementare o l’«avviamento professionale» secondo le norme del 1928.
Immaginiamo la scena. Nell’ottobre del 1962 Gianni e sua cugina Carla, figli di un salumiere e di un operaio edile, finiscono a pieni voti la quinta elementare. Hanno dieci anni. E le famiglie decidono di non mandare i due ragazzi alla scuola media – allora unica via d’accesso ai licei e poi, forse, all’università – ma semmai all’«avviamento», dove per tre anni, sei giorni a settimana, con tuta e arnesi per l’officina o grembiule e attrezzi per i cosiddetti «lavori domestici», tutti comprati dalle famiglie, ci si «ammaestrava» al lavoro e basta. Senza accesso al sapere del mondo. Ed ecco che, con la nuova legge, nell’autunno del 1963, i fratelli di poco minori di Gianni e Carla entrano invece a scuola e studiano Italiano, Matematica, Storia, Geografia, Scienze, Arte, Inglese o Francese, Ginnastica, Musica. E – quel che più conta - hanno le porte aperte all’accesso agli studi superiori. Inoltre fanno almeno un anno di latino - la materia simbolo dell’idea stessa di conoscenza delle classi medie italiane - che fu, infatti, l’oggetto intorno al quale si concentrò la polemica politica.
Anche se oggi vi è un proficuo dibattito sui limiti della nostra scuola media, va ribadito che la riforma fu una conquista storica in termini di eguaglianza. E non solo. La riforma, infatti, ebbe un successo multi-dimensionale perché, partendo dai diritti, spinse in avanti l’economia e la società italiane. Il tasso di quattordicenni in possesso di licenza media passò, nei dieci anni successivi, dal 46,8% all’82,3%. E decine di migliaia di giovani entrarono, poi, sì nei licei ma soprattutto nelle scuole tecniche e professionali con una più forte cultura di base, potenziando il sapere diffuso, avvicinando sapere e lavoro, contribuendo alla trasformazione dell’agricoltura, di ogni settore manifatturiero e del crescente sistema dei servizi. Inoltre l’espansione delle iscrizioni spinse alla costruzione e all’ammodernamento di migliaia di edifici scolastici, favorendo ulteriormente il boom economico e occupazionale già in atto.
Il movimento verso la scuola non riguardò solo la generazione direttamente interessata dalla riforma ma tutta la vasta parte «popolare» del Paese. Non solo i bambini e ragazzi ma gli adulti e anche gli anziani – che in precedenza non avevano raggiunto le conoscenze più basilari – furono investiti dall’onda positiva dell’effetto-traino e spinti a conquistare almeno la licenza elementare. Così, le bambine delle campagne e dei ghetti urbani poveri furono finalmente tutte mandate alle elementari; le scuole serali si riempirono di giovani adulti; la Rai ampliò i suoi programmi di alfabetizzazione consolidando l’idea che per imparare «non è mai troppo tardi». L’analfabetismo totale - il non sapere leggere, scrivere e far di conto in alcun modo – passò dal 13% del 1951 a percentuali comparabili con il resto d’Europa.
Ma torniamo a quel dicembre di mezzo secolo fa, all’aula di Montecitorio. Lì proprio attorno all’idea di uguaglianza vi fu un decisivo dibattito parlamentare. Con motivazioni tese ad aprire scuola e società e superando anche conservatorismi interni, votarono a favore della scuola media unica socialisti, socialdemocratici, democristiani, repubblicani. Invece votarono contro tutte le destre: monarchici, missini, liberali e - con motivazioni opposte e speculari - i comunisti. La destra avversò ogni messa in discussione di una scuola rigidamente divisa tra quella per le classi medie, che si prolunga nel tempo, comprende le discipline del sapere universale necessario per comandare e guadagnare bene e quella per le classi popolari, limitata nel tempo e dedicata ad allenarsi al lavoro manuale. Il provincialismo conservatore italiano si unì a quello reazionario e rimase immobile, convinto, in particolare, che qualsiasi ridimensionamento del latino comportasse una svalutazione dell’idea stessa di cultura.
Ma, ben oltre i conservatorismi della nostra destra, era estraneo a grande parte delle élites italiane l’argomento secondo il quale lo sviluppo economico è legato alla promozione della mobilità sociale, a sua volta possibile grazie all’acquisizione di conoscenze diverse – umanistiche, scientifiche, tecniche - unite dal rigore del metodo e dall’intreccio tra fare e sapere e dal laboratorio didattico come fondamento dei processi di apprendimento che richiedono la partecipazione attiva di bambini e ragazzi. Quello che era accettato in tutto il mondo - dagli Usa all’Inghilterra alla Germania fino ai paesi in via di decolonizzazione in Africa e Asia - non lo era da noi. E la riforma del 1962 spezzava un tabù profondamente radicato nella nostra idea di sapere e apriva al futuro; ma l’evoluzione successiva è stata troppo lenta e faticosa…
A votare contro la riforma vi fu anche il Partito Comunista Italiano. La mediazione individuata nel corso dei lavori fu di introdurre - soltanto in terza media - il latino come materia facoltativa ma necessaria per iscriversi al ginnasio. Dichiaratosi a favore dell’innalzamento dell’obbligo come «fatto di conquista democratica» il Pci tuttavia si oppose proprio per questo dettaglio: perché bisognava offrire il latino a tutti, altrimenti il nuovo obbligo mostrava «un problema grave di contenuti culturali». In aula, a rispondere alla così motivata dichiarazione di voto contrario del comunista Mario Alicata fu il vero ispiratore della legge, l’azionista liberalsocialista e deputato del Psi, Tristano Codignola: «un movimento popolare dell’importanza del Pci non può affermare il valore della legge e nel contempo annunciare il voto contrario….sostenendo l’equivoco discorso dei contenuti culturali… quando si sa che una legge non sostituisce mai l’uomo che deve applicarla e quindi è in questa nuova struttura di scuola che si apre il discorsi dei contenuti…».
Cinque anni dopo la riforma, nel 1967, con Lettera a una professoressa , fu don Milani, suo sostenitore attivo insieme ai ragazzi di Barbiana, a denunciare ciò che ne impediva la piena applicazione: «il principale difetto della scuola italiana sono i ragazzi che ancora perde». E indicò come porvi rimedio, proponendo di dare di più a chi parte con meno nella vita. Nelle democrazie si chiama «discriminazione positiva». Ed è l’opposto dell’eguaglianza formale perché va alla sostanza delle cose, proprio come dice l’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…che, limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…».
Ma oggi, il terribile 18,2% di ragazzi - sempre e solo figli dei poveri - che abbandonano scuola e formazione, ci dice che l’Italia deve affrontare ancora proprio questa sfida. E che, pur con tutti i progressi, non abbiamo creato sufficiente scuola del sapere e del fare. E che non siamo stati in grado di sviluppare appieno la discriminazione positiva soprattutto perché abbiamo conservato una scuola basata su un’idea povera di eguaglianza: dare a tutti la stessa cosa nel medesimo tempo. Mentre è possibile un’eguaglianza molto ben articolata, che sappia dare di più e meglio a ciascuno perché prende in considerazione le parti forti e deboli, le inclinazioni, le parti da scoprire di ogni persona in crescita. Molte scuole già lo fanno. Lo facciamo integrando migliaia di bambini non italiani e di bambini con disabilità, in modo molto migliore di quanto si faccia altrove. Eppure l’organizzazione iper-standardizzata è ancora troppo presente; e tante esperienze che sperimentano i modi per conquistare alla scuola chi ne è ancora fuori devono ogni volta misurarsi con questo limite…. E con la mancanza di risorse. La sfida contro troppi abbandoni della scuola deve diventare politica nazionale, sostenuta, finanziata, difesa dalla comunità tutta. E davvero non è più possibile pensare di tagliare i fondi per la scuola quando perdiamo per strada non solo troppi ragazzi ma tante risorse per la crescita del Paese che, oggi più che mai, è intimamente legata alle conoscenze. Ed è interessante notare come, a
pagina 38 del «documento dei saggi» consegnato al Presidente Napolitano, vi sia un capitolo dedicato al contrasto dell’abbandono scolastico come fattore determinante per la crescita.
Perciò: è una necessità ridare a scuola, università e ricerca – come investimento per il nostro futuro – gli 8,4 miliardi tagliati in modo sconsiderato dal 2008 al 2011. Questo è, per quanto complicato, un passaggio politico decisivo della nuova auspicata stagione italiana, che riveste la medesima importanza della restituzione dei crediti alle imprese. Proprio il successo della riforma di cinquant’anni fa, insieme con la ferita aperta degli abbandoni scolastici, ci mostra che è questa la via da prendere.


  • La grande rimonta dei maschi a scuola adesso leggono (quasi) come le femmine

Divario dimezzato in quattro anni. Egli italiani sono più preparati della media internazionale

La Repubblica.it, del 22-04-2013, di Maria Novella De Luca

ROMA

Sarà merito della scuola, o forse di alcuni libri dal successo planetario, che hanno catturato al testo scritto anche il recalcitrante mondo dei ragazzini maschi. Sarà, pure, l’abitudine alla comprensione del linguaggio sincopato dei videogiochi, comunque la notizia (buona) è che nella lettura per la prima volta i bambini hanno raggiunto le bambine. Polverizzando così finalmente quei “punti” che nelle statistiche internazionali dividevano i maschi dalle femmine, queste ultime com’è noto assai più vicine ai libri dei loro coetanei. E invece si scopre che c’è un momento fondamentale negli anni della scuola primaria, in cui tutto è ancora possibile, anche la caduta di stereotipi tipo femmine-brave, maschi-distratti, oppure femmine “non portate” per la matematica, maschi capaci nelle materie scientifiche.
Il paritario capitombolo in avanti è contenuto nella ricerca Progress in International Reading Literacy Study del 2011, che ogni cinque anni analizza nelle classi di quarta elementare, i livelli di comprensione dei testi scritti. E su questi dati Stefano Molina, ricercatore della Fondazione Agnelli, ha elaborato una indagine pubblicata sul sito Neodemos,con il titolo “Differenze di genere sui banchi di scuola”, in cui dimostra quanto nell’infanzia il nostro Paese sia quello con i divari più bassi, mentre poi, a partire dall’adolescenza le differenze diventino invece dei fossati. «Il salto in avanti dei maschi nella lettura — spiega Stefano Molina — è avvenuto negli ultimi 10 anni. Nel 2001 il loro rendimento si distanziava di 8 punti da quello delle femmine, nel 2007 di 7, fino al 2011 in cui il divario è diventato di 3, e dunque minimo. Ed è un bel successo, dovuto a più fattori. Da una parte i bambini corrono veloci quanto le bambine. Dall’altra forse la scuola non è stata in grado di consentire alle femmine, che da sempre hanno un rendimento migliore, di esprimere tutte le loro potenzialità». In un quadro dove comunque i dati dell’indagine “Pirls” mostrano che i baby studenti italiani di quarta elementare si piazzano a un ottimo punto nella classifica mondiale della “bravura” con 541 punti contro una media di 500.
E sono più d’una infatti le motivazioni che hanno portato a questa unificazione delle capacità di lettura, che smentiscono in parte gli allarmi sulla disaffezione verso il testo scritto della generazione digitale. Carmela Buffo insegna da oltre 30 anni in una grande scuola romana, «dove arrivano bambini di ogni ceto sociale, da quelli con migliaia di libri nella biblioteca dei genitori, a ragazzini che non ne possiedono nemmeno uno». Dice Carmela Buffo: «In una stessa classe ci sono allievi con diversi livelli di rendimento, e tradizionalmente le femmine sono un po’ più avanti dei maschi. Ma questo spesso si è tradotto in una sorta di pigrizia da parte degli insegnanti, anzi delle insegnanti, che non si sono preoccupate abbastanza di stimolare i maschi perché ritenuti immaturi». Là dove invece la scuola ha tenacemente promosso la lettura, e «grazie anche a una rivoluzione nei libri dell’infanzia, con alcuni titoli che hanno catturato i bambini senza differenza di sesso», aggiunge Carmela Buffo, «i risultati si sono
visti, e in particolare sui maschi». Ecco allora Harry Potter,con la sua capacità conquistare al di là dei generi, Geronimo Stilton, il topo reporter dagli incassi milionari, Greg, l’amatissima “schiappa” del diario medesimo.
Benedetto Vertecchi, pedagogista di lungo corso, è invece più scettico sui meriti della scuola. «Se i maschi hanno scoperto la lettura, mi fa un gran piacere, ma non dipende dalla nostra agonizzante istruzione pubblica, bensì da una maggiore attenzione delle famiglie alla vita dei bambini, libri compresi. Con i tagli selvaggi, la scuola oggi sta tornando proprio ai suoi stereotipi tradizionali, ai maschi la scienza, alle femmine la letteratura, i ricchi vanno avanti, i poveri si fermano». Amara riflessione, condivisa in parte da Stefano Molina, autore della ricerca: «Viene da chiedersi come mai a 9-10 anni bambine e bambini siano eguali nella lettura, e poi invece a 15 le femmine superino i loro coetanei di ben 46 punti nella comprensione di un testo scritto. Penso che i fattori siano due: una spinta sociale, per cui alle bambine viene regalata la Barbie, e ai maschi il “Piccolo chimico”, e via via quel fattore di uguaglianza si perde. E una motivazione, poi, interna alla scuola, che purtroppo nella comunicazione del sapere tende a ricreare differenze».


  • La teoria del vaso di vetro

SINERGIE DI SCUOLA, del 17-04-2013, di Mara Bonitta

Durante l’ora di lezione, un professore di filosofia pose sulla cattedra un vaso di vetro vuoto e lo riempì con delle palle da golf, chiedendo poi agli studenti se il vaso fosse pieno. Gli studenti risposero in coro di sì. Allora il professore prese una manciata di biglie di vetro e le fece scivolare nel vaso, riempiendo gli spazi rimasti vuoti tra le palle da golf. Chiese di nuovo agli studenti se il vaso fosse pieno, e di nuovo gli studenti risposero unanimemente di sì. Il professore allora versò nel vaso un sacchetto di sabbia, rifece la domanda, ed ottenne dagli studenti la medesima risposta. Velocemente, il professore aggiunse una tazza di caffè al contenuto del vaso, che risultò ancora una volta pieno...
Una simile concatenata successione di azioni sembra aver luogo in ambito scolastico, inizialmente riempito di competenze di base, solide e consistenti come palle da golf, quali il POF, il programma annuale, la contrattazione di istituto, il regolamento interno, la carta dei servizi. Poi vennero le biglie di vetro, trasparenti e colorate, a riempire gli interstizi: i progetti numerosi e diversificati, i siti web utili ed esuberanti, gli accordi di rete proliferanti e interistituzionali, le sperimentazioni gestionali e le iniziative di fund raising. Siccome c’era ancora spazio, venne versata della sabbia, milioni di granuli minuscoli che si sistemarono nel vaso togliendone quasi completamente l’aria: i flussi di cassa, le rilevazioni semestrali, annuali, periodiche e una tantum sugli incarichi dei dipendenti e dei consulenti, sulle assenze per malattia e per altre cause, sui permessi della legge 104, l’osservatorio tecnologico, la scuola in chiaro e il censimento, i contratti pubblici secondo la normativa europea degli appalti, la vigilanza sui suddetti contratti, la legge Stanca e la riforma Brunetta, il rinnovato sistema sanzionatorio, le verifiche INPS, INAIL ed Equitalia, i portali dai nomi accattivanti come PerlaPA, DigitPA, NoiPA...
Ora siamo al caffè, che filtra attraverso il contenuto del vaso percorrendolo fino in fondo senza intoppi: le leggi di stabilità, le spending reviews, i decreti Taglia Italia e Salva Italia, i piani della performance, di valutazione, trasparenza e merito, le convenzioni Consip, il mercato elettronico delle Pubblica Amministrazione (Mepa) e quello della Pubblica Istruzione (Mepi), il carrello, il cruscotto e la clausola stand still, la certificazione dei crediti certi, liquidi ed esigibili dei fornitori maturati al 31 dicembre 2012, la ricognizione dei debiti e le piattaforme IPA e PCC, la legge di prevenzione e repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione, il CIVIT e l’OIV, l’accessibilità totale delle informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle PP.AA., il piano triennale per la trasparenza e l’integrità, l’accesso civico e i dati aperti, i responsabili della prevenzione della corruzione e i responsabili della pubblicazione dei documenti sui siti istituzionali, la normattiva e infine, dal prossimo 20 aprile, con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 14 marzo 2013 n. 33, l’ampliamento della responsabilità dirigenziale, amministrativa patrimoniale e contabile.
Considerato che le scuole di ogni ordine e grado sono Pubbliche Amministrazioni (art. 1 comma 2 D.Lgs. 165/2001), è chiaro che anch'esse sono coinvolte direttamente da queste disposizioni immanenti e indifferenziate per tutta la P.A., dai più vasti Ministeri alle più normodimensionate scuole, con adempimenti, prescrizioni e sanzioni piuttosto severe, a carico di soggetti e di enti od organismi, di carattere disciplinare, amministrativo e pecuniario.
Se pensiamo poi che il CCNL Scuola è scaduto nel 2009, che dal 2010 sono bloccate le progressioni di carriera di tutto il personale scolastico (sembra che, a spese del FIS, qualcosa si muova per il 2011), che gli organici di insegnanti e ATA, così come il numero delle istituzioni scolastiche e i loro budget, hanno subito una drastica riduzione, che il reclutamento del personale amministrativo è “integrato” dall’utilizzo di docenti inidonei, che il concorso per DSGA è tristemente rimasto inchiodato al palo, che la formazione – unica leva che potrebbe sollevare il mondo e gli animi - è un optional, che il vaso, cioè, si è anche ristretto, sorge spontanea una domanda: dopo il caffè, nel vaso già pieno, sarà versato anche l’ammazzacaffè?
Probabilmente non tracimerà, ma – nomen omen – la prospettiva è un tantino inquietante.


  • Abbandono scolastico in calo ma oltre i limiti fissati dall’Europa

Soffre specialmente il Sud con Sicilia, Sardegna e Campania in testa: allarmanti i dati nel biennio delle superiori
Corriere di Viterbo,  del 17-04-2013
BRUXELLES

I dati Eurostat mostrano una tendenza al recupero per quanto riguarda la dispersione scolastica in Italia, ma con il 17,6% restiamo lontani dal target del 15% da raggiungere entro il 2020. Soffre soprattutto il Sud Italia con Sicilia, Sardegna e Campania in testa soprattutto nel biennio delle superiori.
Pochi paesi europei fanno peggio di noi: Malta, Romania e Spagna. La Grecia ha fatto meglio, con un tasso del1'11,4% e una riduzione dell'abbandono tra il 2011 e il 2012 dell'1,7%. Soffre soprattutto il Sud Italia con Sicilia, Analizzando più da vicino il dato complessivo, emerge che il fenomeno riguarda in particolare gli studenti maschi.
Secondo i dati Eurostat, nella cosiddetta "area Ue-27", ovvero di 27 Paesi membri dell'Unione europea, ogni 100 abbandoni tra i maschi se ne registrano 76 tra le femmine. In paesi come Cipro il rapporto è di 42 ogni 100 maschi, addirittura in Bulgaria il rapporto è inverso (abbandonano più le femmine che i maschi), l'Italia si attesta a metà classifica con un rapporto tra maschi e femmine di 100 a 71. All'indomani della pubblicazione dei dati, si è fatta sentire la voce del sindacato. Per l'Anief "negli ultimi sei anni sono stati cancellati 200mila posti, sottratti 8 miliardi di euro e ultimamente si è pensato bene di far sparire quasi 2mila scuole a seguito del cosiddetto dimensionamento, anche se poi ritenuto illegittimo dalla Consulta.
Ora, siccome è scientificamente
provato che i finanziamenti sono strettamente correlati al successo formativo, questi dati non sorprendono.
Ma sicuramente amareggiano". Preoccupata anche la Cisl: "I dati Eurostat non fanno che confermare un quadro già tristemente noto, che vede l'I ali a in posizione di svantaggio su quasi tutti gli indicatori che riguardano istruzione e formazione. E' una situazione di vera e propria emergenza
che denunciamo da tempo, rivendicando un deciso cambio di segno nelle scelte di investimento che riguardano il nostro sistema formativo".
Sempre in base ai dati Eurostat per il 2012, la maggior parte degli Stati membri dell'Ue ha compiuto passi avanti nel raggiungimento degli obiettivi della strategia Europa 2020 nel campo dell'istruzione: riduzione del tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10% e aumento al di sopra del 40% della percentuale di giovani in possesso di qualifiche dell'istruzione superiore (terziaria o equivalente) entro il 2020. Attualmente la percentuale di abbandono scolastico tra i giovani è in media del 12,8% nell'Ue, in calo rispetto al dato del 13,5% registrato nel 2011.
Nel 2012, erano il 35,8% le persone di età compresa tra i 30 e i 34 anni nell'Ue ad aver completato l'istruzione terziaria, contro un 34,6% dell'anno precedente. Androulla Vassiliou, Commissaria europea responsabile per l'Istruzione, sostiene che "in futuro i posti di lavoro richiederanno qualifiche di livello più elevato e i dati indicano che un maggior numero di giovani è deciso a sviluppare appieno le proprie potenzialità".
Tornando ai dati, 12 Stati membri (Austria Repubblica ceca, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Svezia) hanno ormai tassi di abbandono scolastico inferiori all'obiettivo fissato dalla strategia Europa 2020 al 10%.
La percentuale di giovani con una qualifica dell'istruzione superiore resta bassa in Italia (21,7%), Slovacchia (23,7%), Romania (21,8%), Malta (22,4%), Repubblica Ceca (25,6%) e Portogallo (27,2%).


  • Bachelet (Pd), rilanciare l'autonomia scolastica con le leggi esistenti

Giovanni Bachelet, della direzione del Pd, esamina sia il lavoro dei “Saggi” e sia la pubblicazione del ministro Fabrizio Barca dove si parla di istruzione

La Tecnica della Scuola, del 15-04-2013

All'istruzione sono dedicate tre delle ottanta pagine redatte dai saggi di Napolitano: si parla di riduzione dell'abbandono scolastico, rilancio del tempo pieno, alternanza scuola-lavoro, scuola digitale, educazione alla salute. Giovanni Bachelet, della direzione del Pd, esamina sia il lavoro dei “Saggi” e sia la pubblicazione del ministro Fabrizio Barca dove si parla di istruzione
In che modo un nuovo Governo e il nuovo Parlamento potrebbero risollevare le sorti della scuola italiana? Anche prima di conoscere l'esito del voto mi ero convinto che tanto la lentezza del processo legislativo, quanto la motivata esasperazione della scuola, consigliassero una partenza soft, un approccio amministrativo e non legislativo necessario a riconquistare la fiducia, rilanciare la partecipazione e cosí preparare il terreno alle necessarie riforme legislative (come quella della governance, dei cicli scolastici, dello stato giuridico e del reclutamento di dirigenti, docenti, ATA). Dopo il voto, di fronte a una legislatura che si annuncia breve e difficile, l'unica ricetta praticabile per il rilancio della scuola italiana appare a maggior ragione basata sulla Costituzione e sulle leggi esistenti: sfruttarne le potenzialità e, anzitutto, rispettarle.
Il ripristino della legalità, anche a scuola, è infatti il primo passo per uscire dal caos ed evitare il tangibile rischio di regresso verso il sottosviluppo. Nella scuola sono ormai molte le illegalità flagranti: dall'accorpamento forzato in istituti comprensivi con dimensioni minime dettate dal centro senza il concerto delle Regioni (ripetutamente bocciato dalla Corte Costituzionale), alle molte cause perse dal Miur di fronte ai Tar (per l'insufficiente sostegno ai diversamente abili o per lo "spezzatino" utilizzato per le 40 ore del tempo pieno nella scuola primaria, ad esempio), alle illegalità croniche, come i crediti dello Stato verso le scuole (una media di 100mila euro a istituto) o gli edifici scolastici fuori norma (circa la metà).
A nessuna di queste emergenze i Governi Berlusconi e Monti hanno posto rimedio: nemmeno a quelle determinate da provvedimenti giudiziari, in barba al dlgs 165/2001 che (art.61) impone al Governo procedure d'urgenza per ottemperarvi. Certo in tutti gli esempi fatti restituire legalità implica, nell'immediato, risorse da reperire. Si tratta però, nella maggior parte dei casi, di impegni straordinari e transitori che, nel lungo periodo, determinano risparmi. Il superamento del "disordine costituito" di un Ministero che non riesce a programmare il fabbisogno di docenti, per oltre dieci anni non fa concorsi e continua a coprire molti posti vacanti e disponibili con personale a tempo determinato produrrebbe infatti, a regime, il risparmio di importanti risorse umane e finanziarie dissipate nel caotico accavallarsi di ordini e contrordini all'inizio di ogni anno scolastico, nel continuo alternarsi di insegnanti sulla stessa classe, nel gigantesco contenzioso giuridico che ogni illegalità porta con sé, nei gironi danteschi delle graduatorie: fenomeni, questi, sconosciuti nel resto del mondo civile.
1. Rispettare la legalità implicherebbe, per il nuovo Governo, uno stile amministrativo europeo che, in Italia, risulterebbe piú rivoluzionario di ogni riforma epocale. Un esempio? il Ministero, previsto in modo affidabile il fabbisogno, dovrebbe ogni anno immettere in ruolo (secondo le regole vigenti, fino a che non ce ne saranno di nuove) un numero di insegnanti abilitati corrispondente ai posti vacanti e disponibili. Un altro esempio? il Ministero dovrebbe rispettare l'obbligo di bandire regolarmente nel tempo i concorsi per l'accesso al ruolo e le selezioni per i corsi di abilitazione degli insegnanti, spezzando finalmente –come pareva volesse fare Profumo, finché non ha sfasciato tutto con il Tfa speciale– l'iniqua spirale di precariato e sanatorie che incombe come una maledizione sulla scuola italiana.
Oltre al ripristino della legalità, per rilanciare e rimotivare la scuola, preparando il terreno (politico, culturale, sociale) alle riforme legislative da avviare dopo i primi cento giorni (che riguardano governance, cicli scolastici, stato giuridico, reclutamento), esistono altri atti governativi possibili a legislazione invariata. Quali?
2. Si potrebbe anzitutto rifinanziare la legge 440/1997, crollata negli ultimi anni a un terzo del valore nominale del 2001. Se questo rifinanziamento fosse sostanziale, il 20% e 30% di offerta didattica aggiuntiva prevista dai nuovi regolamenti delle superiori si trasformerebbero da presa in giro in opportunità; sarebbero possibili molti altri arricchimenti qualitativi e quantitativi dell'offerta formativa, dalla programmazione e integrazione territoriale delle diverse offerte formative per il contrasto alla dispersione, alla didattica aggiuntiva per l'italiano come lingua straniera a tutte le età, al potenziamento del sostegno alla diversa abilità. Reti di scuole (già previste dalle leggi vigenti), ricerca didattica, formazione in servizio di insegnanti e dirigenti potrebbero beneficiarne.
3. Al rilancio dell'autonomia scolastica nel contesto delle autonomie territoriali contribuirebbe in modo cruciale l'attuazione di due norme rimaste sulla carta: il titolo V della Costituzione in materia di istruzione, cui manca "solo" l'intesa fra Stato e Regioni, l'organico funzionale (introdotto da Monti nel "Milleproroghe 2012" con il nome di organico dell'autonomia), cui manca "solo" il finanziamento. In questo contesto l'INDIRE potrebbe, attraverso un'intesa con le Regioni, ricuperare un'articolazione territoriale piú coerente con il titolo V e meno bizzarra dell'attuale tripartizione, contribuendo, con laboratori appoggiati a reti di scuole o reti di enti locali, al sostegno all'autonomia e alla circolazione delle buone pratiche.
4. Prima che sia approvata l'intesa Stato-¬-Regioni e siano definiti i LEP (livelli essenziali delle prestazioni) nel contesto del cosiddetto federalismo fiscale, l'allentamento del patto di stabilità interno per le assunzioni nei servizi scolastici e educativi e per l'edilizia scolastica rappresenterebbe un'altra possibile boccata di ossigeno per la scuola; purché, naturalmente, le dotazioni finanziarie e le capacità impositive autonome degli Enti Locali siano nel frattempo rilanciate anziché ulteriormente umiliate.
5. Rimessa in marcia l'autonomia scolastica boicottata da almeno un quinquennio di tagli e centralismo ministeriale, riconquistata la fiducia della scuola col percorso di rinnovamento amministrativo qui abbozzato, anche la riforma dell'autogoverno o la valutazione censuaria da parte dell'INVALSI troverebbero da parte della scuola, ne sono certo, accoglienza migliore di oggi.
6. Un Governo che abbia credibilmente fatto pace con la scuola e con gli insegnanti, rimediando a qualcuno degli sfregi loro inflitti dai precedenti governi, potrebbe perfino approfittare della scadenza del contratto collettivo nazionale della scuola per tentare un'ampia e seria consultazione sull'orario di servizio e sul trattamento economico, aperta a idee innovative in linea con gli standard europei.
Tutti i provvedimenti cui ho appena accennato sono possibili a legislazione invariata, sí, ma nel senso che incidono "solo" sulle tabelle del documento di economia e finanza (DEF) e della legge di stabilità. Forse il loro insieme sarebbe insostenibile, nei primi cento giorni, anche per un Governo che volesse davvero mettere al centro la scuola, ricuperando il massimo di risorse possibile nelle condizioni date. Un sottoinsieme di questi provvedimenti è, invece, certamente sostenibile; e l'insieme completo serve, in ogni caso, a suggerire una visione e una direzione realistica di rilancio per la scuola italiana


  • Camusso: cassa integrazione a corto di fondi. “A rischio 500mila lavoratori”. “Landini? Non ascolta”. E la Cgil lancia l’emergenza insegnanti

Abbiamo classi pollaio, sempre più numerose, spesso anche oltre il tetto massimo previsto per norma. C’è meno sicurezza, meno servizi, meno laboratori, più abbandoni scolastici:

la Repubblica, , del 15-04-2013, di Luisa Grion

Annuncia che la Cgil sta lavorando ad una «grande iniziativa » con Cisl e Uil e conferma che, anche se la Fiom non è d’accordo, l’idea di un patto con Confindustria sta andando avanti. «La discussione è all’inizio, siamo alle premesse» precisa Susanna Camusso, leader del sindacato «anche se alle spalle abbiamo una lunga stagione di grandi divisioni, ora bisogna fare le cose possibili». Davanti alle tante emergenze del Paese - cui vanno ad aggiungersi la difficoltà di finanziare la cassa integrazione, il pericolo che mezzo milione di lavoratori ne resti escluso e la necessità di tutelare la scuola pubblica - per la Camusso non è più tempo né di divisioni sindacali, né per di scontri frontali con i produttori.

Una strategia che la Cgil sta mettendo in campo non senza scontri interni, quello con la Fiom, per esempio. Sabato, in una intervista a Repubblica il leader dei metalmeccanici aveva fatto capire di non essere d’accordo con l’idea di un patto sindacato- industria, perché gli accordi firmati in passato, aveva detto, hanno portato a scelte di politica economica pagate solo dai lavoratori. Ieri, attraverso un’intervista a Skytg24 è arrivata la risposta della Camusso: «Questa è una stagione in cui bisognerebbe ascoltarsi, e Landini dimostra di non aver ascoltato le parole che ci siamo detti. La storia di questi anni, fatta di lacerazioni e di ferite ancora aperte, pesa molto. Ma proprio per questo andrebbe condiviso il fatto che bisogna ridefinire delle regole del gioco, altrimenti non si va mai avanti e il conto lo stanno già pagando i lavoratori ».

Un aspetto pesante di questo conto aperto riguarda la cassa integrazione. La copertura dell’ammortizzatore sociale è a rischio, lo hanno detto anche i «saggi» nel volume di suggerimenti consegnati al Quirinale (entro giugno bisogna trovare un miliardo per finanziare quella in deroga hanno puntualizzato). Ieri Camusso ha quantificato l’emergenza sociale che scoppierebbe dietro la mancanza di fondi: «Le domande per farvi ricorso si stanno moltiplicando e i primi mesi del 2013 hanno determinato un’ ulteriore accelerazione della crisi e delle difficoltà: c’è il rischio che mezzo milione di italiani possa restare senza cassa integrazione, in qualche regione siamo già arrivati all’esaurimento dei fondi. Con le previsioni fatte dalla Legge di stabilità siamo ben al di sotto di quanto serve».

Ma il sindacato porta l’attenzione anche su un altro fronte caldo, quello della scuola e della necessità di tutelarne la qualità. Da un’indagine Flc-Cgil risulta che negli ultimi cinque anni, a fronte della riduzione complessiva di 81.614 docenti c'è stato un aumento di oltre 90.000 alunni. Si sarebbero dovute creare 4.500 nuove classi (con una media di 20 alunni per aula), invece ne sono state tagliate 9 mila. «La conseguenza è evidente - commenta Mimmo Pantaleo, segretario Flc Cgil - abbiamo classi pollaio, sempre più numerose, spesso anche oltre il tetto massimo previsto per

norma. C’è meno sicurezza, meno servizi, meno laboratori, più abbandoni scolastici: la politica tutta deve farsi carico di questa emergenza e avviare un piano di investimenti che possa invertire questa
drammatica tendenza». L’Italia, ricorda, è all’ultimo posto in Europa per percentuale della spesa pubblica dedicata all’istruzione
 


  • Tagli, ecco come hanno costruito le classi pollaio

Un dettagliato report della Flc-Cgil mette in evidenza come negli ultimi 5 anni a fronte di un incremento di 90mila alunni siano stati tagliati quasi altrettanti docenti e 43mila Ata

15/04/2013

La Tecnica della Scuola, del 15-04-2013, di Alessandro Giuliani

Un dettagliato report della Flc-Cgil mette in evidenza come negli ultimi 5 anni a fronte di un incremento di 90mila alunni siano stati tagliati quasi altrettanti docenti e 43mila Ata. Tranne che all’infanzia, le cattedre sono state cancellate ovunque: 28mila nella primaria, 22mila alle medie e 31 alle superiori. Col dimensionamento scomparse quasi 2.000 scuole. Il leader Mimmo Pantaleo si appella ai politici: si facciano carico delle emergenze, serve un piano d'investimenti.
E’ davvero impietoso il quadro numerico sui tagli al personale della scuola pubblica tracciato dalla Flc-Cgil: secondo una serie di dettagliate tabelle, il sindacato ha riassunto quanto accaduto nell’ultimo quinquennio.
Il dato più allarmante, anche perché contraddittorio, è quello che al sostanzioso aumento degli alunni (+90.000 alunni) non è stato dato seguito alcun incremento di docenti. Anzi. I dati in possesso del sindacato indicano che sono spariti quasi altrettanti insegnanti: ben 81.600.
"Con oltre 90.000 alunni in più – spiega la Flc-Cgil - si sarebbero dovute creare non meno di 4.500 classi in più (con media di 20 alunni per classe), invece ne sono state tagliate oltre 9.000. La conseguenza è evidente: le cosiddette classi pollaio sempre più numerose, spesso anche oltre il tetto massimo previsto per norma".
Il sindacato confederale ricorda che, se si eccettua la materna, si è andato a mettere mano in tutti i settori scolastici: "si taglia ovunque, - 28.032 posti nella primaria - 22.616 nella secondaria di primo grado - 31.464 nella secondaria di secondo grado, eccetto la scuola dell'infanzia dove le sezioni registrano un piccolo aumento +518".
La “sforbiciata” non ha esentato il personale amministrativo: "-17,5 % dei posti in cinque anni", pari a "43.878 posti in meno: ciò significa meno sicurezza, meno servizi, meno laboratori".
E non manca uno sguardo anche alla razionalizzazione: infatti "sono state consistentemente ridotte di quasi il 20%, cioè scomparse quasi 2.000 scuole".
Il segretario generale della Flc-Cgil, Domenico Pantaleo, ha detto alla luce di questi dati allarmanti la Flc Cgil "chiede alla politica tutta che si faccia carico delle emergenze della scuola italiana e chiede che si avvii un piano di investimenti che consenta di invertire questo drammatico trend. Nel sud occorre garantire l'estensione del tempo pieno e della scuola dell'infanzia, l'innalzamento qualitativo dell'offerta formativa, un piano di edilizia scolastica e una decisa azione per contrastare l'evasione dell'obbligo scolastico".
Pantaleo ha quindi rivendicato “più risorse, più scuola pubblica, più insegnanti e personale ATA, più qualità, più equità, livelli di istruzione più alti devono essere obiettivi prioritari per il Paese. Proseguiremo nei prossimi giorni la nostra campagna per la qualità della scuola pubblica statale dimostrando ciò che si può mettere immediatamente in campo nel breve e medio periodo e dando così continuità – ha concluso il leader della Flc-Cgil - alle iniziative dei giorni scorsi: dall’appello per la scuola dell’infanzia al presidio del personale precario”.

 


  • Scuola, calano i docenti ma 90 mila alunni in più

La protesta della Cgil, in 5 anni 81 mila posti da insegnante in meno

Il Messaggero, del 15-04-2013

90.000 alunni, che avrebbe dovuto determinare un incremento di circa 9.000 docenti. Lo evidenzia Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil, criticando «le politiche regressive» che hanno portato alla «demolizione della scuola pubblica».

Con oltre 90.000 alunni in più, osserva Pantaleo, si sarebbero dovute creare non meno di 4.500 nuove classi (con media di 20 alunni per classe), invece ne sono state tagliate oltre 9.000. La conseguenza «è evidente: le cosiddette classi pollaio sempre più numerose, spesso anche oltre il tetto massimo previsto per norma».

Si taglia, prosegue il segretario della Flc-Cgil, «ovunque, -28.032 posti nella primaria, -22.616 nella secondaria di primo grado, -31.464 nella secondaria di secondo grado, eccetto la scuola dell'infanzia dove le sezioni registrano un piccolo aumento. Non va meglio per il personale tecnico amministrativo: -17,5% dei posti in cinque anni: ciò significa meno sicurezza, meno servizi, meno laboratori».

Infine, conclude, «le stesse istituzioni scolastiche sono state consistentemente ridotte di quasi il 20%, cioè scomparse quasi 2.000 scuole».

La Flc Cgil chiede «alla politica tutta che si faccia carico delle emergenze della scuola italiana e che si avvii un piano di investimenti che consenta di invertire questo drammatico trend». Eurostat qualche giorno fa certificava una realtà: L'Italia è all'ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica in istruzione. «È evidente che anche i dati drammatici sugli abbandoni scolastici sono collegati a questo progressivo disinvestimento e alla corrispondente azione di taglio», conclude Pantaleo.

 


  • «Quasi 2mila istituti in meno, la scuola post Gelmini»

E' la Flc - Cgil a presentare una propria elaborazione, su dati del Ministero dell'Istruzione, per evidenziare gli effetti delle politiche degli ultimi 5 anni

l'Unità, del 15-04-2013, di Luciana Cimino

Negli ultimi anni, e in particolare nei mesi scorsi, numerose ricerche lo hanno dimostrato: la scuola italiana sta subendo una involuzione a causa della diminuzione repentina ma costante dei fondi destinati all'istruzione. Dopo l'Eurostat (che qualche giorno fa metteva il nostro paese all'ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica in scuola e università) è la Flc - Cgil a presentare una propria elaborazione, su dati del Ministero dell'Istruzione, per evidenziare gli effetti delle politiche degli ultimi 5 anni: riduzione dei docenti e del personale tecnico amministrativo, aumento degli alunni, meno servizi, meno laboratori e finanche meno scuole. I docenti sono diminuiti di 81.614 unità, al contrario si sono iscritti 90.000 alunni in più, «Il che - nota il segretario generale, Mimmo Pantaleo - avrebbe dovuto determinare un incremento di circa 9.000 docenti in più». Il dato avrebbe come conseguenza logica la creazione di 4.500 classi in più (con media di 20 alunni per classe) mentre invece ne sono state tagliate oltre 9.000. «La conseguenza è evidente: le cosiddette classi pollaio sempre più numerose, spesso anche oltre il tetto massimo previsto per norma». I tagli di classi e docenti si sono verificati ovunque: meno 28.032 posti nella primaria, meno 22.616 nella secondaria di primo grado, diminuzione di 31.464 anche nella secondaria di secondo grado, (eccetto la scuola dell'infanzia dove le sezioni registrano un piccolo aumento). Le stesse istituzioni scolastiche, secondo l'Flc-Cgil sono state consistentemente ridotte, quasi il 20%, «sono cioè scomparse quasi 2000 scuole ». Ed è anche il personale tecnico amministrativo, quindi, a pagare: 17,5% dei posti in meno in cinque anni, «ciò significa - dice ancora Pantaleo - meno sicurezza, meno servizi, meno laboratori ». Mentre il Gilda prende spunto dai dati emersi dal rapporto semestrale sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici presentato la scorsa settimana e parla degli insegnanti come di «un esercito che, suo malgrado, marcia verso la povertà ». Dallo studio, infatti, risulta che nel 2011 i compensi sono in media diminuiti dello 0,8%. Lo stesso nel 2012. Sottolinea Rino Di Meglio, coordinatore nazionale, che «il contratto degli insegnanti è fermo dal 2009, con una perdita della sola inflazione che su pera il 15%. Al calo delle retribuzioni si aggiunge poi l'aumento della pressione fiscale, un mix micidiale». Non se ne esce, secondo i sindacati, se non con una immediata inversione di tendenza. «Chiediamo alla politica di farsi carico delle emergenze della scuola italiana - dichiara la Flc-Cgil - e che si avvii un piano di investimenti: più risorse, più scuola, più insegnanti e personale Ata vogliono dire più qualità, livelli di istruzione più alti». Risponde per primo il Pd con la responsabile scuola, Francesca Puglisi che concorda con il sindacato dei lavoratori della conoscenza e denuncia: «ho chiesto al ministro Profumo di venire a riferire in Aula per far conoscere le linee d'intervento per il prossimo anno scolastico in modo da segnare un'inversione di tendenza che il Pd ha sempre chiesto e a cui non è mai stata data risposta». «In questi anni - aggiunge Puglisi - i tagli drammatici agli organici della scuola, mentre la popolazione scolastica continuava a crescere, hanno abbassato la qualità dell'insegnamento, rendendo impossibile qualsiasi azione per innalzare il livello di apprendimento degli studenti e combatterne la dispersione». Secondo Puglisi le tracce per una inversione di rotta si possono però scorgere nel documento presentato dai 10 «saggi» indicati dal Presidente Napolitano. Documento già elogiato anche dallo stesso ministro in carica Francesco Profumo. «Il documento - dice Puglisi - indica la necessità di tornare a investire nel tempo pieno e nel tempo scuola nella secondaria per colmare i divari territoriali e sociali nei livelli di apprendimento». Intanto la Flc-Cgil annuncia che è pronta a proseguire «la campagna per la qualità della scuola pubblica statale dimostrando ciò che si può mettere immediatamente in campo nel breve e medio periodo ».

 


  • Il Pd e cinquanta associazioni presentano otto disegni di legge contro la precarietà e per il diritto allo studio

I ddl vertono su: compenso minimo legale; modifica della Legge Fornero; ammortizzatori e tutele sociali universali; giustizia previdenziale; statuto del lavoro autonomo e professionale; diritto allo studio".

Il Diario del Lavoro, del 12/04/2013

Oltre 50 associazioni tra cui 20 Maggio -Tutelare i Lavori, Giovani Democratici, Lavoro & Welfare, insieme ai deputati del gruppo Under 35 del Partito democratico hanno presentato otto disegni di legge che sono stati presentati oggi in Paramento. I ddl vertono su: compenso minimo legale; modifica della Legge Fornero; ammortizzatori e tutele sociali universali; giustizia previdenziale; statuto del lavoro autonomo e professionale; diritto allo studio".
“I disegni di legge – spiega Fausto Raciti, deputato e segretario dei Giovani Democratici - sono il frutto di un intenso lavoro di partecipazione che nel corso degli ultimi due anni ha visto, traverso la campagna Alta partecipazione promossa dai Giovani democratici, la partecipazioni di più di 50 diverse associazioni a cui complessivamente fanno riferimento diverse tipologie di lavoratori precari , autonomi, delle professioni”.
“Queste proposte – dice Fausto Raciti - sono a disposizione di tutto il Parlamento e spero davvero che possano diventare un movimento di confronto costruttivo e meno politicistico anche coi nostri colleghi del Movimento 5 Stelle. Sono provvedimenti che offriamo alla loro firma e che con un voto di fiducia potrebbero diventare immediatamente legge.”
“Si è trattato di un lavoro – ha detto Giuditta Pini, deputata del Partito Democratico – di vera politica. Siamo riusciti a dare voce attraverso questi provvedimenti ad un mondo estremamente eterogeneo che riteniamo possano essere sottoscritti anche dagli altri. Si tratta di un mondo a cui noi stessi, giovani deputati, facciamo parte e che vorrei che fossero ampiamente condivise anche con i nostri colleghi in particolare con quelli del Movimento 5 Stelle e sederci insieme intorno ad un tavolo per arrivare ad una rapida approvazione”.
Della delegazione dei Deputati del Pd che hanno fatto loro le otto proposte di legge fa parte anche Marianna Madia. “Personalmente – ha spiegato – presenterò due distinti disegni di legge uno relativo al contratto Unico di inserimento formativo (CUIF) che ha come obiettivo quello di facilitare e di uniformare l’accesso al lavoro e in questo modo modificare anche la riforma Fornero che su questo punto non ha fatto nulla lasciando invariata le oltre 40 tipologie contrattuali esistenti, e la realizzazione di un’indennità di disoccupazione allargata ai lavoratori che oggi non ce l’hanno”.
“Lo statuto dei lavori autonomo riguarda soci di cooperative, collaboratori occasionali imprenditori liberi professionisti – spiega Cesare Damiano, presidente di Lavoro &Welfare - e prevede il sostegno per le microimprese sostegno all’imprenditoria giovanile sostegno alla maternità promozione dei fondi mutualistici, marchi di qualità, investimenti in R&S, semplificazione degli adempimenti legislativi. E inoltre introduce il tema dell’equo compenso”.  


  • Presidio dei precari al Miur, primi risultati

Centinaia di persone nel pomeriggio del 10 aprile hanno animato a Roma il presidio

Tuttoscuola, del 12-04-2013

Centinaia di persone ieri pomeriggio 10 aprile hanno animato a Roma il presidio presso il ministero dell'Istruzione indetto dalla Flc Cgil, per consegnare al ministro Profumo la piattaforma elaborata dal Coordinamento nazionale dei lavoratori precari della conoscenza Flc Cgil. All'appello fatto nei giorni scorsi dal segretario generale Domenico Pantaleo alle Istituzioni e alla Politica hanno risposto i parlamentari Francesca Puglisi, Giovanni Barozzino, Alessia Petraglia e Massimo Cervellini.
Pantaleo ha illustrato la piattaforma, si è dichiarato contrario al concorso e al decreto sugli inidonei e ha chiesto in particolare risposte su TFA ordinario e speciale, assunzioni, organici e piani pluriennali di stabilizzazioni in tutti i comparti, reclamando l'immissione in ruolo di tutto il personale ATA, la proroga dei contratti negli istituti di ricerca e università e il superamento dei problemi legati al pagamento delle ferie e degli stipendi del personale precario.
Il ministro ha riconosciuto la necessità di un aumento del finanziamento destinato alla scuola, alla ricerca, all'università e all'Afam, impegnandosi a trovare le risorse necessarie. Allo stesso tempo ha riconosciuto l'assoluta necessità, per il comparto scuola, di un Organico Funzionale, con il superamento della tradizionale distinzione tra organico di fatto e organico di diritto, per un concreto miglioramento del sistema scolastico e un contemporaneo allargamento del numero del personale, così come storicamente richiesto dalla Flc Cgil.
Per i supplenti della scuola statale ha assicurato il superamento delle problematiche tecniche che fino ad oggi hanno impedito la certezza e la regolarità del pagamento dello stipendio e delle ferie non godute. Per il personale ATA ha accettato di sostenere la richiesta di immissione in ruolo per i Collaboratori Scolastici e si è impegnato a trovare una soluzione efficace per gli Assistenti Tecnici e Amministrativi.
Per l'Università ha auspicato uno sblocco del turnover, accettando la richiesta contenuta nella piattaforma di un nuovo consistente reclutamento di Ricercatori a Tempo Determinato di tipo B (cioè con tenure track). Per la Ricerca ha assicurato non solo la proroga di tutti i contratti in scadenza negli Enti Pubblici di Ricerca che fanno riferimento al Miur, ma ha anche accettato di farsi portatore della stessa istanza presso il ministero della Funzione Pubblica. Per l'Afam ha assicurato di aver predisposto tutti gli atti necessari per l'emanazione del regolamento per il reclutamento e di avere avviato le procedure per la trasformazione delle graduatorie, necessaria per la stabilizzazione di tutto il personale precario.


  • Flc-Cgil: in Sicilia 3.551 lavoratori a rischio licenziamento nella formazione professionale

Durante una conferenza stampa tenuta oggi da CGIL e FLC Sicilia sono state contestate le iniziative dell’assessore regionale al ramo e del presidente della Regione sulla riforma della formazione professionale

La Tecnica della Scuola, del 12-04-2013, di P.A.

Questo il comunicato della Flc-Cgil Sicilia.

Sulla formazione professionale “l’azione del governo regionale è opaca e incerta; è stato abbandonato un percorso di rinnovamento avviato col precedente governo, in assenza però di un altro progetto, con un salto nel buio che sta gettando nel caos il sistema e che rischia di produrre licenziamenti a raffica”.. “Da anni ci battiamo per il rinnovamento, la messa in trasparenza e l’efficienza del settore - ha detto Giusto Scozzaro, segretario generale della FLC CGIL Sicilia - e contro qualunque forma di malaffare e di clientelismo. Al presidente della regione chiediamo adesso di prospettarci un percorso credibile”.
Secondo i conti della FLC sono 3.551 i lavoratori della formazione professionale che rischiano il licenziamento a partire da giugno a causa “dell’incapacità dell’esecutivo - ha sostenuto Scozzaro - di governare la crisi, di intervenire su procedure e tempi dei pagamenti che per quanto riguarda gli enti si protraggono anche fino a 5 anni, cosa che ha messo in crisi innanzitutto quelli sani, con le conseguenze immaginabili sui lavoratori”. Per la formazione professionale FLC e CGIL chiedono un percorso di “discontinuità politica, etica e formale rispetto al passato - ha detto Antonio Riolo, della segreteria regionale CGIL- che si sostanzi in un piano preciso concordato con le parti sociali”. Sollecitano però anche una “continuità nell’azione della pubblica amministrazione per costruire un sistema di formazione efficiente e collegato al mercato del lavoro, tutelando i lavoratori”. Azione amministrativa peraltro “messa oggi a dura prova - ha sottolineato Giovanni Lo Cicero, della FLC - anche dal fatto che al momento nel dipartimento formazione, a causa dei processi di mobilità generalizzata operati dal governo, mancano le persone che possano gestire con competenza pratiche e processi”.
Non convince la FLC e la CGIL l’ipotesi di mandare in aggiornamento fino a 5 mesi i lavoratori degli enti. “Si andrebbe in contrasto - ha detto Scozzaro - con la normativa Ue sugli aiuti di Stato che prevede il cofinanziamento dei gestori fino al 40%. Lascia inoltre interdetti- ha aggiunto - l’ipotesi di ‘indennità dignitosa’ per i lavoratori, né quantificata dal governo né specificata sotto il profilo giuridico normativo”. Quanto alle dichiarazioni del governo sull’Avviso 20, il sindacato parla di “mistificazione”, visto che “la seconda annualità dell’Avviso secondo le previsioni doveva essere finanziato col Piano giovani. Probabilmente - ha rilevato Scozzaro - si fa questo per nascondere il fatto che si è deciso di utilizzare altrimenti le risorse”. “La riforma della formazione professionale - ha sostenuto il segretario generale della FLC CGIL, Domenico Pantaleo - deve garantire anche un governo sociale della situazione e questo non può che avvenire attraverso il confronto con i soggetti rappresentativi. Al livello nazionale - ha aggiunto - al nuovo esecutivo chiederemo un governo nazionale di un settore che con diverse peculiarità è in crisi in tutto il paese”. In Sicilia, per il confronto CGIL e FLC propongono la propria piattaforma le cui parole chiave sono apertura di un tavolo di crisi, definizione del fabbisogno pluriennale e sostenibilità finanziaria, piano pluriennale di ammortizzatori sociali finanziato dalla regione, utilizzo mirato straordinario e transitorio delle risorse comunitarie, ripristino del ruolo di ciascun soggetto col rilancio del principio di responsabilità di ciascun soggetto, pubblica amministrazione compresa, e delle sanzioni in caso di non applicazione delle regole, rispetto delle direttive comunitarie in materia di pagamenti dei fornitori di beni e servizi”. In cantiere la CGIL ha già assemblee dei lavoratori e altre iniziative che potrebbero preludere a uno sciopero generale del settore. Al governo che si è detto tra le altre cose pure disponibile a pagare direttamente i lavoratori, questi ultimi, su invito del sindacato, faranno avere i propri codici Iban.


  • Salviamo la scuola dall'ebook integralista

Perché scuola significa, al di là dei mezzi che si utilizzano per fare lezione, soprattutto rapporto educativo

l'Unità, del 12-04-2013, di Roberto Carnero

CON UN RECENTE DECRETO FIRMATO DAL MINISTRO DELL'ISTRUZIONE FRANCESCO PROFUMO si è data attuazione a un punto importante della cosiddetta «Agenda Digitale», che tanto sta a cuore a Mario Monti: dall'anno scolastico 2014-2015 i libri di testo adottati dovranno essere esclusivamente in formato elettronico o tuttal'più misto (cartaceo con una estensione elettronica). Quando si parla di questi argomenti, è sempre consistente il partito degli entusiasti, pronti a cantare «le magnifiche sorti e progressive» del cambiamento in senso moderno della scuola. Ci sono però anche alcune perplessità. Ad esempio c'è chi fa notare che il risparmio per le famiglie argomento portato a suffragio di questa innovazione è soltanto teorico: perché per utilizzare i libri digitali bisogna acquistare specifici supporti informatici (computer portatile, tablet, e-reader ecc.). In molti, inoltre, esprimono la preoccupazione che l'eliminazione dei libri cartacei determini un problema di mancanza di punti di riferimento certi, stabili, autorevoli, in un ambiente virtuale, quello di Internet, in cui si trova tutto e il contrario di tutto. Tra costoro si colloca il filosofo Giovanni Reale, autore, presso l'Editrice La Scuola, di un vivace pamphlet intitolato Salvare la scuola nell'era digitale (pagine 110, curo 10.00). Reale pone l'accento su un aspetto che spesso sfugge, ma che sul quale non si può non essere d'accordo: «Occorre non trasformare in 'fini' quelli che sono semplici 'mezzi', che pure hanno una grande e innegabile portata, ma che, comunque, devono assolvere non altro che la loro funzione di mezzi». In altre parole, è un po' semplicistico e illusorio pensare di migliorare la qualità dell'insegnamento soltanto attraverso l'introduzione di nuovi strumenti tecnici. Reale perciò cerca di smontare la visione che sta alla base delle nuove normative, una visione «fondata su un paradigma culturale fortemente 'integralistico', che ingabbia la realtà nelle dimensioni della tecnologia e dell'informatica». Perché scuola significa, al di là dei mezzi che si utilizzano per fare lezione, soprattutto rapporto educativo. E la qualità di un rapporto è data dalle persone. Forse, dunque, sarebbe il caso di partire da lì, dal valorizzare, sul piano motivazionale e anche su quello economico, i professionisti della scuola, cioè i docenti.


  • La scuola 2.0  L'Italia è maglia nera per i computer tra i banchi  Profumo: in arrivo nuove lavagne interattive ed ebook

Corrieredellasera.it, del 10-04-2013, di Valentina Santarpia

L'Italia maglia nera per il digitale nelle scuole. Le classi 2.0, cioè completamente attrezzate per la didattica multimediale, sono solo 14 in tutta Italia e l'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conferma: nella classifica generale dei 34 Paesi del mondo occidentale, siamo sopra solo a Romania e Grecia. Tant'è vero che «con l'attuale tasso di diffusione sarebbero necessari altri 15 anni per raggiungere i livelli registrati ad esempio in Gran Bretagna, dove l'80% delle classi può contare su strumenti didattici informatici». Per capirci: nella scuola elementare e in quella media solo il 6% delle classi è equipaggiato, contro una media Ocse del 37%. Abbiamo un computer a disposizione per ogni 15 studenti nella scuola primaria, uno ogni undici alle medie, uno ogni otto alle superiori. Il punto è che le risorse sono sempre troppo esigue: l'Italia spende ogni anno cinque euro a studente per la digitalizzazione, in tutto 30 milioni, pari allo 0,1% del budget del ministero per il capitolo Istruzione.

Eppure qualcosa si muove. La Lim, la lavagna interattiva multimediale, introdotta in quasi 70 mila classi sparse su tutto il territorio (21,6% di copertura delle aule), si sta rivelando un «cavallo di Troia» per il digitale tra i banchi. A settembre, ha annunciato il ministro Profumo, saranno installate altre 4.200 nuove Lim, che arriveranno così a 74 mila. Le cosiddette classi 2.0, quelle attrezzate per le lezioni multimediali, passeranno da 416 a 3 mila (+62%). E l'adozione, dall'anno scolastico 2014/2015, di libri esclusivamente digitali o in versione mista, dovrebbe tagliare i costi per le famiglie dal 20 al 30%. Ma spingere l'innovazione non è sempre semplice: al decreto che promuove gli ebook si oppone l'associazione librai di Confcommercio: «Altro che risparmio, i genitori degli studenti ora dovranno comprare pc e tablet: il libro digitale finirà per alimentare il mercato delle fotocopie illegali».

 


  • «Ma il modo di apprendere sta cambiando»

Corrieredellasera.it, del 10-04-2013, di Ar. To.

Professor Antinucci, cosa cambia nella scuola?

«Ben poco oggi. Quello che le tecnologie cambieranno è qualcosa che i ragazzi già conoscono e che praticano ogni giorno. Le tecnologie hanno la capacità di modificare il modo di apprendere, e si arriva a scuola già con una lunga esperienza. Si usa il cellulare, si interagisce con i videogiochi, la stessa televisione è un potenziale di esperienze enorme rispetto al passato: tutto ciò attiva il modo di apprendere per esperienza anche per cose distanti o complesse».
Intende dire che...
«Ci sono due modi di apprendere. Il primo è per esperienza e con esso la conoscenza si costruisce cercando, sperimentando, tentando: è il modo che preferiamo, quello che si è evoluto con noi più lungamente. Poi c'è quello scolastico: consiste non nel costruire la propria conoscenza ma nell'assorbire la conoscenza già preparata da altri con un lungo e faticoso processo di assimilazione, attraverso la tipica lettura del manuale. Richiede attenzione, sforzo e non ci piace affatto. Il primo è quello che viene naturalmente favorito dalle nuove tecnologie, mentre il secondo domina nella scuola».
Per lei vince il primo?
«Certo, senza dubbio. I ragazzi oggi rifiutano la scuola tradizionale perché la giudicano irrilevante. Sono obbligati a seguire vecchi percorsi, ma non li sentono loro. Li considerano come qualcosa di estraneo a quanto sperimentano ogni giorno, e cioè che si apprende facendo e sperimentando non stando seduti a leggere. E dico questo ricordando che la pratica, su cui erano fondate le nostre antiche scuole, era interamente basata sul modo di apprendere per esperienza: si imparava andando a bottega e facendo, partecipando ad attività vere, che producevano risultati veri; magari sbagliando e chiedendo aiuto occasionalmente ad altri di maggiore esperienza, non ricevendo l'intera conoscenza da un manuale che poi attendeva, spesso vanamente, di essere messo in pratica».
Ma nella scuola...
«Per ora possiamo dire che si è visto poco, anzi nulla. Fuori sta avvenendo un cambiamento epocale. Dentro, tra i banchi, nelle aule, in questo momento c'è solo una mutazione di apparenza. Si è cambiata la penna con la scrittura elettronica (e non sempre!), ma l'enorme potenziale delle tecnologie digitali resta quasi totalmente inutilizzato».
Le nuove tecnologie dunque muteranno il modo di imparare?
«Sì, è qualcosa che avverrà inesorabilmente. O la scuola se ne rende conto o diventerà inutile oltre che sorpassata. La forza di attrazione del modo di apprendere per esperienza, supportata dalla piena potenza delle tecnologie interattive, non lascia dubbi in proposito».


  • «Il tablet annulla la cultura della scrittura»

Corrieredellasera.it, del 10-04-2013, di Armando Torno
 

Professor Reale, perché lei in «Salvare la scuola nell'era digitale», appena uscito per la casa editrice La Scuola di Brescia, sostiene che occorre salvarla dalle nuove tecnologie?

«Perché rischiano di distruggere l'antico rapporto tra allievo e maestro e sostituirsi ad esso. Il digitale può annullare la cultura della scrittura e i vantaggi che ha dato in due millenni e mezzo. Qualche informatico ha già detto che i docenti dovranno trasformarsi in tecnici multimediali. Ma la scuola ha un valore etico che aiuta a diventare uomini: è questa la sua caratteristica, superiore ai contenuti e alle nozioni».

Dunque lei non introdurrebbe...

«No, desidero che venga introdotta l'informatizzazione nelle scuole. Tuttavia questi mezzi non devono essere il fine dell'istruzione, ma dei supporti. Non vanno imposti come scopi. La scuola dovrà inoltre aiutare il giovane a non diventare vittima dell'informatica, come già sta accadendo».

Vittima dell'informatica?

«Sì, tale è chi cade in una forma di autismo: significa vedere e giudicare il mondo in rapporto al proprio computer. Ci sono aziende negli Usa che praticano la sospensione dell'informatica un giorno ogni settimana per poter salvare i rapporti umani. Che si realizzano sempre tra persona e persona».

Anche la lettura allora andrebbe salvata?

«Ci sono soggetti vinti dalle tecnologie: per loro tutto si è rimpicciolito e oggi i grandi sacerdoti dei nuovi mezzi di lettura confessano che non saprebbero più leggere un romanzo di Dostoevskij o un'opera come Guerra e pace di Tolstoj. La lettura informatica mi sembra, inoltre, che limiti la capacità di concentrazione e di astrazione».

Ma la Rete ha ampliato le possibilità di ricerca...

«Sì, è vero, ma allo stesso tempo ha tolto le capacità di assimilare l'oggetto della ricerca e di capirlo a fondo. Di solito, si confonde la ricerca con l'abilità del taglia e incolla. In un concorso a premi sull'Europa, ho potuto constatare che tre testi erano sostanzialmente identici. Rimproverati, i ragazzi hanno contestato il rimprovero: erano convinti di aver fatto un lavoro originale copiando le medesime fonti. Ci sono tesi ormai riprese completamente da Internet. Negli Usa si comincia a punire questo plagio».

Lei dunque considera il digitale...

«Come molte altre cose esso reca vantaggi ma, allo stesso tempo, svantaggi uguali e contrari; se non superiori. La scuola deve aiutare a usare gli strumenti e a non diventare vittima di essi. Vorrei chiudere questo dialogo con una frase di Clifford Stoll, uno dei fondatori di Internet: "L'insegnamento non può ridursi a insegnare ai giovani a picchiettare su una tastiera otto ore al giorno"».

 


  • I precari della conoscenza tornano in piazza

Mercoledì 10 aprile, presidio sotto il ministero dell'Istruzione con la Flc Cgil: "Il futuro dei precari è il futuro dell'Italia". Lettera ai neo eletti di Camera e Senato: "Superare la precarietà con una rete di alleanze sociali e politiche"

Rassegna.it, del 10-04-2013

Mercoledì 10 aprile tornano in piazza i precari della conoscenza: a Roma c'è il presidio nazionale sotto il ministero dell'Istruzione, con lo slogan "Il futuro dei lavoratori precari della conoscenza è il futuro dell'Italia". E' quanto si legge nella nota diffusa oggi (9 aprile) dalla Flc Cgil, che organizza la mobilitazione.

"Da anni - si legge - in Italia si assiste ad un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro di centinaia di migliaia di donne e uomini. Lavoratrici e lavoratori come tutti noi che con stipendi miseri non riescono ad arrivare alla fine del mese, che vivono il presente con ansia e il futuro come permanente incertezza".

"Diritti negati, protezioni sociali inesistenti, l'impossibilità di programmare una propria vita, il continuo vivere senza un'occupazione stabile e duratura: tutte condizioni che oggi accomunano intere generazioni. È il prezzo pagato alle politiche neoliberiste che hanno trasformato il lavoro in merce e che hanno fatto prevalere gli interessi del mercato sul benessere delle persone". E' la sintesi della lettera che il segretario generale della Flc, Domenico Pantaleo, ha inviato ai neo eletti alla Camera e al Senato.

Il segretario, "nel ricordare l'appuntamento del 10 aprile con il presidio sotto il Ministero dell'Istruzione, sottolinea anche che per superare la precarietà serve una vasta rete di alleanze sociali e politiche. Il conflitto, la funzione dei corpi intermedi e dei movimenti sono decisivi per ridare un senso alla rappresentanza politica e sociale".

Appuntamento a Roma il 10 aprile, alle 14 davanti al ministero.

 


  • Quota 96, la Corte prende tempo

Quella del 2 aprile, ha precisato il legale, era una udienza di discussione unicamente per la fase cautelare, cioè in relazione alla richiesta di essere autorizzati a presentare appunto «in via cautelare e con ogni più ampia riserva» la domanda di pensionamento

ItaliaOggi, del 09-04-2013, di Franco Bastianini

C'è delusione tra i docenti e il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario che hanno chiesto ai giudici di dichiarare illegittimo il rifiuto dell'amministrazione scolastica a collocarli a riposo avendo maturato i requisiti richiesti dalla normativa previgente l'entrata in vigore dell'art. 24 del decreto legge 201/2011, non entro il 31 dicembre 2011, bensì entro il termine dell'anno scolastico 2011/2012.

Dalla Corte dei Conti del Lazio, che si riuniva il 2 aprile, gli oltre duemila docenti e personale Ata che avevano sottoscritto un ricorso predisposto dalla Uil-Scuola si aspettavano infatti se non una sentenza favorevole quanto meno una indicazione su tempi, possibilmente brevi, per giungere ad una decisione. Non è andata come speravano e la spiegazione l'ha fornita l'avvocato che segue il loro ricorso.

Quella del 2 aprile, ha precisato il legale, era una udienza di discussione unicamente per la fase cautelare, cioè in relazione alla richiesta di essere autorizzati a presentare appunto «in via cautelare e con ogni più ampia riserva» la domanda di pensionamento con la procedura on-line senza che ciò potesse comportare per il ministero dell'istruzione il riconoscimento del diritto al trattamento pensionistico. Ha inoltre sottolineato di avere avanzato la richiesta di fissazione dell'udienza di merito (cioè per l'accertamento del diritto ad essere collocati in quiescenza con i criteri antecedenti la normativa Fornero) in tempi brevi evidenziando, ancora una volta, la necessità che la pronuncia della Corte dei Conti possa intervenire in tempo utile per consentire il collocamento in quiescenza prima dell'avvio del prossimo anno scolastico. Sulla richiesta di fissazione dell'udienza di merito il consigliere, in funzione di Giudice Unico, si è riservato di depositare una Ordinanza nei prossimi giorni. Ha invece respinto, con ordinanza n. 117/2013, la richiesta di sospensione di atti del Miur e dell'Inps, ex gestione Inpdap, che era finalizzata a consentire agli interessati di poter presentare in via cautelativa la domanda di pensionamento.

Un collocamento a riposo di alcune altre migliaia di docenti e di personale Ata avrebbe assunto una particolare rilevanza alla luce del ridotto numero di personale che è stato autorizzato a cessare dal servizio il prossimo primo di settembre. Un numero di cessazioni mai così basso, come si ricava dai dati provvisori provenienti del Ministero dell'Istruzione, non potrà infatti non ripercuotersi inevitabilmente sulla definizione del numero dei posti e delle cattedre vacanti e disponibili per le immissioni in ruolo e per il conferimento degli incarichi annuali o fino al termine delle attività didattiche.
 


  • Non solo risorse, contro la crisi più autonomia alla scuola

È necessario dar vita ad una nuova cultura orientata ai principi dell'autonomia responsabile e dell'accountability, dove la comunità scolastica nel suo insieme risponde in modo trasparente dei risultati conseguiti.

ItaliaOggi, del 09-04-2013, di Antonio Cocozza* * Università Roma Tre e LUISS Guido Carli

Da uno studio Eurostat, su dati 2011, emerge che l'Italia investe solo l'1,1% in cultura, classificandosi ultima tra tutti i Paesi dell'Ue a 27, mentre la Germania è all'1,8%, la Francia al 2,5% e il Regno Unito al 2,1%. Inoltre, a seguito dei tagli praticati negli ultimi anni, la spesa per l'istruzione è giunta all'8,5%, penultima posizione nell'Ue, prima solo della Grecia ferma al 7,9 %.A partire da questi dati, nel nuovo contesto politico istituzionale che si sta formando in questi giorni, che dovrebbe essere guidato dal contributo dei saggi scelti dal Presidente Giorgio Napolitano, è necessario adottare una strategia, il più possibile condivisa dall'insieme degli attori coinvolti, finalizzata a perseguire un obiettivo strategico e prioritario per il Paese: il rilancio della cultura, come volano per lo sviluppo e del sistema educativo, come bene comune da salvaguardare al di sopra delle parti, in una prospettiva di piena e corretta applicazione dell'autonomia scolastica tesa a valorizzare la scuola nella dimensione di comunità educante.

Tale scelta risulta essere ancora più necessaria oggi, poiché la crisi non ha solo un carattere economico e finanziario, ma affonda le sue radici nella mancanza di valori condivisi e nell'elevata e pervasiva conflittualità politica e sociale.

Per queste ragioni, non si tratta di elaborare ennesime prodigiose riforme, ma di dare attuazione a norme già esistenti, secondo i principi di opportunità e adeguatezza, e conseguire alcuni significativi risultati, frutto di analisi e proposte ragionevoli elaborate con il concorso responsabile di tutte le componenti della comunità scolastica, dai docenti, agli studenti e alle famiglie.

In questa prospettiva, l'autonomia potrebbe essere considerata la strada maestra attraverso la quale poter costruire una scuola al passo con i tempi, più efficace, ma anche maggiormente orientata ai bisogni degli studenti e alle attese delle famiglie e degli stakeholders presenti sul territorio.

È necessario dar vita ad una nuova cultura orientata ai principi dell'autonomia responsabile e dell'accountability, dove la comunità scolastica nel suo insieme risponde in modo trasparente dei risultati conseguiti.

Del resto, come dimostrano le indagini Ocse degli ultimi anni, i Paesi che conseguono i migliori risultati educativi hanno sistemi scolastici basati proprio su questi principi e puntano ad un responsabile coinvolgimento di tutti gli attori.

Tali indagini evidenziano alcuni fenomeni tipici del nostro sistema scolastico, sui quali sarebbe necessario attivare un'accurata riflessione: necessità di ottimizzare la spesa complessiva per l'istruzione; estensione e consolidamento dell'autonomia conferita alle istituzioni scolastiche; revisione di obiettivi, programmi, tempi e metodologie didattiche, in funzione del miglioramento dei risultati degli apprendimenti rilevati dalla ricerca Ocse Pisa; remunerare meglio e valorizzare il lavoro degli insegnanti; ridurre drasticamente la percentuale di dispersione scolastica.

In questo quadro così composito, sono individuabili cinque azioni strategiche verso le quali orientare gli sforzi e le risorse disponibili:

a) elaborare un nuovo Testo Unico della legislazione scolastica, che elimini sovrapposizioni e prescrizioni contraddittorie su varie materie, e aggiornare le norme che regolano il funzionamento degli Organi collegiali interni e territoriali;

b) rendere più funzionale il riparto di competenze tra stato e regioni previsto dal Titolo V della Costituzione;

c) costituire un organico d'istituto, funzionale alla progettazione e gestione del ciclo scolastico;

d) avviare un sistema di valutazione di sistema, che analizzi i diversi livelli di performance, dagli apprendimenti degli studenti, a quelli dei docenti, fino ai risultati del dirigente scolastico e dell'istituto, formalmente e sostanzialmente autonomo dal Miur;

e) dare vita a progetti mirati al contrasto alla dispersione scolastica, alla formazione dei docenti e alla diffusione delle nuove tecnologie.

In definitiva, si tratta di lanciare una sfida fondata sulla valorizzazione della ricerca e dell'innovazione, sull'ampliamento delle competenze e il sostegno di comportamenti personali e istituzionali virtuosi ed eticamente responsabili.
 


  • Vecchi scatti pagati. Poi si vedrà

Retribuzioni adeguate da maggio. Emissione straordinaria ad aprile per gli arretrati

ItaliaOggi, del 09-04-2013, di Alessandra Ricciardi

Il nuovo decreto annulla le progressioni del 2013. È fatta. Il lungo slalom, durato quasi un anno, per portare a pagamento gli scatti di anzianità maturati nel 2011 è riuscito, tra manifestazioni, sindacati divisi, tentennamenti dell'amministrazione, risorse carenti, accordi. Il Tesoro (messaggio 051 del 5 aprile scorso) ha dato disposizioni perché gli aumenti contrattuali per il 2011 siano pagati da maggio e che ad aprile ci sia un'emissione straordinaria a copertura degli arretrati.
Il recupero dell'anno congelato dal decreto legge n. 78/2010 sarà valido ai fini giuridici per tutti i lavoratori della scuola, mentre i benefici economici, nell'immediatezza della conquista dello scalone, interessano circa 180 mila insegnanti, che vedranno crescere la busta paga di circa cento euro al mese. Sui 1400 euro gli arretrati. Resta ora da recuperare il 2012, l'ultimo anno del blocco. Anche in questo caso andranno certificati i risparmi conseguiti dal sistema dopo i tagli della riforma Gelmini, si dovrà verificare se c'è capienza per dare gli aumenti oppure se si dovrà ricorrere, come avvenuto in questa circostanza, al fondo di funzionamento della scuola per coprire quanto mancava. Ma il decreto 78 consente di recuperare per via negoziale tutti gli anni di servizio del triennio congelato. E dunque, anche se sarà una trafila lunga, ci sono i margini perché si possa trattare, come fatto con l'intesa siglata il 13 marzo scorso. Discorso diverso invece per il futuro. Nell'aria, infatti, c'è già aria di nuovi blocchi: il decreto del presidente della repubblica con il quale si dispone la proroga per il 2013/2015 del blocco dei contratti pubblici, e con essi di tutte le progressioni individuali, comprende gli scatti di anzianità nella scuola per il 2013. Il decreto, inviato per i controlli di rito al Consiglio di stato prima della firma definitiva, prevede all'art. 1, comma 1 lettera b), «la proroga al 31 dicembre 2013, con effetto sull'anno 2014, dei blocchi introdotti dall'art. 9, comma 23, del dl 78/2010, riguardanti il personale docente, educativo ed Ata della scuola». Il dpr si è reso necessario, si legge nella bozza di relazione tecnica, per conseguire i risparmi fissati dall'art. 16, comma 1, del dl 98/2011, convertito con modificazioni in legge 15 luglio 2011 n. 111. Si tratta, ha precisato il Tesoro, di obiettivi di risparmio, valutati in 2,7 miliardi di euro, che sono stati già scontati ai fini dell'indebitamento netto. Per cui senza il decreto ci sarebbe un buco nel bilancio dello stato. Insomma, anche se il premier Mario Monti non ponesse alla firma del capo dello stato Giorgio Napolitano il provvedimento, è il ragionamento del ministero del tesoro guidato da Vittorio Grilli, si tratterebbe solo di un rinvio, il nuovo governo non potrebbe fare a meno di adottarlo. «Per noi il blocco degli scatti va rimosso senza far gravare il ripristino a carico del salario accessorio di altri lavoratori», attacca Mimmo Pantaleo, numero uno della Flc-Cgil, da sempre contrario a risoluzioni per via negoziale (infatti l'intesa all'Aran non reca la sua firma), «l'unica via di uscita è ottenere il ripristino dei rinnovi dei contratti». Per Francesco Scrima, segretario della Cisl scuola, «lo sblocco degli scatti è il risultato di un'azione sindacale concreta e utile per tutti i lavoratori. Senza attendere l'arrivo di un presunto governo amico». Il segretario Uil scuola Massimo Di Menna ammette: « Abbiamo superato, sostenuti dalla mobilitazione del personale, una lunga serie di ostacoli posti dal governo, dal ministero, dalle lentezze di una amministrazione che non si fida di se stessa, per ripristinare un diritto...Ora si ricomincia». Parla di «scelta utile a difesa dell'unico strumento di incremento oggi disponibile delle paghe dei lavoratori», Marco Paolo Nigi, numero uno dello Snals-Confsal, e intanto Rino di Meglio, coordinatore Gilda, chiede di superare l'attuale situazione concentrandosi « sull'insegnamento attivo e la sua valorizzazione».


  • Pensioni in calo, assunzioni a rischio

ScuolaOggi, del 08-04-2013, di Pippo Frisone

Non ci voleva il mago Otelma per prevedere gli effetti della riforma Fornero sul personale della scuola.

A tempo oramai scaduto, il Miur ha comunicato alle OO.SS. i dati in suo possesso e rilevati al 20 marzo, distinti per regioni, province e per ordini di scuola. E non solo. Non tutti sanno però che esistono ben 15 modi di andare in pensione o di cessare il proprio rapporto di lavoro con lo Stato.

Si cessa dal servizio per i motivi più disparati. Dalle dimissioni volontarie all’età, dall’inidoneità fisica all’inabilità, dall’insufficiente rendimento al superamento dei limiti per malattia, dal licenziamento con preavviso a quello senza preavviso, dalla decadenza dell’impiego alla destituzione di diritto e via discorrendo.

Ma sono le dimissioni volontarie, il raggiungimento dell’anzianità massima di servizio o dell’età e le pensioni anticipate a costituire oltre l’80% del totale delle cessazioni.

Quel che più colpisce nei dati del Miur è il netto calo dei pensionamenti rispetto al 2011/12 che precipitano al di sotto del 50%. Il totale nazionale riferito al personale docente ammonta appena a 10.009 unità di cui 3.187 alle superiori, 3.090 alla primaria, 2.439 alla media e 1.293 all’Infanzia.

La regione con più alto numero di pensionamenti è la Lombardia con 1.228, seguita dalla Sicilia con 1.162 mentre quella col più basso numero è il Friuli con 57 seguita dal Molise con 61.

Quanto alle province è in testa Milano con 533 pensionamenti di cui 53 all’Infanzia, 172 alla Primaria, 140 alla Media, 168 alle Superiori.

Il discorso cambia col personale ATA. I pensionamenti in questo settore ammontano a 3.343 unità di cui 756 Amministrativi, 172 Tecnici, 2.180 Collaboratori Scolastici, 224 DSGA, 6 Guardarobieri,2 Cuochi e 3 ex Responsabili Amministrativi.

La prima regione tra gli Ata risulta essere la Sicilia con 487 pensionamenti contro i 325 della Lombardia , 290 della Puglia,187 del Piemonte e 177 della Toscana.

A Milano i pensionamenti degli Ata precipitano a 141 unità di cui, 44 A.A., 8 AT, 82 CS, 7 DSGA.

Il calo delle cessazioni, pur se generalizzato, avrà un effetto più devastante in quelle regioni che a tale calo aggiungeranno quello sulle iscrizioni e quindi degli organici, con un effetto moltiplicatore sugli esuberi.

Meno pensionamenti vuol dire minore disponibilità. Meno classi vuol dire riduzione di organici.

Il combinato disposto tra il dato preoccupante sui pensionamenti e la riduzione degli organici, avrà come probabile conseguenza, soprattutto nelle regioni meridionali, già ora in forte sofferenza, un aumento esponenziale dell’esubero, con gravi ripercussioni non solo sulla mobilità interprovinciale in entrata verso tali regioni ma anche sull’intero meccanismo del reclutamento.

I contingenti per le assunzioni in ruolo, sia quelli già accantonati alle procedure concorsuali sia quelli da definire per le Graduatorie ad esaurimento, dovranno fare i conti con questa inedita ma non imprevista strozzatura, dovuta al drastico calo dei pensionamenti.

In presenza di esubero in organico di diritto, dopo i trasferimenti e passaggi,non si procede ad alcuna assunzione in ruolo. A meno che per evitare di buttare a mare qualche concorso o di congelare più d’una graduatoria ad esaurimento, si decida di allargare la base delle disponibilità all’organico di funzionamento, superando una volta per tutti la distinzione fra organico di diritto e organico di fatto, dando alle scuole una volta per tutte, organici funzionali triennali e organici aggiuntivi di rete.

Ma per fare ciò ci vuole un governo politico degno di tal nome. Non un governicchio, di scopo o balneare che nella migliore delle ipotesi è quel che ci aspetta.

Se la scuola non tornerà ad essere una priorità, qualunque sia il governo che verrà, sarà condannata a restare quella voluta dal duo Tremonti-Gelmini, quella dei tagli, inchiodata all’art.64 della L.133/08.

A quaranta giorni dal voto, purtroppo, di questa priorità non c’è ancora alcuna traccia!
 


  • Allarme università, scadono le borse dei ricercatori

A fine anno i contratti dei borsisti entrati con l'ultimo bando di quattro anni fa andranno in scadenza Adesso il rischio è perdere ancora i migliori «cervelli»

l'Unità, del 07-04-2013, di Cristiana Pulcinelli

Sono stati cervelli in fuga. Poi l'Italia li ha richiamati e sono rientrati per contribuire, secondo le loro parole, «alla ricerca e allo sviluppo del nostro Paese». Ora rischiano di dover ripartire o, peggio, di rimanere senza lavoro. 114 firmatari di una lettera al ministro dell'istruzione, università e ricerca Francesco Profumo chiedono che si intervenga al più presto per evitare questa "fuga di ritorno". Si tratta di fisici, chimici, economisti, ingegneri, biologi vincitori del programma «Rientro dei Cervelli» per l'anno 2008-2009 e che da quattro anni lavorano nelle università e nei centri di ricerca italiani. Il programma «Rientro dei cervelli » era nato nel 2001 proprio per facilitare il ritorno in patria dei ricercatori che lavoravano all'estero ed è rimasto attivo fino al 2009 quando ha cambiato nome (e regole) in «Programma Rita Levi Montalcini». Quest'anno sono in scadenza sia i contratti non rinnovabili dei ricercatori entrati con l'ultimo bando del vecchio programma, sia quelli - rinnovabili - dei ricercatori entrati invece con il primo bando del nuovo programma. E per tutti si profilano grandi problemi. Andrea Gambassi, fisico teorico che, dopo alcuni anni passati al Max Planck Institut a Stoccarda, è tornato in Italia per lavorare alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste, fa parte dei 14 firmatari della lettera al ministro: «La legge prevedeva che, alla fine dei quattro anni, ci sarebbe stata una valutazione con possibilità di essere immessi in ruolo attraverso la chiamata diretta da parte dell'ente di ricerca. Anche perché concorsi negli ultimi tre anni non ci sono stati». L'ateneo quindi può fare domanda al ministero per assumere quel determinato ricercatore, la domanda deve passare dal Cun, Consiglio Universitario Nazionale, che a sua volta nomina degli esperti per valutare l'operato del candidato. Una procedura piuttosto lunga. «Purtroppo - si legge nella lettera - la legislazione induce a ritardare la presentazione delle istanze di chiamata diretta lasciando pochi mesi per la conclusione del loro iter». In parole povere, per fare le domande bisogna aspettare che il contratto sia in scadenza, ma poi rimane poco tempo per la valutazione e l'iter burocratico. Così, in caso di ritardi amministrativi, anche se il ricercatore fosse valutato positivamente, rischierebbe di rimanere senza contratto per alcuni mesi, mentre se l'esito della domanda fosse negativo, non rimarrebbe tempo per trovarsi un altro impiego all'estero senza passare per un periodo di disoccupazione. A ciò si aggiungono le lungaggini del ministero. Sta di fatto che «sono passati mesi, ma dal ministero non è arrivata nessuna comunicazione ufficiale», si legge nella lettera. In conclusione, i ricercatori, con i contratti in scadenza, ancora non sanno quale sarà il loro destino. «Vorrei che fosse chiaro che non chiediamo di essere stabilizzati ope legis - precisa Gambassi - ma di essere valutati in tempi certi e con una procedura razionale. E che i tempi delle risposte siano brevi in modo da programmare il nostro futuro». Le cose non vanno meglio per quelli che hanno vinto il bando per il Programma Levi Montalcini. Il contratto dei vincitori del 2009, selezionati nel 2010, dopo tre anni è in scadenza. In teoria dovrebbe essere rinnovabile per altri tre anni, ma al momento i ricercatori ancora non sanno cosa li aspetta, come mettevano in evidenza in una lettera di protesta scritta a ottobre scorso. Ma almeno il loro programma è partito. Quello che viene dopo è solo sulla carta: il bando del 2010 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio 2012. Il comitato per la valutazione è stato nominata il 10 settembre, il 17 dicembre si è insediato e il 21 febbraio scorso ha pubblicato un comunicato in cui si legge che «concluderà i suoi lavori entro sei mesi dall'insediamento, salvo eventuali ritardi ». Il bando del 2011non è mai uscito. Per quello del 2012 le domande dovevano essere presentate entro il 3 marzo scorso, ma il concorso di due anni prima non si è ancora concluso. Naturalmente, tutto questo ha anche un costo, visto che il ministero ha stanziato fondi per il rientro dei ricercatori: «Per questo motivo crediamo che il ministero debba intervenire per evitare uno spreco di energie e risorse finanziarie ingiustificabile, specialmente in tempi difficili come quelli che l'Italia sta vivendo», conclude la lettera a Profumo. «C'è poi da chiedersi - conclude Gambassi - quale sia la reale credibilità di un programma che, nonostante venga presentato come esempio concreto di impegno ministeriale per la promozione dell'eccellenza, lascia di fatto i suoi beneficiari in un limbo di incertezze che ben poco ha a che vedere con tale promozione ».


  • «La politica dei tagli, un'idea tutta nostra»

SALVATORE SETTIS Autore di «Azione popolare»

il manifesto, del 07-04-2013, di Roberto Ciccarelli

«I dati dell'Eurostat sul finanziamento alla cultura e all'istruzione sono l'esito preoccupante di un'intera legislatura in cui le cose sono andate sempre peggiorando - afferma Salvatore Settis, storico dell'arte che insegna alla Normale di Pisa e autore di Azione popolare (Einaudi) - Seguono un trend condiviso di fatto dalla destra, dalla sinistra e dai tecnici, con un peggioramento netto con i governi di centro-destra. Ma non è che quelli di centrosinistra abbiano brillato molto. Gli ultimi tagli che sono stati apportati a tutto ciò che è cultura, ricerca, università e scuola sono il risultato della crisi. Come reazione alla crisi in Italia è prevalsa l'idea che la prima cosa da fare sia tagliare la cultura. Credo che sia importante sapere che questa è un'idea italiana, ma non di tutti gli altri paesi. Ci sono paesi come gli Stati uniti dove Obama ha detto che nei momenti di crisi bisogna accrescere la spesa per l'istruzione e la ricerca.
Mentre l'Inghilterra dei conservatori eccome se ha tagliato...
L'Inghilterra è il caso che ci somiglia di più. Ma in Inghilterra il punto da cui partivamo è rimasto molto alto. Al British Museum si continua ad entrare gratis ed è molto più finanziato dei nostri musei. L'ex ministro francese Valerie Pecresse, una giovane signora della stessa età della nostra Gelmini, ma molto meglio di lei - non ci vuole molto, lei mi dirà - lanciò nel 2009 un piano straordinario della ricerca di 21 miliardi in 5 anni. Di fronte a questo vorrei notare anche la contraddizione drammatica, anzi quasi ridicola, fra il continuo uso dello slogan sviluppo e crescita, crescita e sviluppo, e poi non si fanno le cose che servono ad entrambi.
Nel frattempo sono stati trovati i 40 miliardi per le imprese e gli enti locali. Perché all'emergenza dei tagli alla cultura, che certo non è dell'altro ieri, non è stata data una risposta altrettanto celere?
Le priorità stabilite dai governi italiani rispondono ad un'economia miope e non lungimirante che non contiene innovazione. Per carità il problema delle imprese e dei comuni è assai grave, ma il fatto che abbiano trovato 40 miliardi e nemmeno 1 milione per la cultura fa parte di questo ordine di priorità. La seconda ragione è che le imprese hanno maturato una capacità di pressione sulla politica per ottenere quello che vogliono, mentre la cultura non ha maturato la stessa capacità.
Il prossimo governo sembra che avrà un solo compito: la legge elettorale e, forse, un paio di finanziare, di cui una straordinaria. Poi il voto. L'emergenza cultura sarà rinviata alla prossima legislatura?
Io ostinatamente credo, e spero, che nonostante tutto da questo parlamento nasca un governo che non duri tre o quattro mesi, ma l'intera legislatura. E che possa godere di una spinta che viene obiettivamente da tutto il paese. Finché questa mia speranza non sarà uccisa dai fatti continuerò a coltivarla.
La convince l'idea che l'investimento in cultura sia il «petrolio d'Italia», com'è stato ripetuto anche di recente?
Non confondiamo il petrolio con il sangue. Il petrolio è petrolio e gli esseri umani sono esseri umani. Il valore metaforico di questo petrolio, che peraltro è una risorsa in esaurimento, non fa parte dell'armamentario delle metafore che uso. Credo che in Italia, come nel resto del mondo, l'economia e la società possano essere gestite con uno sguardo lungo nell'interesse delle generazioni future. L'innovazione è alla radice di qualsiasi forma di crescita e di sviluppo, ma essa non può esistere senza la ricerca e la ricerca non può esistere senza una buona scuola e una buona università. Bisogna però capire che la competitività si basa sulla conoscenza e non sulla commercializzazione della conoscenza. Se non prendiamo questa strada il paese è condannato.
Da tempo lei, insieme a giuristi come Stefano Rodotà o Ugo Mattei e altri studiosi, sostiene il teatro Valle occupato a Roma e l'ex colorificio occupato di Pisa, oggi sotto sgombero. Uno stile inconsueto per un intellettuale italiano. Crede che la cultura si affermi anche attraverso queste esperienze di auto-gestione?
Io credo che un cittadino che voglia provare a fare dei discorsi che incidano sulla realtà, senza mettersi a fare il parlamentare dilettante, cosa che non mi attira per nulla, debba informarsi su quali siano le norme e provare a cambiarle. Non da giurista, ma da cittadino, credo che è necessario agire sul continuum tra beni pubblici e beni comuni. Così si può cercare di ricostruire un senso di cittadinanza, e quella sovranità del popolo prescritta dalla Costituzione che non è messa in pratica ma è il vero contenitore dei nostri grandi diritti, a cominciare dal diritto al lavoro, il più trascurato di tutti, come dimostrano le vittime della recessione. È quello che si sta cercando di fare attraverso gli esperimenti che lei ha citato. Ognuno ha preso una strada diversa. Nella sola Pisa, dove vivo, c'è anche il teatro Rossi occupato. Sono esperienze diverse, ma eticamente e politicamente le loro strade sono molto interessanti per riappropriarsi della cittadinanza.


  • Scuola e cultura, Italia maglia nera Triste primato insieme alla Grecia

EUROSTAT Fanalino di coda, per percentuale di spesa pubblica, nella classifica della Ue a 27

il manifesto, del 07-04-2013, di Ro.Ci.

Ad un paese sommerso dall'austerità, praticata dai governi di ogni colore e dai sapienti che continuano a mostrare inutilmente le loro presente eccellenze tecniche e amministrative, ieri l'Eurostat ha spiattellato una realtà urlata da anni dagli studenti, dagli artisti che occupano i teatri e i cinema, dagli sfrattati che si riappropriano delle case sfitte: l'Italia è ultima nell'Europa a 27 per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1% a fronte della media del 2,2%). È al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per la spesa in istruzione (l'8,5% a fronte del 10,9% dell'Ue a 27). La spesa pubblica destinata alla protezione sociale è sopra la media europea, anche se è sbilanciata sulle pensioni e diminuisce sulla casa, sulla disabilità, trascurando gli investimenti sulle politiche attive per il lavoro.
Nel 2011 la spesa pubblica Ue è stata pari al 49,1% del Pil ed è diminuita ovunque, tranne che per i servizi generali che includono gli interessi sul debito sovrano. Quest'ultima voce rivela l'esito delle politiche dell'austerità adottate ancora nel 2013. La voce sugli interessi sul debito segna un +17,3% sulla spesa complessiva e supera di quattro punti la media europea del 13,5%- Dietro di noi c'è solo la Grecia con il 24,6%, Cipro con le sue banche fallite con il 24,6% e l'Ungheria con il 17,5%. Tranne Cipro, questi paesi hanno il poco invidiabile di negare ai propri cittadini uno dei pochi strumenti per affrontare dignitosamente la crisi: il reddito minimo.
Due anni fa, la crisi aveva inoltre già aumentato la spesa per la protezione sociale e per la sanità. Il 55% della spesa pubblica era assorbita da queste voci. La percentuale della spesa per sanità e Welfare è passata dal 23,9% del 2002 al 29,9% del 2011, in controtendenza con l'Europa dove nel 2011 era al 26,9% in calo rispetto al 27,4% del 2010. Per il Welfare l'Italia spende il 20,5% del Pil, 5.322 euro per abitante, contro il 19,6% pari a 6.215 euro della Germania. Mentre la spesa sociale aumenta sono sempre più coloro che non hanno alcuna tutela e, anzi, scelgono la sanità privata, lamentando l'inefficienza di quella pubblica.
Una contraddizione che dal 2008 è stata affrontata con i tagli lineari e il salasso della spending review che ha messo in programma tagli monstre da 295 miliardi di euro per i prossimi anni. Tagli garantiti dalla riforma costituzionale votata da Pd, Pdl e Udc nella scorsa legislatura. Un suicidio approvato a maggioranza.
Con la durezza di cui sono capaci solo le cifre e le percentuali, l'istituto europeo di statistica ha tracciato il profilo della catastrofe del Welfare, della scuola e dell'università, oltre che dei beni culturali e ambientali, senza dimenticare il taglio al Fondo Unico dello Spettacolo (Fus). Senza ritegno il Ministero dell'Istruzione ieri ha invitato a «evitare una lettura fuorviante dei dati». Meglio calcolare le risorse «investite nella scuola e nell'università al netto della spesa per gli interessi sul debito che per l'Italia è di gran lunga superiore alla media».
E vengono citati i dati Ocse 2012 secondo i quali la spesa per studente è linea con la media, se non superiore. Per la primaria l'Italia spende 8.669 dollari rispetto a una media di 7.719. Per la secondaria 9.112 dollari rispetto alla media Ocse di 9.312.
Tanto per cambiare, una lettura apologetica delle fallimentari politiche economiche di Monti. Siccome abbiamo un debito record occorre rinunciare a investire su innovazione, istruzione e ricerca in attesa dei prossimi tagli. Accontentiamoci delle politiche di austerità che però hanno aumentato il debito di 19 miliardi.
L'unico modo per uscire dal debito sono gli investimenti in istruzione e ricerca, come dimostra il fact checking condotto da tempo dal sito roars.it. I dati Ocse del 2012 confermano che la gran parte dei paesi hanno aumentato la spesa per l'istruzione, mentre l'Italia è quello che ha tagliato di più dopo l'Estonia.


  • La stretta dei presidi sulle gite scolastiche “Troppo care, discriminano gli studenti”

Addio viaggi lunghi e mete esotiche. “Sono le famiglie a chiedercelo”

la Repubblica.it, del 08/04/2013

MILANO

    Solo quattro anni fa, i ragazzi del liceo scientifico Einstein di Milano andarono in gita a Marsa Alam, esotica località balneare sul Mar Rosso, mentre gli studenti di una scuola superiore di Gela sbarcarono a New York. Bei tempi andati. Fra le molte abitudini italiane cancellate dalla crisi c’è anche il cosiddetto “viaggio di istruzione”, tradizionale intermezzo di primavera, con visita
nelle grandi capitali europee o nelle città d’arte italiane. Grande festa per i ragazzi. Un salasso per le famiglie, rassegnate a sborsare cifre medie di 300 euro, con punte massime di 500 euro per le mete più inconsuete, che prima della crisi non suonavano come una bestemmia. Soldi che oggi nessuno ha più, motivo per il quale le gite sono quasi ovunque dimezzate, quando non cancellate del tutto. «Rispetto agli anni passati - sintetizza il provveditore agli Studi di Milano, Giuseppe Petralia - quest’anno ha dovuto rinunciare una classe su due». Un’impressione a caldo, confermata dai dati dell’Osservatorio Touring Club. Lo scorso anno scolastico solo 930mila studenti sono andati in gita di classe, 400mila in meno rispetto a cinque anni fa. Nel 2013 potrebbe andare anche peggio. A Milano, i primi a tagliare le gite sono stati istituti tecnici e professionali, frequentati da stranieri e da ceti popolari, come il turistico Gentileschi, dove gli spostamenti fuori dalla scuola quest’anno sono limitati ai musei e teatri cittadini. Ma lo stesso vale anche per gli istituti più blasonati e frequentati dalla buona borghesia, come il classico Berchet, dove la cancellazione delle gite è stata totale «anche per la rivendicazione sindacale dei professori che, dopo i tagli ai fondi per l’istruzione, non vengono più retribuiti per le gite », come spiega il preside Innocente Pessina.

    Milano non è un caso isolato. «Non siamo noi a tagliare le gite, ma le famiglie a sollecitare la rinuncia nei consigli di classe: i genitori fanno presente che soldi per mandare i figli in gita non ci sono più», spiega Tommaso De Luca, preside dell’Istituto tecnico industriale Avogadro di Torino, presidente dell’Asapi, l’associazione delle scuole autonome del Piemonte. «Il nostro consiglio di istituto ha cancellato le gite perché non tutti hanno la possibilità di aderire e la scuola non ha i mezzi per dare sovvenzione alle famiglie che non possono affrontare spesa». Una vita d’uscita estrema per evitare discriminazioni tra studenti. Le scuole cercano di garantire almeno le gite brevi in città italiane. Questa è la sorte dei 1300 studenti dell’Itis Fermi di Roma, dove la preside Monica Nanetti e il collegio docenti hanno bocciato «i viaggi all’estero, lasciando solo le mete italiane, dove si arriva in treno». Persino allo storico liceo scientifico Righi di Bologna, fondato nel 1823, il più antico del Paese, il preside Domenico Altamura, allarga le braccia: «La crisi ha messo in ginocchio anche noi: prima si facevano grandi cose, una settimana all’estero, minimo 450-500 euro a ragazzo, più il cash per gli extra. Prezzi insostenibili, oggi. Quest’anno, all’estero ci vanno solo alcune quinte, per tre giorni, invece che per sei. Tutte le altre classi, rimangono in Italia o addirittura in città». Poi ci sono quelli che mettono mano alle magre casse d’istituto per pagare il viaggio a chi non ha la possibilità. Per esempio, Gianni Oliva, preside del centralissimo liceo classico D’Azeglio, a Torino: «Il consiglio di istituto interviene pagando anche il 100 per cento. Ma le mete devono essere low cost».


  • Università, l’agonia della borsa di studio

Meritevoli abbandonati, entro il 2015 taglio del 92 per cento L’anno scorso 57 mila idonei lasciati senza il contributo

Talenti perduti Dagli studenti universitari è nata una mobilitazione nazionale dal semplice slogan: «Non c’è più tempo»

www.flcgil.it, del 05-04-2013, di Nadia Ferrigo (Torino)

Recita la nostra Costituzione: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». La buona notizia è che i capaci e meritevoli non mancano. Quella cattiva è che il diritto allo studio rischia di sparire. I dati sulle risorse finanziarie destinate a borse di studio, mense e alloggi sono impietosi, le prospettive drammatiche. Nello scorso anno accademico, 57mila studenti si sono ritrovati nella categoria degli «idonei non beneficiari». Per reddito e percorso di studi, sono considerati meritevoli di ricevere un aiuto dallo Stato. Per mancanza di fondi, destinati a non ricevere nulla, se non l’esenzione dalle tasse universitarie. Se nulla cambia, il loro numero aumenterà in fretta. Nel 2009 il Fondo nazionale destinato a integrare le risorse regionali a disposizione degli studenti fu eccezionalmente di 246 milioni di euro, grazie alle misure urgenti disposte dall’allora ministro Mariastella Gelmini. Poi un viaggio sulle montagne russe: circa 100 milioni di euro nel 2010 e nel 2011, poi 175 milioni nel 2012. Denari riacciuffati al volo, come i 90 milioni ripescati dalla spending review del governo Monti. Senza interventi dell’ultimo minuto o brusche inversioni di rotta, il taglio alle borse di studio previsto per i prossimi tre anni è del 92%. Tradotto in euro, vuol dire che entro il 2015 i fondi a disposizioni dei «valorosi ma non danarosi» saranno 15 milioni di euro. Briciole, da distribuire in tutto il Paese e integrare con i fondi regionali. E se le famiglie che non si possono più permettere un figlio all’università sono sempre di più, sono sempre di più anche le Regioni sull’orlo del collasso. Un esempio su tutti? Il sistema universitario piemontese. Da eccellenza a ultimo in classifica, con un deprimente risultato del 30% delle richieste di borse di studio soddisfatte. Se il contributo statale si è attestato tra i 7 e i 7,9 milioni di euro, è la drastica riduzione del contributo regionale - oltre il 60% - che ha portato il meccanismo al tracollo. Un duro colpo per una regione che può vantare un’indiscussa eccellenza come il Politecnico di Torino, dove più della metà degli studenti non sono piemontesi e il 15% stranieri. Sabato il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo sarà a Torino per incontrare i rappresentanti delle associazioni universitarie della regione. Intanto proprio dagli studenti universitari nasce una campagna di mobilitazione nazionale. Semplice ed efficace lo slogan: «Non c’è più tempo». Ed è anche straordinariamente vero. Se nessuno interviene, si rischia di arrivare a settembre senza che nulla sia cambiato. Con costi enormi per il Paese, sia in termini etici che di sviluppo. «I costi per le famiglie sono diventati insostenibili. La politica non si muove da tempo, il diritto allo studio non può essere la vittima - denuncia Elena Monticelli, coordinatrice per il diritto allo studio dell’associazione studentesca Link -. Abbiamo lanciato la campagna “Non c’è più tempo” per riportare l’università nel dibattito politico. Se ne è parlato poco in campagna elettorale, ora non se ne parla più. La situazione è gravissima». Intanto, dopo un braccio di ferro durato due anni, giace al vaglio della conferenza Stato Regioni il decreto di riforma presentato dal ministro Profumo, osteggiato dalle associazioni studentesche ma con il via libera del Consiglio nazionale degli Studenti Universitari.


  • Il rettore dei rettori: “È la morte di un diritto”

Il professor Marco Mancini

La Stampa.it, del 05-04-2013, di N. F.

«Una situazione drammatica. Gravissima. E destinata a precipitare». Non ha dubbi Marco Mancini, rettore dell’università della Tuscia di Viterbo e presidente della Crui, la conferenza dei rettori delle università italiane. «In una situazione del genere non si può nemmeno parlare di diritto allo studio. Non esiste più. E a questo si aggiunge la situazione di difficoltà delle famiglie italiane. In sede alla Conferenza dei rettori, preoccupati per la grave situazione economica del paese, avevamo già chiesto più fondi per il diritto allo studio, senza ottenere nulla».
Cosa si può fare per rimediare?
«È essenzialmente una questione di soldi. Nel 2009 avevamo quasi 250 milioni di euro, nel 2012 erano 174 milioni e si può ormai considerare un periodo di vacche grasse. Quel che abbiamo davanti è un baratro.
Ancor prima di pensare a decreti e riforme, bisogna trovare i soldi.
Tra le possibili opzioni, si è parlato anche dei prestiti d’onore.
«I prestiti d’onore non sono una priorità, se ne parlò con la Gelmini, ma il piano non è mai decollato. Inutile discuterne ora, si parla del dessert quando in tavola manca il pane».
Nonostante la drammaticità del momento, non si parla granché di università.
«Mi sorprende che il problema non riesca a emergere in tutta la sua gravità. Associazioni studentesche e mondo della scuola devono lanciare un’azione comune, perché la questione arrivi sul tavolo del Governo, presente o futuro che sia. Siamo tagliati fuori dall’Europa. Se ci fosse una Maastricht europea, l’Italia non potrebbe rientrare».


  • La nostra Repubblica fondata sulla cultura

la Repubblica.it, del 05-04-2013, di Gustavo Zagrebelsky

LA SOCIETÀ non è la mera somma di molti rapporti bilaterali concreti, di persone che si conoscono reciprocamente. È un insieme di rapporti astratti di persone che si riconoscono come facenti parte d’una medesima cerchia umana, senza che gli uni nemmeno sappiano chi gli altri siano. Come può esserci vita comune, cioè società, tra perfetti sconosciuti? Qui entra in gioco la cultura. Consideriamo l’espressione: io mi riconosco in... Quando sono numerosi coloro che non si conoscono reciprocamente, ma si riconoscono nella stessa cosa, quale che sia, ecco formata una società. Questo “qualche cosa” di comune è “un terzo” che sta al di sopra di ogni uno e di ogni altro e questo “terzo” è condizione sine qua non d’ogni tipo di società, non necessariamente società politica. Il terzo è ciò che consente una “triangolazione”: tutti e ciascuno si riconoscono in un punto che li sovrasta e, da questo riconoscimento, discende il senso di un’appartenenza e di un’esistenza che va al di là della semplice vita biologica individuale e dei rapporti interindividuali. Quando parliamo di fraternità (nella tradizione illuminista) o di solidarietà (nella tradizione cattolica e socialista) implicitamente ci riferiamo a qualcosa che “sta più su” dei singoli fratelli o sodali: fratelli o sodali in qualcosa, in una comunanza, in una missione, in un destino comune.
Noi siamo immersi in una visione orizzontale dei rapporti sociali. Ma, ciò significa forse che non abbiamo più bisogno di un “terzo unificatore”, nel senso sopra detto? Per niente. Anzi, il bisogno si pone con impellenza, precisamente a causa dei suoi presupposti costituzionali: la libertà e l’uguaglianza, i due pilastri delle concezioni politiche del nostro tempo, che se lasciati liberi di operare fuori di un contesto societario, mettono in moto forze egoistiche produttive di effetti distruttivi della con-vivenza. Non si può convivere stabilmente in grandi aggregati di esseri umani che nemmeno si conoscono facendo conto solo su patti degli uni con gli altri, come pensano i contrattualisti. A parte ogni considerazione realistica, una volta stabilita una regolazione contrattuale degli interessi in campo, a chi o a che cosa ci si potrebbe richiamare per richiedere l’adempimento degli obblighi assunti, ogni volta che l’interesse mutato spingesse qualcuna delle parti a violarli? Ogni contratto, senza una garanzia terza, sarebbe flatus vocis. Per molti secoli, questa garanzia era riposta nella religione; oggi, nell’età della secolarizzazione, non può che essere la cultura. «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento », dice l’art. 33, primo comma, della Costituzione. Questa norma di principio è da considerare la base della “costituzione culturale”, così come esiste una “costituzione politica” e una “costituzione economica”, ciascuna delle quali contribuisce, per la sua parte, alla costruzione della “tri-funzionalità” su cui si regge la società, secondo quanto già detto. La Costituzione, senza aggettivi, è la sintesi di queste costituzioni particolari. Innanzitutto, dicendosi che l’arte e la scienza sono libere e che libero ne è l’insegnamento si dà una definizione. L’attività intellettuale non libera, cioè asservita a interessi d’altra natura non è arte, né scienza: è prosecuzione con altri mezzi di politica ed economia. Si dirà, tuttavia: non è arte la scultura di Fidia, perché al servizio della gloria di Pericle? Non è arte la poesia di Virgilio, perché celebrativa della Roma di Cesare Augusto? E non è arte quella di Michelangelo, commissionata da Giulio II e Paolo III? La loro non è arte perché voluta, comandata, perfino imposta da altri, che non l’artista? Naturalmente no. Ma non è arte per la componente priva di libertà, esecutiva del volere del committente; è arte, per la parte che l’artista riserva alla sua libera creazione. Cose analoghe si possono dire per le opere dell’ingegno al servizio dell’economia, cioè della pubblicità di prodotti commerciali. Anche a questo proposito, l’impasto di attività esecutiva e di attività creativa è evidente. Il rapporto tra l’una e l’altra è variabile. Normalmente, prevale l’aspetto strumentale: far nascere bisogni, orientare il consumo, combattere la concorrenza, promuovere le vendite: tutte cose che riguardano gli stili di vita, le aspettative, i sogni, ecc. In certo senso, formano cultura, e nel modo più efficace possibile. Ma, per questo aspetto, non sono esse stesse espressione della libertà della cultura; sono invece funzione dell’economia. Non rientrano nella definizione costituzionale. Vale anche qui, però, la forza purificatrice del tempo. A distanza d’anni, quando s’è persa la nozione dell’interesse originario, anche le opere di pubblicità possono depurarsi dal loro aspetto strumentale ed essere rivalutate e apprezzate nel loro valore artistico. Non si tratta, comunque, di teorizzare una “cultura per la cultura”, senza contenuto, come pura evasione. La cultura come cultura ha una sua funzione e una sua responsabilità sociale, come s’è detto: una funzione che esige libertà. Sotto questo aspetto, il verbo “essere” che troviamo nella norma costituzionale assume il significato non d’una definizione, ma d’una prescrizione: “la cultura deve essere libera”. La difficoltà nasce dal fatto che deve essere libera, ma non può vivere isolata. La prima insidia, qui, sta nella tentazione della consulenza. Il nostro mondo è sempre più ricco di consiglieri e consulenti e sempre meno d’intellettuali. Questa – del consulente – è la versione odierna dell’“intellettuale organico” gramsciano, una figura tragica che si collegava alle grandi forze storiche della società per la conquista della “egemonia”: un compito certo ambiguo, ma indubbiamente grandioso. I consiglieri di oggi sono gli imboscati nell’inesauribile miniera di ministeri, enti, istituti, fondazioni, aziende, ecc., che si legano al piccolo o grande potere, offrendo i propri servigi intellettuali e ricevendo in cambio protezione, favori, emolumenti. La stessa cosa può ripetersi per i consulenti che vendono le proprie conoscenze alle imprese, per testarne, certificarne, magnificarne e pubblicizzarne i prodotti. Naturalmente, consiglieri e consulenti non sono affatto cosa cattiva in sé, ma lo sono quando sono essi stessi che si offrono e accettano di entrare “nell’organico” di questo o quel potentato. L’uomo di cultura diventa uomo di compiacenza. La seconda insidia all’autonomia della funzione intellettuale è la tentazione di cercare il successo in questa, per poi spenderlo nelle altre funzioni. Ciò che è giusto in una sfera, può diventare corruzione delle altre sfere. Così, l’affermazione nella sfera dell’economia non deve essere usata strumentalmente per affermarsi nel campo della politica o in quello della cultura; l’affermazione nella sfera politica non deve essere il ponte per conquistare posizioni di potere nella sfera economica o in quella culturale; l’attività nella sfera culturale non deve corrompersi cercando approvazione e consenso, in vista di candidature, carriere e benefici che possono provenire dalla politica o dall’economia. Merita qualche parola anche il binomio “libertà della cultura” e “democrazia”. La società del nostro tempo, dove le conoscenze sono sempre più approfondite e settorializzate; dove, quindi, è inevitabile delegare ad altri la conoscenza che ciascuno di noi, da solo, non può avere: in questa società dove pressoché tutte le decisioni politiche hanno una decisiva componente scientifica e tecnica, massimo è il bisogno di fiducia reciproca. Per prendere decisioni democraticamente e consapevolmente in campi specialistici, chi non sa nulla deve potersi fidare di chi detiene le conoscenze necessarie. Non in nome della Verità, che non sta da nessuna parte, ma in nome almeno dell’onestà, che può stare presso di noi. Se non ci si potesse fidare gli uni degli altri e, in primo luogo, di coloro che per professione si dedicano a professioni intellettuali, la cultura come indispensabile luogo “terzo” di convergenza e convivenza sarebbe un corpo morto. Di quali mezzi si avvale oggi la cultura? Semplificando: chat o book? Dov’è la radice della differenza? È nel fattore tempo, un fattore determinante nella qualità di tutte le relazioni sociali. La chat e i suoi fratelli – blog, twitter, social forum, newsgroup, mailing list, facebook, messaggi immediati d’ogni tipo – appartengono al mondo dell’istantaneità; i libri al mondo della durata. I messaggi immediati appartengono alla comunicazione; i libri, alla formazione. La comunicazione vive dell’istante, la formazione si alimenta nel tempo. La comunicazione non ha onere d’argomentazione e non attende risposte. Il suo fine è dire e ridire su ciò che è stato detto, per aderire o dissentire, senza passi in avanti. Il libro – saggio, romanzo, poesia; cartaceo o elettronico - appartiene a un altro mondo. Nasce e vive in un tempo disteso, di studio e riflessione. Se sul bancone d’una libreria incontri L’uomo senza qualità o Moby Dick, innanzitutto è come se ti chiedessero: sai quanto tempo ho impiegato a essere pensato e scritto? E tu, quanto tempo e quanta concentrazione pensi di potermi dedicare? L’invasione degli instant books è la conseguenza della medesima risposta a entrambe le domande, rivolte agli autori e ai lettori: poco, molto poco, forse sempre meno tempo e meno concentrazione. Ma, allora, è chiaro che la sopravvivenza del libro non è una rivendicazione a favore d’una élite di pochi fortunati lettori. La diffusione della lettura non appartiene al superfluo d’una società non solo, com’è ovvio, perché ha a che vedere con la diffusione dell’istruzione. Siamo, infatti, pienamente nel campo della cittadinanza, cioè della condizione di partecipazione attiva, consapevole e responsabile a quanto c’è di più decisivo per la tenuta della compagine sociale, cioè la partecipazione a una delle tre “funzioni sociali”: la funzione politica di fondo, meno visibile ma, in realtà, nel formare mentalità, più determinante della stessa azione politica in senso stretto, la quale, nella prima trova i suoi limiti e i suoi fini. Si tratta, per l’appunto, della cultura.


  • Il mondo del libro contro il decreto Profumo per i testi digitali

La Filiera del libro e della carta è in rivolta contro il Decreto Profumo sull'introduzione obbligatoria dei libri digitali a scuola

Tuttoscuola, del 04-04-2013

La Filiera del libro e della carta è in rivolta contro il Decreto Profumo sull'introduzione obbligatoria dei libri digitali a scuola.

A protestare sono l'Associazione italiana editori, la Federazione della Filiera della Carta e della Grafica, l’Associazione librai italiani, l'Associazione nazionale agenti rappresentanti e promotori editoriali, componenti tutti della filiera del libro, che "ribadiscono – si legge in una nota - la volontà, già ampiamente dimostrata, di favorire l'innovazione tecnologica nell'ambito scolastico", ma al tempo stesso "riaffermano congiuntamente la loro totale contrarietà al decreto ministeriale dedicato alle scelte dei libri scolastici, firmato nei giorni scorsi dall'uscente ministro dell'istruzione, Francesco Profumo".

Secondo i componenti della filiera del libro e della carta, il decreto oltre a non tenere conto delle indicazioni del Parlamento, volte ad assicurare equilibrio, misura e gradualità, e a non limitare l'autonomia delle scuole e il principio costituzionale della libertà di insegnamento, non considera in alcun modo l'insufficienza infrastrutturale delle scuole (banda larga, Wi-Fi, dotazioni tecnologiche...).

La filiera del libro e della carta, inoltre, riafferma il valore pedagogico e la centralità del libro a stampa, che "dovrebbe quindi rimanere irrinunciabile". A oggi infatti, secondo le associazioni, "non è dimostrato da nessuna parte che l`impatto sempre più pervasivo degli strumenti elettronici sui ragazzi non sia nocivo per la salute, senza contare che la memorizzazione e la comprensione sono meno sollecitati dai supporti elettronici".
 


  • L’invettiva di Settis contro i killer della cultura

Ha infiammato la platea delle Giornate per la cultura di Napoli, lo storico dell’arte Salvatore Settis

Il Messaggero, del 04-04-2013

LA POLEMICA

Ha infiammato la platea delle Giornate per la cultura di Napoli, lo storico dell’arte Salvatore Settis. Nel suo intervento tenuto ieri alle Giornate che si sono svolte presso il convento di San Domenico Maggiore, promosse dall’assessorato alla Cultura del Comune, Settis ha affermato: «Dopo un anno di governo Monti, abbiamo avuto evasione fiscale in più anche dopo aver subito i tagli lineari come quelli di Tremonti. E poi ci dicono che non ci sono soldi per la cultura». E ha continuato parlando di economia e spread: «Ma davvero i mercati devono ingoiare la cultura, davvero dobbiamo genufletterci allo spread? - si è chiesto Settis -. L'Europa dell’economia è immaginaria, esiste l'Europa della cultura. Di quale stabilità parliamo, quella dell’economia o quella della societa?».

LA COSTITUZIONE

Per Settis le fondamenta sono «cultura, spesa sociale e scuola che funziona e ha aggiunto che «la Costituzione non prevede lo spread. Abbiamo scelto un’economia che penalizza i poveri rispetto ai ricchi e i malati rispetto ai sani. L'Italia - ha detto ancora Settis - è la prima nazione dell’Europa dei 27 per evasione fiscale, come possiamo chiedere di aiutarci? Vorrei un governo che non negasse la crisi ma che mediasse tra misure economiche e diritti dei cittadini».

Ha poi sottolineato come «in Francia c’è la crisi come da noi ma non hanno tagliato la spesa per la cultura» ed ha parlato di diritto «alla resistenza dei cittadini citato dalla costituzione della Rivoluzione napoletana del 1799». Settis si è anche incontrato a Palazzo San Giacomo con il sindaco di Napoli, De Magistris, ed ha visitato il complesso restaurato, insieme con l'assessore Antonella di Nocera, prima di raggiungere l'affollata platea delle Giornate che ha aperto insieme allo storico Paolo Macry, allo storico dell'arte Tommaso Montanari e al filosofo Aldo Masullo oltre all’attore Andrea Renzi che ha letto alcuni brani del libro dello stesso Settis dal titolo Azione popolare. L’idea della «tre giorni per la cultura» a Napoli è nata dopo l’omicidio di Lino Romano, vittima innocente della camorra nel quartiere di Marianella, come ha ricordato l’assessore Di Nocera: «Rosanna, la fidanzata di lino disse “ci vuole la cultura“. Rimasi colpita, le Giornate partono proprio da questa riflessione».

 


 

  • Scuola, dobbiamo tenerci ancora Profumo e le sue promesse

Il Fatto Quotidiano, del 04-04-2013, di Marina Boscaino

 

Insomma, dobbiamo tenercelo fino a data da destinarsi. Nel clima generale di disorientamento e perplessità, di anomalia e disarticolazione del sistema, un’altra pessima notizia: il ministro Profumo continuerà.

Salutato con un’accoglienza a dir poco festosa (sobrietà e competenza contro approssimazione e arroganza, questo sembrò il passaggio di testimone con l’indimenticabile Gelmini, autrice materiale – le “menti” erano Tremonti e Brunetta – di uno dei più catastrofici interventi su scuola e università, altrimenti detto “riforma”) Profumo ci ha messo pochissimo non dico a far rimpiangere la precedente amministrazione (sarebbe davvero stato troppo); ma, almeno, a farci capire che – sebbene lo stile fosse cambiato – la sostanza rimaneva immutabile.

Il governo Monti si insedia il 16 novembre del 2011. Il seguente 22 dicembre, Profumo partecipa ad un forum di “Repubblica”, dove annuncia il seguente programma: gestione di un miliardo e trecento milioni di fondi europei per le scuole del Sud; prossima pubblicazione della sempre promessa e mai realizzata Anagrafe dell’Edilizia Scolastica (si ricorda che a tutt’oggi oltre il 60% degli edifici scolastici è a rischio); Innovazione e Scuola 2.0: classi digitali e banda larga negli istituti, con incremento delle Lavagne Interattive Multimediali; Matematica e laboratori di scienze; attuazione dopo anni di mora di concorsi pubblici per i docenti; ascolto degli studenti che da 2 anni scendono in piazza (ascolto di cui è stato dato un saggio eloquente con le manganellate della manifestazione del 16 novembre scorso); rivalutazione dell’immagine dei professori, depressa “dalle recenti scelte politiche e culturali” (nell’autunno dell’anno successivo questa intenzione si tradurrà nella bomba “24 ore”, per ora disinnescata; il ministro si farà promotore di una proposta indecente: aumento di 6 ore di lezione frontale a settimana senza riconoscimento salariale); valutazione. Compresa rapidamente, forse (o forse no), l’impossibilità di tener fede a questi annunci, Profumo si dedica – nella prima fase del suo mandato – intensivamente a due punti: l’innovazione tecnologica (che si concretizza, come vedremo, in una serie di promesse mai realizzate, configurando un vero e proprio stile, la Demagogia 2.0) e il concorso. Mentre si susseguono gli annunci 2.0, mai avvalorati dai fatti, nell’estate prendono definitivamente corpo 2 provvedimenti.

Il primo: la spending review, DL 95/12. In coerenza con i tagli lineari della gestione Gelmini, sono sottratti alla scuola 15mila posti e 360 milioni, colpendo in particolare gli elementi più deboli del sistema: i docenti inidonei all’insegnamento per ragioni di salute e coloro che sono andati in soprannumero per effetto della riduzione degli orari, che verranno assegnati a compiti definiti unilateralmente, senza confronto in sede contrattuale. A tutto ciò si aggiunge la drastica riduzione delle supplenze per docenti, personale amministrativo, collaboratori scolastici. Si annuncia infine trionfalmente che “A decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le istituzioni scolastiche e i docenti adottano registri on line e inviano le comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico”. La previsione innesca la consueta grancassa mediale, ma è subito smentita dai fatti, tanto che già all’inizio di Ottobre, una nota del Dipartimento Per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali deve mestamente ammettere di aver messo il carro davanti ai buoi: “L’anno scolastico appena iniziato rappresenta un periodo di transizione durante il quale le scuole dovranno attivarsi per realizzare al meglio il cambiamento”.

Più o meno contestualmente è emanato il bando di concorso, annunciato come il più clamoroso “largo ai giovani” degli ultimi decenni. In realtà fanno domanda coloro che sono in possesso dell’abilitazione, quindi che abbiano portato a termine la Siss o che addirittura siano vincitori del precedente concorso del ’99. Sempre in realtà, vengono messi a concorso una parte dei posti destinati al turn over, 11.452, per gli a. s. 2013/14 e 2014/15. I candidati, spesso in cattedra da diversi anni e muniti di titoli culturali e scientifici, vengono sottoposti ad un’umiliante preselezione sotto forma di test, ad assecondare la quiz-mania, altro connotato del mandato Profumo.

Il 12 settembre 2012 una dichiarazione del ministro si allinea con i proclami primaverili in salsa 2.0: “Un piano per 30 milioni di euro. Un tablet per ogni insegnante del Sud. Messe in campo risorse: 24 milioni di euro per i computer in ogni classe scuole secondarie di I e II grado”. L’8 ottobre Profumo rincara la dose: ”Un tablet per ogni studente entro quest’anno”. Dispositivi tecnologici – per docenti e studenti – di cui non c’è tuttora traccia nelle scuole italiane. E poco importa, considerando le ben più significative emergenze – prima tra tutte, l’edilizia scolastica – di cui la nostra scuola soffre. E la consapevolezza che non sarà confidando nel dispositivo digitale che risolveremo i problemi della dispersione, le carenze in lettura e scrittura dei quindicenni alfabetizzati, la inadeguatezza della scuola a costruire oggi risposte convincenti e significative sul cosa, come e perché studiare.

Mentre prometteva tecnologia e minacciava 24 ore di lezione per gli insegnanti, Profumo dimenticava di assumere una posizione inequivocabile di ricerca della verità sul vergognoso caso delle Pillole del sapere, conferma dell’italica scarsa attitudine alla trasparenza amministrativa e perfino culturale.

 


 

  • Classi hi-tech, libri gratis e nessun bocciato ecco la via finlandese alla scuola perfetta

Viaggio nell’istituto superiore Meilahden Yläaste, modello di istruzione personalizzata e in cima alle classifiche Ocse Qui i ragazzi studiano tre lingue straniere, hanno risultati eccellenti nelle materie scientifiche e non fanno esami

la Repubblica.it, del 03-04-2013, di Andrea Tarquini

DAL NOSTRO INVIATO

HELSINKI

Qui, nell’anonimo edificio in mattoncini rossi anni Cinquanta, tra palazzi scatoloni del piccolo ceto medio postbellico immersi tra gli alberi, il sole comincia a sciogliere ghiaccio e neve. La campana, o meglio il suono sommesso bitonale, come per l’imbarco in aeroporto: benvenuti a bordo, nel viaggio verso l’età adulta e le scelte della vita. Arriva di corsa Vesa Sarmia, special education teacher: oggi ha tre casi difficili. I computer sono già accesi in ogni classe. È un lunedì come un altro, qui alla Meilahden Yläaste, Kuusitie civico 12, la scuola generale superiore considerata un istituto modello nella Finlandia che — dicono i rapporti Pisa, Program for international students assessment dell’Ocse — vanta il miglior sistema scolastico del mondo. Tutto pubblico, ipergratuito, per trasformare teenager e giovani in adulti con chance forti di lavoro. Passiamoci allora una giornata, vediamo come funziona.
«Primo, una breve riunione », mi spiega la preside in rosso. «Prepariamo la consulenza individuale settimanale a ogni ragazza e ragazzo, per aiutarlo a scegliere il suo programma di studi da noi e dopo ». La struttura del sistema, in breve: la Meilahden Yläaste è una scuola media superiore, educa cioè i giovani tra i 14 e i 16 anni, il triennio conclusivo della scuola dell’obbligo, prima della scelta tra liceo o scuola professionale, triennali
entrambi, che abilitano a università o politecnici. Tutto gratuito, rette universitarie o di politecnico 80 euro annuali e aiuti statali ai giovani dai 7.200 ai 9.000 l’anno, per fitto e altro, libri a disposizione. «Non bocciamo, non lasciamo cadere nessuno», dice la gentile Rouva Doktori (dottoressa) Riitta. «Niente esami veri prima dell’ammissione a università o politecnico, gli esami duri sono all’ateneo per gli aspiranti insegnanti».
Dopo la riunione, la preside procede con una breve ispezione nelle classi. Si affaccia, i ragazzi salutano in inglese, «Good morning, mrs Principal », vedendo l’ospite straniero. Studiano sodo, concentrati. Lingua e letteratura finlandese, lo svedese (lingua della minoranza qui) e l’inglese d’obbligo, la terza lingua straniera facoltativa ma chiesta da tutti, «scelgono soprattutto tedesco, spagnolo, ora decolla il cinese», materie scientifiche. Musi lunghi a matematica, i ragazzi si somigliano in tutto il mondo. Nell’ora d’inglese invece si divertono da pazzi: ognuno svolge un tema navigando in rete con uno dei computer portatili della scuola. Computer anche ai corsi di design, arti visuali e scultura: ragazze in maggioranza, mostrano fiere sculture in stile moderno o bozzetti di moda. Le classi sono gruppi d’amici ma non chiuse: ogni ragazza o ragazzo ha un programma di studio individuale, scelto con lui secondo la sua personalità e vocazione, con colloqui continui, quasi un abito su misura del sapere, per lanciarsi domani nel mondo del lavoro. Ai muri, né crocifissi né emblemi nazionali. Solo un piccolo busto del maresciallo Mannerheim, padre della patria, in sala professori. Tra i ragazzi,parecchi figli di migranti, vestono come vogliono, niente divieto del velo: docenti, giochi online e classi li aiutano nei corsi accelerati per imparare il finlandese.
Computer online e connessione wireless gratuita ovunque, anche nella fornitissima biblioteca al pianterreno. Nessun lusso: pareti imbiancate quando proprio è necessario. Rigore come nel duro dopoguerra, quando un nyet di Stalin vietò alla Finlandia di accettare il Piano Marshall. Ma sul digitale non si risparmia. «E cerchiamo sempre di insegnare in contatto col concreto, col mondo reale», dice la giovane Eeva Haapanen, insegnante di educazione fisica, in un italiano perfetto.
Rapido sguardo di Riitta alla contabilità. «Le scuole», spiega, «sono autonome dal ministero, scelgono da sole gli insegnanti con un bando, possono tenerli quanto vogliono. Per fortuna la spesa pubblica per l’istruzione è il 7,2 per cento del prodotto interno lordo, sui bilanci delle famiglie carichiamo una spesa sola: cartella o zaino. Libri e tutto il resto, fino ai computer, lo forniamo noi».
Ore 11,45, suona di nuovo la campanella: pausa mensa.
Rouva Doktori Erkinjuntti e Sarmia sono in coda con i ragazzi, che parlano dei voli più economici per i prossimi concerti di Justin Bieber, dei Biffy Clyro o dei Depeche Mode. Insalate, poca carne, acqua, latte o kefir da bere, menu concordato con genitori e studenti. Herra Sarmia si confessa: «Stamane ho ripescato due ragazzi dell’ultima classe, forse avevano alzato il gomito, avevano saltato il compito d’inglese. L’abbiamo finito insieme, ma in classe, non ghettizzandoli. Scusi, ora corro a casa del giovane rom. Ha una storia di vita violenta ma cerco di salvarlo. Corsi a casa per lui, magari a 16 anni o alla peggio un anno dopo passerà il titolo intermedio, troverà una scuola professionale. È una loro tradizione non mandare i figli a scuola, dobbiamo adattarci». «Meglio per i contribuenti», interviene la preside, «se finisce emarginato sarà infelice e costerà a tutti, se studia troverà un lavoro dignitoso».
La campana suona di nuovo, pausa finita. Un quindicenne si avvicina timido, mi prega di ascoltarlo cantare, intona “O sole mio” come un tenore. «Puntiamo a mandarlo al conservatorio», mi sussurra Rouva Doktori Herkinjuntti. Il lavoro di “mrs Principal” continua, frenetico: telefonate per ordinare nuovi libri, visite alle classi più avanzate in biologia e storia, briefing con la psicologa, l’infermiera, il cuoco e l’operatore sociale della scuola. Corso di musica, ultima tappa: ragazze e ragazzi preparano un concerto rock di tarda primavera, vale nel punteggio. «Lo stress del rapporto di fine anno scolastico viene dopo, a giugno, poi gli studenti e noi stacchiamo la spina della tensione», dice la preside. Ore 15,30, suona l’ultima campana. La preside mi saluta sulla porta, i ragazzi escono sorridenti, salutano cortesi, gli occhi sugli smartphone: cercano voli per i concerti rock Gran Bretagna ma anche offerte di lavoro e apprendistato nelle multinazionali finlandesi, asiatiche o tedesche. O ascoltano musica col Nokia a tutto volume, coppiette o amici camminano sottobraccio verso la fermata del bus o la stazione del metrò
 


  • 2 giovani su 3 sono pronti a emigrare e 1 su 4 a essere sottopagato

Il 64% disposto a emigrare, il 25% a essere sottopagato,mentre per il 57,6% dei giovani italiani la legge Fornero è un disastro. Un’indagine del Centro di ricerche sociali su lavoro e nuove forme di occupazione rimarca la difficoltà dei giovani italiani

La Tecnica della Scuola, del 03-04-2013

Il 64% disposto a emigrare, il 25% a essere sottopagato,mentre per il 57,6% dei giovani italiani la legge Fornero è un disastro. Un’indagine del Centro di ricerche sociali su lavoro e nuove forme di occupazione rimarca la difficoltà dei giovani italiani
Il sondaggio, costruito attraverso la raccolta di dati con metodo 'cawi' (computer-assisted web interviewing), ha coinvolto 800 giovani tra i 18 e i 35 anni, per il 66% con una laurea di secondo livello, ed è stato realizzato in collaborazione con FondItalia, Fondo paritetico per la formazione continua, e seguito dai media partner Labitalia e 'Walk on Job'. Dall'indagine emerge che il 12% degli intervistati sarebbe disposto ad accettare il non rispetto del contratto o l'abuso di un contratto atipico e il 2% sarebbe disposto a mettere da parte anche la sua integrità morale.
Dalla ricerca emerge, inoltre, un interesse per i giovani italiani verso l'estero e tra le mete più ambite figurano Francia, Svizzera e Inghilterra. "Forse - ha spiegato Tommaso Dilonardo, avvocato del lavoro e fondatore e presidente di 'Work in Progress' - ad essere poco flessibile è la stessa politica, incapace di interpretare i tempi e perciò di promulgare leggi efficaci, chiusa in un dibattito ideologico distante dalle reali esigenze lavorative dei giovani. La riforma Fornero, che per il 57,6% degli intervistati ha peggiorato la situazione, ha aumentato i costi per le imprese e il precariato per i lavoratori". E riferisce il racconto di un'intervistata: "Nonostante abbia accettato di essere sottopagata, che i miei contratti non siano stati rispettati, abbia messo da parte la mia integrità morale, in Italia non ho comunque trovato lavoro, quindi sono andata a vivere decisamente lontano da casa e dall'Italia".
E ai colloqui? Il 55% degli intervistati afferma di aver risposto a domande che riguardavano la sfera privata, prima fra tutte 'Sei sposato/a? Convivi? Vivi con i tuoi genitori? Hai figli o hai intenzione di averne a breve? Mi parli dei componenti della sua famiglia, che lavoro fanno i tuoi genitori?'.
"Sono domande, rivolte soprattutto al genere femminile, che nascondono un pregiudizio - ha commentato Dilonardo - sulla effettiva capacità da parte delle donne di svolgere un ruolo di primo piano nella società. Il nostro questionario rivela che al 43,2% è stato chiesto se è sposato o convive; al 20,4% se ha figli o ha intenzione di averne a breve; a molti, infine, è stato chiesto anche il background dei loro genitori. Insomma, passa il tempo ma la società italiana cambia poco: sono domande che evidenziano un ritardo prima di tutto culturale; manca ancora, purtroppo, il concetto di merito, in un Paese dove l'ascensore sociale è sempre più immobile".
"Il sondaggio mette in evidenza alcuni aspetti di cui noi di 'Walk on Job' abbiamo spesso sentore e che abbiamo analizzato in diverse inchieste: in particolare - ha precisato il direttore di 'Walk on Job' (magazine di attualità, università e mondo del lavoro), Cristina Maccarrone - ci stupisce (in negativo) che durante i colloqui si facciano certe domande sulla vita privata che non sono realmente finalizzate all'assunzione, violando la legge sulla privacy, oltre a continuare a discriminare le donne chiedendo loro se vogliono avere una famiglia, a breve o in futuro (che parliamo a fare di tasso di natalità basso se poi non le agevoliamo?), non mi sarei aspettata domande sul lavoro dei genitori o sulle persone con cui si vive, il che dimostra che il mondo del lavoro ha ancora molte cose da sistemare".
Anche nell'ambito della formazione, i giovani dimostrano di avere le idee chiare su ciò che non funziona e sui cambiamenti che andrebbero prodotti. Infatti, dall'indagine emerge come, per il 73% dei giovani la scuola e l'università dovrebbero prevedere dei corsi o delle iniziative volte a favorire l'incontro dei giovani con il mercato del lavoro; tuttavia, i master specializzati non sono stati determinanti per trovare lavoro per il 31% degli intervistati.
Sempre secondo i dati 'Work in Progress', il 34% non si è ma iscritto a un corso di formazione perché crede che le aziende per prime dovrebbero provvedere a preoccuparsi della formazione delle risorse; inoltre, per il 31,6%, i costi dei corsi sono proibitivi. "La scuola dovrebbe fornire gli strumenti per il lavoro, non solo teoria o corsi dai nomi altisonanti. Ad esempio, impariamo a parlare l'inglese, a leggere il giornale, a usare Excel", si legge fra i commenti.
E i giovani per cercare lavoro si affidano a Internet per il 71%, al secondo posto i siti aziendali, seguono con il 25% i social network (tra questi il più utilizzato è Linkedin). Ma i metodi più tradizionali continuano ad avere un ruolo determinante: si rivolgono agli sportelli del lavoro o agenzie interinali il 32,4% degli intervistati, mentre il 24,3% preferisce consultare gli annunci sul giornale.
"Che il primo mezzo per cercare lavoro sia Internet - ha concluso Dilonardo - è un dato interessante, ma se immaginiamo che, invece di doversi districare nel mare magnum di Internet, i giovani potessero godere delle potenzialità della rete gestita con la competenza e la sicurezza che potrebbe dare un servizio fornito dai centri per l'impiego, i giovani, e anche gli over 50 (dimenticati ma pure esistenti e anch'essi in difficoltà) potrebbero cogliere quelle opportunità (anche scarse, complicate, poco remunerate) che invece ora, nell'assenza della pubblica amministrazione, è più difficile e 'pericoloso' trovare. Dico 'pericoloso' perché un conto sarebbe una banca dati internazionale gestita dai centri per l'impiego, altro conto è Internet, tout court". (Labitalia)
 


  • Università, Corte europea boccia ricorso italiano:"Numero chiuso facoltà non viola diritto a studio"

Per i giudici di Strasburgo la misura è compatibile con la Convenzione europea dei diritti umani. Otto cittadini italiani avevano sollevato il caso per non aver superato il test di entrata o per essere stati allontanati dopo diversi anni senza sostenere esami. E' la prima pronuncia del genere

la Repubblica.it, del 03-04-2013

STRASBURGO - Il numero chiuso per l'accesso a determinate facoltà? Non viola il diritto allo studio. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani nella sentenza emessa oggi nei confronti dell'Italia. Bocciando, di fatto, il ricorso presentato da otto studenti italiani.
Secondo i giudici, che per la prima volta si sono trovati a dover stabilire se il numero chiuso è compatibile con il rispetto al diritto allo studio sancito dalla Convenzione europea dei diritti umani, la soluzione trovata dal legislatore italiano per regolare l'accesso all'università è ragionevole. E hanno rilevato che tale soluzione non eccede l'ampio margine di discrezione che gli Stati hanno in questo ambito.
A presentare il ricorso a Strasburgo erano stati 8 cittadini italiani. Una di loro ha fallito per 3 volte l'esame per accedere alla facoltà di medicina di Palermo. Altri 6 ricorrenti non hanno superato quello per entrare ad odontoiatria nonostante l'esperienza professionale acquisita come tecnici odontoiatrici o igenisti. L'ottavo ricorrente invece pur avendo passato l'esame è stato escluso dalla facoltà di odontoiatria dopo 8 anni che non dava esami.
 


  • Scuola, pensionamenti dimezzati

La legge Fornero blocca le uscite: meno posti per i precari

Il Messaggero, del 02-04-2013, di Alessia Camplone

ROMA

Invecchiano i docenti dietro la cattedra, ma invecchiano anche i precari in attesa di una stabilizzazione che ritarda sempre di più. La legge Fornero che allunga l’età lavorativa sia per gli uomini che per le donne riduce il turn-over degli insegnanti del cinquanta per cento nelle classi italiane. E secondo i sindacati, a questo punto, sono a rischio anche tutte le 11.542 assunzioni del concorso dei docenti bandito lo scorso autunno.

L’ALLARME

L’allarme dei sindacati è scattato di fronte ai dati sulle domande di pensionamento del personale della scuola, diffusi dal Ministero dell’Istruzione. Dati provvisori (ciascuna domanda è al vaglio ministeriale) e che potrebbero subire qualche piccolissima variazione, ma che comunque confermano che il quadro dell’occupazione si è ridotto drasticamente. I docenti che andranno in pensione da settembre sono 10.009, mentre nello scorso anno scolastico sono stati 21.112. Sono di 3.343 unità le uscite del personale Ata, contro i 5.336 dell’anno precedente. Il maggior numero di pensionamenti nelle scuole superiori dove sono state presentate 3.187 domande. Poco meno nella scuola primaria con 3.090 richieste. A seguire le richieste di riposo nella scuola media (2.439) e nella materna (1.293). Tra il personale tecnico ausiliario (gli Ata), a lasciare il posto sono soprattutto i collaboratori scolastici (2.180 domande) e gli assistenti amministrativi (756).

LE ACCUSE

La Flc-Cgil, che accusa il ministero di aver dato i dati sui pensionamenti in ritardo per non aver avuto il coraggio di rivelare «gli effetti disastrosi della riforma Fornero», sostiene che non solo ci saranno meno assunzioni, ma che «perfino l’attuale concorso rischia di non avere posti sufficienti». E riguardo al concorso annunciato nelle scorse settimane dal ministro Francesco Profumo per questa primavera: «Altro che nuovo concorso!». Marcello Pacifico, presidente nazionale dell’Anife: «Sono dati così allarmanti da poter pregiudicare persino le assunzioni del concorso in fase di espletamento. E meglio non parlare del nuovo! Questi dati aumentano il precariato, allontanano le nuove generazioni degli insegnanti e allontanano l’Italia dalla media Ocse».

L’ETÀ MEDIA

Tra le conseguenze della riforma Fornero, in effetti, non ci sarebbe solo l’aumento del precariato storico della scuola (160mila stando agli ultimi dati della Funzione Pubblica). Ma

IL CASO

anche quella inevitabile di alzare l’età media del personale. Esasperando una caratteristica della scuola italiana che è stata già stigmatizzata dal rapporto Ocse sull’Educazione del 2012. In 19 su 32 dei Paesi dell’Ocse il 60% dei docenti di scuola secondaria ha almeno 40 anni, mentre in Italia sono oltre il 70% (ma anche Germania e Austria superano questa soglia). I giovanissimi, i docenti sotto i 30, in Italia sono solo lo 0,5%, mentre la media Ocse nella primaria arriva al 14%.
 


  • Il sostegno si mangia gli scatti

Anche per il 2012 docenti pagati con i soldi per il merito

ItaliaOggi, del 02-04-2013, di Antimo Di Geronimo

I posti di sostegno si mangeranno gli scatti del 2012. La deroga al numero massimo di posti di sostegno attivabili in organico, disposta per effetto di una sentenza della Corte costituzionale, continuerà ad essere finanziata con i soldi destinati al merito. Ciò mette in forse il recupero del 2012 ai fini dei gradoni che avrebbero dovuto essere finanziati con questi fondi.

Fermo restando il recupero del 2010 e del 2011 ormai a regime, visto anche l'accordo firmato di recente tra Aran e e sindacati che ha consentito il recupero. É quanto si evince dalla circolare sugli organici di quest'anno (n. 10 del 21 marzo scorso). Il ministero ha chiarito, inoltre, che i licei musicali non potranno avere più di una prima. E dunque, di fatto, gli istituti che sono stati attivati e che saranno attivati sul territorio saranno a numero chiuso. Anche per quest'anno, inoltre, resteranno in vigore le tabelle di confluenza delle classi di concorso, in attesa dell'emanazione del regolamento che fisserà la disciplina delle nuove classi di concorso. Regolamento che, nelle intenzioni del ministro uscente, avrebbe determinato una sorta di cristallizzazione dell'esistente al quale avrebbe fatto da contraltare un ampliamento della spendibilità delle abilitazioni che avrebbero dovuto essere conseguite frequentando i corsi del nuovo ordinamento universitario ( tirocinii formativi attivi e lauree quinquennali). Al momento, però, il processo si è arenato anche in forza delle critiche dei sindacati, che hanno messo in luce la disparità di trattamento tra docenti vecchi e nuovi. Ecco qualche dettaglio in più. L'amministrazione ha ricordato che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 80 del 22 febbraio 2010, ha cancellato la norma che fissava il tetto massimo di posti di sostegno (comprensivo delle deroghe) attivabili in organico di fatto a livello nazionale (tetto stabilito per evidenti problemi di contenimento della spesa pubblica). Ed ha espunto dall'ordinamento anche la norma relativa al graduale raggiungimento del rapporto nazionale di un docente ogni due alunni disabili. Secondo la Consulta, la scelta di sopprimere la deroga che consentiva di assumere insegnanti di sostegno a tempo determinato, non trova giustificazione nel nostro ordinamento. Ciò perché attraverso la deroga è reso effettivo il diritto fondamentale all'istruzione dei disabili gravi. Diritto evidentemente incomprimibile. Il ministero, dunque, ha chiarito che il limite massimo dei posti in organico di diritto fissato dalla legge (che non subirà ulteriori riduzioni) rimarrà in piedi. E i posti che mancano saranno riattivati in organico di fatto (cosiddetti posti in deroga). In ogni caso la dotazione di docenti di sostegno in organico di diritto è stata fissata in 63.348 posti, pari al numero di posti attivati in organico di diritto nell'anno scolastico 2010/2011. Resta il fatto, però, che i soldi per pagare gli stipendi dei docenti di sostegno da assumere in deroga ai limiti dell'organico di diritto continueranno ad essere attinti dai fondi per il merito accantonati per effetto del piano programmatico che ha ridotto l'organico di 135mila unità tra docenti e Ata. E dunque, il recupero dell'utilità del 2012, necessario a riportare indietro di un anno le lancette dell'orologio e recuperare pienamente i gradoni, sembrerebbe gravemente compromesso.

Musicali a numero chiuso

L'amministrazione centrale ha lasciato intendere inoltre che i licei musicali, che stanno andando molto bene su tutto il territorio nazionale in termini di numero di iscrizioni, non potranno accogliere tutti gli alunni che hanno fatto richiesta. Ciò è dovuto al fatto che per il prossimo anno non potrà essere autorizzata più di una prima classe per ogni liceo. E dunque, in buona sostanza, questi istituti sono da considerarsi a numero chiuso. Resta il fatto, però, che al momento questa restrizione non trova giustificazione in norme specifiche. E quindi potrebbe ingenerare un forte contenzioso.

Il problema della confluenza

Restano in vigore anche quest'anno le tabelle di confluenza delle classi di concorso, adottate per cercare di trovare una soluzione agli esuberi indotti dall'entrata a regime della riforma delle superiori. Quest'anno le tabelle si applicheranno anche alle classi quarte (le quinte andranno ad esaurimento seguendo il vecchio ordinamento). Il metodo è sempre lo stesso. I dirigenti scolastici dovranno anzitutto disporre il reimpiego dei docenti in soprannumero seguendo il criterio delle classi di concorso affini, cui sono informate le stesse tabelle. Qualora, invece, non fosse necessario ricollocare eventuali soprannumerari, l'assegnazione di eventuali ore eccedenti alle varie classi di concorso indicate nelle tabelle sarà effettata dal collegio dei docenti.
 


  • E la Francia non trova 43 mila nuovi insegnanti

Aumentato il bilancio del Ministero. Per i docenti più giovani ci sono i tutor

Il Messaggero, del 02,04.2013, di Francesca Pierantozzi

PARIGI AAA cercasi insegnanti in Francia, per la precisione 43mila, e entro i prossimi cinque mesi. Lo scorso dicembre il ministero dell'Educazione Nazionale (l'unico in cui Hollande ha deciso di non tagliare, anzi di aumentare, il bilancio) ha lanciato una vasta campagna di assunzione per insegnanti della scuola di primo e secondo grado, elementari, medie e licei. Peccato che, almeno per ora, molti candidati manchino all'appello. In base alle iscrizioni al concorso, il 15 per cento di posti è ancora vacante, in particolare per le cattedre di matematica, latino e inglese. Il ministro dell'Educazione Peillon ha già pensato di allargare i criteri di selezione dei candidati. Per l'Alto Consiglio all'Educazione, che in dicembre ha consegnato un rapporto al presidente Hollande sulla scuola, le cause dei posti vacanti sono da ricercarsi negli stipendi, che in Francia «sono a inizio carriera inferiori alla media dei paesi Ocse». Se per il momento il ministro Peillon ha escluso di rivedere al rialzo gli stipendi («lo faremo appena ne avremo la possibilità») ha però promesso agli insegnanti francesi di reintrodurre una formazione specifica universitaria che era stata eliminata dal presidente Sarkozy. «E' stata una decisione che ha danneggiato l'immagine del lavoro di insegnante» ha commentato Peillon, che ha annunciato per il prossimo settembre l'apertura di una Scuola superiore di professorato e educazione. I giovani maestri francesi che debuttano nelle scuole elementari beneficiano comunque già di una forma di tutorato. Gli insegnanti con più esperienza possono infatti scegliere di frequentare un corso che li rende «formatori» e dedicarsi poi un giorno a settimana alla formazione dei più giovani, che assistono durante il loro corso. I «tutori» sono scelti su base volontaria e beneficiano di una gratificazione salariale. Il Ministero ha già fatto sapere che il sistema di tutorato resterà in vigore anche dopo l'apertura delle nuove Scuole per insegnanti.
 


  • Noi, i nuovi analfabeti traditi dalla tecnologia

La metà degli italiani non capisce un bugiardino o un foglio di istruzioni. È un Paese di illetterati di ritorno. Complice la tecnologia

la Repubblica.it, del 29-03-2013

Questi sono i test di «prose literacy» predisposti dall’inchiesta All (AdultLiteracyandLife Skills), un progetto di ricerca internazionale che ha sondato le competenze degli adulti tra i 16 a i 65 anni in sette paesi: Bermuda, Canada, Italia, Norvegia, Svizzera, Usa e Messico (2003-2005). Gli esiti dei questionari nel nostro paese? Solo il 20 per cento di italiani è in grado di superare il terzo livello, ossia mostra competenze sufficientemente sicure. Per il resto, il 5 per cento della popolazione non sa rispondere alla domanda sul farmaco, ossia non supera le prove minime di competenza. Quasi la metà degli italiani si smarrisce davanti alla pianta ornamentale, mostrando una competenza alfabetica molto modesta, «al limite dell’analfabetismo», recita il rapporto All. E il 33 per cento non è capace di sistemare il sellino della bicicletta, ossia denuncia «un possesso della lingua molto limitato». E le cose non vanno meglio nell’esecuzione dei calcoli matematici e nella lettura di grafici o tabelle: anche in quest’ambito l’80 per cento degli italiani fa molta fatica. Siamo un popolo di illetterati, che però non sa di esserlo. E forse non vuole neppure saperlo.
L’analfabeta del nuovo secolo mostra caratteristiche assai diverse dal più malmesso progenitore, che non sapeva leggere né scrivere. La versione più aggiornata può vantare una pur minima scolarizzazione — talvolta anche molto più che minima — che però è andata polverizzandosi nel tempo, spazzata via da crescenti difficoltà nella comprensione di un testo elementare o nella più semplice delle operazioni. Ma se un tempo l’analfabeta assoluto era disposto anche ad uccidere pur di nascondere la sua vergognosa condizione,l’illetterato contemporaneo galleggia nella totale incoscienza, includendo nel proprio status categorie sociali al di sopra di ogni sospetto, anche felicemente confortate da buoni redditi. Un’illusione di civiltà destinata tra poco a essere infranta dall’Ocse, che renderà pubblica in ottobre la grande inchiesta internazionale sull’Italia (per la prima volta inclusa la popolazione immigrata) e altri ventiquattro paesi, tra Europa e America, Asia e Australia.
Le anticipazioni certo non rallegrano. L’indagine pilota promossa da Piaac-Ocse conferma l’alto tasso di illetteralismo italiano — più o meno i recenti dati All riportati sopra — ma con un nuovo rischio rispetto al passato, ossia la minaccia che il fenomeno possa drammaticamente contagiare le nuove generazioni. Il rapporto reso ora pubblico dall’Isfol — realizzato tra aprile e giugno 2010 e con un valore ancora parziale — ci dice in sostanza che, oltre al tradizionale serbatoio di pensionati e casalinghe (attenzione: non vecchietti e vecchiette, visto che il target va dai 16 ai 65 anni), la fascia più vulnerabile è quella che include i disoccupati dai 26 ai 35 anni. Finita la scuola, le competenze tendono a diminuire, specie quando non vengono avviati nuovi processi di apprendimento legati al lavoro. E l’analfabetismo di ritorno minaccia di inghiottire le leve più giovani, proprio quelle a cui è affidato il futuro del paese.
Ma chi sono gli illetterati italiani? E dove si concentrano? Lo zoccolo duro coinvolge le fasce anagraficamente più elevate, distribuito soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole, nei piccoli centri più che nelle grandi città. Ma le inchieste condotte da Vittoria Gallina — la studiosa che con pazienza certosina da oltre dieci anni monitorizza il popolo italiano — ci dicono che gli analfabeti di ritorno si annidano anche tra i piccoli imprenditori del Nord Italia, in Lombardia più che in Piemonte. E se la Campania è certo più in basso rispetto alla media nazionale, l’operosa Padania non si innalza più di tanto dalle cifre della vergogna italiana, che nelle zone industrializzate si concentra tra disoccupati e operai con le mansioni più basse ma non esclude i padroncini di aziende con qualche dipendente. Anche un’inchiesta del Cede di qualche anno fa disegnava il profilo dell’analfabeta benestante, con un reddito personale superiore a 40 mila euro e proprietà di famiglia oltre i 140 mila. Persone che vivono come una minaccia l’invito allo studio perché non ne avvertono la
necessità. Una tendenza che viene favorita dalla tecnologia, soccorrevole nel colmare — e dunque nel nascondere — le enormi lacune degli italiani somari. Non siamo più in grado di leggere una mappa stradale o di fare un calcolo? Navigatore e calcolatrice sono lì per aiutarci. «Il benessere economico ti risolve ogni problema», sintetizza Arturo Marcello Allega, autore del documentato saggio Analfabetismo. Il punto di non ritorno (Herald Editore). «Se devo far dei conti, vado dal commercialista. Se devo evadere il fisco, mi consulto con il mio notaio. E per i documenti mi rivolgo a un’agenzia di servizi. Questo è il nuovo modello di adulto e di felicità». Che si realizza però quando il reddito lo consente. E l’illetteralismo — ci aggiornano i sondaggi ai tempi della crisi — è un impedimento gravissimo, non più tollerato da una società complessa. 
Il nuovo analfabetismo «funzionale » ci riporta a quel 70 per cento di analfabetismo assoluto che segnò il principio della nostra storia nazionale, miracolosamente battuto nell’arco di un secolo e mezzo. Un trionfale grafico dell’Istat disegna il crollo dai livelli altissimi del 1861 — 80 per cento per le donne, 70 per cento per gli uomini— all’attuale uno per cento. Sembra definitivamente archiviata l’immagine del contadino che firma tracciando una croce. «Ma è molto difficile che un vero analfabeta ammetta di esserlo», obietta la professoressa Gallina, propensa a contenere gli entusiasmi. «Più verosimile che tenda a nasconderlo, affidando ad altri la compilazione
del questionario». La letteratura gialla è ricchissima di omicidi perpetrati da analfabeti disposti a tutto pur di celare la propria condizione. Qualche anno fa il linguista Massimo Vedovelli si prese la briga di catalogarli e nella gran parte della storie — da Ruth Rendell a Bernard Schlink — l’analfabetismo assurge a generatore di morte, non solo e non tanto individuale ma del sistema sociale.
Quello di nuovo conio è invece socialmente accettato, anche perché protetto dall’inconsapevolezza. Chi è analfabeta di ritorno, in altre parole, ne è serenamente ignaro, condividendo la sua condizione con l’80 per cento della popolazione. Un’emergenza alfabetica causata anche dalla limitatezza della scolarizzazione in Italia: nel 2002, il 63 per cento con più di 15 anni aveva ancora al massimo la licenza media. È questo il dato che trasforma in patologia un fenomeno regressivo comune alla quasi totalità dei paesi avanzati. A ricordarcelo
è Tullio De Mauro, lo studioso che più di tutti ha fatto della battaglia all’analfabetismo una missione civile e culturale. «Nel nostro paese», denuncia sulla rivista Il Mulino,«ai residui massicci di mancata scolarità si sommano fenomeni di de-alfabetizzazione propri delle società ricche». La sua sintesi induce allo sconforto. «Solo una percentuale bassissima di italiani è in grado di orientarsi nella società contemporanea, nella vita della società contemporanea, non nei suoi problemi». Un grave deficit che è anche un limite nell’esercizio di cittadinanza, e dunque un temibile avversario per la democrazia, inspiegabilmente ignorato dalle nostre classi dirigenti. Quando non viene cavalcato con lucido discernimento.
Naturalmente c’è anche chi sta peggio di noi, ma per trovarlo bisogna volare in Centro America. È lo Stato di Nuevo León, in Messico. Noi e loro, gli ultimi della classe.


  • Contributi 'volontari', rivolta dei presidi: "Con più fondi non chiederemmo nulla"

Scontro tra il Ministero, che ha bacchettato quegli istituti che impongono alle famiglie di pagare una somma non dovuta per legge pena la non iscrizione dei figli, e l'Associazione delle scuole autonome: "È ora di smetterla con le ipocrisie"
 

la Repubblica.it, del 29-03-2013, di Salvo Intravaia
 

RIVOLTA dei presidi contro i rimbrotti del ministero sui "contributi volontari" che le scuole sono costrette a richiedere alle famiglie. "Basta con le ipocrisie", risponde l'Asal (l'Associazione delle scuole autonome del Lazio) alla circolare dello scorso 7 marzo in cui il capo dipartimento di viale Trastevere, Lucrezia Stellacci, striglia quei presidi che pretendono dalle famiglie il versamento "volontario".

La storia inizia qualche mese fa, quando gli studenti denunciano alcuni presidi che pretendono il versamento chiedendo un intervento del ministero. "Si ritiene - si legge nella nota ministeriale dello scorso 7 marzo - che simili comportamenti, oltre a danneggiare l'immagine dell'intera amministrazione scolastica e minare il clima di fiducia e collaborazione che è doveroso instaurare con le famiglie, si configurino come vere e proprie lesioni del diritto allo studio costituzionalmente garantito".

Il riferimento diretto è ad alcuni presidi che hanno minacciato di non iscrivere i figli a scuola, se non dopo il pagamento dell'obolo volontario, o di quelli che hanno minacciato di non consegnare la pagella o altre ripercussioni nei confronti dei 'morosi'. Una situazione, quella dei contributi volontari fatti passare per obbligatori, denunciata di recente anche da una nota trasmissione televisiva. Con la circolare di due settimane fa, il ministero ricorda la natura volontaria del contributo e che in assenza di versamento "nessuna capacità impositiva viene riconosciuta dall'ordinamento a favore delle istituzioni scolastiche, i cui Consigli d'istituto, pur potendo deliberare la richiesta alle famiglie di contributi di natura volontaria, non trovano in nessuna norma la fonte di un vero e proprio potere impositivo che legittimi la pretesa di un versamento obbligatorio".

Ma i presidi non ci stanno ad essere dipinti come soggetti autori di "comportamenti vessatori e poco trasparenti" che dovrebbero assicurare una "gestione corretta ed efficiente delle risorse pubbliche" e dovrebbero "far leva sullo spirito di collaborazione e di partecipazione delle famiglie le quali, si è certi, ben comprendono l'importanza di risorse aggiuntive per la qualità dell'offerta".

"Nella nostra limitata ottica di gestori delle istituzioni scolastiche - dichiara Giuseppe Fusacchia, presidente dell'Asal - non sappiamo da quali ispirate fonti il ministero tragga tale certezza; quello che sappiamo, invece, è quali e quante difficoltà le scuole incontrino per convincere le famiglie della necessità di contribuire economicamente alla fornitura di servizi basilari alla propria utenza per i quali le risorse pubbliche non pervengono più da anni". E puntano il dito contro lo stesso ministero e gli enti locali che dovrebbero sostenere le scuole pubbliche.

E giù un lungo elenco di problemi e inadempienze cui devono fare fronte giornalmente i dirigenti scolastici per sopperire alle carenze di fondi pubblici. "Può una scuola non essere dotata di materiali igienici nei bagni? Può una scuola non disporre della possibilità di effettuare fotocopie di materiali didattici per gli alunni? Può un istituto tecnico industriale non disporre di reagenti nel laboratorio di chimica? Può un laboratorio informatico non prevedere un abbonamento per l'accesso ad Internet? Può l'installazione delle Lavagne interattive multimediali (le Lim) nelle aule (tanto care al ministero) non prevedere i costi per la sostituzione delle lampade dei videoproiettori?", si chiedono provocatoriamente i capi d'istituto.

Ma non solo: Fusacchia chiama in causa anche comuni, province e regioni. "E che dire degli arredi scolastici, della manutenzione di edifici scolastici fatiscenti, della sicurezza? L'elenco delle inadempienze della nostre amministrazioni è davvero impressionante, ma la colpa - dicono ironicamente i presidi - è delle scuole che vessano le famiglie! E da questo furore moralizzatore non si salva nessuno: né i dirigenti scolastici, che incorrerebbero in una 'grave violazione dei propri doveri d'ufficio, né i Consigli d'istituto, che non avrebbero 'alcun potere di imposizione' di tali contributi".

"È ora di smetterla con queste ipocrisie: il Ministero, così sollecito nel fustigare comportamenti magari eccessivi da parte delle scuole si impegni a garantire alle scuole finanziamenti sufficienti per il loro buon funzionamento (quelli attualmente assegnati sono di entità ridicola) oppure dica chiaramente che non è in grado di assicurare elementi essenziali del servizio, che riguardano tutti gli alunni e per i quali, quindi, le famiglie sono chiamate obbligatoriamente a contribuire".
 


  • Le anime perse dell'università. L’università italiana alla ricerca di maestri

Mentre il mondo cerca strade nuove e le culture meno occidentali si affermano, noi ci balocchiamo difensivamente intorno ai temi del valore degli h-index, facciamo guerre di posizione sul numero e la qualità delle pubblicazioni in riviste più o meno reputate, pensiamo di risolvere i problemi della valutazione approntando qualche chilo di questionari la cui compilazione demenziale demanda il compito a quelli stessi che dovrebbero essere valutati
 

La Repubblica (Affari Finanza) del 28-03-2013, di Pier Luigi Celli
 

Ci sono istituzioni che leggono in ritardo i mutamenti nelle società tentando forme di adattamento incrementale, e altre che pensano di affrontarli irrigidendo burocraticamente gli stimoli all'innovazione, inquadrandoli strumentalmente, lavorando solo sulle componenti interne tradizionali in ottica di aggiornamento. Fino a estenuarne la valenza salvifica in assenza di coraggio e passione. L'università sembra dispiegare nelle ricorrenti riforme una volontà minimizzatrice che esalta l'apparente razionalizzazione degli strumenti gestionali, finalizzati alla conservazione del potere accademico interno nel momento in cui tutto si flessibilizza, crescono le autonomie, vanno in crisi le barricate che facevano della politica l'ultimo rifugio della conservazione.

Mentre il mondo cerca strade nuove e le culture meno occidentali si affermano, noi ci balocchiamo difensivamente intorno ai temi del valore degli h-index, facciamo guerre di posizione sul numero e la qualità delle pubblicazioni in riviste più o meno reputate, pensiamo di risolvere i problemi della valutazione approntando qualche chilo di questionari la cui compilazione demenziale demanda il compito a quelli stessi che dovrebbero essere valutati. Ci sfugge che l'università dovrebbe avere un ordine delle priorità diversamente articolato. L'istituzione ha un core business: gli studenti e il loro destino, in un mondo in cui gli sconvolgimenti epocali imprimono accelerazioni impensate mettendo a rischio modalità collaudate di insegnamento, vecchie certezze organizzative e la tradizionale linea di confine tra ciò che sta dentro il sistema di trasmissione scientifica e quel che avviene all'esterno. Ciò dovrebbe portare a riflettere che la semplice ripulitura degli strumenti tradizionali, l'adeguamento meccanico, l'affermazione reiterata di interessi corporativi, seppur sottoposti a maquillage, non aiutano ad affrontare la natura della missione che bisognerebbe affrontare.

Che è quella di aiutare gli studenti non solo a imparare le materie in piani di studio mal articolati a tutela di professori a cui bisogna garantire un corso, ma a sperimentare le condizioni nuove che si troveranno ad affrontare. I saperi al lavoro richiedono la valutazione di altri impegni oltre a quelli dell'aula, di una diversa cura degli interessi complessi in gioco. Non si può pretendere di capire come operare nel durante senza includere nella visione il prima e il dopo, come fosse possibile costruire un ponte non avendo attenzione ai piloni. La nostra cultura, rispetto alla ricchezza della domanda di competenza che esprime un mercato del lavoro in evoluzione, sembra asfittica, ripiegata a tutelare assetti disciplinari rigidi, inquadrata in regole burocratiche che nessuno riesce più a comprendere. Anche perché se non si apre la scatola legittimando il confronto, liberando le forze in campo, riportando la valutazione nelle mani di chi è destinatario del servizio (studenti, famiglie) e di quanti (imprese, organismi di rappresentanza, associazioni professionali) dovranno beneficiare del prodotto formato, il rischio di obsolescenza di quanto si va preparando è prevedibile.

C'è un derivato di quest'impostazione arretrata: la cultura autoriferita del sistema universitario, con i suoi modelli di segmentazione dei saperi e la tutela delle reti di trasmissione e cooptazione dei ruoli di potere accademici, oltre a essere divergente rispetto a come va il mondo inculca negli allievi una dimensione individualizzata dei percorsi di carriera, giocata sulla mediazione della materia e dell'esame, avulsa da percorsi relazionali e da stimoli che dovrebbero alimentare il tessuto connettivo degli anni di studio. Le nostre università stentano a definirsi un mondo con quello che il termine include: vita, interessi da cui trarre saperi complementari, esercizio di responsabilità operative, terreno di sviluppo di idee e costruzione di progetti. Ciò che aiuterebbe a familiarizzarsi con i problemi a cui gli studenti vanno incontro. È illusorio immaginare che la comprensione del mondo passi solo attraverso la trasmissione di conoscenze. Serve un supplemento crescente di esperienze multiple, anticipate, che evidenzino la diversa disponibilità dell'istituzione e dei suoi interpreti, non più sacerdoti di materie arcane o di tecnologie salvifiche ma disponibili a interpretare se stessi.

Il nuovo mondo ha bisogno di una figura antica, il maestro. Che si prende cura, consente di sbagliare, alimenta la curiosità e la voglia di provare. Qualcuno che ha il gusto e la passione di creare una discendenza. Quanto tutto questo abbia da spartire con la cultura universitaria è un bell'esercizio di discernimento. Ma, forse, è anche per questo che oggi, se non ripensiamo l'istituzione in funzione delle sue vere finalità e delle nuove sfide, avendo il coraggio di dire quello che è riforma fasulla e bisogni veri, continueremo ad alimentare una cultura perdente. Con la responsabilità di rafforzare un ossimoro: quello di flessibilizzare le teste utilizzando una struttura di trasmissione inflessibile.

 


 

  • Libri digitali, aspra polemica editori-Profumo

L’Aie, Associazione italiana editori, alza ulteriormente il tiro contro il decreto ministeriale che dispone di adottare dall’anno scolastico 2014-2015 solo libri nella versione digitale o mista...

Tuttoscuola, del 28-03-2013

L’Aie, Associazione italiana editori, alza ulteriormente il tiro contro il decreto ministeriale che dispone di adottare dall’anno scolastico 2014-2015 solo libri nella versione digitale o mista.

Una nota dell’associazione definisce il provvedimento “dannoso e inapplicabile” perché non tiene conto della “insufficienza infrastrutturale delle scuole (banda larga, WiFi, dotazioni tecnologiche...), rappresentata, con dati e confronti molto eloquenti, poche settimane fa dall'indagine dell'Ocse” e ignora le “pesanti ripercussioni sui bilanci delle famiglie, sulle quali si vogliono far ricadere i costi di acquisto delle attrezzature tecnologiche (pc, portatili, tablet...), quelli della loro manutenzione e quelli di connessione, che nelle altre esperienze europee e degli altri paesi a ovest e a est dell'Europa sono solitamente affrontate con consistenti finanziamenti pubblici”.

Ben diverso il punto di vista del titolare di viale Trastevere, riflesso nel decreto, secondo cui nel caso in cui l’intera dotazione libraria sia composta esclusivamente da libri in versione digitale la sforbiciata ai tetti di spesa arriverebbe al 30% e i risparmi ottenuti potrebbero essere utilizzati dalle scuole per dotare gli studenti dei supporti tecnologici necessari (tablet, PC/portatili).

A parere degli editori invece le intenzioni del Ministero “sembrano frutto della sola determinazione di voler favorire l'acquisto di tablet e pc e non poggiano su alcuna seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale”, né tengono conto delle “possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti a un uso massiccio di devices tecnologici”.

Secca la replica del ministro Profumo, che sulla necessità di innovare non ha dubbi. “Pensare che tutto debba essere messo a disposizione dalla scuola è utopia, serve invece un lavoro di squadra. Insomma se uno studente ha un tablet lo porti pure a scuola, come fosse un libro, e lo usi per studiare” aveva detto alcuni giorni fa. E difende il decreto contestato: “Grazie a questi provvedimenti gli studenti avranno la possibilità di utilizzare anche a scuola, e per obiettivi didattici, strumenti che già utilizzano diffusamente a casa, migliorando il livello delle competenze digitali dell’intera popolazione italiana”.

La maggiore incognita che grava sulla concreta attuazione del decreto nei tempi previsti appare peraltro quella relativa alla formazione dei docenti: un’operazione che dovrebbe coinvolgere centinaia di migliaia di insegnanti già nell’anno scolastico 2013-2014, e che richiederebbe una azione sinergica tra Ministero e case editrici.

 


 

  • Editori contro Profumo: "Gli istituti non hanno sufficienti dotazioni tecnologiche"

Gli editori negano di aver siglato un accordo con il ministro Profumo, anzi sostengono di avere detto al ministro di ritenere il decreto "inapplicabile"

La Tecnica della Scuola, del 28-03-2013

Il Giornale parte all’attacco degli ultimi provvedimenti del ministro Profumo e questo sui libri digitali lo ritiene un “provvedimento di facciata dietro al quale c'è il nulla perché i soldi per la digitalizzazione della scuola non ci sono e non si può pensare di farlo a costo zero.”
Il quotidiano milanese riporta il disagio dell’Associazione italiana Editori secondo cui il ministro non «ha affatto convinto gli editori della bontà» del provvedimento, sottolineando anche di non essere preoccupati soltanto per le conseguenze gravi sull'intera filiera, editori, grafici, cartai, librai e agenti.

Non c'è dubbio infatti che gli editori non abbiano alcun interesse a vedere progressivamente ridotto e poi definitivamente annullato il mercato dell'editoria scolastica che ammonta ad oltre 650 milioni di euro annui e che dunque abbiano tutto l'interesse a rimandare la digitalizzazione della scuola. Sono altrettanto vere però anche le altre problematiche messe in evidenza nel comunicato degli editori. Ovvero che le scuole non hanno dotazioni tecnologiche adeguate, a cominciare dalla banda larga. E sono ancora molto poche quelle dotate di wi-fi.

Il ministro poi, scrive sempre Il Giornale, non sembra essersi minimamente posto il problema della mancata preparazione degli insegnanti. Quanti di loro sono in grado di gestire con disinvoltura i devices tecnologici visto che l'età media dei nostri professori è 50 anni? Anche per gli studenti si pone il problema dei supporti tecnologici: si porteranno I-pad e I-phones e e Kindle da casa?E la scuola sarà obbligata a fornirli a chi non li ha? Con quali soldi? Non solo. Gli editori accusano il ministro anche di qualcosa di più grave di una semplice mancata programmazione economica. «Le intenzioni del ministero sembrano frutto della sola determinazione di voler favorire l'acquisto di tablet e pc e non poggiano su alcuna seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale -scrivono gli editori- Così come non risulta siano state valutate le possibili ricadute sulla salute di bambini ed adolescenti esposti ad un uso massiccio di devices tecnologici». L'Aie conclude ribadendo una netta presa di distanza «da un decreto che ritiene dannoso e inapplicabile.

 


 

  • Tfa speciali, prove non selettive a giugno e punteggio in graduatoria dimezzato

Lo ha detto il capo dipartimento, Lucrezia Stellacci, attraverso un’intervista a Vita: la differenza di punteggio rispetto ai Tfa normali, voluta per non danneggiare i precari più giovani.

La Tecnica della Scuola, del 27-03-2013, di Alessandro Giuliani

Lo ha detto il capo dipartimento, Lucrezia Stellacci, attraverso un’intervista a Vita: la differenza di punteggio rispetto ai Tfa normali, voluta per non danneggiare i precari più giovani. Anche il punteggio per le supplenze annuali varrà 6 punti. Ma formalmente il decreto, ora all’esame del Consiglio di Stato, è ancora modificabile. Come la quota di partecipanti: 75mila sono una stima ancora tutta da verificare, per i sindacati saranno di più.
Prove di accesso, non selettive, con ogni probabilità a giugno. E valenza del punteggio, ai fini dell’incremento delle graduatorie d’istituto, pari solo alla metà del Tfa normale. Sono queste le due novità principali che il capo dipartimento del Miur, Lucrezia Stellacci, ha annunciato attraverso un’intervista a Vita, rivolgendosi in tal modo a decine di migliaia di candidati con almeno tre supplenze annuali ed interessati ai corsi abilitanti. La Stellacci parla del “ terzo decreto, quello che cambia le tabelle di valutazione per i titoli, dobbiamo attendere il parere del Consiglio di Stato”. Sui tempi di svolgimento delle verifiche, l’alto dirigente del Ministero spiega che “ci vorranno 30-40 giorni per la pubblicazione in Gazzetta, nel frattempo noi procediamo con una ricognizione puntuale, immagino che a giugno potremmo fare le prove nazionali”. Che serviranno quindi solo a “spalmare” nel triennio i tanti interessati all’operazione.
Dopo aver messo in dubbio la quantità di docenti precari potenzialmente coinvolti nei corsi, fornita peraltro dallo stesso Miur (75mila), perché manca ancora “una ricognizione puntuale”, solo “una stima, i sindacati dicono cifre più alte”, la Stellacci ha confermato che non vi è alcuna intenzione di selezionare tutti coloro che accederanno ai corsi abilitanti speciali: “tutti quelli che faranno domanda e hanno i requisiti avranno un posto, su tre anni”, taglia corto il capo dipartimento. Specificando, più avanti nell’intervista, che la differenza tra Tfa normale e speciale è solo nel “numero chiuso, perché abbiamo riconosciuto che queste persone, che per anni hanno mandato avanti la scuola facendo supplenze, hanno il diritto ad abilitarsi”.
Stellacci ha anche confermato che quello avviato in questi giorni rimane “uno strumento transitorio, che avrà al massimo tre edizioni e che si chiuderà nel 2014-2015”. Per poi concludere facendo luce sul punteggio dimezzata che potranno inserire nelle graduatorie d’istituto coloro che termineranno positivamente i Tfa speciali. “ La preoccupazione di chi sta frequentando il TFA ordinario – dice il dirigente Miur - era che, riconoscendo il medesimo punteggio alle due abilitazioni, chi già ha tanti anni di supplenza all’attivo passasse nelle graduatorie di seconda fascia con un distacco molto ampio rispetto ai giovani. Le due categorie, che oggi stanno nelle graduatorie di terza fascia, infatti si competono la collocazione nelle graduatorie di seconda fascia, quelle da cui si attinge per le supplenze annuali. Noi abbiamo voluto ridurre un po’ la distanza”. Stellacci spiega anche che “l’abilitazione conseguita con il TFA ordinario” varrà “12 punti, quella conseguita con il TFA speciale 6 punti. Abbiamo anche ridotto il punteggio per le supplenze, ora è di 6 punti all’anno”. Tutto fatto? Solo questione di tempo? Non proprio. La dirigente ricorda che il decreto sulla modifica dei punteggi da attribuire è ora all’esame del Consiglio di Stato. Quindi, conclude l’ex direttore dell’Usr Puglia, ancora ‘sub iudice’.
 


  • Addio ai libri solo cartacei a scuola

Il ministro Profumo ha firmato il decreto che prevede l'uso dei libri digitali dal 2014/15

La Stampa.it, del 27-03-2013, di Flavia Amabile

Addio ai libri cartacei. Ancora un anno di tempo e nella scuola italiana entreranno solo libri digitali o nel formato misto. Il ministro Francesco Profumo ha firmato il decreto ministeriale in materia di adozioni dei libri di testo e stavolta sembra che si faccia sul serio: tra le principali novità è la disposizione per i professori di adottare, dall’anno scolastico 2014/2015, solo libri nella versione digitale o mista.

All'inizio ad essere coinvolte saranno le classi prima e quarta della scuola primaria, la classe prima della scuola secondaria di I grado, la prima e la terza classe della secondaria di II grado.

Nel decreto sono previsti anche risparmi le famiglie. I prezzi di copertina dei libri, definiti per l’anno scolastico 2013/2014, restano confermati anche per il 2014/2015, si riducono i tetti di spesa entro cui il Collegio dei docenti deve mantenere il costo complessivo dei testi adottati. La riduzione, rispetto ai limiti stabiliti per l’anno scolastico 2013/2014, è del 20%. Ma nel caso in cui l’intera dotazione libraria sia composta esclusivamente da libri in versione digitale la sforbiciata è più consistente, con una riduzione che arriva fino al 30%. I nuovi tetti si applicano per le adozioni dei libri della prima classe della scuola secondaria di I grado e della prima e della terza classe della secondaria di II grado. Per le rimanenti classi restano validi i limiti già definiti per le adozioni relative all’anno scolastico 2013/2014. I risparmi ottenuti potranno essere utilizzati dalle scuole per dotare gli studenti dei supporti tecnologici necessari (tablet, PC/portatili) ad utilizzare al meglio i contenuti digitali per la didattica e l’apprendimento.

La consultazione dei testi digitali sarà resa possibile attraverso una piattaforma che il Ministero metterà a diposizione degli istituti scolastici e degli editori, affinché i docenti possano consultare e scaricare on line la demo illustrativa dei libri di testo in versione mista e digitale, ai fini della loro successiva adozione. In ogni caso, al fine di assicurare la gradualità del processo di innovazione, anche a tutela dei diritti patrimoniali dell’autore e dell’editore, solo per le prima e terza classe della secondaria di II grado il Collegio dei docenti potrà eventualmente confermare le adozioni dei testi già in uso. Una deroga valida però solo per i due anni successivi all’introduzione dei libri digitali, cioè gli anni scolastici 2014/2015 e 2015/2016.

 


  • Presidi in rivolta: «Non possiamo fare gli alcol test»

Dopo la sanzione a un collega di Cuneo

La Stampa.it, del 26-03-2013, di M.T.M.

L’assemblea di ieri

Dopo la sanzione arrivata ad un preside di Cuneo, colpevole di non aver inserito i test per verificare la positività all’alcol dei suoi insegnanti, ieri una folta rappresentanza dei dirigenti scolastici del Piemonte si è riunita all’Istituto Avogadro. «Non ne possiamo più di avere a che fare con norme teoriche che non tengono conto della realtà e delle condizioni economiche in cui le scuole si dibattono», è stato il leit-motiv dell’incontro con oltre 200 presidi. Tutti, insomma, a sostenere che un insegnante di greco non ha niente in comune con un pilota d’aereo, sebbene le norme li abbiano inseriti in uno stesso elenco di categorie a rischio in fatto di assunzione di alcol. «Ogni alcol test costa 100-150 euro, vale a dire 10 mila euro in media per scuola. Soldi che non ci sono. E il collega multato pagherà di tasca sua».


  • Tagli all'istruzione targati Gelmini: 10 miliardi e 100 mila cattedre in meno

SCUOLA Uno studio della Commissione Ue: -10,4% di fondi dal 2010

il manifesto, del 26-03-2012, di Roberto Ciccarelli

Dieci miliardi di tagli al bilancio di scuola e università tra il 2008 e il 2012. Otto miliardi e cinquecento milioni di tagli alla scuola (il 10,4 per cento del budget complessivo) e 1,3 miliardi di euro all'università (su un totale di 7,4 miliardi nel 2007, 9,2%), per la precisione. A tanto ammonta il salasso delle politiche dell'austerità volute dall'ex ministro dell'Economia Tremonti per rispondere all'imperativo del pareggio di bilancio. Questo tesoro espropriato all'istruzione è servito a finanziare i «capitani coraggiosi» che, secondo Berlusconi, avrebbero salvato l'Alitalia dall'acquisizione di Air France. Cosa avvenuta anni dopo. I francesi hanno già in mano il 25% della compagnia di bandiera che barcollerà ancora pochi mesi sull'orlo del fallimento.
Per i tre anni e mezzo di governo Berlusconi il taglieggiamento operato da Tremonti è stato nascosto sull'altare dell'onor di patria, oppure nascosto dietro i fumogeni della meritocrazia o della riduzione degli sprechi sbandierati lanciati dall'ex ministro Gelmini. L'idea di finanziare il default delle aziende di stato decotte, insieme a quella di sostenere l'«austerità espansiva» (i tagli alla spesa pubblica per investimenti sono «risparmi» che finanziano la crescita) è stata sostenuta anche dal governo Monti che non è riuscito a salvare l'ultima tranche di 300 milioni di euro di tagli dall'ultima legge di stabilità. Decisione che oggi mette a rischio la sopravvivenza di 20 atenei, vissuta però come il naturale decorso di una malattia incurabile.
Da oggi questa finzione non sarà più possibile. La Commissione Europea ha pubblicato uno studio che quantifica, almeno in percentuali ma non con i dati assoluti, l'entità dei tagli all'istruzione del governo di centrodestra e di quello «tecnico». Tagli che hanno prodotto il sacrificio di quasi 100 mila cattedre in tutti i gradi delle scuole, dalla materna alle superiori. Nel frattempo è aumentato il rapporto tra insegnanti e alunni, sia nella scuola che nell'università. Questa è la causa principale dell'aumento delle «classi pollaio»: il taglio dei docenti non ha fermato l'aumento del numero degli studenti.
In Italia, il numero degli insegnanti è calato dell'11,1%, mentre in Germania è aumentato del 13%, in Finlandia del 12,9%, in Svezia del 21,9%). Le loro retribuzioni sono state congelate o ridotte in 11 paesi, e il nostro paese mantiene un solido primato negativo. Peggio hanno fatto solo la Grecia (dove il taglio all'istruzione è stato del 20%) e la Slovacchia (15%). Il taglio degli insegnanti, e quello ai bilanci, ha prodotto la chiusura o l'accorpamento di scuole, come dei corsi di laurea per ragioni meramente di bilancio, non per l'efficienza propagandata. L'atto di accusa della Commissione è inequivocabile: «La riduzione del numero degli insegnanti in Italia è una conseguenza e un risultato programmato di una riforma, la legge 133/2008, approvata nell'estate del 2008, prima del consolidarsi della crisi». La stessa tempistica è stata rispettata dalla Gran Bretagna dove l'istruzione ha subito lo stesso, programmatico, ridimensionamento. Androulla Vassilou, greca, commissario europeo all'Istruzione, sollecita a nuovi investimenti nella formazione terziaria per rimediare alla disoccupazione giovanile e rispondere alla «concorrenza globale». La truffa è stata scoperta. Nessun dubbio ha ancora sfiorato la Commissione che sia stata ideata usando la dottrina dell'austerità che oggi condanna l'Europa alla recessione.


  • Il balletto dell'anno in meno

Il ministero convoca i sindacati per l'annuncio, poi la smentita a mezzo comunicato. Pronti i decreti di sperimentazione, in pole la Lombardia

ItaliaOggi, del 26-03-2013, di Alessandra Ricciardi

La voglia c'era. E i decreti pure. Solo che, vista l'alzata di scudi dei sindacati, il ministro pare che alla fine non se la sia sentita. I decreti riguardano la sperimentazione del taglio di un anno della durata del percorso scolastico, per adeguarla a quella europea che consegna al sistema universitario i ragazzi diplomati già a 18 anni.

Il progetto, partito dallo studio condotto da una commissione ministeriale ad hoc presieduta da Vittorio Campione, era stato rilanciato come prospettiva di riforma dei cicli scolastici già nei mesi corsi. Anche in quel caso però, davanti alle critiche sollevate da sindacati e partiti, fu declassato dal ministero dell'istruzione, Francesco Profumo, a semplice dossier e rimesso in un cassetto. Poi nella direttiva per l'azione amministrativa 2013, lasciata alle buone intenzioni del successore, il ministro Profumo ritorna sull'argomento, ribadendo la necessità di allinearsi alla durata europea dei percorsi. La scorsa settimana la nuova puntata: i sindacati sono stati convocati d'urgenza per un incontro, tenutosi venerdì, nel quale sono state illustrate le sperimentazioni dei percorsi di riduzione; sperimentazioni e non di più, giacché i tempi per una riforma organica sono finiti da un pezzo per il governo in carica. Ma comunque si tratterebbe di lanciare un seme nel campo, e poi chissà. I sindacati, una volta compatti, hanno criticato l'assenza di confronto su una modifica dell'ordinamento che ha ricadute sulla didattica e l'organizzazione, e hanno evidenziato rilievi giuridici che lascerebbero tra l'altro intendere la facile impugnabilità degli stessi decreti (l'assenza di parere da parte del Cnpi, per esempio). Sta di fatto che, a stretto giro, i progetti sono stati sconfessati via comunicato. I decreti ritornano nel cassetto, fino a diverso ordine. I provvedimenti non seguivano un unico progetto, ma autorizzavano tutte le modalità di riduzione possibili: inizio a 5 anni del percorso scolastico, riduzione di un anno della primaria, accorpando quarta e quinta, e poi taglio di un anno delle superiori, trasformando il primo biennio in due semestri.

In pole, tra le regioni più desiderose di partire, c'è la Lombardia, che ha presentano il 18 dicembre scorso la richiesta di sperimentazione della riduzione di un anno dei 5 anni delle superiori: si tratta dell'istituto paritario San Carlo, un liceo internazionale per l'intercultura. Nel Lazio era pronto a partire l'istituto comprensivo Settembrini, con la previsione di una scuola elementare che chiude in quarta. In tutti i casi, le sperimentazioni avrebbero dovuto garantire il raggiungimento degli stessi traguardi di sviluppo delle competenze previste per il percorso ordinario. Si attendono sviluppi.

 


  • Abilitazioni speciali sì, ma a rate. E con punteggi inferiori

I corsi riguardano circa 75 mila aspiranti docenti. fioccano le contestazioni: condizioni discriminatorie

ItaliaOggi, del 26-03-2013, di Mario D'Adamo

Il ministro Francesco Profumo ha firmato domenica 24 marzo 2013 il decreto istitutivo del tirocinio formativo attivo, versione speciale riservata a circa settantacinquemila docenti precari con almeno tre anni di servizio prestati dall'anno scolastico 1999/2000 al 2011/2012, che permetterà loro di conseguire l'abilitazione all'insegnamento di cui ora sono privi. Il decreto modifica e integra il regolamento n. 249 del 2010, sulla formazione del personale docente. Il decreto organizzativo si avrà dopo Pasqua. I tanto sospirati corsi abilitanti riservati ai docenti che in questi ultimi anni hanno permesso alle scuole di funzionare stanno dunque per partire, ma le buone notizie si fermano qui, poiché i docenti non potranno partecipare tutti insieme e subito e, una volta conseguita, la loro abilitazione varrà meno di quella rilasciata ai partecipanti ai Tfa ordinari. Al ministero dell'istruzione non vogliono ripetere l'esperienza di gestire contemporaneamente decine di migliaia di richieste, e così, come ha anticipato venerdì 22 marzo scorso Lucrezia Stellacci, capo dipartimento dell'istruzione, alle organizzazioni sindacali rapidamente convocate il giorno prima, potranno essere indette da qui al 2014/2015 fino a tre tornate di corsi, tra le quali saranno distribuiti gli attuali aspiranti (i tempi di presentazione delle domande sono condizionati a quelli di rilascio del visto di registrazione della corte dei conti). Per stabilire l'ordine di partecipazione, prima novità, i docenti dovranno sostenere dei test analoghi a quelli propinati ai Tfa ordinari, privi tuttavia del carattere di selettività, e saranno graduati sulla base del punteggio conseguito, da zero a trentacinque. Chi avrà un punteggio più basso parteciperà al corso più lontano nel tempo. Nel caso di discipline con pochi aspiranti sarà possibile concentrare i partecipanti in un unico corso e farlo partire subito. Anche costoro, però, dovranno sottoporsi ai test, il cui esito concorrerà, come per gli altri abilitandi, a formare la valutazione complessiva, aggiungendosi ai punti per le verifiche in itinere dei crediti ottenibili, da 30 a 50, e ai 15 punti della prova finale. L'abilitazione si consegue con almeno 60/100, ma, seconda novità, varrà meno di quella dei Tfa ordinari, come richiesto dalla settima commissione istruzione della camera dei deputati. Per organizzare la tornata dei test e differenziare il valore dell'abilitazione, il ministro Profumo ha adottato due altri provvedimenti, uno interviene sui tempi e l'altro modifica la tabella relativa ai punteggi allegata al regolamento n. 131 del 2007 sul conferimento delle supplenze. In tempi ordinari i due provvedimenti avrebbero dovuto percorrere lo stesso cammino dei provvedimenti originari, ma i nostri non sono tempi ordinari. Sul primo, infatti, non sono stati acquisiti i pareri di Consiglio di stato, consiglio universitario nazionale, consiglio nazionale degli studenti universitari e commissioni di Camera e Senato, né sul secondo è stato rilasciato il parere obbligatorio del Consiglio di stato. Il ministero sid cie pronto però per dopo Pasqua. Ci sono seri dubbi che possano essere accolte con favore le ultime novità del ministro Profumo e, e le avvisaglie si sono viste subito leggendo le reazioni fortemente negative, quasi irose, di tutte le organizzazioni sindacali. Le novità determinerebbero danni ai docenti partecipanti ai Tfa speciali, in particolare a quelli che parteciperanno ai corsi successivi al primo e che non potranno utilizzare il punteggio dell'abilitazione per integrare quello di iscrizione nelle graduatorie delle supplenze, l'aggiornamento essendo previsto l'anno prossimo. Tutti poi subiranno il danno di vedersi accreditati, in sede di revisione della loro posizione nelle graduatorie di seconda fascia, meno punti di quelli attribuiti ai docenti che hanno superato i corsi ordinari, anche se il titolo conseguito è lo stesso e permette gli stessi sbocchi professionali. Non è escluso allora che con i Tfa parta anche l'ennesimo contenzioso giudiziario, giustificato dalla frettolosità dei nuovi provvedimenti e la lesione della par condicio tra docenti che partecipano ai corsi per primi e gli altri, e tra partecipazione ai Tfa speciali e a quelli ordinari. Senza contare le carenze procedurali.


  • Istat: sono 200 mila i dottori disoccupati

Se la laurea non basta

La Stampa.it, del 25-03-2013, di Sefano Rizzato

A fermarsi in superficie, si rischia di dare ragione a lui: Giorgio Tedone, romano, 26 anni, che a inizio febbraio ha messo il suo diploma di Scienze Politiche all’asta su eBay. La laurea sembra sempre più un inutile «pezzo di carta». Ma la verità è che – per quanto non offra la garanzia di trovare lavoro – per molti ha rappresentato un paracadute decisivo, proprio negli anni della crisi globale.
Dice l’Istat: nel 2012 i laureati under 35 a caccia di impiego sono arrivati a sfiorare quota 200 mila, in crescita del 28% rispetto al 2011 e di oltre il 42% rispetto al 2008. In tutto, senza guardare all’età, i disoccupati con laurea sono oltre 300mila: una città di medie dimensioni. Numeri impressionanti, ma che possono ingannare. Perché il nostro Paese sta vivendo un aumento generalizzato della disoccupazione giovanile. A ritrovarsi senza lavoro non sono solo i «dottori». Anzi, a ben vedere, la laurea ha aiutato molti a superare indenni gli ultimi tempi.
Lo spiega bene la quindicesima indagine annuale sulla condizione occupazionale dei laureati, stilata dal consorzio interuniversitario AlmaLaurea. Tra il 2007 e il 2012, la disoccupazione è cresciuta del 67% per i giovani di 25-34 anni, ma «solo» del 40% per i laureati della stessa età. Insomma, la crisi ha colpito i giovani, tutti. Ma quelli con laurea hanno trovato un impiego un po’ più facilmente. Altro che «pezzo di carta».
«Gli studi universitari restano un vantaggio fondamentale», conferma il direttore di AlmaLaurea, il professor Andrea Cammelli. «È vero che a un anno dal titolo, gli occupati sono in calo, circa 7 su 10. Ma è vero anche che a cinque anni dal diploma, il tasso di disoccupazione tra i laureati è bassissimo: intorno al 6%. E, nell’arco di una carriera, i dati dicono che un laureato guadagna in media il 50% in più degli altri lavoratori».
Certo, le imprese italiane restano tra le meno propense in Europa ad assumere «dottori». Nel totale degli occupati italiani, solo il 17,6% ha una laurea. La media europea è di 29,1. Assumono persone con un diploma universitario grandi imprese, con orizzonti internazionali e alto livello d’innovazione. Il tipo di aziende che scarseggia nel nostro Paese.
Per uscire dalla crisi, dice il rapporto AlmaLaurea, abbiamo bisogno dei giovani più di quanto loro abbiano bisogno di noi. «Un laureato può aiutare una piccola azienda a capire i processi di internazionalizzazione. Se invece di vedere solo nero le nostre imprese decidessero di investire sulle competenze, sono convinto che loro – e insieme il Paese – sarebbero in grado di rilanciarsi».


  • Sì ai cellulari in classe La svolta «fai da te» della scuola americana

Strumenti informatici: «Portateli da casa»

Corriere della sera, del 25-03-2013, di Carlo Formenti 

Fino a poco fa all'ingresso di molte scuole americane era affisso il seguente avviso: vietato introdurre cellulari. Al suo posto campeggia ora la sigla BYOT — bring your own technology — che sarebbe scorretto tradurre con «portate pure i vostri gadget», perché non si tratta di una concessione, bensì di una direttiva: agli studenti viene esplicitamente prescritto di entrare in classe corredati di smartphone, tablet e, nel caso — improbabile, vista l'enorme diffusione di questi dispositivi fra i giovanissimi — ne fossero sprovvisti, sono ammesse perfino le play station.
Perché questa svolta di centottanta gradi? La ragione di fondo è — banalmente ma non troppo, visti i tempi di crisi in cui viviamo — economica: molte scuole non hanno fondi sufficienti per ottemperare alle nuove direttive didattiche, le quali prevedono che ogni studente sia dotato di dispositivi per potersi connettere, fare ricerche in rete, interagire con i docenti e i compagni, ecc. Com'è noto, questa conversione della scuola alle tecnologie digitali ha suscitato vivaci polemiche (non solo negli Stati Uniti, dove la svolta è in atto da tempo, ma anche da noi, dove si prospetta imminente) fra favorevoli e contrari. I primi si dicono convinti che non abbia senso affliggere i giovani con metodi di apprendimento obsoleti e del tutto estranei al loro modo di interagire e comunicare. I contrari — che fra gli insegnanti sono la maggioranza, secondo due ricerche condotte qualche mese fa dalle società Pew Internet Project e Common Sense Media — sostengono che la massiccia immersione dei ragazzi in ambienti digitali ne ha drasticamente ridotto le facoltà di memorizzazione e concentrazione e, quel che è peggio, la capacità di analizzare criticamente e in profondità la realtà.
Molti si sono lamentati del fatto che, ormai, per riuscire a catturare un minimo di attenzione dai propri allievi, sono costretti a compiere vere e proprie performance attoriali. Gli ottimisti ribattono che, in compenso, grazie all'uso dei nuovi media, gli studenti hanno enormemente potenziato la capacità di cercare e trovare autonomamente le informazioni e le conoscenze necessarie a risolvere i compiti e i problemi che vengono loro assegnati.
Tenuto conto di quest'ultima considerazione, l'idea di delegare al «fai da te» di ragazzi e famiglie il compito di aggiornare gli strumenti tecnologici della didattica sembrerebbe destinata a incontrare non solo l'approvazione degli amministrativi — attenti ai problemi di bilancio — ma anche quella del corpo docente. Invece le cose non stanno così; al contrario: questa novità genera non poche perplessità anche da parte dei fautori dell'innovazione. Una cosa, hanno argomentato alcuni docenti universitari di computer science e scienze della formazione intervistati dal New York Times, è far lavorare gli studenti su programmi di apprendimento standard, appositamente studiati per consentire di misurare e mettere a confronto i risultati, altra cosa è lasciare che si arrangino usando strumenti e applicazioni diverse. Ne potrebbero derivare non poche insidie: sconvolgimento dei curricula, difficoltà di appurare se gli obiettivi vengono raggiunti, possibilità che l'uso di tecnologie differenti generi sperequazioni, per tacere del rischio che il gioco si sostituisca del tutto all'apprendimento, invece che agevolarlo.
Il succo di questi ammonimenti è che l'imperativo a risparmiare a ogni costo può causare pesanti effetti negativi, quando sono in ballo interessi vitali come la formazione delle nuove generazioni; una lezione che le università italiane, sottoposte a ripetuti tagli di risorse, hanno imparato a loro spese. 


  • Quasi 200 mila i laureati disoccupati

Le cifre dell’Istat: solo nell'ultimo anno un aumento del 35 %

Il Messaggero, del 25-03-2013, di Barbara Corrao

I DATI

ROMA: sono arrivati quasi a 200 mila i giovani laureati disoccupati. Nel 2012 i ragazzi e le ragazze in possesso di una laurea ma non ancora di un lavoro, sono stati 197.000 nella fascia di età compresa tra 15 e 34 anni. Erano 154 mila nel 2011, 169.000 nel 2010 e 138.000 nel 2008, primo anno di crisi. La crescita della disoccupazione, dunque c’è stata ed è stata significativa anche tra quei giovani che hanno giocato la carta dell’istruzione e della formazione per costruirsi un futuro. Dati preoccupanti che hanno fatto scattare l’allarme: ormai nemmeno la laurea serve più a proteggersi dalla disoccupazione? A caldo sembra questa la prima impressione ma scendendo più in profondità dentro le cifre si scopre che non è così. O perlomeno che lo è solo in parte.

I NUMERI

Le cifre disaggregate rese disponibili dall’Istat, che pochi giorni fa ha presentato insieme al Cnel il Rapporto Bes (Benessere equo e sostenibile), sono chiare. Cresce del 28% il numero dei laureati disoccupati rispetto al 2011. Ma cresce anche il numero dei disoccupati totali. Lo scorso anno i senza lavoro sono aumentati complessivamente di oltre 600.000 unità rispetto al 2011. E il numero di giovani tra i 15 e i 34 anni in cerca di un’occupazione è salito a 1.426.000 unità. Il rapporto tra laureati e disoccupati, in quella fascia di età, in realtà è rimasto intorno al 13,8% nel 2012. Era arrivato al 13,6% nel 2011, al 14,5% nel 2010, tutti anni in cui la crisi ha picchiato duro sull’occupazione. Il rapporto laureati-giovani disoccupati pre-crisi si attestava al 14,3% nel 2007. Dati che indicano una sostanziale stabilità.

LE CONCLUSIONI

Come si spiega allora l’allarme sui laureati? Intanto, in assoluto, 197.000 laureati senza lavoro sono comunque una cifra record che dà la misura della sofferenza di una generazione colpita più di altre dalla crisi. In massima parte si tratta di ragazze: 125.000, pari al 63% del totale Anche in questo caso, il prezzo più alto lo paga il Sud dove i laureati senza lavoro sono 87.000 contro 65.000 al Nord e 45.000 al Centro.
Si assottiglia inoltre il vantaggio tra laureati e non laureati disoccupati: i primi sono aumentati del 27,6% rispetto al 2011, i secondi del 30,1%. La laurea rappresenta dunque ancora oggi un antidoto alla disoccupazione ma inferiore al passato: la durezza della crisi si accanisce soprattutto sulle fasce più giovani della popolazione attiva. Tuttavia se il tasso di disoccupazione dei laureati è del 13,8%, quello dei diplomati è del 18,9% e sale al 24,9% tra i ragazzi fermi alle medie. L’ultima considerazione riguarda l’aumento dei laureati in Italia che fa inevitabilmente salire la loro incidenza sui disoccupati nella fascia di età presa in considerazione. Eppure, siamo ancora ai livelli più bassi della Ue dove il 34,6% dei giovani di 30-34 anni ha un titolo universitario contro il 20,3% in Italia.

 


 

  • Scuola, via ai tirocini per i precari

Un percorso speciale per i precari della scuola che possa dare loro l’abilitazione all’insegnamento. Il provvedimento riguarderà di fatto almeno 75mila supplenti

Il Messaggero, del 25-03-2013, di Alessia Camplone

IL PROVVEDIMENTO

ROMA Un percorso speciale per i precari della scuola che possa dare loro l’abilitazione all’insegnamento. Il provvedimento riguarderà di fatto almeno 75mila supplenti. Il decreto firmato dal ministro dell’Istruzione Francesco Profumo va ad affiancare i Tfa (tirocini formativi attivi) ordinari, i percorsi introdotti tre anni fa quando era ministro Mariastella Gelmini e che sono diventati il passaggio obbligato per conferire l’abilitazione all’insegnamento alle scuole medie e superiori. Il Regolamento sulla formazione varato dalla Gelmini richiede cinque anni di università (laurea breve triennale più biennio per l’insegnamento) e un anno di Tfa. Si colmava così la lacuna di una formazione specifica per l’insegnamento. E per chi aveva raggiunto la laurea al momento del varo della norma, era data la possibilità di acquisire l’abilitazione comunque frequentando questi corsi. Ma si confinavano in un limbo le decine di migliaia di precari ai quali veniva a mancare il requisito decisivo per essere immessi in ruolo. Insegnanti che avevano accumulato supplenze per anni, e che erano stati formati “sul campo”, si vedevano scavalcati ed esclusi. Con questo decreto, potranno acquisire l’abilitazione i tanti docenti con una anzianità di almeno 3 anni entro il periodo degli anni scolastici 1999-2000 e 2011-12.

TRE TAPPE

I Tfa speciali o riservati prevedono un percorso a tre tappe. La prima, una prova nazionale con i quiz, che dovrà accertare le capacità logiche, di sintesi e linguistiche del candidato, e sarà quella che stabilità l’ordine di ammissione ai percorsi abilitanti riservati nelle università. Visto il gran numero di interessati (75mila è la stima fatta dallo stesso ministero) si prevede con questa classifica di scaglionare in tre anni gli aspiranti. Poi c’è il percorso formativo presso le università di un anno, infine la prova finale che dovrà accertare la preparazione professionale dell’abilitando.

LE POLEMICHE

Non mancano le polemiche. Le scorse settimane sono stati diffusi vari appelli perché non fossero varati questi Tfa speciali. I corsisti dei Tfa ordinari, infatti, sostengono che il provvedimento è «gerontocratico» e «tradisce i principi di merito e legalità». Un altro appello è stato sottoscritto da 415 docenti universitari che sostengono che Tfa ordinari già premiano l’anzianità di servizio. Non mancano le rimostranze degli stessi precari che sarebbero premiati dal provvedimento, e che rilevano che l'abilitazione con i Tfa speciali varrà in termini di punteggio meno di quella acquisita con i percorsi ordinari. Voci preoccupate anche dai sindacati. Il ministero ricorda la necessità di un percorso virtuoso per tutti per accedere all’insegnamento.

 


  • Firmato il decreto per il personale inidoneo e Itp

La FLC darà mandato ai propri uffici legali di avviare il contenzioso e nei prossimi giorni darà conto delle iniziative di mobilitazione che verranno avviate per bloccare l'attuazione del decreto

La Tecnica della Scuola, del 22-03-2013, di P.A.

Il ministro Profumo dispone il passaggio nei ruoli Ata del personale inidoneo e degli Itp. Consegnato ai sindacati il testo del decreto firmato dal ministro. Coinvolti 3.084 docenti inidonei, 460 titolari sulla C999 e 28 titolari sulla C555. Si attende la controfirma del Mef e della Fp.
Il decreto, firmato dal ministro Profumo nella mattinata di oggi, dà attuazione al disposto della legge del 7 agosto 2012, la quale ha previsto il passaggio dei docenti inidonei fuori ruolo della scuola ed i titolari nelle classi di concorso C999 e C555 nei ruoli Ata.
Dall’ultima rilevazione fatta dal Miur (del 13 marzo 2013) questo provvedimento riguarderà, ad oggi, 3.084 docenti inidonei, 460 titolari sulla C999 e 28 titolari sulla C555.
Secondo la Flc-Cgil, che ha diramato la notizia col testo del decreto, il ministro Profumo, decide di compiere questo atto grave.
Inadempiente, continua la Flc, sull’attivazione dell’organico funzionale e dell’organico di “reti di scuole” (dove questi docenti avrebbero potuto trovare un qualificato utilizzo che avrebbe valorizzato la loro esperienza lavorativa anche in funzioni non didattiche) e le mancate immissioni in ruolo del personale Ata, decide di firmare come suo ultimo atto proprio questo decreto!
In ogni caso questo provvedimento non è ancora efficace perché deve essere controfirmato sia dal ministro dell’Economia che dal ministro della Funzione Pubblica.
“La FLC darà mandato ai propri uffici legali di avviare il contenzioso e nei prossimi giorni darà conto delle iniziative di mobilitazione che verranno avviate per bloccare l'attuazione del decreto”.


  • Iscrizioni alle superiori, il Miur invita a non selezionare i migliori

“Poiché tutti devono essere rappresentati e accolti nella scuola pubblica, questa opportunità va tutelata. Per questo alle scuole è stato raccomandato di scegliere secondo criteri non parziali”.

Tuttoscuola, del 22-03-2013

La selezione delle domande di iscrizione in esubero rispetto alla capacità di accoglienza della scuola “non deve essere basata su criteri che puntano a scegliere i migliori”. Lo ribadiscono fonti ministeriali alla luce del dibattito suscitato dalla notizia che alcuni istituti superiori intendono adottare test di ingresso per le prime classi, contro cui hanno espresso un duro comunicato Codacons e Unione degli Studenti.
Poiché tutti devono essere rappresentati e accolti nella scuola pubblica, questa opportunità va tutelata. Per questo alle scuole è stato raccomandato di scegliere secondo criteri non parziali”.
Nella circolare sulle iscrizioni per l'anno scolastico 2013-2014 emanata lo scorso dicembre, si stabilisce che “nella previsione di richieste di iscrizione in eccedenza, la scuola procede preliminarmente alla definizione dei criteri di precedenza nella ammissione, mediante apposita delibera del Consiglio di istituto, da rendere pubblica prima dell'acquisizione delle iscrizioni, con affissione all'albo, con pubblicazione sul sito web dell'istituzione scolastica e, per le iscrizioni on line, in apposita sezione del modulo di iscrizione opportunamente personalizzato dalla scuola”. Si rammenta quindi che “pur nel rispetto dell'autonomia delle istituzioni scolastiche, i criteri di precedenza deliberati dai singoli Consigli di istituto debbono rispondere a principi di ragionevolezza quali, a puro titolo di esempio, quello della vicinanza della residenza dell'alunno alla scuola o quello costituito da particolari impegni lavorativi dei genitori. In quest'ottica, l'eventuale adozione del criterio dell'estrazione a sorte rappresenta, ovviamente, l'estrema “ratio”, a parità di ogni altro criterio”.


  • Un pacchetto-emergenza per università e ricerca

l'Unità, del 22-03-2013, di Marco Mancini Presidente Conferenza Rettori

La XVII legislatura della storia repubblicana si è ufficialmente avviata. Barlumi di speranza per il prossimo futuro si sono potuti già percepire nei discorsi di insediamento di Grasso e Boldrini. In particolare per quanti vivono le difficili condizioni in cui versa il mondo dell’istruzione e della ricerca ci sono segnali indubbiamente positivi. Da un canto il presidente del Senato non trascura di ricordare «tutti quei giovani che vivono una vita a metà», quegli stessi giovani in condizioni di assoluta precarietà lavorativa dei quali, nell’altro ramo del Parlamento e quasi nello stesso momento, stava parlando il presidente Boldrini. La Boldrini ha auspicato che si ascoltino le sofferenze «di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia». Ed è sacrosanto, infine, che il presidente Grasso pensi al mondo della scuola «nelle cui aule ogni giorno si affaccia il futuro del nostro Paese, e agli insegnanti che fra mille difficoltà si impegnano a formare cittadini attivi e responsabili». Queste parole vanno associate idealmente a quanto è andato ripetendo il presidente della Repubblica negli ultimi mesi sulla necessità di non sacrificare ulteriormente il mondo della ricerca con «tagli lineari» e simili. Aggiungiamoci, infine, l’ottavo «punto» dell’agenda di Bersani dedicato a istruzione e ricerca (con misure per gli studenti e per i ricercatori). È legittimo sperare in un’inversione di tendenza rispetto all’immediato passato. Un passato fatto soprattutto di fastidio, indifferenza, cinismo e denigrazione nei confronti del mondo dell’educazione. Fino alla sublime prova della «legge di stabilità 2013» che dava soldi ai maestri di sci e li toglieva all’università e alla ricerca. Abbiamo un Parlamento nuovo dal quale ci si attende molto. Si dimostri una vera discontinuità rispetto agli anni scorsi inserendo nei provvedimenti dei primi 100 giorni un «pacchetto-emergenza» per l’università e la ricerca. Se è vero che per ciascun punto dell’agenda-Bersani si deve costruire un disegno di legge corrispondente, è il momento di parlarne. I contenuti sono ben noti; sono stati ribaditi una settimana prima del voto da vari organismi universitari. Ci sono stati impegni pubblici da parte di alcuni candidati, fra cui lo stesso segretario del Pd. In primo luogo ci vuole maggiore attenzione per le famiglie che desiderano investire nell’università. Lo scopo è quello di evitare il decremento dei laureati e degli immatricolati, fra i più bassi d’Europa; e perseverare nella formazione superiore che – dice il rapporto di «AlmaLaurea» – ancora consente a cinque anni dal conseguimento della laurea al 90% dei giovani di trovare un’occupazione. Aiutare le famiglie significa defiscalizzare tasse e contributi universitari e incrementare il diritto allo studio che oggi non garantisce né borse per tutti i meritevoli né residenzialità. In secondo luogo facilitare l’accesso alla carriera ai tanti precari con un piano di assunzioni per posti di ricercatore che sfocino in posti di professore. L’assorbimento dei laureati nel nostro mercato dei cervelli significa non regalare all’estero qualcosa come due leggi di stabilità: più di 8 miliardi di euro. A tanto ammontano i denari regalati all’estero per la formazione dei quasi 70.000 laureati «fuggiti» negli ultimi dieci anni. In terzo luogo garantire posti per i giovani. Oggi, anche se paradossalmente gli atenei avessero soldi a sufficienza, non potrebbero assumere per il blocco del turn-over, che va, dunque, rimosso non comportando comunque spese aggiuntive per lo Stato. In quarto luogo: cifre ragionevoli per le infrastrutture delle università. I 6,6 mld di euro frutto del taglio del 13% «tre-montiano» (la lineetta è importante) bastano a stento per gli stipendi e i 38mln di euro per i Progetti della ricerca di base (Prin) sono ridicoli. In quinto luogo defiscalizzare i contributi delle imprese alla ricerca sia delle università sia degli enti per promuovere l’innovazione e superare le fragilità del nostro tessuto imprenditoriale in vista degli specifici finanziamenti europei 2014-2020. Inutile dire che ogni punto dovrebbe essere accompagnato dalle opportune semplificazioni dell’attuale giungla normativa. Se l’istruzione è una delle chiavi per l’occupazione, il problema principale oggi per più di un terzo dei giovani italiani, la ricerca è la chiave per lo sviluppo dell’Italia. Non ci può essere l’una senza l’altro.


  • Test ingresso licei, dalla scuola pubblica della Costituzione a quella a numero chiuso

Il Fatto Quotidiano, del 22-03-2013, di Marina Boscaino

Fa riflettere, e molto, la questione dell’accesso alle scuole superiori attraverso test di ingresso somministrati ai ragazzi di III media da parte di alcune scuole.

Parliamoci chiaro. Dipende da cosa vogliamo e da cosa intendiamo per scuola dello Stato. Le alternative sono due: il modello costituzionale, inclusivo, quello determinato dal suggestivo esordio dell’art. 34 (“La scuola è aperta a tutti”). La scuola dei “capaci e meritevoli” che, benché privi di mezzi, devono essere messi nelle condizioni, nella scuola della Repubblica, che se ne assume il dovere, di esprimere il meglio di sé, di arrivare ai massimi livelli. La scuola del principio di uguaglianza, quella che rimuove gli ostacoli di natura socio-economica, che emancipa, rende più liberi, perché più colti e dunque consapevoli. Oppure, al contrario, la scuola della meritocrazia, quella della competizione tra istituti (chi ha più alunni, chi ha gli studenti migliori), quella che fotografa, immobilizzandoli, appartenenze e destini sociali. Quella dell’offerta a domanda individuale, quella di serie A, contrapposta a quelle di serie B, C… Insomma, quella indifferente all’interesse generale.

Si tratta di una scelta di campo; della decisione, o meno, di imboccare una via senza uscita, annunciata, ormai, da ripetuti tentativi più o meno espliciti di sottrarre alla scuola il suo Dna costituzionale: l’occhieggiare sempre meno velato a modelli anglosassoni di scuola market oriented.

E poi ci sono altre valutazioni. Ragazzi di 13-14 anni, in età di obbligo scolastico, costretti ad affrontare test di ingresso per accedere a quella scuola che, fino a prova contraria, è ancora parte del percorso di istruzione obbligatoria previsto dal nostro ordinamento. Uno spartiacque definitivo, in un’età che – non bisogna essere Piaget per capirlo – è di piena evoluzione. C’è da scommettere che risulteranno vincenti i nati bene. Che accederanno alle scuole più elitarie, adesso più che mai, le quali potranno a loro volta pubblicizzare sui siti l’eccellenza dei loro iscritti. E così la già gravissima confluenza dei figli di un dio minore in percorsi non liceali – nei professionali si registra il massimo di diversamente abili, di migranti, di disagio sociale ed economico – sarà confermata anche dalla selezione (in)naturale rappresentata da test sostenuti per accaparrarsi un posto nella scuola più prestigiosa. Dove – similes cum similibus – si troveranno, ancor più di quanto accade oggi, i pargoli predestinati di famiglie in cerca di precoci accreditamenti e blasoni culturali. Accolti in scuole in cui i consigli di Istituto abbiano deciso di sostituire i più democratici, ma certamente meno esclusivi, criteri con cui in genere si respingono le domande in esubero (il sorteggio o la residenza ad esempio) con i test. Sono lontani anni luce gli anni in cui la convivenza tra il figlio del dottore e quello dell’impiegato o del portinaio era considerata un valore sociale, morale e politico.

Dalla scuola della Costituzione a quella della pre-selezione: il declino definitivo di un’istituzione pensata per assolvere una funzione opposta. L’autonomia degli istituti scolastici può consentire una simile deriva classista? Può la funzione “orientativa” della scuola media essere sostituita da regole “fai da te”, volte alla scrematura su base sociale e meritocratica? Voci di corridoio dal Miur e un “cinguettio” di Rossi Doria fanno pensare di noi. Attendiamo (e pretendiamo) denunce, stigmatizzazioni e sconfessioni ben più veementi da parte di chi ha e avrà facoltà e responsabilità di intervenire sulla vicenda.

 


  • Ugolini: tra un anno e mezzo avremo la nuova istruzione per gli adulti

Il 20 marzo si è insediato il comitato tecnico nazionale per definire l'attuazione del regolamento sui centri provinciali istruzione (CPIA) pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 febbraio scorso

La Tecnica della Scuola, del 22-03-2013

Il 20 marzo si è insediato il comitato tecnico nazionale per definire l'attuazione del regolamento sui centri provinciali istruzione (CPIA) pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 febbraio scorso. Il sottosegretario spiega che l’obiettivo è avviare dei progetti assistiti a partire dal 1° settembre 2013 ed accompagnare la messa a sistema dei centri territoriali permanenti e dei rinnovati corsi serali nell' a.s. 2014/15. Ancora diversi i nodi da sciogliere, come quello delle province cancellate.
Il 20 marzo si è insediato il comitato tecnico nazionale per l'istruzione degli adulti, al fine di avviare l'attuazione concreta del regolamento sui centri provinciali istruzione per gli adulti (CPIA) pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 febbraio scorso. A darne notizia è il sottosegretario all’Istruzione, Elena Ugolini, che con l’occasione fa anche il punto sul nuovo assetto dell’istruzione rivolta agli adulti: “lo scopo – spiega il sottosegretario – è mettere a sistema l' esperienza dei centri territoriali permanenti e dei corsi serali e dare strumenti concreti per valorizzare il capitale umano delle persone che vivono e lavorano nel nostro Paese”.
Secondo quanto previsto dal regolamento i CPIA saranno istituzioni scolastiche dotate di una propria autonomia organizzativa, didattica e gestionale per poter progettare e proporre anche attraverso accordi di rete stabili, un' offerta formativa più flessibile e personalizzata. “Lo scopo - sottolinea Ugolini - è consentire a più persone possibile di poter conseguire dei titoli di studio di primo e di secondo livello , attraverso dei patti formativi individuali capaci di valorizzare le competenze già acquisite e di conciliare i tempi del lavoro e della famiglia”.
In effetti, i CIPIA potrebbero diventare una risposta concreta per le migliaia di ragazzi tra i 16 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono in cerca di un' occupazione (i cosiddetti neet). Ma anche diventare uno strumento per la riqualificazione professionale di chi ha perso il lavoro, un luogo in cui favorire l' alfabetizzazione linguistica per gli stranieri e la formazione nelle carceri, rispondendo ad un bisogno diffuso di coesione sociale .
Il gruppo tecnico nazionale è composto da rappresentanze dei diversi attori che a vario titolo lavorano per l'apprendimento permanente: Miur, dirigenti e docenti esperti di istruzione per gli adulti, Regioni ed Enti locali, Ministero dell'Economia e delle Finanze, Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, Organizzazioni Sindacali.
Il gruppo è articolato in 5 sezioni differenti di lavoro: percorsi di primo livello, percorsi di secondo livello, percorso di istruzione nelle carceri, strumenti di flessibilità, assetti organizzativi e accordi di rete.
I lavori del Comitato saranno funzionali alla creazione di un documento di riferimento sulla base del quale avviare dei progetti assistiti a partire dal 1° settembre 2013 ed accompagnare la messa a sistema nell' anno scolastico 2014/2015.
Ancora Ugolini: “questa riorganizzazione dei percorsi di istruzione degli adulti è una parte molto importante dell' apprendimento permanente che ha visto un passo in avanti fondamentale nella pubblicazione del decreto legislativo relativo alla certificazione delle competenze del 15 febbraio”.
Rimangono, tuttavia, ancora molti nodi da sciogliere. Come quello riguardante le province accorpate dall’ultimo Governo e quelle eliminate in Sicilia. In tali casi, i Centri di istruzione per gli adulti saranno costituiti da macro-aree territoriali? Oppure si continuerà a mantenere il vecchio assetto provinciale?


  • “Non c’è democrazia senza istruzione”: il Pd rilancia il problema di “Quota 96”

Il Partito democratico riprende nel suo sito internet tutta la problematica relativa alla scuola con tutti gli impegni che in campagna elettorale ha preso.
La Tecnica della Scuola del 21/03/2013, di Pasquale Almirante

Il Partito democratico riprende nel suo sito internet tutta la problematica relativa alla scuola con tutti gli impegni che in campagna elettorale ha preso. “Non c'è democrazia senza istruzione. Restituire risorse, stabilità, fiducia a Scuola e Università”, così si apre la pagina dedicata. Tra i punti anche l’impegno a risolvere la questione del personale di “Quota 96”.
E al paragrafo: Stabilità è sinonimo di qualità, al punto C, troviamo: “Mandare in pensione gli insegnanti Quota 96, come previsto da proposta di legge che stiamo ripresentando alla Camera e al Senato (4000 posti).”
Appare chiaro tuttavia che questa proposta di legge in fieri, di mandare cioè in pensione il personale di “Quota96”, si inserisce in un piano più ampio di miglioramento della scuola e quindi di eliminazione, si spera “totale”, del precariato.
Per attuare tale ambizioso progetto, esaurito (ma ci riuscirà mai qualcuno?) il quale finalmente si può pensare a piani razionali di assunzione dei neo laureati, il Pd propone l’assegnazione “a ogni scuola di una dotazione di personale stabile, ma stabilizzando coloro che da troppi anni stanno lavorando su posti vacanti con contratti annuali e quegli insegnanti di sostegno che sono fra i più precari e che invece dovrebbero garantire continuità didattica agli studenti più deboli. Si tratta di 50.000 posti che si possono stabilizzare subito per garantire continuità e qualità alla scuola e dare concretezza all'organico funzionale, senza spese aggiuntive per lo Stato.”
Liberare quindi altri 4.000 posti attualmente coperti dal personale “Quota 96”, che vogliono come è noto lasciare la scuola per avere già dato quanto la legge ha finora consentito ai loro colleghi nelle stesse condizioni, significa allargare la platea degli occupati, riducendo ulteriormente, se le proposte del Pd avranno concretezza di Governo, un precariato che negli anni si è sempre di più incancrenito e per sola ignavia dello Stato che ha chiamato al bisogno e poi ha ritenuto di abbandonare a se stessi. E infatti le tante sentenze della Corte europea di giustizia hanno dato, e non a caso, torto marcio a un tale distratto e tracotante datore di lavoro.
Ma non finisce qui la superficialità della legislazione in merito ai pensionamenti e anche per disinteresse del passato Governo Monti (con tutti gli altri meriti che da molte parti gli vengono riconosciuti).
Approvando infatti la legge detta “spending review, il Governo Monti ha concesso ai soli sopranumerari, in possesso dei requisiti invocati dal personale “Quora 96”, cioè la maturazione di 36 anni di contributi con età anagrafica di 60 anni o 40 di contributi ma con età anagrafica inferiore purché la quota raggiungesse “96”, di lasciare il servizio al 31 agosto 2013.

E se tale dispositivo è legale per i sopranumerari, perché non estenderlo anche a tutti gli altri e in modo particolare a chi pensa di avere dato già alla scuola tutto quello di cui disponeva?


  • Iscrizioni alle superiori, il Miur invita a non selezionare i migliori

“Poiché tutti devono essere rappresentati e accolti nella scuola pubblica, questa opportunità va tutelata. Per questo alle scuole è stato raccomandato di scegliere secondo criteri non parziali”.

Tuttoscuola, del 21/03/2013

La selezione delle domande di iscrizione in esubero rispetto alla capacità di accoglienza della scuola “non deve essere basata su criteri che puntano a scegliere i migliori”. Lo ribadiscono fonti ministeriali alla luce del dibattito suscitato dalla notizia che alcuni istituti superiori intendono adottare test di ingresso per le prime classi, contro cui hanno espresso un duro comunicato Codacons e Unione degli Studenti.
Poiché tutti devono essere rappresentati e accolti nella scuola pubblica, questa opportunità va tutelata. Per questo alle scuole è stato raccomandato di scegliere secondo criteri non parziali”.
Nella circolare sulle iscrizioni per l'anno scolastico 2013-2014 emanata lo scorso dicembre, si stabilisce che “nella previsione di richieste di iscrizione in eccedenza, la scuola procede preliminarmente alla definizione dei criteri di precedenza nella ammissione, mediante apposita delibera del Consiglio di istituto, da rendere pubblica prima dell'acquisizione delle iscrizioni, con affissione all'albo, con pubblicazione sul sito web dell'istituzione scolastica e, per le iscrizioni on line, in apposita sezione del modulo di iscrizione opportunamente personalizzato dalla scuola”. Si rammenta quindi che “pur nel rispetto dell'autonomia delle istituzioni scolastiche, i criteri di precedenza deliberati dai singoli Consigli di istituto debbono rispondere a principi di ragionevolezza quali, a puro titolo di esempio, quello della vicinanza della residenza dell'alunno alla scuola o quello costituito da particolari impegni lavorativi dei genitori. In quest'ottica, l'eventuale adozione del criterio dell'estrazione a sorte rappresenta, ovviamente, l'estrema “ratio”, a parità di ogni altro criterio”.

 

  • SCUOLA La Flc-Cgil: «Fermate i test d'ingresso»

Nel nome dell'ideologia della meritocrazia si punta ad una selezione di classe anche nella scuola dell'obbligo

il manifesto, del 20/03/2013

Polemiche sull'ipotesi di istituire test d'ingresso, che in alcuni casi preludono a un vero e proprio numero chiuso, anche nelle scuole medie. Intanto alcuni licei e istituti tecnici hanno già effettuato diverse prove nello scorso gennaio e febbraio). Si tratta di prove che dovrebbero servire a presidi e rettori delle superiori per fare selezione basandosi sui meriti, ma che rappresentano un pericolosissimo precedente perché effettuato «in età dell'obbligo». Mettono le mani avanti dal ministero dell'Istruzione: la selezione delle domande di iscrizione in esubero rispetto alla capacità di accoglienza della scuola «non deve essere basata su criteri che puntano a scegliere i migliori. Poiché tutti devono essere rappresentati e accolti nella scuola pubblica, questa opportunità va tutelata. Per questo alle scuole è stato raccomandato di scegliere secondo criteri non parziali». «I test d'ingresso alle superiori sono una evidente violazione della Costituzione - risponde Domenico Pantaleo, segretario Flc-Cgil - Nel nome dell'ideologia della meritocrazia si punta ad una selezione di classe anche nella scuola dell'obbligo. Il Ministro Profumo intervenga immediatamente per evitare che vengano calpestati i diritti costituzionali».


  • Inglese e test, istruzione (sempre meno) per tutti

L'Università di Ca' Foscari: iscrizione solo con la lingua certificata. E poi le prove per l'iscrizione nei licei, ecco come si fa a pezzi l'istruzione universale

l'Unità, del 20/03/2013, di Luciana Cimino

Test d'ingresso sempre più selettivi nelle università italiane. L'Università di Venezia Ca' Foscari per la prima volta chiede agli studenti che intendano iscriversi alle sue lauree triennali almeno il livello B1 in Inglese. La selezione è basata sul Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue, Qcer, e va, ovviamente, certificata. Una certificazione che la scuola italiana però non offre. Di solito la posseggono coloro le cui famiglie hanno un reddito tale da consentire i viaggi di studio estivi in Gran Bretagna. La Ca' Foscari ha pensato a una proroga per chi ne è sprovvisto: si può conseguire la certificazione entro 12 mesi, gratuitamente, al centro linguistico di ateneo ma chi non dovesse farcela sarà bloccato. «Il problema è studenti più selezionati» dice il rettore Carlo Carrano. Sovrastato dalle polemiche, il rettore trova man forte nel presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, «è impensabile ipotizzare una formazione di alto livello per i nostri giovani senza la conoscenza dell'inglese - dice il governatore leghista - e non si venga a dire che la lingua al livello richiesto da Ca' Foscari è roba da figli di papà: io stesso non ho studiato l'inglese andando a Cambridge ma approfondendolo sui libri e continuando a farlo tuttora on line». Il rettore dice che «gli studenti dovrebbero già uscire dalle superiori con la certificazione Bl». Ma così non è. E ammette: «Il punto è che abbiamo un aumento di iscritti del 30% negli ultimi due anni" La conoscenza certificata della lingua è quindi un filtro dato che a causa della riforma Gelmini e della spending review le assunzioni di docenti sono bloccate. E gli sbarramenti arrivano anche alle scuole superiori. Da gennaio a oggi diversi sono state le prove di ammissione che alcuni istituti hanno riservato ai ragazzi di terza media. Alla base il solito problema degli spazi, sempre insufficienti mentre crescono gli alunni. L'esigenza di contenere le iscrizioni rischia però di aumentare il divario sociale. «Siamo inorriditi», dice la Rete degli studenti medi. «La scuola superiore è scuola dell'obbligo, è folle immaginare di utilizzare dei test per bloccare l'accesso ». Sulla stessa linea anche l'Unione degli studenti: «Non si può permettere - dichiara Roberto Campanelli - che l'assenza strutturale di fondi alla scuola le trasformi in luoghi della selezione e non dell'emancipazione per tutti». E di «sbaglio» parla anche il Partito democratico, perché, spiega Francesca Puglisi, responsabile scuola, «siamo ancora nell'obbligo scolastico e perché tutte le ricerche dimostrano che classi eterogenee per abilità e origini economico- sociali degli studenti sono quelle che offrono i migliori risultati negli apprendimenti. È l'ingente danno culturale che ci lascia la destra: che la scuola debba selezionare le eccellenze abbandonando la propria funzione di ascensore sociale" Contraria anche l'Arci e, mentre le associazioni dei consumatori annunciano ricorsi, la Flc- Cgil si dice pronta «a intraprendere tutte le iniziative possibili per bloccare la deriva demagogica" «È l'ennesimo attacco al diritto all'istruzione. Non si può ostacolare l'accesso alle scuole nel nome dell'ideologia della meritocrazia», dice Mimmo Pantaleo, segretario generale. Parole su cui concorda anche il sottosegretario Marco Rossi-Doria: «le scuole superiori sono aperte a tutti: servono risorse per farle funzionare meglio, altro che numero chiuso”


  • Le nebbie del lavoro docente. Una proposta

La Tecnica della Scuola, del 20/03/2013, di Mila Spicola

Nel 2014 scade il contratto nazionale collettivo dei docenti.

In vista di tale scadenza vorrei in qualche modo attivare una riflessione sul tema, prima che si scateni la bufera, prima che arrivino le flotte dei “lavorate solo 18ore” e dall’altra “siamo degli eroi”. Entrambe foriere di nulla se non di guai. Noi non siamo eroi, siamo lavoratori dello Stato con diritti e doveri e come tale dobbiamo iniziare a ragionare, perché è ovvio che fino ad oggi i “fregati” dalle due affermazioni di sopra, siamo stati sempre e solo noi. Con l’accusa del “lavorate solo 18 ore” in realtà, l’ “eroe stupido”, arriva a lavorare anche 40-50 ore alla settimana, dentro o fuori scuola, e nessuno mai ci dirà grazie. Senza tutele, senza riconoscimenti economici o di carriera e con un prestigio collettivo che decresce giorno dopo giorno. Non va.
Sappiamo bene che i pericoli a cui potevamo essere esposti, non discutendo in modo aperto e chiaro su tale equivoco, sono diventati realtà: condizioni di lavoro ormai insopportabili, silenzio totale sul burn out, malattia che soffriamo il 65% dei docenti, dequalificazione del lavoro per condizioni contestuali impossibili. Sì, certo, le buone pratiche, le isole felici, i “lì ci sono riusciti”…Un sistema complesso e strategico come la scuola non può fondarsi sulla discrezionalità e sul sacrificio. E se il fine ultimo del nostro lavoro è la qualità dell’istruzione fornita ai ragazzi dallo Stato, persino i colleghi più “nobilmente dediti con onore e merito al sacrificio per la Patria” dovranno ammettere che così non va. Non fa parte né di uno Stato moderno, né dell’etica del lavoro in generale, né del mandato particolarissimo del docente, trascurare, in buona come in cattiva fede, questi temi. Conosco perfettamente la profonda convinzione, perché ce l’ho anche io, della definizione del nostro lavoro in senso qualitativo e non in senso qualitativo. So perfettamente che la nostra è una funzione h/24, almeno per la maggior parte di noi. Ma un contratto va scritto, un contratto statale poi, deve avere riconoscimento collettivo ed economico, anche come responsabilità e dovere di verifica sociale, oltre che tutela personale, del lavoro. E se il nostro riconoscimento collettivo pretendiamo di averlo da un contratto che viene continuamente preso in considerazione a “ore”, a cottimo, e non a valore e tempo complessivo reale della professione fornita, non ne usciamo. E’ un nodo complesso ma da qualche parte dobbiamo pur iniziare.
Quella che vi sottopongo è una proposta sul lavoro docente che era comparsa qualche tempo fa sulla Rivista Scuola Democratica. Vorrei condividerla con voi e ragionare nel merito delle questioni, cercando di sfuggire le astrazioni e la retorica che poi si risolvono nel nulla di fatto.
La proposta è integrabile, emendabile e soggetta a tutti i contributi. E’ una base di discussione e riflessione comune, una proposta appunto, da portare in giro e discutere, per farci trovare pronti, prima che la facciano altri e ci impongano soluzioni irricevibili come quella delle 24 ore senza rivedere l’impianto complessivo dell’organizzazione del lavoro e poi prenderci pure gli insulti dal paese intero come “nemici di ogni innovazione”. E allora, cerchiamo di proporre almeno una regolarizzazione di ciò che già si fa.
Vi chiediamo una mano a diffonderla e a renderla patrimonio comune di discussione in vista della scadenza del Ccnl del 2014. Miriamo a formulare una proposta compiuta e quanto più condivisa, da sottoporre all’ attenzione dei decisori istituzionali e delle parti sindacali? O quanto meno a farne base di confronto per attivare riflessioni?
La vicenda delle ore di lezione in più da imporre ai docenti è stata emblematica della confusione e degli equivoci creati da un contratto che fino ad oggi è stato poco chiaro, fumoso e, per taluni aspetti, scritto in malafede. Nel non distinguere innanzitutto tra ore di lezione e tempo scuola. E sappiamo com’ è andata e come va: mentre definite sono le ore di lezione, 18 ore, luogo dell’indefinito rimane il tempo scuola (che va spesso oltre le famigerate 40 ore funzionali all’ insegnamento, lo sappiamo benissimo) come indefinito è il numero di alunni. Il “tempo scuola indeterminato”, che costituisce realmente il nostro lavoro, è privo di regolamentazione, di riconoscimento sociale ed economico, come anche di tutela. Le ore dedicate al lavoro e a scuola sono già oggi in media 30 ore la settimana. Con punte di 40 ore.
Quella che segue è la bozza di una proposta di migliore definizione del lavoro di un insegnante elaborato dalla rivista Scuola Democratica. E’ una proposta, non la proposta. Non svegliamoci quando sarà tardi, quando tutti arrabbiati e sconcertati ci riuniremo in collegi dei docenti affrettati e urlanti. Il contratto scade il prossimo anno. Ci serva da canovaccio di discussione, adesso però. Va aggiornata, elaborata, condivisa e discussa. Vi chiediamo di farla girare e di venirla a commentare, a integrare e a discutere sulla pagina di Insieme per la Scuola, o di organizzare incontri e dibattiti coi colleghi in ogni scuola (la bozza di proposta è tratta da :http://scuolademocratica.blogspot.it/).
La proposta parte da presupposti da molti di noi ribaditi da anni e adesso, spero, patrimonio comune di molti:

  1. un miglior livello di istruzione medio è un fattore di sviluppo, innovazione e competitività economica per il paese;
  2. la strada più rapida per uscire da una crisi economica è potenziare cultura, conoscenza e formazione; è necessario invertire la rotta dei governi precedenti, che ha perseguito (consapevolmente o inconsapevolmente) la dequalificazione dell’istruzione pubblica e la svalutazione della professione dell’insegnamento;
  3. aumentare la considerazione dei docenti della scuola pubblica, assicurare loro prestigio sociale e riconoscimento, investire sulla loro formazione e qualificazione è il mezzo migliore per incentivare la qualità della scuola (come dimostrano le analisi recenti effettuate e mostrate nel Rapporto The Learning Curve);

Il primo passo dovrebbe essere il riconoscimento giuridico e la formalizzazione contrattuale di tale professione (completamente assente dal Ccnl vigente). Ciò significa innanzitutto pervenire ad un’adeguata quantificazione giuridicamente e contrattualmente definita della funzione e delle modalità organizzative in cui si esplica. Il secondo passo è quello di riscrivere il Contratto utilizzando la formula “Tempo scuola” comprendendo all’interno di questo le ”Ore di lezione“. Proponiamo un contratto con due inquadramenti:

1.Contratto a tempo pieno

Orario di servizio di 36 ore per i docenti che scelgono il tempo pieno (è in pratica il nostro attuale orario), così suddivise:

  • diciotto ore di didattica (che sono le sole attualmente retribuite, mentre il resto, fumosamente determinato sotto la voce giuridicamente discutibile “obblighi di servizio”, continua ad aumentare di anno in anno).
  • diciotto ore di altre attività istituzionali riconosciute e retribuite:
  • alcune di queste saranno da trascorrere a scuola la mattina e/o il pomeriggio in orari indicati dal docente o concordati con gli altri interessati (es: progettazione di percorsi formativi, programmazione collegiale, valutazioni quadrimestrali e finali, dialogo con le famiglie, uscite didattiche, recupero, integrazione, ecc.);
  • altre potranno essere svolte liberamente in altri luoghi (es: programmazione individuale, valutazione elaborati, ricerca, aggiornamento, ecc.).

Dato che sull’argomento c’è molta confusione (orario di lezione confuso con l’orario di lavoro), occorre precisare con molta chiarezza che:

  • buona parte dei docenti già svolgono di fatto il tempo pieno, anche se questo evidente dato (del resto, richiesto a chiare lettere dal Ccnl) non è per nulla riconosciuto e quantificato giuridicamente né tanto meno economicamente retribuito;
  • non solo, essi sono i protagonisti principali, con la loro dedizione, di tutte le innovazioni che hanno in questi ultimi anni modificato profondamente il sistema formativo pubblico italiano, elevandolo già ora ad un notevole livello qualitativo;
  • ancora, negli ultimi anni gli impegni connessi allo svolgimento della funzione docente sono esponenzialmente aumentati;
  • rimandiamo su tali argomenti (orario effettivo di lavoro in costante aumento e rapporto inversamente proporzionale con la retribuzione) ad un intervento fondamentale in materia, non certo di parte: l’articolo “Tutte le voci che compongono la busta paga dell’insegnante” di Domenico Cucchetti, pubblicato sul supplemento “L’esperto risponde” n. 94 de Il Sole – 24 ore del 1993 (dati ripresi in seguito da molte altre pubblicazioni);
  • rimandiamo anche (sull’esigenza improrogabile di aumentare le retribuzioni degli insegnanti in ragione di quanto sopra) all’intervento dell’allora ministro della Pubblica Istruzione, Giancarlo Lombardi, apparso il 28 dicembre 1995 sul Corriere della sera con il titolo “Salari più alti ai docenti – la scuola rischia l’agonia” (tema ripreso e sviluppato da molti altri studiosi dei sistemi formativi);
  • le attività su elencate non sono da introdurre; esse sono già svolte, come conferma anche il profilo professionale contrattualmente richiesto dalla normativa contrattuale vigente;
  • ciò che invece il contratto dovrebbe formalmente riconoscere è il fatto che l’orario di servizio del docente è di 36 ore (si tratta di una formale media al ribasso: molti di noi fanno anche 40-50 ore a settimana) e che la retribuzione deve essere comparata a tale orario effettivo di servizio.

2. Contratto a tempo parziale (part time)

Proponiamo inoltre l’istituzione di un orario a tempo parziale (part time) che si configuri sulla base della specificità della professione e per chi volesse sceglierlo e potrebbe essere organizzato in questo modo:

  • nove ore di didattica;
  • nove ore di altre attività istituzionali riconosciute e retribuite:
  • alcune di queste saranno da trascorrere a scuola la mattina e/o il pomeriggio in orari indicati dal docente o concordati con gli altri interessati (es: progettazione di percorsi formativi, programmazione collegiale, valutazioni quadrimestrali e finali, dialogo con le famiglie, uscite didattiche, recupero, integrazione, ecc.);
  • altre potranno essere svolte liberamente in altri luoghi (es: programmazione individuale, valutazione elaborati, ricerca, aggiornamento, ecc.).

Naturalmente, tale orario di servizio dovrebbe essere reso obbligatorio per chi svolge la libera professione per rispondere alla duplice esigenza di non privarsi, da un lato, del prezioso apporto di tali professionisti e di non creare, d’altro canto, una sottocategoria di docenti impegnati a mezzo servizio che per evidenti motivi non possono dedicare il loro tempo a tutte le attività connesse e funzionali all’insegnamento (e altrettanto irrinunciabili) di una cattedra a tempo pieno.

3. Riconoscimento economico della professione

Occorre procedere ad un normale e dovuto adeguamento agli standard europei del lavoro docente, questo comporta una maggiorazione retributiva generalizzata per tutti i docenti con contratto a tempo indeterminato di 36 ore, che abbiano superato il periodo di prova e scelgano l’orario di servizio a tempo pieno. In base alle tabelle di confronto che inserisco alla fine di questo articolo, tendenzialmente tale retribuzione dovrà essere pari circa al 30% in più rispetto a quella attuale per tutte le posizioni stipendiali, al fine di adeguare la retribuzione degli insegnanti italiani agli standard europei.
Secondo un rapporto della Ue il lavoro dei docenti nei decenni passati era sottopagato perché fatto da donne e considerato socialmente un lavoro di cura, piuttosto che un lavoro professionale. In Italia è ancora così. E svolto essenzialmente da donne (97% delle maestri e 87% delle insegnanti superiori, volutamente uso il femminile plurale), è scarsamente remunerato e viene considerato socialmente, specie per la scuola primaria e secondaria di primo grado più un lavoro di cura che una professione che ha il compito specifico di fornire istruzione. Prova ne è l’assenza totale di altri ordini di lavoro compresi tra il docente e il dirigente,il cosiddetto middle management o le funzioni di assistenza e tutoraggio alla classe e ai ragazzi (passaggio da un’ora all’altra, ingresso e uscita da scuola, ricreazione, mensa,..) svolto da altro personale, durante i momenti che non sono lezioni, presenti negli altri paesi, funzioni che svolgono gratis e con enormi responsabilità non dovute, i docenti: è come chiedere a un medico di fare anche l’infermiere perché non sono previsti nell’ordinamento del sistema sanitario. Ma tant’è. Siamo donne. Percentuali di presenza donne e rapporto remunerativo che si ribaltano nel caso degli insegnamento accademici e universitari: maggiore presenza di uomini e stipendi molto più alti.
Negli ultimi 30 anni gli altri paesi hanno fatto enormi passai avanti, sul piano della promozione della scuola e sul piano della promozione della dignità e della professionalità del lavoro docente, (altissima specializzazione e selezioni molto dure per accedere al lavoro docente) anche attraverso il riconoscimento economico dei docenti. Noi no. A noi, semplicemente non converrebbe come Paese. Eppure nessuno riconosce questo Gap, nemmeno i governi, che trascurano sempre di sottolinearlo. Nemmeno i sindacati: per un tacito accordo al ribasso:uno scarso stipendio per uno scarso lavoro, “solo 18 ore”, sulla carta però, perché non è più così da decenni.
E per un’arretratezza generale di politiche di genere, da cui la scuola non è rimasta immune: le donne, tradizionalmente, sono le meno portate a contrattare sulle remunerazioni. Non è il solo motivo, ma concorre. La malafede dei governi (un contratto ambiguo giustifica richieste ambigue e retribuzioni basse, a fronte di un lavoro professionale e di professionisti) e una società inconsapevole fanno il resto.

  • tale maggiorazione retributiva realisticamente potrebbe andare a regime entro la scadenza del prossimo Ccnl;
  • contestualmente, entro la stessa data si dovrà provvedere alla graduale estinzione di quelli che eufemisticamente sono definiti compensi delle attività aggiuntive, la cui soppressione è auspicabile poiché si configura come un vero monstrum giuridico offensivo per la categoria: evidentemente ciò di cui auspichiamo la soppressione è il cosiddetto “Fondo dell’istituzione scolastica”, dietro cui si nasconde un profilo di illegittimità: si tratta molto semplicemente di pagamento a cottimo, a prezzo da manodopera a bassissimo costo e dequalificata, di attività che il docente già svolge (anche perché fanno parte del suo profilo professionale), ma che non sono adeguatamente retribuite, non configurano progressione economica, non sono pensionabili, ecc.; beh! il nostro modesto parere è che qui ci troviamo in un campo molto delicato, di violazione dei diritti dei lavoratori, di violazione degli stessi diritti umani, con il consenso (questo è davvero sconcertante) degli stessi rappresentanti sindacali, che di quei diritti dovrebbero essere i difensori; ad onor del vero va detto che il “Fondo di incentivazione” fu introdotto come strumento transitorio per arrivare all’istituzionalizzazione contrattuale di un compenso accessorio per i docenti, che avrebbe dovuto avere ben altre caratteristiche di quelle che ora possiede il “Fondo”; ma si trattò di promesse che non hanno mai avuto attuazione;altrettanto realisticamente a decorrere dal periodo di validità del prossimo contratto di categoria (da rinnovare subito) dovrebbe essere possibile reperire le risorse per destinare ai succitati docenti (con contratto a tempo indeterminato che abbiano superato il periodo di prova e scelgano l’orario di servizio a tempo pieno) una maggiorazione retributiva pari a circa un terzo dell’adeguamento agli standard europei (cioè il 10% in più dell’attuale retribuzione):
  • nella fase transitoria potrebbero essere soppressi i “lauti” compensi relativi alle attività funzionali all’insegnamento; tali attività infatti devono essere retribuite in modo giuridicamente più corretto, con la maggiorazione retributiva da noi proposta;
  • dovrebbero invece essere mantenuti nella stessa fase, finché le nuove retribuzioni non siano a regime, i compensi relativi alle attività aggiuntive di insegnamento (corsi di recupero, ecc.);
  • tutti gli insegnanti che scelgono il tempo parziale potrebbero godere dell’attuale retribuzione con orario e tempo-cattedra dimezzati;
  • per i docenti nell’anno di prova e per i docenti con contratto a tempo determinato si potrebbe studiare una maggiorazione retributiva più contenuta, o in alternativa mantenere in vigore tutti i compensi per le attività aggiuntive di qualsiasi tipo.

Obiettare che c’è la crisi, che non ci sono risorse, che altre categorie stanno peggio è del tutto fuori luogo. Le risorse ci sono, il fatto è che vengono sistematicamente occultate o sprecate, con l’evasione e l’elusione fiscale, con la corruzione e con la criminalità organizzata.
Inoltre, proprio nel settore pubblico vi sono retribuzioni (in primis, tra i funzionari pubblici, gli amministratori, i politici, ecc.) che creano notevoli diseguaglianze e intaccano l’essenza stessa della democrazia e dello stato di diritto. Il nesso tra democrazia ed equità delle retribuzioni è evidente a tutti senza bisogno di andarlo a spiegare.
Infine, “la nostra proposta servirà precisamente a risolvere la crisi con misure davvero efficaci, innescando un circolo virtuoso (“Niente cultura, niente sviluppo” ha giustamente scritto qualche tempo fa Il Sole /24 Ore, ribadendo il concetto in altri interessanti articoli), che non si può certo ottenere con politiche recessive che inseguono la crisi e non ne raggiungono mai la fine, come Achille con la tartaruga nel paradosso di Zenone.”(da Scuola Democratica)
Io raccolgo questa proposta e vela giro, aggiungendo un’altra voce:
Diritto/dovere alla formazione in servizio (da svolgere all’interno delle 36 ore o delle 18 ore)
Fa parte della funzione docente il diritto/dovere alla formazione in servizio, come strumento necessario di qualificazione professionale, come anche di armonizzazione delle pratiche, del lessico e di base di sperimentazione. Il lavoro del docente deve affrontare oggi problemi educativi e relazionali, oltre che didattici, deve attrezzarsi in una sfida costante alla modernità e ai nuovi linguaggi per governarli e condividerli in modo sano. Non è un lavoro che si acquisisce semplicemente con la formazione iniziale (tra l’altro, oggi, assolutamente inadeguata e insufficiente), e nemmeno più con l’esperienza. Ha bisogno di formazione e aggiornamento continuo. Formazione in servizio somministrata su base nazionale, obbligatoria, programmata, continua, qualificata e svolta in collaborazione con gli istituti riconosciuti di ricerca educativa nazionale e internazionale. Senza una fortissima e sostanziosa qualificazione professionale dei docenti non si può agire sui sistemi d’istruzione.
La proposta di sopra è integrabile, emendabile e soggetta a tutti i contributi. E’ una base di discussione e riflessione comune, prima che la facciano altri e ci impongano soluzioni irricevibili come quella delle 24 ore, calate dall’ alto e assolutamente ignare delle reali condizioni attuali della professione docente. Vi chiediamo una mano a diffonderla e a renderla patrimonio comune di discussione in vista della scadenza del Ccnl del 2014, condividendola sulle vostre bacheche e facendola girare
Miriamo a formulare una proposta compiuta e condivisa da sottoporre all’attenzione dei decisori istituzionali e delle parti sindacali. O quanto meno a farne base di confronto per attivare riflessioni? Ogni proposta, integrazione, critica è adesso sacrosanta.
Se volete partecipare all’elaborazione, con commenti, organizzazione di incontri dibattito o altro, potete farlo sulla pagina di InsiemexlaScuola, dove lasceremo in evidenza la proposta:
https://www.facebook.com/groups/147678985315635/
Una piattaforma in rete, libera e condivisa, di discussione e costruzione di temi che riguardano la scuola. Una sorta di WikiScuola.
Chiunque può favorire la crescita e il miglioramento della Scuola Statale Italiana. Ricordatevelo.


  • Inidonei, un decreto in extremis

Il passaggio dei docenti nei ruoli ata non sarebbe definitivo

ItaliaOggi, del 19/03/2013, di Franco Bastianini

É in atto l'ennesimo tentativo di definire la posizione giuridica, economica e professionale dei circa quattromila insegnanti che, dichiarati per motivi di salute inidonei a svolgere la funzione docente, sono stati collocati fuori ruolo e utilizzati in altri compiti nelle scuole o negli uffici scolastici territoriali o negli uffici del ministero dell'istruzione.

Quattro sono stati fino ad oggi i tentativi di trovare una soluzione al problema. Il primo era contenuto nella legge n. 289/2002. Il comma 5 dell'art. 35 di tale legge disponeva che i docenti inidonei potevano chiedere di transitare nei ruoli dell'amministrazione scolastica, di altra amministrazione statale o di un ente pubblico. In assenza di domanda e trascorsi cinque anni sarebbero stati soggetti alla risoluzione di autorità del rapporto di lavoro. La disposizione non fu mai applicata. Il secondo tentativo, contenuto nel comma 608 dell'art. 1 della legge n. 296/2006, stabiliva che ai fini di quanto prevedeva il predetto comma 5 dell'art. 35, doveva essere predisposto un apposito piano organico per consentire una mobilità intercompartimentale. Il tentativo non andò in porto sia per la indisponibilità della Funzione Pubblica, che per le resistenze apposte dalle organizzazioni sindacali del pubblico impiego. Il terzo tentativo, posto in essere dal legislatore con la legge n. 244/2007, disponeva l'istituzione di un ruolo speciale ad esaurimento nel quale avrebbero dovuto essere collocati tutti gli inidonei in attesa di mobilità. Del ruolo speciale non se ne è fatto nulla, ma l'annuncio è servito ad allontanare la prospettiva del licenziamento.

Quarto tentativo. Per tentare di dare una soluzione al problema, il legislatore si era affidato all'art. 19 del decreto legge n. 98/2011 il quale disponeva tra l'altro l'inquadramento degli inidonei, previa specifica istanza, esclusivamente nel ruolo degli assistenti amministrativi e tecnici. In assenza dell'istanza era ipotizzato il passaggio obbligatorio nei ruoli del personale amministrativo delle pubbliche amministrazioni. Lettera morta anche il quarto tentativo.

L'ultimo intervento del legislatore, in ordine di tempo, è contenuto nell'art. 14 del decreto legge n. 95/2012 che disponeva il passaggio degli inidonei, entro il 15 settembre 2012, nel ruolo degli amministrativi e tecnici del comparto scuola. Disponeva inoltre che con apposito decreto ministeriale dovevano essere stabiliti i criteri e le procedure per l'attuazione delle predette disposizioni. In assenza del decreto non c'è stato alcun passaggio e gli inidonei stanno continuando a prestare servizio nelle scuole svolgendo i compiti loro assegnati.

Ora c'è un nuovo decreto in preparazione.

Stando ad alcune indiscrezioni, il nuovo decreto manterrebbe in vigore il principio del trasferimento dei docenti inidonei su posti Ata, trasferimento che tuttavia dovrebbe realizzarsi gradualmente sui posti vacanti e disponibili dopo le operazioni di mobilità relative al prossimo anno scolastico. Il trasferimento nel ruolo del personale Ata non farebbe comunque venire meno la possibilità di transitare in altre amministrazioni quando saranno attivate le relative procedure. Verrebbe inoltre consentito agli inidonei, senza una ulteriore visita medica, di essere dispensati dal servizio ed essere collocati a riposo con diritto al trattamento pensionistico

 


  • Nel 2013 la riforma Fornero blocca 3800 pensionamenti

Il blocco imporrà il drastico calo dei posti disponibili per le supplenze

il manifesto, del 19/03/2013

La riforma Fornero ha ridotto di almeno un terzo il pensionamento dei docenti che, fino all'anno scorso, avrebbero potuto accedere a questo diritto con 60/61 anni d'età e 35/36 anni di contributi, ma saranno costretti a lavorare per almeno altri 5 anni. Docenti nati nel '51-'52, noti come «Quota 96». In alcune province il blocco imporrà il drastico calo dei posti disponibili per le supplenze. Per la Flc-Cgil in provincia di Bari i pensionamenti toccheranno un picco negativo mai registrato prima: sono solo 81 le domande che riguardano il personale Ata e 308 i docenti. L'anno scorso erano più del doppio e due anni fa più del triplo. A Roma si passerà dai 1900 del 2012 a 854 del 2013, a Napoli da 1566 a 766, a Perugia da 205 a 99. Su 17 province censite in un rapporto pubblicato su «Orizzonte Scuola» sono 3800 i docenti
che non potranno andare in pensione.


  • Cala la disoccupazione tra i neo-laureati: 6,7%

Lo sostiene una ricerca condotta da Assolombarda (l'associazione territoriale di Confindustria di Milano e Provincia) insieme a Cgil, Cisl e Uil

il manifesto, del 19/03/2013, di ro. ci

I giovani neo-laureati tra i 25 e i 34 anni che cercano un lavoro in Italia e non lo trovano sono cresciuti del 12% nel 2012. Lo sostiene una ricerca condotta da Assolombarda (l'associazione territoriale di Confindustria di Milano e Provincia) insieme a Cgil, Cisl e Uil. Rispetto alla media nazionale del 38,7%, la disoccupazione giovanile a Milano e in Lombardia supera di poco il 20%, ma resta ugualmente preoccupante.

I dati complessivi sull'occupazione. presentati ieri da Assolombarda e dai sindacati, registrano una netta differenza tra Milano e il resto del paese. La quota di chi non trova lavoro è rispettivamente del 7,3% e del 6,7%. Ma anche qui la crisi si fa sentire, visto che il tasso di disoccupazione è salito al 7,8% dal 6% del 2011. Questo aumento viene spiegato con il ritorno di chi, nel 2011 era stato classificato tra gli «scoraggiati», mentre oggi è in cerca di lavoro.

Assolombarda e i sindacati confermano che il disagio crescente della condizione lavorativa delle donne. La disoccupazione femminile milanese è al 6,3% contro il 5,7% maschile. Il rapporto la descrive «ampia e sempre più qualificata», come quella dei giovani milanesi tra i 25 e i 34 anni, «high skilled», freschi di laurea o di specializzazione. Tra i 15 e i 24 anni, invece, sei giovani su dieci studiano, due hanno un lavoro, uno è occupato e uno è «neet», cioè non studia e non cerca un lavoro.

In lieve assestamento è l'occupazione complessiva nel capoluogo lombardo, oggi al 66,4% contro il 66,8% del 2011, mentre in regione è rimasta stabile al 64,7% come nel resto del paese (a 56,8% dal 56,9%). Il ricorso alla cassa integrazione è diminuito del 6%, contro un aumento nazionale delle richieste del 12%. Dai 914 milioni di ore autorizzate nel 2009 si è passati alla cifra stratosferica di 1,2 miliardi nel 2010. Il monte-ore di tutte le forme di cassaintegrazione si è attestato sopra quota 1 miliardo nel 2012.

Per quanto riguarda gli infortuni, secondo l'Inail nella provincia di Milano sono stati circa 40 mila nel 2011, concentrati nel terziario e nell'industria. Al netto di quelli in agricoltura e dei dipendenti, il totale negli ultimi 5 anni è andato riducendosi dai 52 mila del 2007 ai 38.500 del 2011. Nel rapporto si precisa la vocazione terziaria e dell'intermediazione finanziaria dell'area milanese. A differenza di altri territori a forte vocazione edile, agricola o manifatturiera, questa caratteristica influisce sulla cifra relativamente contenuta di questi infortuni.

Nel rapporto c'è anche un approfondimento sulle «competenze» dei giovani diplomati ricercate dalle imprese. I profili sono quelli dell'Itc, poi quelli meccanici, elettronici e elettrotecnici, chimici e amministrativi. Le imprese sono interessate a chi sa gestire informazioni, rapporti organizzativi e il controllo della produzione.

Sembrano essere apprezzate le competenze nei settori orientati all'applicazione, l'età giovane e la disponibilità a «lavorare in produzione» rispetto ai colleghi laureati che li rende «un serbatoio del management intermedio delle piccole e medie imprese». I promotori della ricerca sollecitano infine la costituzione di «Comitati tecnico-scientifici territoriali» per favorire l'interscambio tra scuola e lavoro mediante tirocini a Milano e provincia.

 


  • Una scuola ancora più vecchia

Con la riforma Fornero, prof in cattedra altri 5-7 anni. Le proiezioni confermano: si uscirà con il contagocce. Ipotecate le future assunzioni

ItaliaOggi, del 19/03/2013,  di Alessandra Ricciardi

Altro che svecchiamento. Con i nuovi requisiti della riforma Fornero, le prossime assunzioni nella scuola saranno fatte con il contagocce e l'età dei docenti italiani, già alta, continuerà a crescere: di almeno 5 anni, anche 7 per le donne. Le proiezioni sui pensionamenti 2013, trapelate in questi giorni, danno il segnale dell'inversione del trend: se lo scorso anno sono andati in pensione in 30 mila, quest'anno non si arriverà neanche alla metà, tra insegnanti, ausiliari, tecnici e amministrativi.

La situazione è destinata a peggiorare dal 2015, quando quasi tutti i dipendenti potranno accedere al trattamento previdenziale con i nuovi requisiti: chi poteva andare in pensione di anzianità con 35 anni di lavoro, dovrà aspettare di aver maturato i 42 anni di contributi, se uomo, o i 41 se donna; a pagare di più saranno le insegnanti interessate alla pensione di vecchiaia: se prima della riforma Fornero bastavano 61 anni di età e 20 di contributi, l'età dovrà essere di almeno 66, che cresce lentamente verso i 67. Come gli uomini, a cui prima servivano 65 anni di età. Insomma, una pesante ipoteca sulle prossime assunzioni: salvo un piano straordinario di investimenti, che svincoli il reclutamento dalla copertura dei posti lasciati disponibili dai pensionamenti, si assumerà poco. Il concorso in atto, con le sue 11 mila immissioni in ruolo, consentirà a tutti i docenti verosimilmente di essere in cattedra già il prossimo settembre, salvo non si decida di assumere sulla metà dei posti disponibili anche dalle graduatorie a esaurimento. Per non parlare del fatto che il dimezzamento dei pensionamenti si rifletterà negativamente anche sui posti disponibili per gli incarichi annuali. Insomma, si è innescata una reazione a catena che renderà molto difficile il ricambio.

L'età media dei docenti italiani è di 50 anni, e nel tempo anche quella dei precari è salita: 39 anni. Insomma, i docenti arrivano in cattedra tardi e vi dovranno restare a lungo. Nel Regno Unito, soltanto il 32% degli insegnanti ha più di 50 anni. In Francia è il 30% e in Spagna il 28%.

É pendente presso al Corte costituzionale un ricorso che potrebbe nell'immediato migliorare la situazione dei pensionamenti attesi per settembre. Si tratta di quanti avevano maturato i requisiti pre Fornero non al 31 dicembre 2011 -limite fissato dalla legge- ma al 31 di agosto 2012: chiedono di tenere conto che nella scuola l'anno di servizio si matura entro agosto e non entro dicembre. Se la Corte dovesse dire di sì, verrebbe loro riaperta la porta del pensionamento e ci sarebbero alcune migliaia di nuove cattedre da poter coprire.

Il ministro uscente dell'istruzione, Francesco Profumo, aveva lanciato l'ipotesi di avviare già quest'anno un nuovo concorso per il 2014, la procedura poi si è arenata per la fine anticipata del governo. Ma forse ha giocato un ruolo anche la previsione di una riduzione progressiva delle uscite che renderebbe oltremodo dispendioso avviare le procedure concorsuale (alle ultime, i candidati sono stati oltre 300 mila) per assumere su poche migliaia di posti.

Per il prossimo governo resta così tutto da districare il nodo di una riforma del reclutamento, con una eventuale revisione delle percentuali di immissioni tra graduatorie concorsuali e graduatorie ad esaurimento, che consenta di aprire a forze fresche senza però tradire le aspettative di quanti, dopo decenni di precariato, aspirano a una stabilizzazione. Gli spazi per agire non sono ampi, le attese del settore invece sì.

 


  • Test d'ingresso anche per i licei: "Così avremo gli studenti migliori"

L'idea di molti presidi alle prese con il boom di iscritti: "Non c'è spazio per tutti". Ma è polemica: "No al numero chiuso nella scuola dell'obbligo". La Cgil sul piede di guerra: "È vietato, denunceremo queste iniziative"

la Repubblica, del 19/03/2013, di Corrado Zumino

I test d'ingresso, che in alcuni casi preludono a un vero e proprio numero chiuso, entrano nelle scuole medie. Alcuni licei, linguistici, istituti tecnici, convitti hanno fissato diverse prove tra gennaio e febbraio (scorsi). Sono scritti di matematica e italiano, inglese e tedesco, di logica e di musica destinati a chi sta frequentando la terza media e con largo anticipo ha già scelto la scuola dove approdare.

I risultati di questi test serviranno a presidi e rettori delle superiori per fare selezione basandosi sui meriti, le conoscenze e le attitudini. Il test "in età dell'obbligo" è un inedito pericoloso per la scuola pubblica italiana.

L'ultimo annuncio è arrivato dall'Istituto tecnico (e liceo delle scienze applicate) Fermi di Mantova.

La preside Cristina Bonaglia, verificata la forte crescita delle iscrizioni on line, ha annunciato: "Siamo oltre i trenta alunni per ognuna delle nostre sei prime, troppi. Faremo come all'università: prova d'ammissione e numero chiuso. Useremo il criterio della meritocrazia, come ha già deciso il consiglio d'istituto. Invito i genitori a non allarmarsi". Con una circolare, la dirigente del provveditorato provinciale ha chiesto alle famiglie "in eccedenza" di accettare lo spostamento del figlio all'istituto indicato come seconda scelta. A Mantova, però, anche nel pari grado Belfiore le richieste d'iscrizione sono in crescita e il numero delle aule sempre fermo.

Come per l'università, il test per le scuole superiori nasce per esigenze di sopravvivenza - poche classi, troppi alunni -, ma rischia di diventare una discriminazione per quattordicenni in piena evoluzione. Il liceo europeo Altiero Spinelli di Torino propone il test dal 2007. La struttura ha introdotto addirittura la prova selezionante per le medie: in quinta elementare, chi vuole entrare allo Spinelli, si deve sottoporre a test.

Deve conoscere pronomi personali e aggettivi possessivi in almeno due lingue straniere, a dieci anni. La preside Carola Garosci ne parla con rammarico: "Il test setaccio non ci piace per niente, ma dobbiamo farlo. Da anni chiediamo più spazio alla Provincia, condividiamo il palazzo con altre due scuole. L'ultima risposta è stata una circolare: non abbiamo la possibilità di dare a voi né ad altri nuove aule. Con cinque classi e trecento richieste dovremmo stipare sessanta ragazzi per classe e allora abbiamo optato per le prove annunciate sei mesi prima dell'iscrizione. Chi non passa, e quest'anno sono stati centosettanta, farà in tempo a provare altrove. I test si basano sulle competenze dei ragazzi, da noi contano le lingue straniere. Altre scuole, raggiunto il quorum degli studenti ospitabili, lasciano a casa tutti gli altri, a primavera inoltrata. Noi, almeno, diamo un criterio e una logica alla nostra selezione".

La logica del merito in età adolescenziale. La prova di ingresso non determina solo una graduatoria per l'ammissione, ma, si legge nell'offerta formativa della scuola, "fornisce uno strumento per la formazione delle classi". Intelligenze omogenee tutte insieme.

Anche il convitto Umberto I, sempre a Torino, ha organizzato il test d'ingresso a gennaio, "per motivare maggiormente i futuri alunni del liceo". La griglia di correzione consentirà di valutare, testuale dal sito: la capacità di attenersi alle consegne e di concentrazione, la velocità, la conoscenza della lingua italiana e dei rudimenti di quella inglese, le conoscenze logico-matematiche, le capacità di organizzazione del lavoro. Tolti di mezzo i non abili, i primi giorni dei quattordicenni prescelti serviranno a "sdrammatizzare il passaggio dalla scuola media alla scuola superiore allentando la tensione". Il convitto nazionale di Roma, Vittorio Emanuele II, seleziona con i test. Fra le materie da studiare c'è il cinese e, qui, le attitudini sono necessarie. Così come sono necessarie le inclinazioni per entrare in un liceo musicale, l'unico per il quale il test d'ingresso è previsto da una legge nazionale.

Carmela Palumbo, direttore generale del ministero dell'Istruzione, dice: "I test d'accesso per scremare sono discutibili, ma per ora limitati. Nelle circolari diffuse abbiamo chiesto ai consigli d'istituto di non selezionare sotto il profilo meritocratico, in una scuola e in una classe ci devono essere tutti i livelli di conoscenza". Alcune scuole (liceo classico D'Azeglio di Torino) affidano l'ingresso in aula degli alunni a un sorteggio. Altre (liceo Virgilio di Roma, sezione internazionale) usano i voti delle scuole medie. Gianna Fracassi, segretaria nazionale della Cgil scuola, attacca: "Siamo pronti a denunciare le scuole che allestiscono test d'ingresso per le prime superiori. Siamo in piena scuola dell'obbligo e ogni criterio meritocratico, qui, è solo un danno per gli alunni"

 


  • “Penso al mondo della scuola”: così il nuovo presidente del Senato, Pietro Grasso

Penso al mondo della Scuola, nelle cui aule ogni giorno si affaccia il futuro del nostro Paese, e agli insegnanti che fra mille difficoltà si impegnano a formare cittadini attivi e responsabili”

17/03/2013

La Tecnica della Scuola, del 17/03/2013, di P.A.

Dopo l’elezione di Laura Boldrini, eletta nelle liste di Sel alle ultime elezioni, alla Presidenza della Camera dei deputati, nella stessa giornata di oggi è stato eletto Piero Grasso alla presidenza del Senato.
Nel suo discorso di insilamento come Presidente del Senato, il neo senatore, eletto nelle liste del Pd in Sicilia, non ha dimenticato la scuola. E per quanto ci riguarda questo appare un buon inizio. E appare un buon inizio anche per i riferimenti che ha fatto: alle aule, dove si forma il futuro del nostro Paese, ma che non si pensa a mettere a norma contro i crolli e i sommovimenti della terra; e agli insegnanti che nelle difficoltà che ogni giorno vivono, anche in termini talvolta di accuse e soprattutto di scarsa riconoscenza e gratifica, si impegnano per formare i cittadini “responsabili”.
Un discorso che fa ben sperare sulle future intenzioni del nuovo Parlamento e che ci auguriamo possano trovare terreno fertile e accoglienza unanime da tutti gli schieramenti, anche perché la scuola non vive di partiti politici ma di didattica e di cultura, di saperi e di conoscenze per formare cittadini consapevole e liberi, soprattutto.


  • La rivolta dei presidi: è emergenza

La denuncia della Flc-Cgil: «Non ci sono neppure i soldi per pagare i supplenti»

GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, del 18/03/2013

Intere classi che entrano alla seconda ora e che escono un'ora prima della fine delle lezioni perché alle scuole viene negata la possibilità di nominare, per pochi giorni, i supplenti. Attività di laboratorio a singhiozzo perché non ci sono i soldi per riparare i computer e le lavagne digitali, per acquistare il materiale indispensabile alle esercitazioni, per garantire il funzionamento degli istituti nel pomeriggio. E ancora ambienti poco puliti perché i bidelli, in numero insufficiente rispetto alle reali necessità, sono costretti a fare la spola fra più sedi nelle quali devono vigilare sugli ingressi. La scuola in provincia di Bari è in affanno. La situazione è così grave da meritare l'attenzione del ministro. Ne è convinto pure il provveditore Mario Trifiletti che ha inviato una lettera all'Ufficio scolastico regionale, chiedendo di trasmettere la denuncia al dicastero dell'Istruzione. Il provveditore nei giorni scorsi ha raccolto le lamentele di Claudio Menga, segretario provinciale della Flc-Cgil, e di Antonello Natalicchio, coordinatore dei dirigenti scolastici per lo stesso sindacato. Riassume Natalicchio: «Noi presidi siamo in difficoltà. A fronte dei tagli delle risorse per il funzionamento, ci siamo trovati a gestire situazioni complesse. Il quadro normativo poco chiaro certamente non aiuta». Con la nascita degli istituti comprensivi (che hanno unito sotto una unica dirigenza materne, elementari e medie inferiori) e con le fusioni di più istituti superiori sottodimensionati la situazione è diventata esplosiva. «Si sono create megascuole con oltre mille alunni - spiega il preside - ma le tabelle che servono a calcolare il personale da assegnare ai singoli istituti sono tarate su una popolazione di mille studenti, non oltre. È un'assurdità». Così accade che i dirigenti non applichino alla lettera il regolamento non rispettando per esempio il monte ore di lezione, oppure lasciando incustoditi per frazioni di giornate le scuole, oppure chiedendo contributi alle famiglie non per migliorare l'offerta formativa, ma per sostituire le stampanti. «Gli aspetti più delicati - evidenzia il provveditore Trifiletti riguardano l'inadeguatezza delle risorse economiche per la retribuzione delle ore eccedenti, il taglio degli organici del personale ausiliario, tecnico e amministrativo, l'inserimento di docenti dichiarati inidonei all'insegnamento nei ranghi degli assistenti amministrativi, l'introduzione di innovazioni telematiche incompatibili con infrastrutture tecnologiche spesso inadeguate ed obsolete, la difficoltà di ottenere dagli enti locali le suppellettili ». Rientra nelle emergenze quotidiane la carenza cronica di banchi e sedie che non cadano a pezzi. Menga rincara la dose: «I presidi sono abbandonati al loro destino. Devono affrontare problemi quotidiani senza denaro e nell'isolamento nel quale sono stati confinati dalla condotta irresponsabile del ministero».


  • Scuola, ricerca shock dell'Ocse sui voti:"I prof favoriscono ragazze e ceti alti"

Uno studio europeo che si basa sui test Pisa destinato a aggiungere argomenti a uno di principali punti di contrasto tra famiglie e professori. E in Italia la differenza sembra tra le più marcate

 la Repubblica, del 18/03/2013, di Salvo Intravaia

Gli insegnanti favoriscono le ragazze e gli studenti benestanti o provenienti da ambiti socio-culturali più favorevoli". A parità di performance, in buona sostanza, studenti maschi e alunni provenienti da ambienti deprivati vengono penalizzati dai propri insegnanti al momento di assegnare le valutazioni finali e i voti nel corso dell'anno scolastico. La "denuncia" non arriva da una associazione studentesca e neppure da un gruppo di genitori intenti a difendere i propri figli, ma addirittura dall'Ocse: l'Organizzazione (internazionale) per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Il ventiseiesimo approfondimento condotto dall'Ocse sui test Pisa - in Lettura, Matematica e Scienze - del 2009 danno ragioni in più a una lamentela classica di genitori e alunni. Il focus pubblicato qualche giorno fa mette sul banco degli imputati i docenti e la loro imparzialità nell'attribuire i voti agli alunni. Da sempre, le valutazioni attribuite dai professori agli studenti rappresentano uno dei punti fermi della scuola, ma anche uno dei più controversi. Tanto che la maggior parte dei ricorsi dei genitori a fine anno riguardano appunto le valutazioni finali degli insegnanti.
E, tra le nazioni europee in cui è stata condotto l'approfondimento di ricerca, l'Italia sembra essere uno dei paesi dove c'è più sperequazione tra voti attribuiti dagli insegnanti e saperi reali. Il titolo della ricerca è tutto un programma: "le aspettative legate ai voti", in inglese, "le grandi speranze: come i voti e le politiche educative influiscono sulle aspirazioni degli alunni", in francese. Sta di fatto che i voti, e lo sanno bene i prof, rappresentano nella scuola uno dei motivi del contendere più sentiti per studenti e genitori.
"Gli insegnanti - si legge nella ricerca - tendono ad attribuire alle ragazze ed agli studenti provenienti da ambiti socio-economici più favorevoli migliori voti a scuola, anche se non hanno una migliore performance, rispetto ai ragazzi e agli studenti provenienti da ambiti socio-economici svantaggiati". Gli esperti dell'Ocse non esitano a definire questo trend "preoccupante" perché può penalizzare gli studenti anche nelle scelte future. Le ricadute negative possono essere di due tipi con conseguenze a lungo termine per i meno fortunati.
Ecco quali. "Da una parte, gli studenti - spiegano dall'Ocse - fondano sovente le loro aspirazioni, in termini di studi e di carriera, sui voti che ottengono a scuola; da un'altra parte, i sistemi educativi utilizzano i voti nella selezione degli studenti per l'accesso ad un indirizzo di studi e, successivamente, per l'accesso all'università". Per valutare l'attendibilità dei voti espressi dagli insegnanti in Lettura, l'Ocse ha consegnato ai quindicenni una scheda in cui dovevano segnare il voto in Italiano - o nella lingua del paese in cui si svolgeva il test - loro attribuito dai professori. E, successivamente, ha determinato la correlazione tra il voto attribuito ai quindicenni dai propri prof con la performance in Lettura nel test Ocse-Pisa.
Scoprendo che a parità di risultati nel test Pisa le ragazze e gli studenti più abbienti riescono a strappare ai propri insegnanti voti più alti. "Lo scopo principale dei voti - spiegano da Parigi - è quello di promuovere l'apprendimento degli studenti, informandoli dei loro progressi, attirando l'attenzione degli insegnanti sui bisogni educativi dei loro studenti e, infine, attestando il livello di competenza valutata dagli insegnanti e dalle scuole". Ma i docenti sembrano "anche basare le loro valutazioni su altri criteri". Il test Pisa "ha dimostrato che le istituzioni educative e gli insegnanti ricompensano costantemente caratteristiche degli studenti che non hanno relazione con l'apprendimento".


  • “Aiutarli nelle scelte invece di punirli”

Gavosto: da noi penalizzati gli immigrati

La Stampa, del 18/03/2013, di Flavia Amabile

Adrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: perché questa decisione della Francia? Davvero bocciare non serve?
«È dimostrato che nella stragrande maggioranza dei casi non aiuta. Chi aveva un percorso difficile continua ad averlo anche dopo essere stato bocciato, e spesso viene bocciato di nuovo. A volte, se può, abbandona del tutto. C’è stata una presa di posizione molto netta su questo punto anche da parte dell’Ocse: non è questo lo strumento migliore per evitare lo spreco di risorse umane».
In Italia siamo un po’ troppo buonisti però, dicono in tanti.
«In Italia il tasso di bocciature è insignificante alle elementari, è intorno al 4% alle medie e sale invece al 10% alle superiori ma con tassi anche del 17% per chi frequenta i primi anni delle superiori».
Insomma nella scuola dell’obbligo si boccia poco.
«Si bocciano soprattutto gli immigrati. Il loro rischio di non farcela può essere fino a 19 volte più elevato di quello che corre uno studente italiano. L’obbligo è esteso fino a 16 anni, però, dunque si devono frequentare almeno uno o due anni di superiori».
Ed è a quel punto che inizia la selezione vera e propria.
«È giusto che ci sia severità, ma le bocciature si potrebbero evitare aiutando gli studenti a scegliere il percorso più adatto alle loro caratteristiche. E poi, organizzando attività di sostegno, corsi pomeridiani, o allungando il tempo della scuola anche al pomeriggio. È importante anche che il gruppo docente faccia agire i compagni di classe, lasciando che siano loro ad aiutare chi è più fragile».
Attività di sostegno, corsi pomeridiani e tempo allungato: bellissimo e irrealizzabile. Mancano i fondi.
«Verissimo, ma la realtà non cambia: bocciare è un fallimento della scuola, un arrendersi di fronte a un problema che non si è stati in grado di risolvere».


  • Francia, vietato bocciare L’égalité conquista le aule

Ripete l’anno uno studente su tre. Ora i socialisti vogliono farla diventare “un’eccezione”

La Stampa, del 18/03/2013, di Alberto Mattioli (corrispondente da Parigi)

Davanti ai tabelloni secondo una ricerca, il 57% degli studenti francesi ripete almeno un anno nel corso della sua carriera scolastica.
Dal vietato vietare di sessantottina memoria al vietato bocciare. Gli obbiettivi della gauche diventano meno ambiziosi ma più realisti. Nella scuola francese, far ripetere l’anno diventa fuorilegge. O quasi: «Nel quadro dell’acquisizione di conoscenze, competenze e metodi prevista alla fine del ciclo e non più dell’anno scolastico, far ripetere un anno deve essere eccezionale». Così recita l’articolo primo della «legge di rifondazione» della scuola, fiore all’occhiello del programma di François Hollande, attualmente in discussione all’Assemblée nationale.
Con un emendamento, i deputati socialisti sono andati anche più in là di quanto proposto dal loro governo, che si era limitato a scrivere che si deve «proseguire la riduzione progressiva» dei ripetenti. Invece adesso la bocciatura diventa l’eccezione che dovrebbe confermare la regola di una scuola migliore. Liberté, égalité, fraternité e promozione.
Il benefattore della peggio gioventù è il controverso responsabile dell’Educazione nazionale, il filosofo socialista Vincent Peillon, una specie di mina vagante nelle acque governative, un ministro iperattivo che una ne fa e cento ne propone, compresa quella di legalizzare le droghe leggere (si spera non in classe). Però la sua crociata contro le bocciature non è così eccentrica. Fra i Paesi dell’Ocse, la Francia detiene saldamente il record del «redoublement», la ripetizione dell’anno: tocca a più di uno studente su tre, quando la media nel resto del mondo è di meno di uno su sette.
Da tempo, gli esperti vanno ripetendo che la misura è, ai fini pedagogici, del tutto inutile. Di certo, è disastrosa per quelli economici: nel 2009, per esempio, ha rappresentato un aggravio di più di due miliardi di euro per le esauste casse pubbliche. E del resto la mitica «circolare della rentrée», cioè l’editto del ministero che indica obiettivi e modalità dell’anno scolastico che inizia, già nel 2010 spiegava ai professori recalcitranti che far ripetere l’anno «costituisce l’ultima risorsa». Ma i docenti francesi finora non se ne sono dati per inteso e proseguono le loro stragi di discenti.
Sulla scuola, Hollande si gioca molto. Quello dell’Educazione nazionale è uno dei tre ministeri (gli altri sono gli Interni e la Giustizia) dove lo Stato continuerà a investire. Delle 60 mila persone che assumerà nei prossimi cinque anni, 54 mila saranno nella scuola.
Se finora tutte le riforme erano partite dal liceo per «scendere» verso le elementari, la filosofia di Peillon è opposta: gli sforzi e i mezzi saranno concentrati sulla «primaire», specie per gli alunni che per ragioni di estrazione sociale o provenienza territoriale sono svantaggiati. Secondo le statistiche, alla fine delle elementari è scolasticamente «fragile» un ragazzino su quattro e questo ritardo, nell’implacabile logica selettiva della scuola francese, in seguito non viene colmato quasi mai.
Certo, l’Educazione nazionale è un tale mastodonte (850 mila insegnanti, 12 milioni di studenti) che chi la tocca deve armarsi di pazienza e prudenza. Peillon ha già scatenato un putiferio proponendo di passare alle elementari dalla settimana di quattro giorni (ovviamente pieni) a quattro giorni e mezzo. E anche il dibattito sulla sua legge si sta svolgendo in un’atmosfera da per chi suona la campana, anzi la campanella. La destra giudica la riforma «ideologica» e «chiacchierona» e cerca di soffocarla sotto 1.400 emendamenti. La gauche più a gauche la trova non abbastanza audace e non la voterà. I Verdi avevano addirittura proposto di vietare i voti alle elementari, ma il loro emendamento è stato respinto. I voti restano, la bocciatura no


  • Agli statali niente indennità di vacanza contrattuale

In Finanziaria non sono state stanziate le risorse

Il Sole 24 Ore, del 15/03/2013, di Gianni Trovati

Niente indennità di vacanza contrattuale aggiuntiva per il pubblico impiego, nemmeno se il provvedimento che la congela espressamente insieme ai rinnovi contrattuali non dovesse arrivare entro il mese di aprile. L'unico fattore di urgenza per il Governo, in questo quadro, sarebbe legato al riconoscimento contabile degli scatti di anzianità nella scuola, che in mancanza del blocco entrerebbero nei tendenziali di finanza pubblica. Il blocco di fatto delle retribuzioni pubbliche anche dopo la scadenza di quello "di diritto" a fine 2012 emerge dalla lettura combinata delle regole sulla «tutela retributiva» dei dipendenti pubblici. Il blocco di rinnovi contrattuali e stipendi individuali introdotto con la manovra estiva (articolo 9 del Dl 78/2010) è scaduto a fine 2012, e la sua estensione al biennio 2013-2014, prevista nella prima manovra estiva 2011 (articolo 16 del Dl 98/20n), ha bisogno di un Dpr per essere applicata. Il Dpr è già stato predisposto, ma si sta incagliando anche per ragioni legate all'opportunità o meno per un Governo uscente di assumere un atto di forte peso simbolico. I sindacati nei giorni scorsi sono passati all'attacco, e non è ancora stata presa una decisione sul suo approdo o meno al prossimo consiglio dei ministri. TUTELA PARZIALE Anche senza il Dpr che congela le intese rimane in pagamento la tutela economica relativa al 2010-2012 Qui si innesta il problema dell'indennità di vacanza contrattuale per i dipendenti pubblici. Introdotta per il primo biennio dalla Finanziaria 2009 e prolungata fino al 2012 dalla manovra 2010, l'indennità è stata resa strutturale dalla riforma Brunetta, che l'ha introdotta nel Testo unico del pubblico impiego (articolo 47-bis del Dlgs 165/2001). L'indennità andrebbe pagata a partire da aprile dell'anno successivo alla scadenza del contratto nazionale di riferimento, ma la sua partenza non è automatica: l'attribuzione deve infatti avvenire «entro i limiti previsti dalla legge finanziaria in sede di definizione delle risorse contrattuali ». E qui sta il punto. Nella sua prima versione la legge di stabilità bloccava per il 2013-2014 sia i rinnovi contrattuali sia l'indennità di vacanza contrattuale, con una previsione che è poi stata espunta per essere trasferita nel Dpr sul tema. Ovvio, quindi, che nella stessa legge non sia stato predisposto alcuno stanziamento per l'indennità, e nemmeno per i rinnovi contrattuali che quindi non possono partire senza risorse. In questo quadro, rimane in vita solo l'indennità che copre la prima vacanza contrattuale, quella del 2010-2012, senza aggiunte per l'ulteriore stallo dei rinnovi. "


  • Un voto che interroga anche i sindacati

ScuolaOggi, del  14/03/2013, di Pippo Frisone

Dopo i “vaffa..” e “tutti a casa”, rivolti all’intera classe politica,” l’extra omnes “dei prelati a conclave, chiude il cerchio delle “esortazioni “ forti , tanto per usare un eufemismo .

Il dissesto dell’intero sistema politico, uscito dalle urne il 26 febbraio è sotto gli occhi di tutti gli italiani.

Uno stallo pericolosissimo che si sovrappone ad una gravissima crisi economica e sociale.

Una disoccupazione in crescita che sfiora il 40% tra i giovani , sette milioni di italiani sempre più poveri, l’inflazione al 3%, il lavoro che non c’è , i contratti fermi al palo non possono non interrogare sul dopo-voto tutte le organizzazioni sindacali, stranamente ammutoliti in questa fase.

Come spiegare questo “strano”silenzio ? Una delle spiegazioni che mi son dato è che in questa anomala competizione elettorale han perso anche loro, Cgil, Cisl e Uil .

Ufficialmente agli atti degli organismi dirigenti non c’è stata una preventiva dichiarazione di voto o un documento a favore di questo o di quel partito. Ci son stati, è vero, dichiarazioni individuali di voto anche di segretari generali nazionali e di categoria, dichiarazioni apparse non solo sui giornali ma anche in televisione. Endorcement, presenze a convegni di partito, candidature di sindacalisti, segretari nazionali e regionali molto noti, distribuiti in quasi tutte le liste.

E poi, una non tanto velata campagna elettorale di appoggio e a sostegno delle rispettive tifoserie politiche.

C’era la convinzione anche in casa confederale che il centrosinistra avrebbe vinto le elezioni e che la Lista Civica di Monti ce l’avrebbe fatta a conseguire un buon risultato che l’avrebbe reso decisivo al Senato. Previsione del resto in linea con tutti i sondaggi, almeno fino a 15gg dal voto.

Poi la doccia fredda che ammutolisce e mette all’angolo anche i sindacati.

Come uscirne ? I sindacati checché ne pensi il sig.Grillo, nel bene e nel male sono ancor oggi una grande forza di coesione nazionale e di tenuta democratica di questo Paese.

Secondo gli ultimi dati riferiti al 2012 Cgil, Cisl e Uil organizzano e rappresentano oltre 12 milioni di italiani cosi distribuiti : Cgil 5.712.642 di cui 2.997.123 pensionati, Cisl 4.442.750 di cui 2.200.206 pensionati, Uil 2.196.442 di cui 575.266 pensionati, per un totale di 12.351.834

E inoltre, se ai confederali aggiungiamo la Ugl con 2.377.529 iscritti, la Confsal con 1.818.245 e le restanti OO.SS. minori, pari a 3.176.639 si raggiunge una cifra di quasi 20milioni di iscritti, pensionati compresi.

Su 23.025.000 lavoratori attivi e 6.000 autonomi e a progetto, i lavoratori sindacalizzati raggiungono quasi 10milioni.

Da dove ripartire per far uscire dall’angolo e dal silenzio le OO.SS. ?

Basta rievocare gli scioperi del marzo del 43 a Torino, Genova, Milano sotto l’occupazione nazi-fascista, come han fatto Angeletti , Camusso e Bonanni? Certamente non basta.

Per tornare a dare voce ai lavoratori nei luoghi di lavoro in un momento di grave crisi anche il sindacato deve voltare pagina.

Per farli contare c’è un solo modo : la condivisione nelle scelte che contano, a partire dai contratti nazionali e da quelli integrativi. Occorre rovesciare l’impostazione attuale. Occorre aprirsi e non trincerarsi dietro le decisioni degli apparati. Aprirsi non solo agli iscritti ma a tutti i lavoratori che altrimenti non avrebbero altre occasioni per potersi esprimere e contare.

L’accordo sugli scatti di anzianità, tanto per restare nella scuola su una materia ancora scottante, perché non è stato sottoposto al voto di tutti i lavoratori? Dobbiamo ancora rimanere prigionieri delle logiche di apparato che decidono per tutti o è giunto il momento di voltare pagina, se vogliamo veramente imparare qualcosa dal voto del 24-25 febbraio ? E’ stato sufficiente il referendum indetto dalla sola Flc-cgil ? Sicuramente no. La semplice testimonianza non basta più.

Tutte le OO.SS. almeno le più grandi e a partire da quelle confederali devono fare molto di più.

Oltre alla sburocratizzazione interna, allo svecchiamento necessario, al rinnovamento delle procedure interne con congressi troppo lunghi, devono portare a termine i problemi irrisolti della rappresentanza, rappresentatività sindacale e della loro certificazione, della validazione dei contratti nazionali e integrativi.

Il 28 giugno 2011 è stato firmato un accordo interconfederale tra Confindustria e Cgil,Cisl e Uil proprio sulla rappresentanza sindacale.

Una prima risposta ai colpi di mano di Marchionne sui referendum ultimativi con ricatto incorporato.

Perché non partire da lì per stimolare poi una legge sulla rappresentanza? Dare seguito e applicazione a quest’ultimo accordo unitario sarebbe già un primo timido segnale, magari ancora insufficiente ma comunque un segnale importante per riprendere un cammino unitario in nome della democrazia sindacale.

Prima che sia troppo tardi anche per il sindacato .

Prima che arrivi qualcuno e gli gridi: Extra omnes! Fuori tutti!

 

 


  • Pantaleo (Flc-Cgil): non abbiamo firmato intesa all'Aran perché iniqua

La Flc-Cgil non ha firmato all’Aran l' intesa definitiva sugli scatti nella scuola perché comporta la drastica riduzione dei fondi per il miglioramento dell'offerta formativa.” Lo dichiara Mimmo Pantaleo, il segretario generale della Flc-Cgil
 

 La Tecnica della Scuola, del 14/03/2013


“La stessa mette in discussione il diritto di docenti ed Ata ad avere un’equa retribuzione delle prestazioni che si svolgono nelle scuole a favore degli alunni. Lo scambio fra MOF e scatti d’anzianità è iniquo perché propone un meccanismo che dà ad alcuni togliendo a tutti i diritti contrattuali. Prevede che nel prossimo rinnovo contrattuale si recupererà una maggiore produttività individuale per compensare ciò che è stato tagliato in termini di organici: Una vera e propria beffa!
L’Intesa pone le premesse per dividere di nuovo i lavoratori e riproporre la contrapposizione fra scatti (a partire da quelli maturati e non pagati nel 2012) e MOF. Ribadiamo la richiesta di rimuovere il blocco degli scatti d’anzianità per tutti. Tra l'altro tale taglio si concretizza in un’enorme opera di impoverimento dell’autonomia scolastica e dell’autonomia negoziale di Dirigenti ed Rsu.

I risvolti sulla contrattazione integrativa sono pesantissimi e i tentativi di limitare la contrattazione di scuola sono la conseguenza dello stato d’incertezza e di confusione determinati dall’intesa. Deve essere chiaro a tutti che non accetteremo interpretazioni arbitrarie sulla contrattazione. Abbiamo già avviato il percorso per la definizione della piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale.

E’ importante che tali giudizi siano stati condivisi dalle 2100 assemblee di consultazione del personale della scuola, promosse autonomamente dalla Flc –Cgil, che hanno registrato l’85% dei no all’intesa. Per la nostra organizzazione sindacale il giudizio dei lavoratori sarà sempre vincolante rispetto agli accordi che si sottoscrivono”.


 


  • Positiva la svolta del Berchet» «No, è un esproprio del voto»

Docenti divisi sui compiti corretti e valutati da altri prof

Corriere della sera, del 13/03/2013, di Federica Cavadini

«Troppo individualismo. Ogni insegnante è sovrano. Sacrosanto l'intervento per una valutazione degli studenti più omogenea». «Innovazione utile. Deve esserci uniformità». «Una strategia, non l'unica». Ma anche. «Siamo all'esproprio della valutazione. È l'annullamento dell'insegnamento».

Divide anche la seconda proposta del preside del liceo classico Berchet, che un anno fa aveva chiesto ai suoi insegnanti di evitare i voti bassi, «umilianti». Adesso ha introdotto la correzione (anche) trasversale delle prove scritte, con i professori che si scambiano le verifiche. «Per evitare storture. Per avere equità nella valutazione, oggi in molte scuole manca», ha spiegato Innocente Pessina, da quattro anni alla guida del liceo. «Una verifica che andrebbe affrontata più volte durante il quadrimestre». «Perché ci sono insegnanti che usano voti come manganelli».

Reazioni nel liceo di via Commenda. I professori, che un anno fa avevano respinto il primo invito, quello sui voti, adesso, sulla correzione incrociata, sono divisi. La sperimentazione è partita nel triennio, hanno detto sì a Pessina gli insegnanti di alcune materie. Ma prevalgono i no fra i colleghi del ginnasio. Le versioni di greco e latino non si toccano. Ognuno dà i voti ai suoi studenti.

E adesso il dibattito è aperto negli altri licei. Dai classici Manzoni e Parini agli scientifici Leonardo e Volta. Tutti d'accordo sulla premessa, il problema della valutazione va affrontato. «Non c'è omogeneità all'interno dello stesso istituto, figuriamoci fra scuole e città diverse», dice il preside del Parini, Arrigo Pedretti. «Basta guardare i tabelloni dei voti per vedere le differenze fra sezioni. Con la correzione incrociata i voti scenderanno o saliranno anche di tre punti. In particolare in alcune materie. Su un tema di italiano i giudizi possono essere opposti», dice Roberto Silvani, alla guida del Volta.

Anche il preside del classico Manzoni, che boccia il metodo Pessina («così si affronta un concorso per la magistratura») riconosce che sul tema della «equità di valutazione» occorre lavorare. «Da noi ogni anno il collegio docenti fissa parametri condivisi. Sul nostro sito c'è la circolare con criteri e modalità di verifiche e valutazioni», spiega Luigi Barbarino. «Le prove comuni per materia le facciamo due volte l'anno. Anche se ogni classe è diversa. Ma ognuno corregga le sue verifiche e valuti i suoi alunni».

Al liceo scientifico Leonardo da Vinci, la preside Maria Concetta Guerrera dice subito che presiede a tutti gli scrutini «per garantire che gli stessi criteri siano adottati in tutte le classi». Basta o anche il liceo di via Respighi introdurrà la correzione trasversale? «Non occorre, se i docenti lavorano in gruppo. Ci sono i dipartimenti (che riuniscono gli insegnanti di una stessa materia), strumento prezioso di autoanalisi, supporto, controllo».

«Ma i professori non comunicano fra loro. La nostra scuola, non soltanto il Parini, soffre di troppo individualismo. Paralizzata da micro conflitti. Ogni sezione fa repubblica a sé. I docenti, spesso eccellenti, non sanno però lavorare in équipe. C'è una spaccatura anche fra ginnasio e liceo, nello stesso istituto», è il giudizio di Arrigo Pedretti, che condivide la linea Berchet.

«Ogni insegnante è sovrano: è un problema che tocca soprattutto i licei, a partire dai classici», sostiene anche Roberto Silvani, alla guida dello scientifico Volta, anche lui favorevole alla soluzione Pessina. «In questi istituti il coordinamento è meno efficace, si sperimenta meno. Si guarda più al profitto dei singoli alunni che alla didattica dei professori». Altra battaglia (in corso) del preside del Berchet, le pagelle ai professori. Al Volta l'hanno vinta da tempo, come al linguistico Manzoni. «Qui da dieci anni gli studenti compilano questionari di valutazione sui professori. Ma sono ancora pochi gli istituti che lo fanno. Quello della scuola è un ambiente tradizionalista. Con forti resistenze davanti alle innovazioni».
 


  • Compiti e voti come cambiare

 Corriere della sera, del 13/03/2013, di Ermanno Paccagnini

S i torna a parlare di valutazione — e a riproporre il problema è il preside del liceo Berchet con la proposta di «correzione trasversale dei compiti» tipo: gli insegnanti della A correggono le verifiche della B, a rotazione, miranti a ristabilire «giustizia ed equilibrio» in questo campo —, e alla fine si ricade sempre sul problema di fondo: la reale preparazione e il costante aggiornamento (non solo tecnico) dei docenti in questo settore quanto mai basilare. E che in tale quadro ci si muova sempre schizofrenicamente, lo ha appena ricordato il Rapporto Lombardia sulle forti differenze a livello valutativo tra Nord e Sud, esemplandolo nelle abissali disuguaglianze tra Lombardia e Calabria.

Non c'è dunque da meravigliarsi che tali situazioni si riproducano in un medesimo istituto: e non solo tra una sezione e l'altra, ma persino in una medesima classe tra docenti di aree diverse: chi più oggettivo, chi più «genitoriale», chi più «duro», e altro ancora. Atteggiamenti che peraltro possono dipendere da più situazioni: la preparazione dell'insegnante stesso (e non solo in quella specifica disciplina); la sua psicologia; la sua personale esperienza, e così via. Del resto, che esistano situazioni al limite della decenza «mentale» è un dato di fatto, ben noto a chi abbia esperienza di insegnamento (personalmente ricordo un docente di matematica con proposta di voto: «dal cinque e mezzo più al sei meno meno»).

Ma non è con la rotazione e la correzione trasversale che si risolve un problema non certamente di quel particolare istituto (e manco considero le inevitabili situazioni conflittuali «di ritorno» tra docenti); perché, se così fosse davvero, per paradosso, tanto varrebbe estendere la prassi, attuando scambi «correttori» tra scuole, quindi tra provveditorati d'una medesima regione, sino a incrociare docenti di regioni valutativamente all'opposto.

Fuor di paradosso, neppure credo — e mi riferisco ad altra proposta avanzata nel liceo — si possa risolvere il problema con le griglie: che possono magari funzionare in certe discipline, ma che mi suonano oscenamente costrittive ad esempio di fronte a un tema di italiano. Anche perché sono molti i fattori che entrano in gioco in una valutazione, non ultima la conoscenza del ragazzo da parte del docente, che può agire, nel premio o nella censura, in base a un percorso educativo e formativo personalizzato, che chi viene «da fuori» non possiede.

Ecco perché la soluzione non è tanto nella rotazione, ma in un deciso percorso-confronto unitario, anche a muso duro: sì sui criteri di valutazione, ma soprattutto sul concetto stesso di valutazione e sul suo effettivo ruolo nel processo formativo. Senza poi dimenticare non solo che il concetto stesso di errore è relativo; ma anche che ogni traduzione in numero «secco» di un «giudizio», si tratti di voti per un compito o un'interrogazione, o di palline per un libro o un film, è e sarà sempre qualcosa che necessariamente porta in sé qualcosa di impreciso e imperfetto.

 


  • “Equità valutativa” al liceo “Berchet” di Milano e i compiti sono corretti dal collega

Il liceo classico Berchet di Milano decide di far correggere i compiti di una classe ai professori di un’altra per garantire “equità”. Paola Mastrocola, intervistata da Tempi.it, dice: “Questa scuola mi fa paura”.

La Tecnica della Scuola, del 13/03/2013, di  P.A.

Al liceo classico Berchet di Milano, la correzione dei compiti in classe avverrà, su proposta del dirigente, come per certi concorsi e per la correzione dei test universitari: gli insegnanti della classe A correggeranno i compiti della classe B e a seguire e in base alle sezioni. La motivazione sarebbe quella di garantire più equilibrio nelle valutazioni, più equità agli studenti, e fermare “certi insegnanti sadici che usano il voto a mo di manganello", come scrive il Corriere della Sera.

Tuttavia, secondo Paola Mastrocola, scrittrice e insegnante di lettere al liceo Augusto Monti di Chieri, in questo modo ne verrebbe fuori “una scuola senz’anima, condita da prove asettiche e che sarebbe una esperienza disastrosa ”

Disastrosa perché “vogliamo una scuola che misuri oggettivamente, per questo è da un po’ di anni che si è diffusa come prova il test. In questo modo si può cambiare il docente che corregge, basta che il test sia il più possibile oggettivo e tecnico. A me una scuola che va in questa direzione non piace. Stiamo abolendo non solo il rapporto personale tra studenti e insegnanti ma anche la soggettività sia dell’insegnamento che dell’apprendimento. Tutto deve essere appiattito perché sia misurabile con criteri standard nazionali, europei, mondiali.”

Su questo altare, continua la docente-scrittrice, “da dieci anni tutti i ministri hanno abolito il cosiddetto tema, che era la prova più creativa, libera e bella. Al suo posto abbiamo le verifiche oggettive, i test a domanda multipla, delle prove asettiche insomma. In questo modo magari guadagniamo l’oggettività, ma il ragazzo non è più messo nella condizione di esprimere ciò che è lui, singolarmente, la sua ricchezza. Ecco, si perde il valore dell’originalità individuale.”

Ci sarebbe invece, secondo Mastracola “ il problema della diversità degli insegnanti. È vero, si rischia di avere sette o otto, a seconda del professore, il vantaggio però è di avere delle persone diverse. La diversità degli insegnanti è sempre stato il nostro bello. Il fatto di correggere i compiti dei propri allievi magari non è equo ma fa parte di un lavoro che dura tre anni, dove entra in gioco la conoscenza reciproca. Ed è chiaro che i temi devo correggerli io, perché sono io a mandare il messaggio e io lo devo ricevere. Se invece vogliamo abolire il messaggio, allora va bene che le prove siano tutte uguali, comuni, oggettive. Però manca l’anima e a me fa molta paura una scuola senz’anima. Nel bene e nel male il rapporto personale è tutto. Però anche questo è destinato a sparire, forse avremo insegnanti online, forse vogliamo insegnanti che inviino la prova agli studenti davanti ai loro computer e poi si aggirino tra i banchi per vedere che tutto funzioni. Così non c’è più un rapporto culturale e affettivo, però. Non a caso, mi sembra che vogliano sostituire la parola insegnanti con “facilitatori”.
 


  • Flc-Cgil non firmerà l'accordo sugli scatti di stipendio

Lo annuncia il segretario nazionale Mimmo Pantaleo che sottolinea come in più di 2mila assemblee svoltesi nelle scuole di tutta Italia l'accordo del 12 dicembre sia stato clamorosamente bocciato

La Tecnica della Scuola, del 13/03/2013, di R.P.

La Flc-Cgil non firmerà il contratto sugli scatti stipendiali: lo ribadisce il segretario nazionale Mimmo Pantaleo che spiega così la decisione del sindacato: “Dalla nostra autonoma consultazione, in oltre 2100 assemblee coinvolgenti tutte le scuole del Paese, l’85% del personale ha detto no alla preintesa sottoscritta dagli altri Sindacati il 12 dicembre 2012”.
“Si tratta
- aggiunge Pantaleo - di una grande prova di democrazia che sollecita a consultare sempre i lavoratori su ogni intesa. Il voto del 24 e 25 febbraio parla anche alle organizzazioni sindacali e per la Flc l'esercizio della democrazia diretta rappresenta la condizione necessaria per rispondere al peggioramento delle condizioni di lavoro e alla disperazione sociale”
Per Pantaleo dalla consultazione emerge in modo netto e chiaro il rifiuto dello scambio fra MOF e scatti di anzianità, “scambio inaccettabile perché penalizza la contrattazione integrativa e di fatto impone la prestazione gratuita di una serie di attività svolte a favore degli alunni”.
“Forte è ora il rischio
- aggiunge ancora la Flc - che le contrattazioni di scuola siano stravolte e soggette ad interpretazioni arbitrarie”.
Pantaleo coglie anche l’occasione per intervenire sulla questione più generale dei contratti e denuncia: “Il Governo Monti intende attuare un ulteriore blocco dei contratti, degli stipendi, del ripristino degli scatti e rinviare al 2015-2017 il pagamento dell’indennità di vacanza contrattuale: a fronte di ciò l’intesa pone le premesse per dividere di nuovo i lavoratori e per riproporre la contrapposizione fra scatti (a partire da quelli maturati e non pagati nel 2012) e MOF”.
La sottoscrizione definitiva del contratto sugli scatti stipendiali è prevista per mercoledì 12 marzo; se non ci saranno ulteriori intoppi nei giorni successivi il Mef dovrebbe autorizzare l’aggiornamento degli stipendi e il pagamento degli arretrati.
Ad aprile dovrebbe quindi concludersi una vicenda protrattasi per mesi e mesi.
Contestualmente nelle scuole si dovrebbero sottoscrivere i contratti di istituto che quest’anno dovranno però fare i conti con risorse ridotte di un buon 40% nei circoli didattici e nei comprensivi e del 10-15% nelle scuole superiori.


  • Cl@ssi 2.0? Meglio chiuderle

La raccomandazione dell'Ocse: senza risorse adeguate è preferibile investire su Scuol@2.0

ItaliaOggi, del 12/03/2013, di Mario D'Adamo
 

Viale Trastevere non dà retta all'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, (Ocse), alla quale il ministro dell'istruzione Profumo aveva chiesto una valutazione sul piano nazionale della scuola digitale, e incrementa il numero delle cl@ssi 2.0 invece di ridurle e puntare tutto su scuol@ 2.0.
Il piano, secondo il comunicato reso pubblico il 5 marzo sul sito del ministero, «presenta numerosi punti di forza e interesse, seppur in un quadro nel quale non mancano problemi e criticità», ma sarebbe stato meglio invertire i termini e ammettere che la valutazione è stata negativa, mentre ridotto è il numero degli elementi positivi, per lo più confinati nelle buone intenzioni, nella disponibilità del personale e in vaghe prospettive di crescita. E non si tratta di guardare al bicchiere mezzo vuoto, poiché agli attuali ritmi per l'estensione del piano a tutte le classi, con tanto di tablet e lavagne Lim per tutti, dovranno passare almeno quindici anni, quando ne saranno trascorsi ventisette dall'annuncio del 2001 delle tre “I” del ministro Moratti e del presidente del consiglio Berlusconi. Per l'Ocse, infatti, è un grosso limite che le risorse annuali a disposizione del piano siano così scarse da rappresentare l'1 per mille del budget del ministero dell'istruzione, anche se in cifre assolute la somma è pur sempre elevata, trenta milioni di euro, solo cinque per ogni alunno. Troppo ridotto il numero delle classi coinvolte nei progetti cl@sse 2.0 (416) e scuol@ 2.0 (14+15), poche le risorse didattiche digitali a disposizione dei docenti, non sufficiente lo sviluppo professionale del personale, quest'ultimo punto compare solo nella versione inglese del rapporto. Tra i punti di forza c'è «la volontà dell'Amministrazione di incrementare l'uso delle tecnologie e di internet nelle scuole italiane». L'obiettivo sarebbe in sintonia con quello di altri paesi, che però hanno superato l'Italia non tanto nella volontà di dotare le scuole di strumentazioni, le buone intenzioni non ci mancano, quanto nell'assegnazione concreta di risorse. In Gran Bretagna, infatti, ben l'ottanta per cento delle classi può contare già oggi su strumenti didattici e digitali. È positivo poi che la Lim, lavagna multimediale interattiva, possa essere utilizzata a costi iniziali non elevati e sia compatibile con tutti i metodi di apprendimento e didattici, e che si sia «rivelata (_) una sorta di cavallo di Troia che incoraggia la maggior parte dei docenti a incrementare l'uso delle tecnologie (internet e PC) nella loro attività professionale». È anche positivo l'approccio utilizzato per l'introduzione del piano: non un'imposizione dall'alto, destinata a creare resistenze, ma una risposta alle richieste di adesione che volontariamente provengono dalle scuole. Ciò dovrebbe ridurre al minimo il rischio che le nuove tecnologie non siano utilizzate, ma l'osservazione non è sostenuta con dei dati che smentiscano le lamentele di genitori e alunni che vedono deperire le Lim. E infine, sono positive le procedure di acquisto delle lavagne, dei pc e dei portatili attraverso gruppi di acquisto temporanei costituiti dalle scuole e sostenute da Consip. Sono tutti elementi, però, destinati a non far fare un passo in avanti alla diffusione del piano, se contemporaneamente alle scuole non saranno aumentati i finanziamenti, è la raccomandazione principale dell'Ocse, che si spinge a suggerire «di concentrare le risorse su Scuol@ 2.0 e interrompere l'iniziativa Cl@sse 2.0». Ma è una raccomandazione che, senza affermarlo, il ministero è costretto a respingere, avendo già stipulato il 18 settembre scorso una serie di accordi con le regioni, che prevedono dal prossimo anno scolastico l'installazione di altre 4.200 lavagne interattive e l'attivazione di altre 2.700 cl@ssi 2.0 e solo 17 scuole 2.0.


  • La valutazione c'è, i fondi no

Sistema senza un euro in più, mancano esperti e ispettori

ItaliaOggi, 12/03/2013, Alessandra Ricciardi

La macchina è pronta. Toccherà ora metterci la benzina perché il nuovo sistema di valutazione della scuola italiana possa camminare (si veda ItaliaOggi di sabato). «Senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica», è la clausola di invarianza della spesa che informa il regolamento definitivamente varato dal consiglio dei ministri di venerdì scorso.
E infatti non c'è un euro in più per un sistema che dovrà monitorare e supportare circa 8 mila scuola. Mancano gli ispettori, ne serve uno per ogni nucleo ispettivo: in servizio ce ne sono una trentina, contro una pianta organica di oltre 330. Nel 2008 è stato bandito un concorso per 145 posti, ma solo 80 candidati hanno superato gli scritti e sono in attesa degli orali. E poi vanno reclutati gli esperti che collaboreranno all'attività di supporto dei nuclei (due esperti e un ispettore è la composizione prevista). Il tutto nell'ambito delle risorse già disponibili. Insomma, se portare a casa il regolamento è stata un'impresa per il ministro Francesco Profumo, tra i rilievi del Cnpi, quelli del Consiglio di stato e, non meno importanti, le contrarietà della Cgil e del Pd, riuscire ad alimentare la macchina sarà l'impresa che toccherà al prossimo governo. Certo non aiuta la situazione di incertezza politica, a cui si aggiunge il sempre precario equilibrio dei conti pubblici italiani. Condizioni che secondo rumors dell'amministrazione di viale Trastevere potranno facilmente condurre a uno slittamento dell'avvio a regime della valutazione. Anche per attendere la conclusione del progetto Vales, la sperimentazione in corso presso 300 scuole che dovrà fornire gli indicatori di valutazione. Progetto che a questo punto potrebbe essere esteso ad altri istituti dal prossimo settembre. Si guadagnerebbe così un anno di tempo, utile anche per mettere a punto le relazioni con il mondo della scuola dove non tutti sono entusiasti del sistema proposto. Il nuovo modello di valutazione esterna del rendimento delle scuole ha l'obiettivo di rendicontare i miglioramenti degli istituti e di supportare le scuole in difficoltà, così come accade in molti paesi europei. Il sistema si compone di tre gambe: l'Invalsi, l'istituto che attualmente si occupa di rilevare gli apprendimenti degli studenti, l'Indire, l'istituto di ricerca per l'autonomia scolastica, e gli ispettori. Ma saranno le scuole il punto di partenza del processo attraverso procedure di autovalutazione che saranno svolte con il supporto informatico del ministero e che dovranno valutare i progressi degli studenti tra l'ingresso e l'uscita, anche alla luce del contesto sociale ed economico. L'Invalsi, che individuerà le scuole da sottoporre a verifica in base ai rapporti, definirà gli indicatori di efficienza a cui gli istituti e i loro dirigenti dovranno rispondere, mentre l'Indire dovrà favorire i processi di innovazione in ambito didattico, in particolare agendo sul versante della formazione dei docenti. I dati sull'andamento degli apprendimenti saranno rilevati attraverso test di valutazione che si faranno su base censuaria in II e V elementare, I e II media, II superiore (dove già accade ora), e poi in V superiore. Ogni scuola dovrà stilare il proprio piano di miglioramento delle perfomance. In base ai risultati raggiunti, i direttori scolastici regionali valuteranno i dirigenti scolastici per i successivi incarichi e per la quota di salario accessorio. Nessuna ricaduta, invece, per gli stipendi dei docenti. Resta critica la Flc-Cgil guidata da Mimmo Pantaleo: «È davvero incredibile l'arroganza di questo governo che in limine mortis licenzia il regolamento». Pollice verso anche di Gilda degli insegnanti: «Troppa fretta», dice il coordinatore Rino Di Meglio, «c'è il rischio di aggravio di lavoro per i docenti». Per la Cisl scuola il giudizio è invece positivo anche se, puntualizza il segretario Francesco Scrima, « ora servono risorse per far funzionare il sistema in modo che sia veramente di aiuto alle scuole». Invita a dare «centralità al lavoro dei docenti, superando», dice il segretario Massimo Di Menna, «un assetto di verifica di stampo burocratico/procedurale che è fortemente penalizzante».


  • Lauree e diplomi, processo all’Italia “Imparate da tedeschi e norvegesi”

Il superesperto Ocse: i titoli di studio non servono a trovare lavoro

la Repubblica, 12/03/2013, ANDREA TARQUINI (NOSTRO CORRISPONDENTE A BERLINO)

L’Europa ci dà un pessimo rating anche per quanto riguarda la pubblica istruzione. Il sistema va riformato a fondo. I suoi difetti si ripercuotono pesantemente sulla produttività, sull’economia e sugli sbocchi professionali dei nostri laureati e diplomati superiori. Insomma, una delle radici della disoccupazione giovanile, quella sfida che Mario Draghi la settimana scorsa ha definito “una tragedia”, è nel nostro sistema scolastico e universitario. O almeno, così ha raccontato alla Süddeutsche Zeitung Andreas Schleicher, esperto di pubblica istruzione dell’Ocse (organizzazione dell’Onu per la cooperazione e lo sviluppo economico). Chiamato anche “Mister Pisa” perché ideatore del Programma per la valutazione internazionale degli allievi della stessa organizzazione. È un paradosso, dice Schleicher guardando le nostre scuole e i nostri atenei: nel paese che ospita l’università più antica del mondo, il sistema non funziona. Il cahier des doléances di Schleicher è una lunga lista di accuse. Primo, nella maggior parte degli altri Stati membri dell’Ocse la gamma di offerte di lauree e specializzazioni è più ampia che da noi. E nei paesi più avanzati — la Germania solo in parte, di più e meglio i paesi scandinavi, a cominciare dalla Finlandia col sistema scolastico, tutto pubblico, giudicato il migliore del mondo, e dalla Norvegia — offrono un contatto strutturale e che funziona bene tra lo studio teorico, accademico e la pratica della formazione professionale. «L’Italia», dice Schleicher, «è rimasta legata molto a lungo a un sistema classico, tradizionale, di studi universitari, per questo il numero dei laureati e diplomati non è cresciuto come in altri paesi».
Siamo rimasti decisamente al di sotto della media nell’Unione europea, nota l’esperto con i dati dell’organizzazione alla mano. Più precisamente, quanto a numero di laureati e diplomati solo la Turchia nell’ambito europeo ha risultati peggiori dei nostri.
Ed ecco, almeno secondo “Mister Pisa”, i mali strutturali più gravi del nostro sistema d’istruzione e le loro cause. Primo, molti laureati e diplomati superiori non trovano un’occupazione, o vengono pagati poco e male, «perché le università danno una preparazione accademica, non preparano ad avere successo sul lavoro». Secondo, a differenza che in molti altri paesi europei «non c’è aiuto finanziario dello Stato agli studenti, nulla di paragonabile a sistemi come il Bafög tedesco (che prevede l’erogazione di borse di studio in base al reddito di appartenenza) o quelli scandinavi». Terzo, comunque lauree e diplomi «sono irrilevanti sul mercato del lavoro ». Poi un altro difetto strutturale: «Il personale insegnante è numeroso ma poco qualificato rispetto alle esigenze di una società e un’economia moderne». A lungo termine, ammonisce, «si crea un legame tra qualità del sistema della pubblica istruzione e capacità economiche di un paese». Il solito invito rivoltoci a imitare i tedeschi? No, piuttosto finnici e norvegesi: «Hanno un sistema educativo differenziato, personalizzato, molto attento al singolo, sponsorizzato dalle aziende, e rafforzato dalla convinzione della gente che è opportuno continuare a studiare e imparare per tutta la vita».


  • “Più fondi per la didattica ma studiare conviene ancora”

Il sottosegretario all’Istruzione, Marco Rossi Doria

la Repubblica, del 12/03/2013

ROMA

Sottosegretario Marco Rossi Doria, lo studioso Andreas Schleicher dice che la nostra scuola è ultima in Europa: abbiamo solo il 14,9% di laureati.
«In Italia la laurea non è più l’ascensore sociale degli anni Sessanta e Settanta, ma se non studi va peggio. Chi non studia fatica di più a trovare un lavoro e a trovarlo con un contratto legale. Studiare continua a convenire. Il guaio è i laureati in Italia, negli ultimi sei anni sono scesi di cinque punti».
Gli insegnanti italiani, è una delle accuse, sono molti.
«Non sono tanti. Da noi 103 mila docenti si occupano di handicap e sono nel computo della scuola, in altri paesi sono a carico dei servizi sociali. E abbiamo scuole sulle montagne, nelle isole, nei paesini».
Mediamente non qualificati...
«Non abbiamo strumenti scientifici per dirlo. Di sicuro, i docenti di elementari e medie sono bravissimi».
Da almeno quattro ministri si taglia la spesa per la scuola.
«Il prossimo governo dovrà invertire la rotta».
(c.z.)


  • “La vera sfida da affrontare è ridare qualità agli atenei”

Il pedagogo Benedetto Vertecchi

la Repubblica, del 12/03/2013

ROMA
- «Il sistema scolastico italiano dovrebbe essere riformato dalle fondamenta». Professor Benedetto Vertecchi, mister Pisa ha ragione? «Andreas Schleicher conosce l’Italia. Ha una moglie italiana, i suoi figli hanno frequentato le nostre scuole, ma non centra il problema».
-Quale è il problema allora?
-«Dietro una questione di preparazione professionale c’è la crisi culturale del paese. Il linguaggio è sciatto, il conformismo impera. Gli insegnanti non hanno la solidità necessaria».
-Il titolo di studio carta straccia?
-«È colpa della decadenza delle università: i titoli non garantiscono più nulla. I laureati diminuiranno ancora. Tutte le nazioni industriali avanzate stanno togliendo qualità all’istruzione superiore».
-Che cosa devono fare i professori italiani?
-«Insegno all’università dal 1980 e ho una seria sfiducia nei docenti universitari, che nutrono molti giochi di potere».
(c. z.)


  • Ascolta, clicca e guarda ecco la nuova formula per insegnare ai ragazzi

Dai testi di carta ai software: leggere non basta più

la Repubblica, del 11/03/2013, di Maria Novella De Luca

ROMA
La sfida è catturare la loro attenzione, le loro menti che hanno spie sempre accese e tablet, pc e cellulari sincronizzati giorno e notte. Studenti 2.0 che imparano facendo mille cose insieme, in una rivoluzione multitasking dove il libro di testo non basta più, perché il sapere arriva da mille fonti e la generazione web le mescola tutte. Così la scuola prova a diventare interattiva: la parola più il video, più l’audio, cercando un ponte con quella tribù digitale che sta riscrivendo, sembra, i meccanismi dell’apprendere e del conoscere. Nasce il libro che entra nella Rete, e la Rete che rimanda al libro, e addirittura You-Tube può servire ad approfondire temi considerati “intoccabili”, la Divina Commedia o la poesia del Trecento, ambiti fino a ieri impermeabili a ogni contaminazione. Del resto l’80 per cento dei ragazzi lo confessa apertamente: studiamo connessi a Internet, la musica di sottofondo e il cellulare che vibra, la concentrazione si frammenta sì, ma si moltiplica anche.
In tutto il mondo si stanno diffondendo “piattaforme” di studio multimediali, una sorta di laboratori dove si passa dal libro di testo al web e viceversa, attraverso una password data in dotazione a ogni studente. E cercando di catturare l’irrequieta attenzione dei nativi digitali i materiali diventano interattivi, grafici, video, audio. In Italia queste piattaforme sono da tempo diffuse da Pearson, casa editrice specializzata in materiali didattici che, dopo aver lanciato laboratori per imparare la matematica e l’inglese (MyLabMath e EnglishMy-Lab), adesso, con una versione tutta made in Italy, ha costruito MyLabLetteratura e MyLabStoria, entrando nel cuore del sapere umanistico.
L’idea è quella di creare un percorso guidato e facilitato, basato sul concetto, ancora poco noto in Italia, del learning by doing,imparare facendo, che secondo la piramide dell’apprendimento dello psicologo americano Edgar Dale farebbe raggiungere i migliori livelli nello studio. «L’universo della scuola», spiega Matteo Lancini, che insegna Psicologia all’università Bicocca di Milano, «è oggi alla ricerca continua di strumenti che possano andare incontro ai nativi digitali, ormai impermeabili alle modalità di insegnamento tradizionali. Parliamo di bambini e ragazzi iperstimolati, che mal sopportano la solitudine del libro. Poter invece interagire con il testo, partecipando alla costruzione del sapere, può certamente favorire la loro attenzione». Imparare facendo.
Nella piramide di Dale si riesce a conservare il 90 per cento delle informazioni ricevute, contro il 10 acquisito leggendo soltanto. Navigando nel V canto dell’Inferno nella piattaforma di My-LabLetteratura, collegata a un manuale scolastico cartaceo, ecco la voce di Gassman che recita la passione di Paolo e Francesca,mentre una “linea del tempo” sottolinea le date fondamentali della vita del poeta. E, sullo sfondo, scorrono i quadri ispirati al canto più celebre della Divina Commedia.
Sapere multitasking. Andrea Moro, professore di Linguistica allo Iuss di Pavia, è scettico. «Non credo alle piramidi dell’apprendimento,anche se sono cosciente che l’attenzione dei ragazzi è sempre più breve. Dopo mezz’ora di lezione capisci che sono altrove, ma l’unico modo che conosco per catturarli è appassionarli. Non occorrono percorsi semplificati: penso, invece, che ogni ragazzo possa creare un metodo di studio autonomo faticando tra un libro, un dizionario, anche on line, perché no, ma facendo da sé uno schema di ciò che ha appreso ».
In realtà le piattaforme sono contenitori aperti, in cui “coabitano” insegnanti e studenti, libri e web. E la multimedialità secondo le statistiche migliorerebbe del 25 per cento il profitto. Ma siamo soltanto all’inizio, aggiunge Paolo Inghilleri, ordinario di Psicologia sociale all’università di Milano. «I ragazzi vivono il loro mondo digitale come qualcosa di separato dalla scuola, e gli insegnanti faticano ad aprirsi alle tecnologie. È indubbio comunque che questi materiali “adattati” riescano a catturare l’attenzione degli studenti. E dall’unione di più linguaggi nasce sempre qualcosa di buono. Ma bisogna stimolare anche passione e spirito critico».


  • Per gli statali un taglio a doppio effetto

In arrivo il decreto che prolunga il blocco dei contratti al biennio 2013-2014. Perso circa il 10% dello stipendio, con forti penalizzazioni sulla pensione soprattutto per chi è vicino all'uscita

Il Sole 24 Ore, del   11/03/2013, di Gianni Trovati

Approvato il «codice di comportamento », che impedisce di ricevere regali troppo pregiati e di usare dotazioni di lavoro per fini privati, i dipendenti pubblici aspettano un provvedimento decisamente più pesante. Il bilancio dello Stato l'aveva messo in conto fin dal luglio del 2on, quando la prima manovra estiva dell'anno dello spread aveva "ipotizzato" un nuovo blocco di rinnovi contrattuali e stipendi individuali negli uffici pubblici anche per i12013-14, da attivare per decreto dopo il primo congelamento triennale del 2010-2012. Ora però, archiviate le cautele elettorali, il regolamento preparato da Economia e Funzione pubblica è in arrivo, e a farei calcoli sono i diretti interessati: una platea da quasi quattro milioni di persone, che ai dipendenti della Pubblica amministrazione unisce quelli delle società in house e degli enti strumentali (si veda anche l'articolo a fianco). Per avere un quadro completo, i calcoli dovranno considerare anche i riflessi previdenziali, particolarmente pesanti per chi andrà in pensione nei prossimi anni. La cifra pagata da ogni dipendente pubblico sull'altare della crisi, come mostrano i conti in tasca alle varie categorie riprodotti nel grafico qui a fianco, è importante, tanto più che nel nuovo congelamento dovrebbe essere compresa anche l'indennità di vacanza contrattuale (e proprio questo fattore spinge il provvedimento all'approdo in Gazzetta Ufficiale entro il mese di aprile). Il sacrificio è ovviamente proporzionale allo stipendio che ogni profilo di dipendente pubblico aveva all'inizio del congelamento, ed è calcolato su un doppio indicatore: per la prima tornata contrattuale saltata, quella del 2010-2012, il taglio è misurato sulla base delle risorse che erano state messe a disposizione dei vecchi rinnovi, mentre per il nuovo congelamento biennale il punto di riferimento è l'Ipca, l'indice armonizzato dei prezzi al consumo che esclude i prodotti energetici importati e offre il punto di riferimento di tutti i nuovi contratti biennali. Risultato: nei cinque anni "congelati" gli statali e i loro colleghi delle Pubbliche amministrazioni territoriali hanno rinunciato in termini di mancati aumenti a circa i19,2% dello stipendio. Un dato che, soprattutto per il 2013-2014 visti i meccanismi di calcolo, tende a coincidere con la perdita di potere d'acquisto causata dall'inflazione. Tradotto in cifre, significa 2.575 euro all'anno a regime in meno per gli impiegati degli enti locali, che con il loro stipendio medio inferiore ai 28mi1a euro lordi annui sono sul gradino più basso della categoria. Per i loro colleghi di Palazzo Chigi, che di euro ne guadagnano in media quasi 43mila, la tagliola vale a regime poco meno di 4mila euro, e le cifre crescono ovviamente man mano che si sale la scala gerarchica delle amministrazioni. Per chi sta in cima, e ha stipendi superiori ai 9omila euro lordi annui, in realtà il conto avrebbe dovuto essere ben più salato, a causa del contributo di solidarietà che chiedeva il 5% della quota di stipendio superiore ai 90mila euro e il 10% di quella sopra i i50mila. Il meccanismo, però, è caduto sotto i colpi della Corte costituzionale, e quindi è uscito dal conto. Il sacrificio è permanente, perché le norme escludono espressamente ogni possibilità di recupero di quanto perso alla ripresa dei rinnovi. Ma a rendere "eterna" la sforbiciata sono anche i suoi effetti sugli assegni previdenziali, in particolare per chi va in pensione in questi anni: chi si avvicina all'uscita oggi ha circa la metà della pensione calcolata con il sistema retributivo, e sconterà sull'assegno circa l'80% del costo complessivo del blocco. In altri termini, chi ha "perso" 7mila euro come mancati aumenti e andrà in pensione nel 2014-15 riceverà una pensione più leggera di circa 5.500 euro annui rispetto a quella che avrebbe ottenuto in tempi normali. L'effetto si diluirà poi nel tempo, ovviamente con il ritorno ai rinnovi contrattuali. La prospettiva, insomma, non è leggera. Complice il quadro frastagliato uscito dalle urne, anche il fuoco di fila da parte dei sindacati è un dato quasi scontato, basato com'è sull'argomento non secondario che contesta l'opportunità da parte di un Governo uscente di adottare un provvedimento di questo peso, tra l'altro perfettamente in linea con la «politica del rigore» uscita malconcia dal voto di febbraio. Altrettanto scontato, però, sembra l'arrivo al traguardo del decreto, perché proprio dal nuovo blocco di contratti e stipendi dipende gran parte del miliardo di euro di risparmi messi a bilancio per il 2013-2015 dalla manovra estiva numero uno del luglio di due anni fa.


  • Un po' di tutto, un po' di niente

C'è un po' di tutto nelle ultime notizie sulla scuola. La sensazione, però, è che non ci sia niente capace di indicarci la strada, la prospettiva, il cammino, insomma qualcosa che possa dirci 'cosa sarà di noi?'.
 

Fuoriregistro del 10/03/2013, di Francesco Di Lorenzo

C'è un po' di tutto nelle ultime notizie sulla scuola. La sensazione, però, è che non ci sia niente capace di indicarci la strada, la prospettiva, il cammino, insomma qualcosa che possa dirci 'cosa sarà di noi?'. Lo stallo sembra completo. E le analisi che si susseguono non si spostano da uno strano gioco a ping-pong che non si capisce dove ci porterà. L'atmosfera è di attesa, ma di che cosa? Cosa stiamo attendendo in particolare? La percezione è che nessuno lo sa.
Intanto l'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) a cui era stato chiesto un parere sul nostro livello di informatizzazione, ha risposto che siamo indietro di qualche anno. La scuola italiana se continua di questo passo, ci metterà ancora quindici anni per raggiungere la scuola inglese, 'dove praticamente l'80% delle classi può usufruire di strumenti didattici informatici'.
Insomma, ci è stato risposto che il Piano Nazionale Scuola Digitale, lanciato nel 2007, ha fatto solo piccoli passi avanti. E che la causa di tale lentezza è il budget. Mancano fondi e investimenti sia per attrezzature che per la formazione degli insegnanti. Ora, i tagli noi li conosciamo bene, ma il recupero di tali tagli che nominalmente sarebbero degli sprechi, dove sono? Dove vanno a finire? Questo non si sa.
Si sa, invece, che è stato approvato il testo definitivo del regolamento sulla valutazione. A niente sono valse le critiche e le osservazioni provenienti dal mondo della scuola: come era nelle intenzioni della Gelmini e confermato da Profumo, aumenteranno i test per tutti. E a gestire le cose ci saranno nell'ordine: l'Invalsi, Indire e gli ispettori. Il primo istituto si occuperà di testare gli studenti, il secondo della formazione degli insegnanti (che, evidentemente, saranno testati) e gli ispettori? Probabilmente daranno una mano sia agli uni che agli altri.
Ma il ministro Profumo non perde tempo, nonostante il governo di cui fa parte sia ampiamente scaduto, e nonostante con tutta evidenza gli elettori non lo abbiano premiato, ha avviato le procedure per un nuovo concorso a cattedre. Come dire, delle critiche me ne frego!
Quindi, alla fine, il ministro Profumo ci lascerà due ultimissimi regali: il regolamento sulla valutazione e un nuovo concorso a cattedre. Parecchi di noi, per la verità, di questi omaggi farebbero volentieri a meno. E, come per i regali che superano i cento euro e che sono fuorilegge, preferiremmo rimandarli indietro, rispedirli al mittente. Con tanti ringraziamenti!
Si chiama 'Spotted' il nuovo fenomeno che sta dilagando sul Web. È una specie di bacheca virtuale che prende il nome di una singola scuola, di una comunità, di un piccolo gruppo. E su di essa si comunica in forma anonima, scrivendo di tutto in piena libertà: dai commenti velenosi, alle richieste di contatto, per finire con le informazioni. Naturalmente dilaga il gossip, ma è proprio la forma anonima che si presta a questo tipo di comunicazione, 'perché si è liberi di dire quello che si vuole', hanno detto i primi ragazzi che lo usano.
Il fenomeno è iniziato negli atenei americani, è stato importato ad inizio anno in Italia nelle università milanesi, adesso sta dilagando nelle scuole superiori.
I sociologi interpretano il fenomeno come un normale spostamento di luogo: quello che una volta si scriveva sui muri, ora lo si scrive su una bacheca virtuale. Messaggi anonimi, frasi ingiuriose, dichiarazioni d'amore, c'è posto per tutto: cambia solo il contesto. La voglia di annunci e commenti anonimi è sempre la stessa, anzi forse è aumentata. Il sociologo Fausto Colombo dell'Università Cattolica ha detto che il bisogno di dirsi le cose, l'urgenza comunicativa, colma 'la preoccupazione degli anni che stiamo vivendo, quelli di una società che vive nell'incertezza'. Saranno almeno contenti quelli a cui danno fastidio le scritte sui muri?


  • Università, 70mila iscritti in meno in soli dieci anni.

In Italia sono sempre di meno i ragazzi che si iscrivono all’Università

I dati del Cineca confermano l’allarme negato poche settimane fa dal ministro Profumo . Numeri in peggioramento: in tre anni un calo di 30mila domande. Il peso delle tasse tra le cause

l'Unità, del 10/03/2013, di MARIO CASTAGNA

Poche settimane fa era stato il Consiglio Universitario Nazionale a dare l'allarme: le iscrizioni all'università crollano inesorabilmente. Ora arriva anche la conferma del Cineca. Questo consorzio, nato nel 1969 per costituire una struttura dedicata al super calcolo, oggi si occupa anche di quasi tutti i servizi informatici del ministero dell’Istruzione e dell’Università e di molti atenei italiani. Si trova inoltre a gestire l’elaborazione informatica delle immatricolazioni universitarie e dispone quindi della banca dati più aggiornata in materia. Secondo il Cineca, negli ultimi dieci anni le iscrizioni sono diminuite di 70.000 unità mentre, addirittura, negli ultimi tre anni sono 30.000 i ragazzi che hanno deciso di non iscriversi negli atenei italiani. Si è tornati indietro di quasi un quarto di secolo. Nel 1988-1989 gli immatricolati erano 276.249, mentre quest'anno i diplomati iscritti alle varie facoltà sono stati appena 267.076. La notizia data dal Cun qualche settimana fa aveva riempito le pagine dei giornali ma subito il ministro Profumo aveva provato a gettare acqua sul fuoco. In un'intervista sul quotidiano La Stampa aveva provato a minimizzare: «Credo che per dare giudizi si debba partire da dati che abbiano valore statistico reale. In quel caso invece è stato considerato un anno di riferimento in cui c'è stata una bolla di iscrizioni». Il Ministro si riferiva al grande numero di iscrizioni «tardive», spesso lavoratori che ricominciavano il loro percorso universitario, dimenticando però il valore sociale di queste iscrizioni. L'Italia infatti è il paese con il minor numero di lavoratori formati e qualificati durante la loro carriera lavorativa. Secondo Profumo quindi non erano diminuite le iscrizioni dei ragazzi appena diplomati. A confutare questa notizia arrivarono i dati del Cnvsu, che attraverso il proprio rapporto annuale sullo stato dell'università italiana, ha denunciato per anni il crollo, non solo delle iscrizioni universitarie, ma addirittura degli studenti che raggiungevano il traguardo del diploma di maturità. Se nel 1980 solamente un diciannovenne su tre si iscriveva all'università, dopo circa 25 anni si era arrivati al massimo storico. Infatti nell’anno accademico 2003-2004 il 56,5% dei diciannovenni decise di immatricolarsi. Da quel momento in poi è iniziato però un lungo ed inesorabile declino che ha visto crollare questa percentuale del 9%. Nel 2010 solamente il 47,7% dei ragazzi ha deciso di iniziare il lungo percorso verso una laurea, più o meno il livello raggiunto alla fine degli anni 90. Purtroppo sono due anni, da quanto Francesco Profumo si è insediato a viale Trastevere, che il CNVSU non pubblica più il proprio rapporto ed è diventato estremamente difficile avere dei dati ufficiali sullo stato dell’Università italiana. Non proprio la rivoluzione della trasparenza che tutti si aspettavano. Oggi purtroppo si deve fare affidamento ai dati forniti dal Cineca che, seppur non sia l’ufficio statistico ufficiale del ministero, è oggi la migliore fonte disponibile. I corsi di laurea triennali sono stati i più colpiti dalla diminuzione di iscritti. In dieci anni hanno perso poco più di 90.000 iscritti, un terzo del totale. Quest’anno gli iscritti sono stati 226.283, ottomila in meno rispetto ad un anno fa ed il crollo demografico purtroppo non c’entra nulla. Infatti il numero dei diplomati è cresciuto nell’ultimo anno di 11.000 unità. Gli studenti quindi decidono di non iscriversi all’università e di fermarsi al diploma di maturità. Tra le motivazioni sicuramente è l'aumento dei costi da sostenere durante la frequenza dei corsi. «Negli atenei abbiamo assistito a pesanti aumenti delle tasse: ben 283 milioni in più negli ultimi 5 anni», racconta Luca Spadon, portavoce nazionale di Link, Coordinamento universitario. Ma non sono solo i costi a rendere difficile la vita degli studenti italiani. Sempre Luca Spadon accusa il blocco del turnover: «Con la perdita di oltre il 22% dei docenti in 5 anni, molte università hanno ridotto la loro offerta didattica. Questo ha portato ad un aumento sconsiderato dei corsi a numero chiuso». Se non si fa nulla per invertire il trend, l'Italia rischia di precipitare all’ultimo posto nella classifica europea dei giovani laureati. La Norvegia surclassa tutti con il 46,1% di laureati nella fascia d’età tra i 25 ed i 34 anni. L’Italia è penultima, superando solo la Turchia.


  • Contrattazione di istituto ancora ferma

Nonostante l'accordo sottoscritto a fine gennaio fra sindacati e Ministero in materia di fondo di istituto, in moltissime scuole la contrattazione non è ancora ripresa. L'Usr della Campania ha scritto alle scuole per dire che la contrattazione si può fare solo sull'acconto e non sull'intera somma disponibile.

La Tecnica della Scuola, del 10/03/2013, di R.P.

La vicenda del fondo di istituto 2012/2013 sembra davvero non avere fine.

Con l’accordo Ministero-sindacati di fine gennaio, pareva che nelle scuole la contrattazione integrativa potesse prendere avvio rapidamente e invece, a distanza di 40 giorni, siamo sempre al punto di partenza.
Il problema è che il CCNL del 12 dicembre 2012 non è ancora stato registrato definitivamente e quindi non è possibile sapere con esattezza a quanto ammonti il fondo di istituto dal quale, come è noto, sono state ricavate le risorse necessarie per finanziare il riconoscimento degli scatti stipendiali.
Oltretutto l’accordo di fine gennaio prevedeva che alle scuole venisse erogato un primo acconto delle risorse disponibili.
A quel punto i sindacati si sono subito affrettati a rassicurare tutti sul fatto che, comunque, la contrattazione per il 2012/2013 si sarebbe potuta condurre facendo riferimento all’intero ammontare del fondo e non solo all’acconto.
Ma non tutti hanno condiviso questa interpretazione.
L’Ufficio scolastico regionale per la Campania, per esempio, ha trasmesso alle scuole il prospetto con le somme spettanti a ciascuna istituzione scolastica con una precisa indicazione: “Le contrattazioni di istituto devono essere effettuate esclusivamente sull’importo assegnato in acconto, in attesa della registrazione del’accordo ARAN del 12 dicembre, che consentirà l’esatta definizione degli 8 dodicesimi rimodulati, con la conseguente assegnazione del saldo, che dovrà essere oggetto di una ulteriore contrattazione”
Sta di fatto che, a causa dell’incertezza, nella maggior parte delle scuole la contrattazione sta procedendo molto a rilento e quasi certamente si concluderà in prossimità del termine delle lezioni con il risultato che per quest’anno docenti e Ata svolgeranno incarichi aggiuntivi senza sapere se per tali attività saranno in qualche modo retribuiti.


  • Oggi pare d'obbligo odiare il pubblico

Tutti i dati ci dicono che gli statali sono più poveri e precari, eppure li si addita come «i privilegiati»

il manifesto del  08/03/2013, di Nicola Nicolosi (Segretario confederale Cgil - responsabile dei settori pubblici)

Tutti i dati ci dicono che gli statali sono più poveri e precari, eppure li si addita come «i privilegiati»
Le due donne uccise a Perugia da un imprenditore disperato, depresso al punto da perdere il lume della ragione, erano due impiegate della Regione, due lavoratrici. Una aveva un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, era una precaria a tempo determinato, l'altra fra un anno sarebbe andata in pensione.
La Cgil è vicina alle famiglie ai lavoratori umbri per questo grave lutto determinato dall'odio cieco. Troppo spesso i dipendenti pubblici sono stati oggetto di campagne e attacchi denigratori. Considerati di volta in volta privilegiati, garantiti, fannulloni. Questa tragedia deve richiamare tutti a una seria riflessione. I lavoratori pubblici sono servitori dello Stato che meritano rispetto. Il lavoro pubblico subisce continui attacchi, quando invece andrebbe tutelato.
I governi Berlusconi e Monti hanno progressivamente ridotto il perimetro di intervento pubblico, determinando per questa via una contrapposizione tra gli interessi dei cittadini, il lavoro pubblico, tutto ciò che è pubblico. La Cgil si batte per la valorizzazione del lavoro pubblico, punta a una riforma della pubblica amministrazione che la renda più vicina ai cittadini.
Il conto annuale della pubblica amministrazione fotografa un'occupazione in continuo calo e stipendi sempre più bassi. Se nel 2011 il numero dei dipendenti a tempo indeterminato era pari a 3.282.999, rispetto al 2007 - in cui i dipendenti erano 3.429.271 - il calo è di 146.272 unità, pari al 4,26%. Rispetto al 2008 il calo è ancora più marcato, -153.815, pari al 4,45%.
Per quanto riguarda i lavoratori a tempo determinato e con contratto di formazione il calo è del 27% (da 117.767 nel 2007 a 86.467 nel 2011). I lavoratori con collaborazione coordinata e continuativa passano da 81.753 nel 2007 a 42.409 nel 2011, con una riduzione del 48%. Solo in piccola parte la riduzione dei dipendenti a tempo determinato è dovuta ai provvedimenti di stabilizzazione del governo Prodi, non a caso negli anni è diminuito anche il numero dei dipendenti a tempo indeterminato. La riduzione corrisponde piuttosto ai continui tagli alla pubblica amministrazione, che hanno portato al mancato rinnovo dei contratti con un'effettiva perdita di posti di lavoro.
Sul piano dei salari il costo del lavoro passa dai 157,81 miliardi di euro nel 2007 ai 163,59 nel 2011, con un incremento del 3,66%. Se si prendono in considerazione i dati dell'Aran (agenzia per la contrattazione nella pubblica amministrazione) sull'inflazione programmata ed effettiva, si scopre però che le retribuzioni pubbliche segnano una perdita di potere d'acquisto pari al 4,74%. E perfino rispetto all'inflazione programmata, si evidenzia una perdita pari al 3,34%.
Se consideriamo un valore medio del punto di inflazione pari a circa 20 euro, solo per effetto inflattivo, si può stimare una perdita lorda media di circa 95 euro al mese pro-capite, senza contare gli effetti del prelievo fiscale e il mancato recupero di produttività. Tutto ciò si inserisce nella più generale perdita del potere di acquisto dei salari, che sta producendo un allargamento delle diseguaglianze e un aumento della povertà. Così come si evince dalla riduzione dei consumi delle famiglie.


  • Il Giano bifronte del Regolamento valutazione

Per il Governo, è un grande lavoro che va chiuso prima della fine del mandato. Per una vasta platea di forze contrarie è una scelta affrettata e politicamente scorretta. Per la scuola reale è l’ennesima riforma calata dall’alto, senza coinvolgimento e senza riconoscimento

La Tecnica della Scuola, del 08/03/2013, di Annamaria Bellesia

Per il ministro Profumo il Regolamento sul Sistema nazionale di valutazione, inserito all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri dell'8 marzo per l’approvazione definitiva, è un grande lavoro che va chiuso prima della fine del mandato, un atto dovuto. In ballo ci sono il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia del servizio scolastico, l’innalzamento dei livelli di apprendimento, lo sviluppo delle competenze degli studenti. Tra gli effetti attesi, c’è lo sviluppo di una autonomia responsabile, grazie alla rendicontazione sociale e alla comparabilità dei risultati. Niente premialità, almeno per ora.
A sentire il sottosegretario Elena Ugolini, alla cui tenacia va attribuito l’approdo finale del provvedimento in CdM, è dal 2001 che si discute di valutazione: il testo attuale è frutto di una mediazione e trae spunto dal lavoro di Governi diversi. L’esistenza di un SNV, a detta del Governo, è condizione necessaria per l'accesso ai fondi strutturali europei della programmazione 2014-2020.
L’altra faccia del Regolamento è il clima di forte tensione che si è venuto a creare per la fretta di licenziare un provvedimento di tale importanza fuori tempo massimo, con un nuovo parlamento che si sta per insediare. Politicamente poco corretto. C’è chi ha parlato di “un colpo di mano” e di “un modo di procedere arrogante e autoritario”.
Il fronte dei contrari è ampio e variegato. Non “contrari a priori”, visto che l’introduzione di un SNV è considerato necessario da tutti e già implicito nella riforma dell’autonomia. Contrari ai tempi e ai modi. La solita riforma calata dall’alto, si osserva, e per giunta ad opera di un Governo “scaduto”.
La solita riforma a costo zero, passata ai raggi X dal MEF, in modo da certificare che non ci siano “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. In Europa invece, alla quale guardiamo per copiare ed importare modelli, i sistemi di valutazione costano. Nella piccola provincia autonoma di Trento, spesso citata come esempio del fare, dove già da alcuni anni è stato implementato il controllo e la valutazione dei risultati, è previsto un apposito fondo per la qualità del sistema educativo.
Altro punto debole sono le carenze strutturali della famosa struttura a tra gambe del SNV: quella dell’Invalsi è preponderante, quella dell’Indire debole, quella del corpo ispettivo pressoché inesistente.
La riforma, così come è nata, sarà vissuta passivamente dalla scuola reale, destinataria e mai partecipe delle scelte “strategiche” che la riguardano. Col rischio che l’autovalutazione diventi una burocratica esecuzione di formali protocolli predisposti dagli “esperti” e il miglioramento sia di facciata.
Non è stato recepito il suggerimento espresso dagli organi consultivi di coinvolgere le scuole per renderle “protagoniste” e non mero “oggetto” della valutazione. Incerto anche il coinvolgimento degli enti locali. Chissà se e come potrà essere valorizzato quel personale scolastico sempre più schiacciato da vecchi e nuovi adempimenti.
Ma “piuttosto che niente è meglio il piuttosto” dice un vecchio adagio, assunto dai sostenitori di questa scelta. E così il Governo tecnico potrà vantarsi di avere messo a segno una riforma epocale.


  • I quindici mesi del ministro Profumo

L'atto di indirizzo del ministro Francesco Profumo è un documento-testamento che spiega quindici mesi di governo

la Repubblica, del 08/03/2013, di Corrado Zunino

L'atto di indirizzo del ministro Francesco Profumo è un documento-testamento che spiega quindici mesi di governo della scuola (e dell'università e della ricerca) da parte di un tecnico. Un rettore di politecnico, laureato in ingegneria, prestato alla politica. E che nella politica avrebbe voluto restare.
Il ministro Profumo chiede al successore - che non sarà nessuno di quelli fin qui immaginati e che oggi non si riesce neppure a immaginare chi possa essere - dieci cose. Nell'ordine, eccole: sostegno e potenziamento delle politiche di innovazione tecnologica; sviluppo di strategie della crescita, rilancio e valorizzazione della ricerca; promozione della qualità e incremento di efficienza del sistema universitario; quindi diritto allo studio universitario; sviluppo del sistema di valutazione della performance del sistema scolastico; orientamento scolastico e professionale; monitoraggio e completamento delle riforme scolastiche e degli istituti tecnici superiori; ammodernamento del sistema scolastico; edilizia scolastica e messa in sicurezza delle scuole e, infine, riorganizzazione e ammodernamento del ministero. Chi verrà potrà comprendere il messaggio o appallottolare il foglio.
Profumo, con un atto inedito, ha dimostrato di voler garantire una continuità a un ministero, il suo, breve ma ricco di novità. Ecco, sarebbe stato davvero interessante riuscire a vedere un ministro consapevole della materia che tratta misurarsi sul tempo di una legislatura vera: cinque anni. In quindici mesi Profumo - che era partito assicurando di non voler fare rivoluzioni, ma solo oliare i meccanismi - in verità ha messo mano a un numero di cose da far girare la testa. Rischiando di far collassare l'elefante ministeriale.
Profumo passerà alla storia contemporanea dell'Istruzione per aver riavviato un istituto di democrazia nelle scelte di assunzione: il concorso di Stato per diventare insegnanti. Ha messo le mani dentro un ginepraio inestricabile, con spine acuminate e avvelenate, e ha tentato di cavarne una regola buona da subito e per il futuro. Il reclutamento nella scuola italiana è diventato nelle ultime tredici stagioni una superfetazione di graduatorie, corsi specialistici, esami post-laurea e pre-lavoro, una babele, un enorme parcheggio di precari, molti dei quali già avevano trovato lavoro altrove. Era certo che mettere mano a tredici anni di sgoverno e provare a ridare una logica (abbassando l'età media di ingresso) in questo ruolo strategico per ogni paese - la selezione del corpo docente - avrebbe comportato proteste. E proteste ci sono state. Ma il concorsone da 320 mila concorrenti è stato un successo. Tutto da ascrivere al ministro.
L'impronta tecnologica di Francesco Profumo - altra questione - si è sentita, ma poi si è potuta esprimere solo laddove consentiva un risparmio allo Stato (via la carta, via i certificati, comunicazioni scuola-famiglia solo online). I proclami di successo, per ora, si scontrano però con ritardi forti dei singoli istituti.
Un ministro sinceramente riformista e capace d'ascolto ha avuto alcuni seri problemi. Ha dovuto fare tutto senza soldi, e il suo governo, alla fine, sulla scuola ha tagliato linearmente, alla Tremonti, alla Gelmini. A fronte della dittatura dello spread su cui l'esecutivo Monti era impostato, Profumo ha dovuto cedere, arretrare, rimediare. Ha dovuto chiedere agli insegnanti di aumentare il monte ore (24) a fronte di zero euro di aumento di stipendio accettando in contropartita 15 giorni di ferie in più. Sul tema ha subito una contestazione gelminiana, per intensità e volumi, subendo una sconfitta pesante e incrinando in maniera irreparabile i suoi rapporti con un Partito democratico tutto intento a non disperdere potenziali voti (di prof, di precari, di studenti).
Ancora, Profumo ha agito come se avesse tempi lunghi davanti a sé e ha dato accelerazioni improvvise ad alcuni temi difficili senza avere copertura politica né economica: nudo per le riforme. Le sconfitte, a volte cocenti, erano una partitura già scritta. In altri casi il ministro si è impuntato su un'idea del merito scolastica, questa sì, rigida, libresca, quando invece i paesi che stanno offrendo i migliori studenti nel mondo - la Finlandia e la Corea del Sud - da tempo hanno sperimentato che sono le pari opportunità iniziali (a prescindere dal censo) a regalare, più avanti negli anni, gli studenti speciali. Ecco, la lezione della platea scolastica più ampia possibile che fa crescere tutti selezionando naturalmente, e in un secondo tempo, le inclinazioni e i talenti non è sembrata una priorità dell'ingegner Profumo.
In altri momenti - l'incapacità di cacciare presidenti clientelari dagli enti di ricerca dopo averli redarguiti - il ministro ha mostrato una debolezza caratteriale che quindici mesi di politica sul fronte non gli hanno ancora irrobustito.
Ha mostrato visione, ha indicato strade, ha sbagliato un po'. In condizioni difficili. Ora Francesco Profumo torna al Politecnico di Torino mentre la scuola, come il paese, resta in balia della solita emergenza.
http://www.repubblica.it/rubriche/la-scuola-siamo-noi/2013/03/04/news/addio_ministro-53888219


  • Il Ministero dell'Istruzione 'suggerisce' lo studio dell'Inno di Mameli. Peccato che sia già obbligatorio

Gaffe di Viale Trastevere sullo studio dell'inno di Mameli

Agenzia Dire, del 08/03/2013, di Alessandra Migliozzi

ROMA - Per la legge e' obbligatorio, per il ministero dell'Istruzione no. Gaffe di Viale Trastevere sullo studio dell'inno di Mameli, introdotto da quest'anno nei programmi di scuola per effetto della legge numero 222 del 23 novembre scorso. Il Parlamento ha detto si qualche mese fa (fatta eccezione per le rimostranze della Lega) al testo bipartisan (frutto dell'unione di due provvedimenti, uno del Pd e l'altro del Pdl) che introduce dall'anno scolastico in corso, il 2012/2013, lo studio obbligatorio fra i banchi dell'inno nazionale e dei suoi fondamenti storici. La stessa legge prevede anche che da quest'anno il 17 marzo si celebri la 'Giornata dell'Unita' nazionale, della Costituzione, dell'Inno e della Bandiera'. Ma proprio nella circolare di due giorni fa che invita le scuole a celebrare la ricorrenza il Miur scivola sull'inno. Il testo 'incriminato' e' firmato dallo stesso ministro Francesco Profumo. Facendo riferimento alla legge di novembre la circolare del ministro spiega che all'articolo 2 di quel provvedimento "si suggerisce l'insegnamento dell'Inno di Mameli e dei suoi fondamenti storici e ideali". Ma la norma dice altro. Ovvero che nelle scuole da quest'anno "e' previsto l'insegnamento dell'inno di Mameli e dei suoi fondamenti storici e ideali". Insomma, tutt'altro che un suggerimento.
LE 'MADRI' DELL'OBBLIGO - "La legge approvata a novembre dal Parlamento non suggerisce, ma rende obbligatorio lo studio dell'inno di Mameli a scuola". È il commento di Paola Frassinetti, esponente di Fratelli d'Italia ed ex parlamentare Pdl, alla circolare del ministero dell'Istruzione inviata alle scuole in cui si ricorda di festeggiare la Giornata dell'Unita' nazionale il prossimo 17 marzo. "Non c'e' nessun suggerimento, ma un obbligo- sottolinea alla DIRE Frassinetti, che della legge e' stata una delle madri insieme alla Pd Maria Coscia- e mi stupisce che un provvedimento così netto possa essere reinterpretato. Mi auguro che il ministro Profumo, che si era anche complimentato per quel testo, rettifichi e faccia chiarezza".
La legge "prevede lo studio dell'inno di Mameli a scuola, e' una indicazione perentoria". Così Maria Coscia, deputata democratica appena rieletta. "Dalle scuole - prova a spiegare Coscia che della legge di novembre e' stata una delle 'madri' insieme alla deputata Pdl Paola Frassinetti - ai tempi dell'approvazione della legge erano emerse, in nome dell'autonomia, delle perplessità sul fatto che fosse introdotto questo obbligo. Forse per questo il ministero fa questa interpretazione. In realtà l'indicazione e' perentoria. Un dato certamente e' che la circolare esce un po' tardivamente rispetto alla scadenza del 17 marzo. Per fortuna molte scuole hanno già organizzato iniziative per ricordare la Giornata dell'Unita' nazionale".


  • “Scarsi in matematica? Colpa della volgarità”

l'Unità, del 07/03/2013,  di Benedetto Vertecchi

L’ultimo bollettino di Caporetto per la scuola italiana è costituito dal rapporto sui livelli di apprendimento nella matematica pubblicato dall’Associazione Iea (International Association for the Evaluation of Educational Achievement). Ancora una volta, la comparazione dei risultati ci vede relegati in una posizione tutt’altro che esaltante. E, ancora una volta, i commenti non sono andati oltre le consuete lamentazioni che, in un modo o nell’altro, tendono a far passare in secondo piano le ragioni degli insuccessi che, una rilevazione dopo l’altra, si continuano ad accumulare. Anche in questo caso, si sono sentiti i soliti richiami alla necessità di migliorare la formazione professionale degli insegnanti e di individuare soluzioni più efficaci per la didattica. Mi sembra di aver sentito affermazioni analoghe già una quarantina d’anni fa, quando incominciavano a diffondersi i dati delle rilevazioni comparative tra i sistemi scolastici.
In questi decenni, i risultati italiani hanno continuato a peggiorare, ma i buoni propositi di volta in volta enunciati sono rimasti tali. La formazione professionale degli insegnanti costituisce ancora un nodo irrisolto, così come non ci sono stati progressi di qualche rilievo nell’organizzazione della ricerca didattica. Il fatto è che, in ogni caso, interventi nelle due direzioni indicate, che pure sarebbero auspicabili, non basterebbero a rovesciare la dinamica negativa che sia l’Associazione Iea, sia l’altra grande centrale della ricerca comparativa, l’Ocse, non cessano di segnalare. Le indagini comparative non servono, infatti, a stilare una graduatoria dal migliore al peggiore, ma a rendere evidenti i contesti che si associano a livelli di rendimento più o meno soddisfacenti.
Per quel che riguarda l’apprendimento della matematica, si dovrebbe incominciare con l’osservare che la crisi non riguarda solo l’Italia, anche se nel nostro Paese ha assunto dimensioni particolarmente preoccupanti. Si direbbe che un settore della conoscenza cui si deve molto dello sviluppo del pensiero europeo e del progresso scientifico e tecnologico abbia esaurito la sua spinta propulsiva, almeno a livello della cultura diffusa. Gli stili di vita prevalenti nei Paesi industrializzati riducono progressivamente l’uso delle competenze di base nelle pratiche quotidiane. Si legge e si scrive di meno, e c’è sempre minor bisogno di calcolare.
Se in Italia la situazione si presenta più grave che altrove, occorre ricercare quali siano gli aspetti non solo dell’educazione formale (quella scolastica), ma anche di quella informale (mi riferisco all’educazione che implicitamente si acquisisce nei contesti di esperienza) che concorrono a determinare atteggiamenti negativi nei confronti dell’apprendimento della matematica. La mia opinione, per quanto possa sembrare paradossale, è che il livello deludente dei risultati che si riferiscono alla matematica debba essere riferito non tanto alle difficoltà specifiche che presenta tale area della conoscenza, quanto ad una progressiva caduta della cultura diffusa nella popolazione, a cominciare dalla qualità delle competenze verbali. Credo che chiunque abbia qualche consuetudine con i comportamenti dei bambini e dei ragazzi (ma il fenomeno si va rapidamente estendendo alle età successive) non possa non aver notato una progressiva attenuazione della capacità di argomentare in modo proprio, corretto dal punto di vista grammaticale e adeguato da quello sintattico, di un registro appropriato agli argomenti sui quali ci si sta soffermando. L’uso sociale della lingua non contribuisce a sostenere il compito di apprendimento: i mezzi di comunicazione, e soprattutto la televisione, diffondono messaggi sempre più poveri di pensiero, il cui intento non è quello di stimolare la comprensione, ma di attrarre l’affettività. La volgarità dell’espressione verbale è stata, come si usa dire «sdoganata»: in altre parole, si ricorre a espressioni allusive e spesso scurrili per sollecitare una adesione istintiva, che non comporta una riflessione specifica. I bambini e i ragazzi sono immersi in un universo comunicativo rispetto al quale i messaggi dell’apprendimento formale appaiono lontanissimi ed estranei.
È del tutto improbabile che il quadro negativo che le rilevazioni internazionali pongono in evidenza possa essere modificato solo con rettifiche nel modo di operare delle scuole. Occorre, invece, definire un programma educativo di ampio respiro, che tenda a conferire una nuova qualificazione alla cultura della popolazione e ridefinisca il ruolo della scuola nello sviluppo di bambini e ragazzi. Per cominciare, c’è bisogno di definire una politica che valorizzi il patrimonio immateriale e le testimonianze storiche della tradizione italiana ed europea, e che sia aperta, in chiave di incremento e non di riduzione, agli apporti di altre culture. Essenziale in questa prospettiva è un forte incremento della presenza della scuola nell’organizzazione della vita di bambini e ragazzi: si tenga conto che i risultati migliori sono quelli che si ottengono nei sistemi scolastici che operano su tempi distesi e impegnano una parte più consistente del tempo degli allievi.
L’importanza di qualificare la cultura diffusa è più evidente se ci si riferisce all’apprendimento della matematica, ma non è inferiore se prendiamo in considerazione altri campi della conoscenza: la povertà del linguaggio parlato, e peggio che mai di quello scritto, costituisce un segnale predittivo dei risultati scadenti che si conseguono nella scuola.
Sarebbe utile orientare il maggior impegno nella valutazione istituzionale del sistema educativo all’analisi dei problemi posti in evidenza dagli insuccessi nelle rilevazioni comparative. Continuare a prendere atto delle differenze fra le aree geografiche o fra città e campagna è utile solo se si persegue l’intento di assicurare l’equità delle opportunità educative.


  • Profumo vuole un nuovo concorso

Domani il Consiglio dei ministri in limine mortis dovrebbe approvare il regolamento che introduce il nuovo sistema di valutazione nazionale delle scuole italiane.

il manifesto del 07/03/2013

Ro.Ci.

Domani il Consiglio dei ministri in limine mortis dovrebbe approvare il regolamento che introduce il nuovo sistema di valutazione nazionale delle scuole italiane. Il decreto fortemente voluto dal ministro dell'Istruzione Francesco Profumo, che continua a credere di avere una vita politica oltre la fine della legislatura appena trascorsa. Rivoluzionerà la vita di 9 mila istituti, 1 milione di dipendenti e 7 milioni studenti. Profumo ha anche comunicato di avere avviato le procedure per un nuovo concorso a cattedre nella scuola. E prega il prossimo governo di continuare le pratiche, proprio nel giorno in cui la direzione nazionale del Pd ha assicurato di volere procedere con la stabilizzazione dei precari iscritti nelle graduatorie ad esaurimento. Per Francesca Puglisi, responsabile scuola del partito di Bersani, «Profumo si arroga un compito che non gli compete». Rincara la dose Mimmo Pantaleo (Flc-Cgil): «È arrogante e autoritario, qualcuno lo fermi, Cgil è pronta a tornare in piazza». E Marcello Pacifico dell'Anief: «È il preludio all'assegnazione delle risorse solo alle scuole migliori. Ma questi signori lo sanno cosa significa insegnare nel quartiere Zen di Palermo o in quelli Spagnoli di Napoli. E lo sanno che in questi giorni l'Istat ha collocato  lo stipendio attuale di un dipendente pubblico in servizio a quello di 24 anni fa?».


  • Crollo degli iscritti nelle università italiane

I dati diffusi dal Cineca: solo 267.076 nuove immatricolazioni, settantamila in meno di dieci anni fa. L'ultima volta che gli iscritti hanno toccato questo livello era il 1988. Tengono le facoltà scientifiche, dimezzato l'afflusso a quelle sociali. E gli atenei italiani toccano il fondo nelle classifiche mondiali

la Repubblica, del 07/03/2013

ANCORA giù le immatricolazioni all'università e gli atenei italiani precipitano in basso nelle classifiche internazionali. I dati relativi all'anno accademico in corso, forniti dal Cineca - il consorzio interunivesitario che gestisce l'anagrafe degli studenti universitari italiani - confermano il grido d'allarme lanciato qualche settimana fa dal Consiglio universitario nazionale (Cun) e se possibile lo aggravano ancora. In appena tre anni, si sono persi 30.000 nuovi iscritti negli atenei italiani e in meno di 10 anni, nove per la precisione, addirittura più di 70.000.
Era da 25 anni che in Italia non si registrava un numero di matricole così basso: nel 1988/1989 gli immatricolati erano 276.249. Quest'anno appena 267.076.
Il calo maggiore lo hanno subito i corsi triennali, che in meno di un decennio hanno perso quasi un terzo degli iscritti: 92.749 iscritti per l'esattezza. Nell'anno in corso se ne registrano 226.283, oltre 8.000 in meno rispetto a 12 mesi fa. Nello stesso periodo il numero dei diplomati è addirittura cresciuto di oltre 11.000 unità. Perché in Italia sempre meno giovani si iscrivono all'università? La recente crisi economica e occupazionale ha probabilmente fatto la sua parte: ormai tutti, laureati compresi, trovano difficoltà a centrare il primo impiego. Perché laurearsi?
Ma con tutta probabilità, l'interruzione degli studi dopo il diploma dipende anche dai costi sempre più alti che le famiglie sono costrette a sostenere, prima per la preparazione
alla lotteria dei test di ammissione - ormai diffusi nella maggior parte degli atenei - e una volta ammessi, per le tasse di iscrizione, i trasporti e il vitto e l'alloggio per i fuorisede. Spese che evidentemente scoraggiano famiglie e giovani.
Una situazione che rischia di fare precipitare l'Italia ancora più in basso nella classifica degli iscritti all'università. Attualmente, il nostro paese è al quart'ultimo posto in Europa, con 3.302 iscritti all'università per 100.000 abitanti. Un valore che, se allarghiamo lo sguardo, ci colloca dietro l'Egitto, la Thailandia e il Paraguay.
Un trend che rischia di farci precipitare all'ultimo posto anche nella classifica europea dei giovani laureati. Nel 2011 l'Italia - col 21% di laureati tra 25 e 34 anni - occupava il poco lusinghiero penultimo posto, precedendo solo la Turchia. La Romania è al 24% e la Norvegia ci surclassa: 46,1%. Le aree disciplinari che hanno subito la maggiore contrazione sono quella sociale - ovvero Scienze sociali, Scienze economiche, Scienze della comunicazione, Sociologia - che in meno di un decennio è passata da 135.000 immatricolati triennali ad appena 72.000: meno 46%.
Perdono un terzo degli immatricolati triennali i corsi dell'area umanistica - come Lingue, Lettere, Filosofia - e lasciano sul campo più di un quarto (il 27%) degli immatricolati i corsi dell'area sanitaria - Medicina, Odontoiatria, Veterinaria e Professioni sanitarie. Tengono i corsi dell'area scientifica - Ingegneria, Matematica, Chimica, Fisica, Statistica, tanto per citarne alcune - che perdono appena il 3% di new entry. Le cose cambiano poco se si prende in considerazione il totale degli immatricolati nei corsi triennali e a ciclo unico, che si assottigliano del 21%. E anche in questo caso le defezioni maggiori si registrano nei corsi dell'area sociale: meno 29%.
Intanto, nella classifica 2012/2013 redatta dal The (il settimanale Times higher education), resa nota pochi giorni fa, le poche università italiane presenti nelle prime 400 d'Europa scendono verso il fondo della classifica. Nel ranking relativo al 2011/2012, gli atenei di Bologna, Milano e Milano Bicocca figuravano tra il 226° e il 250° posto. Nessun ateneo italiano si piazzava tra i primi 200 posti. Quest'anno, le prime tre università italiane (Milano, Milano Bicocca e Trieste) si ritrovano tra il 251° e il 275° posto. Gli atenei di Bologna, Trento e Torino figurano tra il 271° e il 300° posto.
Al primo posto si piazza Harvard e, in Europa, Oxford. Limitandosi alle sole università europee, tra le prime 250 posizioni c'è almeno una università di tutti i paesi dell'ex Europa occidentale, tranne appunto Grecia, Italia e Portogallo. Tra le prime 200 d'Europa figurano ben 7 atenei francesi, 11 tedeschi e 31 del Regni Unito. E anche atenei austriaci, finlandesi e danesi e irlandesi. Ma nessun italiano.


  • L'Ocse all'Italia: accelerare e investire più risorse su scuola digitale

L'Ocse, pur apprezzando la volontà dell'amministrazione di incrementare l'uso delle tecnologie e di internet nelle scuole italiane, sprona il Belpaese a fare di più

Il Sole 24 Ore del 07/03/2013, di Claudio Tucci

L'Italia deve accelerare e investire più risorse per diffondere le tecnologie digitali a scuola. Altrimenti, di questo passo, «sarebbero necessari altri 15 anni» per raggiungere, ad esempio, la Gran Bretagna «dove l'80% della classi può contare su strumenti didattici informatici e digitali».
Lo scrive l'Ocse nel rapporto «Review of the Italian Strategy for Digital Schools», presentato oggi al ministero dell'Istruzione, dal ministro Francesco Profumo e dal capo dipartimento, Giovanni Biondi.
Servono più fondi
L'Ocse, pur apprezzando la volontà dell'amministrazione di incrementare l'uso delle tecnologie e di internet nelle scuole italiane, sprona il Belpaese a fare di più. Sotto osservazione (su richiesta dello stesso ministro Profumo) è stato il «Piano nazionale scuola digitale», nato nel 2007/2008 e implementato di anno in anno con un budget limitato, circa 30 milioni di euro l'anno (vale dire quasi 5 euro per studente).
I suggerimenti dell'Ocse
Come rimediare? Intanto - suggerisce l'Ocse - si ricorra a finanziamenti integrativi, da parte di Regioni, Fondazioni e scuole e poi si apra ad altre tecnologie meno costose e scelte dalle scuole (kit composto da computer di classe, visualizzatore e proiettore). Sarebbe di aiuto, inoltre, lo sviluppo di una piattaforma virtuale di scambio delle risorse digitali per insegnanti, la possibilità per le scuole di organizzare la formazione dei docenti in modo flessibile, l'istituzione di premi per gli insegnanti e fiere dedicate all'innovazione nonché la definizione di obiettivi e criteri di valutazione dei risultati. Sul fronte dei cambiamenti si raccomanda di concentrare le risorse su Scuola 2.0 e interrompere l'iniziativa Classe 2.0, pensando anche al varo di reti scolastiche 2.0. Impulso andrebbe, inoltre, dato all'editoria digitale scolastica.
La situazione attuale
Secondo gli ultimi dati, aggiornati al 31 agosto 20122, su una rilevazione dell'85% delle scuole di ogni ordine e grado, ha aggiunto Giovanni Biondi, i computer presenti nelle scuole sono: 169.130 nella primaria (1 pc ogni 15 studenti); 150.385 nella secondaria di primo grado (1 pc per ogni 11 studenti); 334.079 nelle superiori (1 pc per ogni 8 studenti). I dispositivi portatili (pc/tablet) in uso individuale agli studenti sono 13.650. Le Lim attualmente installate sono 69.813, per una copertura del 21,6% delle aule scolastiche. Le aule connesse in rete sono circa il 54%, mentre l'82% circa delle scuole possiede una connessione internet. Inoltre, sono attive 416 Cl@ssi 2.0 e 14 Scuole 2.0. E dal prossimo anno scolastico saranno installate nelle scuole altre 4.200 Lim (lavagne interattive multimediali), attivate altre 2.600 Classi 2.0, 16 Scuole 2.0 e istituiti Centri scolastici digitali in 6 regioni.
Complessivamente, dunque, lo sviluppo del Piano Nazionale Scuola Digitale consentirà di avere nelle scuole 74.013 Lim, passando dal 21,6% al 23% delle aule coperte da questo nuovo strumento didattico. Allo stesso modo il totale delle Cl@ssi 2.0 salirà a 3mila e quello delle Scuole 2.0 a 30.
A margine della presentazione dello studio dell'Ocse il ministro Profumo ha chiesto al nuovo governo e al nuovo parlamento di investire nella scuola, e non bloccare il nuovo concorso a cattedra - relativo al triennio 2015-2017 - che, nelle intenzioni del Miur, dovrebbe essere bandito in primavera. Il ministro ha detto poi «No» all'ipotesi di un nuovo blocco degli scatti d'anzianità del personale per il 2013: «La scuola ha già dato», mentre sul regolamento sulla valutazione che venerdì arriverà in Cdm ha evidenziato come sia un provvedimento «da chiudere».


  • Università, gli atenei italiani fuori dai 100 più prestigiosi. Vince Harvard

A dirlo è la classifica sulla reputazione delle università mondiali realizzata dal magazine Times Higher education (The)

Agenzia Dire, del 06/03/2013, di Alessandra Migliozzi

ROMA - Atenei italiani fuori dai 100 brand universitari più apprezzati al mondo, dal top delle realtà accademiche più prestigiose. A dirlo è la classifica sulla reputazione delle università mondiali realizzata dal magazine Times Higher education (The), che si affianca a quella annuale che valuta la qualità complessiva di queste istituzioni. In entrambi i casi il nostro paese se la cava male: l'Italia non ha nemmeno un ateneo fra i 200 migliori al mondo messi in graduatoria da The a ottobre in base alla qualità di didattica e ricerca e non ne ha nemmeno uno fra i 100 più prestigiosi. Ci batte persino la Turchia. Il nostro brand universitario, insomma, non si esporta bene. E lo confermano i dati (bassissimi) degli studenti stranieri che si iscrivono ai nostri corsi.
In testa alla classifica c'è Harvard, come lo scorso anno. Confermati anche il secondo (Massachusetts Institute of Technology) e terzo posto (University of Cambridge). Al quarto posto Oxford scalza Stanford. Il mondo anglosassone spadroneggia. Gli Stati Uniti hanno 43 presenze nella classifica, ma sono in calo: erano 44 l'anno scorso e 45 due anni fa. Il Regno Unito ha 9 presenze nella top 100 (erano 12 nel 2011) di cui 7 nella top 50. Russia e Germania, fanno notare da The, "guadagnano nuove posizioni nella top 100" delle università più famose. A livello europeo la prima istituzione che appare nella classifica, al 20mo posto, è lo Swiss federal Institute of Techonology. Niente posizionamenti alti per Francia e Paesi Bassi. La prima ha 4 atenei nella top 100, ma tutti oltre le prime 50 posizioni. Scala posti (dal 91 al 51) l'ateneo turco Middle East Techincal University. La classifica viene stilata attraverso il supporto di 16mila esperti sparsi nel mondo che forniscono le loro opinioni.


  • Una ferita da risanare subito

L’area di diecimila metri distrutta dal rogo non è un semplice museo che si affaccia sul golfo.

La Stampa, del  06/03/2013, di Marco Rossi-Doria

La Città della Scienza di Napoli è un simbolo. E’ nata nel 1996 nell’area della grande dismissione dell’Ilva di Bagnoli. Nel luogo simbolo della Napoli produttiva e operaia, che era stata lasciata solenne e vuota, mai più dedicata a una prospettiva di sviluppo, come invece è stato per le aree industriali dismesse di Torino. La dolorosa Dismissione narrata da Ermanno Rea. Così, la vastissima area ricordava alla città una perdita operosa e cosciente – gli operai delle fonderie poi degli altoforni e dei laminatoi – che avevano donato per decenni l’ossatura di una vera presenza democratica e lasciavano un gigantesco vuoto.
Ebbene, è proprio in questa area dolente che la nascita della Città della Scienza – unica porzione attuata di un piano regolatore disatteso per colpevole inconsistenza dei ceti politici - aveva ritrovato un significato vero, che restituiva un senso di vita alla città. Perché la progressiva costruzione, con meticolosa cura scientifica, della Città della Scienza - negli edifici stessi degli impianti industriali riattati - ci diceva che ogni cosa è possibile, può riprendere vita, andare avanti. E’ così che il simbolo di una mancanza è diventato di nuovo un luogo vivo. E un luogo per apprendere. 350 mila visitatori all’anno, per il 65 per cento bambini e ragazzi delle scuole di ogni quartiere della città, delle città dell’entroterra e del Lazio e della Puglia e di tutta Italia. Il luogo per eccellenza dove, nel Mezzogiorno, con i nuovi media e con i laboratori, si impara a capire il mondo, le trasformazioni attuali e future, le leggi della chimica e della fisica, il cielo stellato e i suoi moti, le grandi questioni dell’ecologia e i sensi complessi della nostra biosfera… Finalmente un passaggio di consegna tra generazioni, che parte dalla storia, ben documentata, di un posto dove si produceva il ferro la ghisa e l’acciaio e arriva a mostrare come funzionano le cose e cosa può fare l’uomo per garantire tutela del pianeta e, insieme, innovazione, sviluppo.
La ferita di questo incendio è, dunque, radicale, intollerabile. E noi napoletani, mentre ci interroghiamo su quale probabile dolo lo abbia causato, dobbiamo chiederci come reagire. Perché dobbiamo presto restituire il lavoro didattico alle quasi duemila classi all’anno che dalle scuole andavano ad imparare insieme a centinaia di insegnanti competenti lì proprio lì dove l’incendio ha distrutto tutto. Quanti di noi insegnanti hanno fatto capire le cose lì anche a ragazzi distratti, con «poche basi», i quali, nelle ore passate nella Città della Scienza ogni volta hanno potuto ritrovare curiosità, dubbio, domanda, motivazione.
Non c’è che una cosa da fare: la Città della Scienza deve rinascere presto e migliore di prima. Il compito non sarà facile. Ma come diceva Giovan Battista Vico, il grande filosofo europeo della città: «Sono traversie ma sono anche opportunità». In queste ore centinaia di scuole fanno le prime raccolte di denaro, le associazioni degli studenti si attivano, i Ministri dell’Istruzione e della Coesione territoriale si sono subito sentiti con il Presidente della regione e con il sindaco. E si stanno cercando fondi sui capitoli di bilancio. In un’Italia e in una città affaticate è davvero tempo di darsi da fare - insieme ai nostri ragazzi - di riprendere la marcia, di riparare i danni e pensare a come possono rinascere le città, gli apprendimenti, le speranze.


  • Effetto Grillo a viale Trastevere

Vista l'incertezza politica, oggi il sì finale del governo al decreto sulla valutazione

ItaliaOggi del  05/03/2013, di Alessandra Ricciardi

Contrordine. Nessun dossier va lasciato in sospeso. Vista l'incertezza politica determinata dalle elezioni, con il boom del Movimento5Stelle di Beppe Grillo che ha fatto saltare gli equilibri preelettorali, basati sulla vittoria del centrosinistra, a viale Trastevere il ministro Francesco Profumo ha dato disposizioni per chiudere tutte le partite ancora aperte.
E così oggi il consiglio dei ministri, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, darà il via libera al decreto sul «sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione». Si tratta del sì finale, che porta a regime la sperimentazione già in corso nelle scuole, e su cui invece Pier Luigi Bersani aveva chiesto di soprassedere, perché su un tema così importante la decisione non fosse assunta da un governo tecnico e per giunta a fine mandato. Nel giro di una decina di giorni, il ministro dovrebbe ufficializzare anche il pacchetto di nomine per la presidenza e i cda di Indire e Invalsi, gli istituti che, insieme al corpo degli ispettori, hanno un ruolo strumentale rispetto alla valutazione. Verso la chiusura è dato anche il decreto sui Tfa speciali, i tirocini abilitativi riservati ai docenti precari, che ha ricevuto, al pari della valutazione, il via libera delle commissioni parlamentari.
Il provvedimento sul sistema di valutazione accantona definitivamente l'ipotesi di brunettiana memoria di utilizzare le rilevazioni sui rendimenti degli studenti per dare premi ai docenti più bravi. Essenzialmente il regolamento consentirà di valutare l'efficacia dell'azione didattica, i punti deboli e le azioni possibili di miglioramento. Il decreto parte dall'autovalutazione delle istituzioni scolastiche del servizio offerto, in base a dati resi disponibili dal sistema informativo del ministero, alle rilevazioni sugli apprendimenti e alle elaborazioni sul valore aggiunto restituite dall'Invalsi. Alla valutazione interna si accompagnerà una valutazione esterna da parte dello stesso Invalsi che individuerà le scuole da «sottoporre a verifica», in base a controlli di un ispettore e due esperti. L'obiettivo è definire con le scuole azioni di miglioramento, con il supporto dell'Indire ed eventualmente anche di università, enti di ricerca, associazioni professionali e culturali. Ogni scuola dovrà fare la rendicontazione sociale del lavoro svolto e dei risultati raggiunti. I piani di miglioramento, correlati dagli obiettivi centrati, vanno sempre comunicati al direttore scolastico regionale, che «ne tiene conto ai fini della individuazione degli obiettivi da assegnare al dirigente scolastico in sede di conferimento del successivo incarico e della valutazione» per la retribuzione di risultato. Che dunque non potrà più essere distribuita a pioggia, come invece accaduto finora.


  • Cervelli in fuga, il flop dell’operazione rientro “Illusi dall’Italia: dovremo emigrare di nuovo”

Bandi a rilento e incertezza sui fondi, l’allarme dei ricercatori tornati a casa

la Repubblica del 05/03/2013

L’iniziativa fu intitolata a Rita Levi Montalcini per festeggiare i suoi cento anni, nel 2009. Quattro anni e 6 milioni di euro più tardi, il bilancio del Programma per giovani ricercatori, anche detto “Rientro dei cervelli”, ha al suo attivo appena 29 scienziati tornati in Italia. Solo il bando del primo anno ha concluso il suo iter. Gli altri sono ancora in fase di digestione. Lasciati nella pancia buia del ministero dell’Università. Per i vincitori della prima edizione, intanto, si avvicina la scadenza del contratto. E loro non sanno ancora se il loro futuro sarà di nuovo all’estero. Il bando del 2010 invece è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio 2012. La commissione di valutazione è stata nominata il 10 settembre dell’anno scorso, il 17 dicembre si è insediata e il 21 febbraio di quest’anno ha fatto sapere che “concluderà i suoi lavori entro sei mesi dall’insediamento, salvo eventuali ritardi”. Il bando del 2011 non è mai uscito. Quello del 2012 è scaduto domenica scorsa, con il concorso di due anni prima ancora aperto e i candidati informalmente invitati a ripetere la domanda, a ogni buon conto.
I giovani scienziati disposti a tornare nel loro complicato paese hanno iniziato a fiutare l’aria. Dalle 363 domande per 31 posti presentate nel 2009 si è passati a 81 domande per 24 posti nel 2010. Nel frattempo i finanziamenti stanziati dal Ministero per l’università e la ricerca sono scesi da sei a cinque milioni. E gli anni di contratto da ricercatore universitario offerti ai giovani si sono dimezzati: da sei a tre. L’entrata in vigore della riforma Gelmini dell’università nel 2010 vieta infatti che i contratti triennali della categoria prevista dal Programma Montalcini siano rinnovabili.
I vincitori del bando del 2009 (scelti e nominati il 10 novembre 2010) stanno tranquillamente insegnando e facendo ricerca in varie università italiane con uno stipendio di 40mila euro lordi l’anno. Sono filosofi, chimici, biologi, medici, giuristi, geologi, archeologi, linguisti, storici, fisici, antropologi, matematici. Provengono da New York, Londra, Baltimora, Oxford, Berlino, Chicago, Zurigo, Cambridge, Montreal. Il bando prevede che “il loro contratto abbia durata triennale e possa essere rinnovato per una durata complessiva di sei anni”. Ma “possa” non vuol dire “debba”. E lo scorso ottobre 23 dei cervelli rientrati hanno pubblicato sul loro sito una lettera di protesta, indirizzata al Ministero che li lasciava nell’incertezza. «Qual è il senso — chiedevano — del programma per il rientro dei cervelli? Un contratto proiettato in un cul de sac accademico? Una fellowship di tre anni per giovani ricercatori qualificati che però non saranno più così giovani allo scadere del contratto triennale da potersi rimettere in gioco sul mercato internazionale?».
Per disinnescare l’ipotesi cul de sac il Ministero ha incontrato due volte i rappresentanti dei “cervelli rientrati”. «La maggior parte dei loro contratti — spiega Daniele Livon, che al Ministero è direttore generale del settore università — scade nel 2014. Quindi possiamo inserire i soldi per il loro rinnovo nel Fondo per il finanziamento ordinario alle università del 2013. Ne abbiamo parlato con il ministro Francesco Profumo, che si è detto d’accordo ».
Senza risposte da piazzale Kennedy sono invece rimasti i candidati del bando 2010. A un ragazzo che chiedeva informazioni un anno dopo aver presentato domanda, il Ministero ha risposto che presto risponderà: “Si informa — è il testo della mail ricevuta dal ricercatore — che il Comitato nel più breve tempo possibile procederà ad informare i candidati con un avviso nel quale sarà presente lo stato dei lavori dello stesso”.


  • Licei musicali condannati alla chiusura

Gli enti locali non coprono le spese. «Intervenga lo Stato»

Il Messaggero  del 05/03/2013, di Alessia Campione
ROMA Sono ventuno, ci lavorano ottocento insegnanti, ci studiano oltre settemila ragazzi. Gli istituti superiori di studi musicali sono gli ultimi condannati dalla penuria di risorse nel mondo della scuola. Ex scuole pareggiate che sono diventate formalmente pubbliche ma che restano senza soldi. Sono state equiparate ai Conservatori con la legge di riforma del settore artistico-musicale del 1999. E, anche geograficamente, sono andati a “coprire” città e capoluoghi lontani dai conservatori. Ora sono ad un passo dalla chiusura. Gli enti locali protestano, e avvertono di non farcela più se non interviene lo Stato. Solo quest’anno gli istituti musicali pesano sulle casse dei Comuni e Province per 42 milioni.
21 Gli istituti superiori di studi musicali che rischiano di sparire. Troppi per i loro bilanci. E la chiusura sembra l’unica soluzione possibile. Il che vuol dire che gli alunni saranno costretti a completare gli studi in un conservatorio, magari affrontando ogni giorno anche 200 chilometri di distanza per poter seguire le lezioni. Ma, soprattutto, va a impoverirsi un’offerta formativa che, per la musica, è legata alla cultura italiana. Facendo chiudere i battenti a scuole che hanno un secolo di storia sulle spalle.
«Un patrimonio culturale e un prestigio nazionale che rischiamo di perdere – avverte Maria Cleofe Filippi, per conto dell’Anci, l’Associazione dei Comuni -. La situazione è drammatica, i costi gravano per la quasi totalità sui Comuni e le Province». Il passaggio a scuola pubblica è avvenuto sulla carta. «Un passaggio riconosciuto legalmente, ma non finanziariamente. Siamo nel guado di una situazione irrisolta. Che almeno lo Stato paghi gli stipendi agli insegnanti», chiede Dario Miozzi, docente di storia della musica all’istituto di Catania, il più grande d’Italia: 800 alunni, novanta docenti. Che spiega: «Qui a Catania la situazione è critica. Ma altri istituti rischiano l’immediata chiusura come ad esempio Ancona, Pavia e Taranto». In un comunicato diffuso dalla Flc Cgil e sottoscritto anche dalla Cisl e Uil scuola, si denuncia che «la pesante congiuntura economica, che i consistenti tagli e i vincoli imposti ai bilanci degli enti locali, stanno mettendo in serio pericolo lo svolgimento delle normali attività di questi istituti». Con una dead-line che i sindacati individuano, per molte di queste scuole, in una data drammaticamente vicina: il 31 ottobre prossimo.


  • Napoli, Città della scienza distrutta da un incendio: area sequestrata

Il rogo si è sviluppato ieri sera dal lato del mare: sei padiglioni del museo tecnologico divorati dal fuoco.

Il Mattino del 05 marzo 2013

NAPOLI

La Procura della Repubblica di Napoli ha posto sotto sequestro l'area della «Città della scienza» del capoluogo campano, distrutta da un incendio divampato ieri sera. La Polizia ha avviato indagini per accertare le cause del rogo che ha interessato il museo interattivo considerato tra i gioielli culturali di Napoli, oltre che uno dei suoi maggiori fattori di attrazione turistica, con una media di 350mila visitatori l'anno.
L'incendio non ha causato feriti; all'interno della struttura non c'erano persone dal momento che il lunedì è giorno di chiusura settimanale. I danni invece sono ingentissimi: restano solo i muri perimetrali mentre l'interno dei padiglioni è devastato. Il fronte del fuoco si è esteso per oltre un centinaio di metri ed è stato spento da decine di vigili del fuoco dopo ore di lavoro. Solo un edificio è stato risparmiato dalle fiamme. I vigili al momento non formulano ipotesi anche se la pista del dolo prende sempre più corpo.
Sopralluogo degli investigatori. Un sopralluogo degli inquirenti è in corso all'interno dell'area della Città della Scienza. Vi partecipano polizia, vigili del fuoco e il magistrato. L'area è stata posta sotto sequestro mentre gli uomini della Scientifica stanno effettuando ulteriori rilievi. Ancora non ci sono indicazioni chiare sulle cause del rogo che ha interessato un fronte di 12 mila metri quadrati e distrutto quattro padiglioni della struttura. L'incendio è stato completamente domato. I vigili del fuoco stanno ultimando lo spegnimento di alcuni focolai.


  • Scuola, i precari vincono il ricorso. Scatta il licenziamento per 20 neoassunti

La decisione del MIUR: dovranno lasciare il posto per consentire la stabilizzazione dei precari disposta dal giudice del Lavoro. La Cgil sul piede di guerra

da BARI TODAY del 04/03/2013

A Bari e provincia sono all'incirca 20: bidelli, tecnici, docenti e personale amministrativo, assunti quest'anno a tempo indeterminato dopo il regolare scorrimento della graduatoria, e che si trovano in questi giorni a ricevere una lettera di licenziamento da parte dell'Ufficio scolastico regionale e provinciale. Il MIUR, infatti, ha deciso che dovranno lasciare il posto appena ottenuto per permettere la stabilizzazione dei precari che nel frattempo hanno vinto il ricorso contro il Ministero dinanzi al Tribunale del Lavoro.
Un vero e proprio pasticcio burocratico denunciato dalla Cgil, in cui, sottolinea il sindacato, ad essere penalizzati sono solo i lavoratori: "Il MIUR - scrive in una nota il segretario generale FLC CGIL Claudio Menga - ritiene che il riconoscimento del diritto alla stabilizzazione per un lavoratore non può avvenire se non a discapito di altri lavoratori. Il tentativo, evidente anche in questo caso, è di mettere gli uni contro gli altri, di dividere i lavoratori e di impedire che insieme possano rivendicare e ottenere la stabilizzazione di tutti coloro che ne abbiano diritto per merito o per sentenza passata in giudicato del Giudice del lavoro".
E di fronte alla decisione del Ministero, il sindacato annuncia iniziative di protesta e controffensive legali. "Contro questa inaudita condotta, preannunciata da una circolare interna - spiega ancora Menga - la FLC CGIL di Puglia e Bari hanno inviato, già 15 giorni fa, agli uffici periferici dell'Amministrazione scolastica una lettera di diffida con la quale si invitano USR e USP a desistere da questo comportamento, minacciando di aprire un nuovo contenzioso a tutela dei lavoratori licenziati che non hanno alcuna colpa che legittimi la revoca del contratto".
Ai licenziamenti si aggiunge anche il fatto che, per rispettare le sentenze definitive, l'Amministrazione sta comunicando ad altre decine di lavoratori già in ruolo lo slittamento della decorrenza giuridica della propria nomina, con conseguenti disagi e danni anche economici per i dipendenti. Proprio per questo in questi giorni gli uffici del sindacato sul territorio osserveranno degli orari di apertura prolungati(martedì, mercoledì e giovedì pomeriggio presso la sede di Japigia), per offrire assistenza a tutti i lavoratori che si trovano in qualche modo penalizzati dalla decisione del Ministero e organizzare un'azione legale.


  • “Scuola ridotta di un anno, al diploma in anticipo”

Il ministro Profumo firma l’ultima circolare: sarà questa la priorità del prossimo governo

la Repubblica del  04/03/2013

SALVO INTRAVAIA

ROMA— Tra le priorità del prossimo governo dovrà esserci la riduzione di un anno della durata del percorso scolastico. È questo l’auspicio che il ministro Francesco Profumo ha scritto nell’atto di indirizzo sulle priorità politiche per il 2013 del ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca. «Occorre superare - scrive Profumo —-la maggiore durata del corso di studi procedendo alla riduzione di un anno, in connessione anche alla destinazione delle maggiori risorse disponibili per il miglioramento della qualità e della quantità dell’offerta formativa, ampliando anche i servizi di istruzione e formazione ». Il tutto per «adeguare la durata dei percorsi di istruzione agli standard europei». Nei mesi scorsi Profumo avrebbe anche messo in piedi una commissione con l’incarico di studiare le ipotesi di riduzione del percorso scolastico. Da 13 a 12 anni. Ma il ministero non ha mai confermato l’indiscrezione.
Alla fine degli anni Novanta fu Berlinguer a tentare la strada dell’accorciamento - compattando in un unico ciclo scuola elementare e media, con una durata di sei anni, e ampliando la scuola secondaria ad altri sei, suddivisi in due trienni -ma poi, travolto dalle contestazioni, non fece in tempo a vedere realizzato il suo progetto perché il secondo governo D’Alma cadde e arrivò Giuliano Amato, con un esecutivo tecnico.
«Mettere mano alla riforma degli ordinamenti è semplicemente assurdo», sbotta a proposito della proposta di Profumo, Francesco Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola. «La scuola non ha bisogno di ulteriori interventi strutturali perché non ha ancora assorbito le riforme recenti. E poi chiediamo: meglio arrivare prima o arrivare più preparati? Non mettiamoci a scimmiottare quello che avviene in Europa senza sapere dove tagliare. Creiamo piuttosto le migliori condizioni di vivibilità nelle scuole per lavorare al meglio».
In Europa, il percorso scolastico dura da 12 a 13 anni. In Francia e Inghilterra i ragazzi concludono il loro percorso all’età di 18 anni, i liceali tedeschi a 19, ma in Finlandia, nazione presa a esempio per le eccezionali performance dei quindicenni nei test internazionali, il periodo di scolarizzazione - materna esclusa - dura 13 anni e i ragazzi escono dal liceo quando ne hanno 19. «L’esito del voto ha dato una chiara indicazione: le proposte del ministro Profumo non possono essere tenute in alcuna considerazione - dichiara Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Pd - Dopo i tagli e le riforme contraddittorie calate dall’alto in questi anni, il prossimo ministro dell’Istruzione ha un unico dovere: restituire alla scuola risorse, stabilità, fiducia. Serve una costituente della scuola pubblica. E poi, nemmeno gli studenti sembrano convinti che accorciare la durata degli studi, possa giovare alla loro formazione».
Si schiera invece in difesa dell’intervento del ministro, Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi «La disparità tra il percorso scolastico in Italia e quello nelle maggior parte delle nazioni europee rende auspicabile una riduzione della durata dell’età di uscita dal percorso scolastico», spiega Rembado. «Ovviamente, per le modalità occorrerà discuterne col prossimo governo. Le ipotesi più accreditate al momento sono due: anticipare l’avvio del percorso a cinque anni oppure ridurre di un anno la durata degli studi superiori. Ma una riduzione che consenta ai giovani italiani di uscire dalla scuola a 18 anni è necessaria».


  • Grillo e il lavoro tra statali e precari

Bruno Ugolini

l'Unità del 04/03/2013

Col senno di poi oggi appare chiaro che sarebbe stato meglio aprire un confronto in campagna elettorale con i «contenuti» delle posizioni di Grillo e dei grillini, più che con le battute del teatrante, come quella relativa alla necessità di «abolire i sindacati». Sarebbe stata necessaria una battaglia politica aperta, anche per fare chiarezza tra i suoi stessi elettori, quelli che hanno contribuito senza esitazioni a una imponente ondata di consensi nelle roccaforti operaie e nel tumultuoso mondo composito dei giovani precari. Ovverosia i protagonisti di uno dei libri di Grillo SchiaviModerni in cui si parla, tra l'altro, di «Call center organizzati come istituti di pena». Avremmo dovuto, ad esempio, contestare l'idea che per soddisfare la collera giovanile bisogna conquistare non tanto esperienze di lavoro tutelate e dignitosamente pagate, bensì un reddito di cittadinanza sovvenzionato con il sacrificio di altri lavoratori, quelli occupati nei servizi pubblici. Ovverosia vigili del fuoco, infermieri, insegnanti, impiegati delle agenzie delle entrate, ministeriali, e via elencando. Tutti coloro per i quali proprio in questi giorni si discute di un ulteriore blocco delle retribuzioni per due anni. Grillo aveva scelto la strada della contrapposizione, già battuta da esponenti del centrodestra come Brunetta. È così si poteva leggere sul suo Blog dell'esistenza di due blocchi. Il primo composto «da milioni di giovani senza un futuro, con un lavoro precario o disoccupati» che «cercano una via di uscita, vogliono diventare loro stessi istituzioni, rovesciare il tavolo». L'altro blocco é composto «da una gran parte di dipendenti statali, da chi ha una pensione superiore ai 5000 euro lordi mensili, dagli evasori» nonché da politici di varie specie. Fatto sta, denunciava il Blog, che «Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici», un peso insostenibile. Bisogna aggredirlo per dare il reddito di cittadinanza ai precari. Ed ecco la proposta finale: «Licenziamenti di decine di migliaia di dipendenti della Pubblica amministrazione e taglio delle pensioni sopra a un certo tetto con l'introduzione della pensione massima che potrebbe essere di 2000 euro al mese». Altro che articolo 18, licenziamenti ad libitum, senza tener conto, tra l'altro, delle conseguenze. Ha spiegato bene Rossana Dettori, segretaria della funzione pubblica Cgil: «Dietro le parole che usa Grillo (posto di lavoro pubblico), ci sono ospedali e pronto soccorso, commissariati di polizia e caserme dei vigili del fuoco, ci sono asili nido e scuole di ogni ordine e grado, ci sono servizi sociali per anziani e non autosufficienti, ci sono istituzioni democratiche che assicurano funzioni essenziali per i cittadini». Altre risposte polemiche sono state pubblicate sullo stesso Blog di Grillo. Così leggiamo Jeremy da Cagliari: «Io sono un dipendente statale e ho votato M5S. Non credo che noi statali siamo la causa del male italiano, almeno non tutti, e il mio potere d'acquisto è fermo da 10 e più anni». È ancora: «Io non mi sento un parassita o uno che toglie il pane di bocca al lavoratore privato. Lavoro ogni giorno e rischio pure la vita in mezzo alla strada e mi piacerebbe che in questo blog si precisasse di più e si facessero meno generalismi!». Mentre Paolo da Roma osserva: «E no, caro Beppe, mi era sembrato di capire che le risorse per sostenere il reddito di cittadinanza dovessero provenire dalla lotta al malaffare, dallo stop immediato alle opere inutili (vedi Tav ecc), dai tagli alle spese della politica, dal ritiro dei contingenti militari, dalla revoca degli acquisti dei cacciabombardieri, dal dimezzamento delle pensioni e degli stipendi d'oro, ma non dal mettere per strada dipendenti pubblici e pensionati che lottano per arrivare a fine mese!». E così un altro, Maurizio, si sfoga: «Ma lo sai quanti dipendenti statali hanno votato M5S? Lo sai??? Lo sai quante tasse per la crisi si sono presi senza permesso dal mio stipendio di statale sti quattro farabutti ? Lo sai??? Lo sai quanto prende un insegnante come me a 60 anni con moglie disoccupata e un figlio? Vuoi saperlo??? 1530 euro!!!! (e ci pago un mutuo di 500 per altri 28 anni)». Mentre c'e chi riflette: «L'unico scontro generazionale gradito, anzi auspicato, nel Paese è quello tra la casta e gli emergenti del M5S. Questi giochetti di mettere i padri contro i figli, i lavoratori precari contro quelli fissi, lasciateli fare ai Casini e ai Monti, anche perché non riescono: non si possono mettere i figli contro i padri. Il lavoratore precario non vuole che anche gli altri lo siano, ma vuole proprio il contrario: non esserlo più lui. Quest'analisi A e B è di una superficialità avvilente oltre che smentita dai fatti: io, oggi posto fisso, 60 anni e 40 contributivi, pensione trombata e prossima pensionata da fame ho votato M5S e con molti altri come me ero anche a San Giovanni. Analisi di questo acume sono degne di un Gasparri, non di una forza che rivendica la più alta connessione con la realtà italiana». Un dibattito interessante in cui non mancano, certo, voci di diverso avviso, coerenti con le proposte di imbracciare la mannaia per colpire il pubblico impiego dei «fannulloni». Ora questo altalenarsi di opinioni avrà un peso sul vertice grillino e nella disputa sul nuovo governo e sulle cose da fare magari con l'appoggio dei grillini? Quel che appare certo é che per il Movimento a Cinque Stelle il fuggire da un impegno costruttivo significherebbe deludere speranze e attese di quegli oltre otto milioni di elettori, appartenenti al mondo del lavoro privato e pubblico, nonché al mondo di pensionati e precari, imprenditori in crisi. Tutta gente che si aspetta risultati e non solo grida di guerra. Cosi suona, tanto per fare un esempio, l'appello di Franco da Modena: «Grillo ma quale alternativa proponi, al non votare la fiducia a nessuno, quindi a non dare la possibilità che ci sia un nuovo governo? Punti allo sfascio? Ricordati che se ci saranno nuove elezioni molti ti riterranno colpevole del disastro e non ti rivoteranno come farò io e molti che la pensano come me». http://ugolini.blogspot.com


  • “Idea sconcertante, serve più tempo per lo studio”

Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale all’Università di Roma: “Il punto non è ridurre, ma ridisegnare il percorso educativo”

la Repubblica del  04/03/2013

L’intervista

«SONO contrario a qualunque ipotesi di riduzione, credo anzi che bisognerebbe aumentare da 13 a 18 anni il percorso scolastico italiano». Parole di Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale alla Facoltà di Scienze della formazione dell’università Roma Tre.
Cosa ne pensa della «priorità» indicata dal ministro Profumo?«Detta così mi lascia parecchio perplesso: tentò qualcosa di simile alcuni anni fa Berlinguer, ma senza riuscirci».
Perché l’idea non la convince?
«Il problema non è ridurre di un anno il percorso, ma ridisegnare il sistema educativo italiano ».
Ma potrebbe anche accettare una eventuale riduzione da 13 a 12 anni della scolarizzazione?
«Assolutamente no. Sono contrario a qualunque riduzione perché non è l’uscita dalla scuola a 18 o 19 anni che risolve il problema. Sarei anzi per allungare l’intero percorso da 13 a 18 anni, partendo proprio dal basso».
Ci può spiegare i motivi?
«Nel resto d’Europa le scuole sono aperte tutta la giornata e i ragazzi restano a scuola molte più ore che in Italia. In tutto il mondo si fanno laboratori di fisica, biologia, chimica e tanto altro. In Italia, quelle poche scuole che avevano i laboratori li hanno distrutti per fare spazio ai computer.
Occorre una interazione tra pensiero e azione che stabilizzi le conoscenze per rilanciare il sistema scolastico italiano».
Spesso si prende come esempio la Finlandia, come sono organizzati in quel Paese?
«In Finlandia negli anni Novanta la situazione era disastrosa: i ragazzi uscivano dalla scuola alle 13 e c’era una percentuale di suicidi molto elevata. Poi il governo ha studiato la giornata tipo dei giovani finlandesi e ha capito che doveva farli stare a scuola più tempo. Sono stati aperti laboratori di ogni sorta — da quello di cucina a quello di musica — e gli alunni applicavano i contenuti teorici delle lezioni a situazioni pratiche in un contesto con regole precise da rispettare».
Con quali risultati?
«La situazione è migliorata fino a raggiungere le migliori performance scolastiche d’Europa. Ma anche in Francia i ragazzi restano a scuola molto più tempo che in Italia».(s.i.)


  • Blocco stipendi nel 2014 allarme pubblico impiego

Il governo si è limitato, con una nota serale del ministero Economia, a precisare che «nulla è stato deciso» e che della questione si occuperà il prossimo consiglio dei ministri, previsto per la prossima settimana

Il Messaggero del  01/03/2013

IL CASO

ROMA Il governo prepara una proroga al 2014 del blocco degli stipendi nel pubblico impiego e degli scatti di anzianità nella scuola? A lanciare l’allarme è stata Rossana Dettori, segretario generale della Funzione pubblica Cgil che ha chiesto al governo di smentire le indiscrezioni che da qualche giorno hanno messo in fibrillazione se non tutti, almeno una buona parte dei 3 milioni di dipendenti pubblici. «Sarebbe davvero inopportuno - ha osservato la sindacalista ieri mattina - un decreto approvato dal Governo Monti, una forzatura ai danni dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni. Il ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi dovrebbe smentire le voci che lo annunciano come imminente». «Un’altra proroga al blocco dei contratti pubblici sarebbe inaccettabile», aggiungono i segretari generali Funzione pubblica e Scuola della Cisl, Giovanni Faverin e Francesco Scrima, ricordando che le retribuzioni sono già ferme dal 2010, «mentre la spesa pubblica continua a crescere». Dello stesso tenore le dichiarazioni Ugl.
Il governo si è limitato, con una nota serale del ministero Economia, a precisare che «nulla è stato deciso» e che della questione si occuperà il prossimo consiglio dei ministri, previsto per la prossima settimana. In verità, la situazione è complessa perché l’intervento del governo sarebbe tutt’altro che discrezionale ma espressamente previsto dal primo decreto sulla spending review, convertito in legge nel luglio 2012. Tuttavia, per attuarlo si starebbe valutando la possibilità di ricorrere a un Dpr, come quello previsto dalla manovra Tremonti dell’estate 2011. In quel decreto si prevedeva infatti la possibilità, non l’obbligo, di prorogare di un ulteriore anno il blocco degli statali con un Decreto del Presidente della Repubblica (Dpr). Questa formula avrebbe se non altro il vantaggio di trasferire al nuovo governo la scelta definitiva. Infatti, la procedura prevede un primo passaggio in consiglio dei ministri, poi la consultazione del Consiglio di Stato, quindi un passaggio alle Camere e infine l’approvazione definitiva del provvedimento con l’invio al Quirinale. Tempi? da 4 a 6 mesi, del tutto compatibili con il blocco esistente, che resterà in vigore fino al 2013.
La decisione finale spetterà a Palazzo Chigi e al ministro dell’Economia Grilli, ma un testo circola già e indica il blocco «senza possibilità di recupero» delle procedure negoziali e contrattuali del biennio 2013-14 e dei riconoscimenti contrattuali eventualmente previsti dal 2011. Quanto all’indennità di vacanza contrattuale per il triennio 2015-2017 verrebbe erogata a partire dal 2015 con nuovi criteri di calcolo. Infine, il testo stabilisce il blocco degli scatti di anzianità, a valere sul 2013, per tutti i dipendenti della scuola (docenti e non).
Insomma, una nuova batosta. Il blocco delle retribuzioni sarebbe costato circa 1500 euro ai dipendenti pubblici secondo i calcoli della Cgil.

Barbara Corrao


  • Ridurre di un anno la durata della scuola. Ecco il lascito di Profumo al nuovo Governo

Ecco ora - al termine del proprio mandato - il ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo mette nero su bianco una delle priorità per il prossimo Governo

Il Sole 24 Ore del 01/03/2013

L'idea era stata rilanciata quasi subito dal sottosegretario, Marco Rossi Doria. Si era poi costituito un gruppo di lavoro per approfondire la questione di come modernizzare il nostro sistema scolastico alla luce dei migliori standard europei. Tante riunioni, qualche ipotesi. E polemiche. Ma di concreto, più nulla.

Ridurre la scuola di un anno

Ecco ora - al termine del proprio mandato - il ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo mette nero su bianco una delle priorità per il prossimo Governo. Quella cioè «di superare la maggiore durata del corso di studi in Italia procedendo alla relativa riduzione di un anno». Le risorse così liberate - si legge nell'«Atto d'indirizzo 2013» appena pubblicato dal ministero di Viale Trastevere - potranno essere destinate «per il miglioramento della qualità e della quantità dell'offerta formativa, ampliando anche i servizi di istruzione e formazione».

documenti

Completare il sistema nazionale di valutazione
Il ministro Profumo indica poi, tra le altre priorità, quella di «completare l'attuazione del sistema nazionale di valutazione», e quella di «potenziare l'istruzione tecnico-professionale sino a livello post secondario per il rilancio della cultura tecnica e scientifica, l'occupazione dei giovani e lo sviluppo del territorio».


  • Statali, stipendi congelati per due anni

Pronto un decreto per fermare gli aumenti. Il Tesoro: nulla di deciso

Corriere della sera del 01/03/2013

ROMA — Rischio di stipendi congelati fino a tutto il 2014 per gli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici. Lo stabilisce un decreto ministeriale (Economia e Funzione Pubblica) che dovrebbe essere pubblicato a giorni. «Non si dà luogo — si legge nella bozza del decreto diffusa dall'agenzia Agi — senza possibilità di recupero al riconoscimento degli incrementi contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013-2014 del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche». Tale disposizione era prevista nell'ambito del decreto sulla spending review. Ieri sera, davanti alla montante protesta sindacale, il ministero dell'Economia ha diffuso una nota per dire che «nulla è stato ancora deciso».
Nel provvedimento vengono fissate anche le modalità di calcolo relative all'indennità di vacanza contrattuale per gli anni 2015-2017 e ulteriori misure di risparmio, razionalizzazione e qualificazione della spesa delle amministrazioni centrali. Il decreto ministeriale prevede anche il blocco degli scatti di anzianità per il 2013 per i lavoratori della scuola (personale docente, amministrativo, tecnico e ausiliario). Interpellato nel pomeriggio, il ministero della Funzione Pubblica aveva detto di non saperne nulla: parole che evidentemente non avevano per nulla rassicurato Cgil, Cisl e Uil e gli altri sindacati, già pronti alla mobilitazione.
Per Giovanni Faverin, segretario generale della Cisl funzione pubblica, «un'altra proroga al blocco dei contratti pubblici sarebbe inaccettabile, negli ultimi 5 anni il numero dei dipendenti è calato del 7,5% ma la spesa aumenta, a riprova che la zavorra sono gli sprechi e la cattiva organizzazione». Contraria anche la segretaria generale dell'Fp-Cgil, Rossana Dettori: «Sarebbe davvero inopportuno un decreto approvato dal governo Monti a urne chiuse, l'esecutivo uscente non può permettersi di prendere scelte politiche così importanti proprio in questi giorni».
«Credo che fin quando il quadro politico non sarà più chiaro— continua Dettori— in una fase di instabilità come quella attuale il governo non possa procedere, soprattutto in assenza di un confronto con i lavoratori e con un tavolo ancora aperto all'Aran». Dal precariato, con la minaccia di licenziamenti solo in parte posticipata a luglio, agli enti locali, con casi sempre più frequenti di perdita di salario e in una situazione quasi schizofrenica per il sistema contrattuale di secondo livello, fino alle cosiddette eccedenze nelle funzioni centrali e nel resto del lavoro pubblico, «le questioni sono tali e così importanti da richiedere un confronto a tutto campo». Protesta anche il segretario generale della Uil Scuola, Massimo Di Menna.

R. Ba


  • Pa, braccio di ferro Monti-Grilli

Il provvedimento del Tesoro fermo a Palazzo Chigi. Cgil, Cisl e Uil: atto ingiustificato

ItaliaOggi del 01/03/2013, Alessandra Ricciardi

L'affare è complicato. Gli stipendi di 3 milioni di dipendenti pubblici sono fermi dal 2010. Il governo Monti dovrebbe ora comunicare che non cresceranno di un euro per altri due anni, fino a tutto il 2014. Il decreto di congelamento, come anticipato in esclusiva da ItaliaOggi martedì scorso, è pronto, messo a punto dai vertici del dicastero della Funzione pubblica e dell'Economia.
Ma Cgil, Cisl e Uil sono scesi in campo, anche se separatamente, per dire che non se ne parla proprio e il Pd, nonostante la fase di confusione, ha detto chiaramente che sarebbe un atto improprio da parte di un governo a fine mandato. Ma a essere decisiva sulla partita che si è aperta sarà la valutazione che farà lo stesso Monti, pressato in queste ore dal ministro dell'economia, Vittorio Grilli, per firmare un provvedimento che sarebbe inevitabile, ragiona il Tesoro, anche per un governo politico di centrosinistra. Un braccio di ferro, quello tra Tesoro e Palazzo Chigi, che dovrà avere un risultato nel giro di pochi giorni. E su cui pesano inevitabilmente anche le incertezze dell'attuale fase politica, in cui da un lato ci sono i timori di una imminente gestione caotica, che non consentirebbe più di assumere quelli che a via XX Settembre sono stati definiti «atti responsabili e non rinviabili». E dall'altro lato le prospettive dello stesso Mario Monti di riavere un incarico di transizione per il disbrigo delle pratiche ordinarie e di garanzia presso l'Unione europea, lasciando al parlamento il compito di fare le riforme.
Ieri, una nota del ministero d dell'economia chiariva che «nulla ancora è deciso». Intanto la Cisl di Raffaele Bonanni ha aperto il fuoco di sbarramento del fronte sindacale. «Il decreto non sarebbe un atto dovuto, ma un atto sbagliato che colpirebbe il bersaglio sbagliato», dicono Giovanni Faverin e Francesco Scrima, rispettivamente segretari di Funzione pubblica e Scuola della Cisl, che mettono all'indice la contraddizione di una stretta sulla spesa pubblica che non servirebbe a risparmiare: «Non è la spesa per il personale che zavorra le finanze pubbliche, ma gli sprechi e la cattiva organizzazione. Dal 2006 in 5 anni il numero dei dipendenti pubblici è calato del 7,5%, nella scuola il calo è stato ancora più marcato. Le retribuzioni sono ferme dal 2010. Mentre la spesa pubblica continua a crescere». E ragiona Rossana Dettori, segretario generale dell'Fp-Cgil: «In una fase di instabilità come quella attuale il governo non può procedere in assenza di un confronto con i lavoratori. Un confronto», spiega la sindacalista, «che parta dalla necessità imminente di riformare e innovare la pubblica amministrazione senza cercare capri espiatori, come sembrano fare anche in questi giorni alcune forze politiche». Sta di fatto che, nelle stesse retrovie del sindacato di Corso Italia, si considera inevitabile un nuovo intervento restrittivo sul settore pubblico visto l'andamento negativo dei saldi di bilancio. Il decreto predisposto prevede per tutto il 2013 e 2014 il blocco di ogni aumento contrattuale, anche per fondazioni, enti previdenziali, società partecipate come l'Anas. Un raggio che sarebbe più ampio dell'attuale blocco. E che andrebbe a incidere anche sul futuro: gli aumenti non dati non si recuperano e anzi dal 2015 di procederà con un nuovo tasso di inflazione. Intanto, all'Aran si è tenuto ieri il primo vertice per evitare che dal primo agosto 2013 i precari con contratti che superano il tetto dei tre anni, fissato dalla legge Fornero, siano licenziati dallo stato. «Non sono arrivate proposte chiare, non c'è nessuno spiraglio per un percorso di stabilizzazione», commenta Antonio Foccillo, segretario confederale Uil con delega per il pubblico impiego, «navighiamo a vista. Con la prospettiva a breve di più disoccupati e meno servizi pubblici». Probabile che anche di questa partita, come quella sui contratti, si dovrà occupare il prossimo esecutivo


  • “Scoperte solo sul web” L’ultima rivoluzione è la scienza gratis per tutti

Adesso anche gli Usa non faranno più pagare le riviste

la Repubblica del 28/02/2013,  ELENA DUSI

Ma è ancora poco rispetto a quel che chiedono i ricercatori. L’accesso gratuito agli studi scientifici finanziati con le tasse degli americani avverrà infatti solo un anno dopo la pubblicazione. Per i primi 12 mesi gli esperimenti potranno essere letti a pagamento. Dal giorno successivo entrerà in vigore quel regime di libera circolazione delle scoperte che i ricercatori cominciano a chiedere con una voce che ormai assomiglia a un boato. In Europa un provvedimento simile a quella della Casa Bianca è stato preso l’anno scorso dalla Commissione ed entrerà in vigore gradualmente a partire dal 2016. Ma prima di arrivare alla decisione è stata necessaria una petizione firmata da 13mila scienziati che si sono impegnati al boicottaggio di una delle più esose fra le case editrici di riviste scientifiche.
La pressione dei ricercatori contro tariffe a volte decisamente sproporzionate (gli abbonamenti arrivano a 40mila dollari e quasi sempre le riviste non possono essere acquistate singolarmente, ma in pacchetti) sta diventando sempre più dirompente. Da un lato ci sono gli editori, aggrappati agli introiti degli abbonamenti e alle regole della proprietà intellettuale. Dall’altro gli scienziati sono desiderosi di scrivere e farsi leggere, firmano petizioni, fondano nuovi giornali ad accesso libero, stirano le regole del copyright e pubblicano i loro studi sulle pagine web personali o su siti internet senza barriere.
Quella per la libertà e la gratuità della scienza sta diventando una battaglia mondiale. La decisione di smantellare il muro delle tariffe — sia pure con 12 mesi di ritardo dalla pubblicazione — è stata presa dalla Casa Bianca a seguito di una petizione di 35mila cittadini. Le 19 agenzie federali che finanziano la scienza Usa con almeno 100 milioni di dollari l’anno avranno tempo fino al 22 agosto per decidere come rendere pubblici gli esperimenti. Ogni anno, calcola l’ufficio della Casa Bianca specializzato nelle politiche per la scienza e la tecnologia, 180mila articoli scientifici potranno essere letti senza pagare. Un analogo provvedimento preso in Gran Bretagna nel 2012 diventerà efficace il prossimo primo aprile.
Parallelamente alle decisioni ufficiali, cresce il lavoro di quelle riviste che dell’ “open access” fanno il loro ideale. Fra i pionieri ci fu, nel 2003, la prestigiosa “Public Library of Sciences” (nata sempre a seguito di una petizione, questa volta avviata da un biochimico di Stanford). Ieri dal suo sito la rivista cantava vittoria: “La decisione della Casa Bianca è il segno che il principio del libero
accesso si sta affermando con forza”. L’anno scorso, sull’onda della petizione europea dei 13mila scienziati, sono nati altri giornali liberi, fra cui “eLife”, finanziato dalla fondazione britannica Wellcome Trust.
Le riviste gratuite vivono grazie a istituzioni non profit (è il caso di eLife o delle case editrici universitarie), alla pubblicità o a un contributo che si aggira tra i 500 e i 3.500 dollari pagato dagli autori degli articoli. La comunità di fisici e matematici ha creato un proprio sito (www. arxiv. com) su cui ognuno è libero di pubblicare le proprie ricerche e di leggere le altrui. L’abitudine è ormai talmente consolidata da non essere nemmeno più osteggiata dalle case editrici. Su un totale di quasi due milioni di articoli scientifici pubblicati nel mondo ogni anno, uno su cinque oggi è gratuito. Il giro d’affari degli editori è ancora enorme: 10 miliardi di dollari, pagati in gran parte da università ed enti di ricerca per gli abbonamenti. Ma la scienza libera, con l’aiuto un po’ titubante anche dei governi, sembra destinata a guadagnare posizioni
Grilloeconomics, i soldi per pagare a tutti il reddito di cittadinanza? Per Beppe Grillo basta eliminare le pensioni e gli stipendi pubblici
Qualche domanda inizia ad avere risposta. Dove si trovano i soldi per pagare a tutti i cittadini un reddito di cittadinanza come promesso da Beppe Grillo? Semplice. Basta non pagare più gli stipendi pubblici e le pensioni. Parola del leader del Movimento 5 Stelle.

HUFFINGTON POST del 28/02/2013 - Andrea Bassi

Qualche domanda inizia ad avere risposta. Dove si trovano i soldi per pagare a tutti i cittadini un reddito di cittadinanza come promesso da Beppe Grillo? Semplice. Basta non pagare più gli stipendi pubblici e le pensioni. Parola del leader del Movimento 5 Stelle.
In un blog postato ieri e intitolato "gli italiani non votano mai a caso", Grillo scrive: "Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch'essi dalle tasse. E' una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza".


  • Tre milioni di under 18 a rischio povertà

Eurostat: in Italia sono un terzo, uno dei livelli più alti tra i ventisette

la Repubblica del 27/02/2013, VALENTINA CONTE

ROMA— Tre milioni di bimbi e ragazzi italiani sotto i 18 anni sono a rischio di povertà o esclusione sociale. In pratica, uno su tre. In Europa è uno su quattro. Che in percentuale significa il 32,3 contro una media del 27. Livello che colloca l’Italia quasi al pari di Irlanda, Lituania, Ungheria e Croazia. Mentre peggio di noi, nella preoccupante classifica diffusa ieri da Eurostat, solo Bulgaria, Lettonia e Romania, dove quasi la metà dei minori conosce gli stenti. «Dati allarmanti, inaccettabili per il nostro Paese», commenta Giacomo Guerrera, presidente di Unicef Italia. Secondo il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, «in Italia 723 mila minorenni vivono in povertà assoluta, così come un milione e 297 mila famiglie, di cui 440 mila con minorenni e il 10% concentrate nel Meridione».
Nell’Europa a 27 Paesi, dice Eurostat, i giovanissimi sono i più fragili e dunque i più esposti al rischio che la crisi li dirotti nell’indigenza. La media del 27%, calcolata sul 2011, è difatti tre punti sopra quella relativa agli adulti nello stesso periodo e ben sei punti sopra la categoria degli anziani. A peggiorare la situazione, due fattori: educazione e provenienza della famiglia d’origine. Un ragazzo su due è candidato alla povertà o all’emarginazione se i suoi genitori hanno un titolo di studio basso. Uno su tre, se un genitore è immigrato. A questo si aggiunge il lavoro che manca e che giorno dopo giorno porta a «gravi deprivazioni di beni». Dunque povertà.
Proporzioni rispecchiate anche da noi. Ben il 46,3% di chi è figlio di genitori con la licenza elementare, o privo di titoli, è a rischio. Contro il 22,6% di chi ha mamma o papà diplomati e il 7,5% appena dei discendenti di laureati. «Minori competenze e scarse aspirazioni si traducono spesso in gravidanze in età adolescenziale e in maggiori possibilità di consumo di droghe e alcol », spiega Guerrera. «Non possiamo più assistere a questa deriva che peggiora sempre più la situazione dei nostri ragazzi». Anche perché, prosegue il suo ragionamento, «il tasso di povertà tra i bambini e gli adolescenti è tra i più importanti indicatori di salute e benessere di una società». Senza dimenticare «che la povertà tra i più piccoli ha spesso un effetto trainante sulla disuguaglianza e l’esclusione nella società nel suo insieme ».
Il legame tra rischio povertà e Pil, dunque politiche sociali, è indubbio. In Germania e Francia il tasso sui minori è al 19%. Nei Paesi del Nord Europa siamo attorno al 16% (Svezia, Danimarca e Finlandia). Percentuali basse anche in Slovenia (17), Paesi Bassi (18) e Austria (19). I Pigs, già nel pieno della recessione nel 2011, hanno invece pagato pegno alla crisi anche sulla pelle dei più piccoli, meno protetti e tutelati: Irlanda con il 37,6%, Grecia al 30,4, Spagna al 30,6 e Portogallo con il 28,6. L’Italia, come detto, presenta un conto ancor più amaro: tre milioni dei suoi nove di under 18, un terzo pieno, soffre stenti, sopporta sacrifici, incassa privazioni. E rinuncia a un pezzo di futuro.


  • Statali a digiuno fino al 2014

Ecco il decreto che Monti firmerà prima di lasciare il governo. Economia: atto dovuto. Nessun aumento anche per la scuola

ItaliaOggi del 26/02/2013 di Alessandra Ricciardi

Dalle parti di via XX Settembre, dove il decreto è stato lavorato in tandem con i tecnici del ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, spiegano che si tratta di un atto dovuto. Vista la situazione del bilancio dello stato, non ci sarebbero le condizioni per far fronte a un aumento di stipendio in sede di rinnovo contrattuale per i 3 milioni di dipendenti pubblici.
Il decreto che sarà nei prossimi giorni alla firma del premier Mario Monti, su proposta di Patroni Griffi e del ministro dell'economia, Vittorio Grilli, è dunque solo un mettere nero su bianco un blocco dei contratti che era nell'aria già ai tempi dell'approvazione della legge di Stabilità. E su cui nessuno, neanche un esecutivo di centrosinistra, dicono rumors governativi, potrebbe fare diversamente. Il provvedimento, che ItaliaOggi ha letto, recita che «non si dà luogo, senza possibilità di recupero, alle procedure contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013-2014 del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche cosi come individuate ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009 n. 196 e successive modificazioni». Nel novero del blocco contrattuale ricade dunque la scuola, che con il suo milione di lavoratori è il settore più corposo dell'intero pubblico impiego. La proroga comporta anche per il 2013 il blocco degli scatti di anzianità di docenti, ausiliari e amministrativi, che per gli anni passati sono stati recuperati in sede negoziale tra governo e sindacati. «Per il medesimo personale non si dà luogo, senza possibilità di recupero, al riconoscimento degli incrementi contrattuali eventualmente previsti a decorrere dall'anno 2011».
Ma non è finita, per gli anni 2013 e 2014 non ci sarà neanche la corresponsione dell'indennità di vacanza contrattuale: «In deroga alle previsioni di cui all'articolo 47 bis, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2011, n. 165 e successive modificazioni, e all'articolo 2, comma 35 della legge 22 dicembre 2008, n. 303, per gli anni 2013 e 2014 non si dà luogo, senza possibilità di recupero, al riconoscimento di incrementi a titolo di indennità di vacanza contrattuale che continua a essere corrisposta nelle misure di cui all'articolo 9, comma 17, secondo periodo, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78/2010.
L'indennità di vacanza contrattuale relativa al triennio contrattuale 2015-2017 è calcolata secondo le modalità e i parametri individuati dai protocolli e dalla normativa vigenti in materia». Ci sarà infatti un nuovo meccanismo per individuare anche l'inflazione da recuperare, avendo mandato in soffitta il parametro europeo dell'Ipca.


La Stampa  (la stampa.it) del 21/02/2013

  • Università, aprono le facoltà in lingua inglese

Profumo “Questo progetto apre la formazione ad una dimensione internazionale”

Aprono in sei università italiane le iscrizioni alle prime facoltà in lingua inglese, da medicina a ingegneria. Lo ha spiegato il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo, a margine della presentazione del master in Istituzioni e Politiche spaziali presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi).
«È necessaria una maggiore apertura internazionale - ha affermato Profumo - anche nel settore dell’istruzione, e proprio in questa prospettiva abbiamo attivato dei test per facoltà in lingua inglese».
Sono state infatti aperte da tre giorni le iscrizioni in sei università italiane per le prime facoltà, in vari ambiti da medicina a ingegneria, interamente in lingua. Le iscrizioni, che hanno registrato già 700 candidati, proseguiranno fino a fine marzo.
Secondo il ministro, è necessario aprire di più il mondo dell’istruzione agli studenti stranieri, così come il mercato del lavoro ha bisogno di un respiro internazionale. «Per migliorare la nostra competitività - ha proseguito il ministro - è necessario interiorizzare maggiormente l’appartenenza all’Europa. Gli studenti stranieri nelle nostre università sono appena il 2.5%, un dato troppo basso che dobbiamo assolutamente aumentare».
Precari e sottopagati, ecco i diplomati: il 44% dice di aver «sbagliato scuola»
A un anno dalla maturità, un ventenne può guadagnare 925 euro netti.
Roberto Ciccarelli, il manifesto del  21/02/2013.
L'apprendistato come unica soluzione alla precarietà giovanile? Un fallimento. Per l'Isfol i contratti di apprendistato sono crollati del 17% tra il 2009 e il 2011. Una tendenza confermata da un rapporto Unioncamere di inizio febbraio secondo il quale gli imprenditori preferiscono utilizzare la formula più semplice del primo contratto a tempo determinato e non l'apprendistato esteso fino ai 29 anni dalla riforma Fornero. Una realtà ribadita anche dal nuovo rapporto AlmaDiploma sulla condizione occupazionale dei diplomati a uno, tre e cinque anni dalla maturità.
Tra i diplomati 2011 che risultano impegnati esclusivamente in un'attività lavorativa (il 31% degli intervistati) la tipologia contrattuale più diffusa non è l'apprendistato, ma il contratto a tempo determinato. Tra i ventenni la quota degli assunti con contratti formativi è del 27%, mentre il 13% dei diplomati nei tecnici e nei professionali non ha un contratto regolare. Una quota che sale al 19% tra i liceali, cioé i ragazzi che hanno studiato materie scientifiche, linguistiche o umanistiche e hanno preferito non iscriversi all'università. Solo 15 su 100 sono assunti stabilmente.
Il data base di AlmaDiploma, unico in Italia, conferma la distanza tradizionale tra i diplomati dei tecnici-professionali e i liceali, ma registra una netta spaccatura anche tra i diplomati delle scuole professionali e quelli dei tecnici. Il 42% dei ragazzi che possiedono un titolo di studio nei tecnici sostiene di non utilizzare «per niente» le competenze acquisite durante gli studi. I diplomati nei professionali, invece, valorizzanomaggiormente ciò che hanno appreso a scuola: il 22,6% dichiara di utilizzare le competenze acquisite durante gli studi. Questo dato diventa ancora più interessante se si considera che il 90% dei diplomati nei professionali ha già effettuato uno stage in azienda, dandone peraltro un giudizio largamente positivo. Senza contare che una quota minoritaria, ma significativa, cioè il 19% ha lavorato anche durante il periodo della scuola. Ciò non basta però a garantire un'assunzione stabile e nemmeno uno stipendio decente. In media i neodiplomati guadagnano 925 euro mensili netti, dopo 5 anni il guadagno sale a 1.169 euro, uno stipendio simile ad un laureato assunto da un anno. Quasi nessuno lavora nel «pubblico»: dopo un anno 12 diplomati su cento. Dopo tre anni sono 8, dopo cinque 6 su cento.
Il campione analizzato da AlmaDiploma (29.231 diplomati del 2011, 12.339 diplomati del 2009, 6.786 diplomati del 2007) rappresenta la platea a cui si rivolgono la riforma Fornero, la triplice dei sindacati che ha sottoscritto un «documento d'intenti» con Confindustria, lo stesso Pd che vuole estendere l'apprendistato per tamponare la disoccupazione giovanile (al 32% tra i 15-24enni secondo AlmaDiploma, il 36,6% per l'Istat). Tutti sembrano ignorare, o comunque sottovalutare, la volontà delle imprese di non usare questo contratto e, in generale, di stabilizzare i giovani.
Una situazione che non può essere, evidentemente, addebitata alla scuola o all'università, colpevoli di non avere «professionalizzato» a sufficienza la loro «offerta formativa». E tantomeno ai ragazzi che nell'indagine AlmaDiploma dimostrano di essere preparati e pronti ad applicare le competenze acquisite sul lavoro.
Precari, pagati poco di più di un salario di sussistenza, che non svolgono un lavoro coerente con gli studi effettuati, il 44% dei diplomati 2011 sostiene di avere sbagliato scuola. Nel 40% dei casi si dichiara pentito della scelta. Davanti a loro c'è un muro difficile da aggirare, anche per chi ha seguito alla lettera i criteri indicati dalle forze di governo, dai «tecnici», come dal senso comune: scegliere a 14 anni il lavoro da fare per tutta la vita, rinunciando alle illusioni che potrebbe dare la laurea.
Per il direttore di Almalaurea Andrea Cammelli, curatore dell'indagine, il malcontento rispetto alle scelte formative iniziali si sta acutizzando non solo tra i tecnici, ma anche tra i diplomati professionali, coloro che invece dovrebbero essere più soddisfatti di tutti. «In tempi di crisi - ha detto - bisogna investire sul capitale umano, non tagliare su tutto». Ma se poi le aziende non assumono?


da Orizzontescuola del 20/02/2013

  • Un Rapporto Almadiploma: calano del 32% le assunzioni dei diplomati

Almadiploma ha pubblicato un Rapporto sulla situazione dei diplomati dopo la fine della scuola: cosa fanno? Trovano lavoro o si iscrivono all'università? E con quali risultati?

Giulia Boffa - Almadiploma ha pubblicato un Rapporto sulla situazione dei diplomati dopo la fine della scuola: cosa fanno? Trovano lavoro o si iscrivono all'università? E con quali risultati?
I diciannovenni sono in calo nel nostro Paese, del ben 37% negli ultimi 27 anni, ma è aumentato il numero di coloro che si diplomano: nel 2011 è stato il 74%, ben il doppio degli anni '80. Nel passaggio dal diploma all'università invece il tasso è rimasto pressoché invariato, attorno al 29%, per diverse cause: il ridotto interesse, le difficoltà economiche delle famiglie e la mancanza di politiche per il diritto allo studio, rispetto all'accesso agli studi universitari di questa fascia di popolazione giovanile.
Nello stesso tempo diminuisce il tasso di occupazione giovanile, cresce quello di disoccupazione (pari al 36,6% tra i 15- 24enni), calano del 32% le assunzioni di diplomati nel 2012 (Sistema Excelsior-Unioncamere-Ministero del Lavoro). E diventa sempre più rilevante il numero di coloro che non fanno nessuna scelta e che ricadono nella categoria dei NEET (Not in Education, Employment or Training), giovani che non studiano e non cercano lavoro.
L'indagine è stata rivolta ad oltre 48mila diplomati del 2011, 2009 e 2007 intervistati a uno, tre e,per la prima volta, cinque anni dal conseguimento del diploma di scuola secondaria superiore.
Nello specifico, sono stati coinvolti 29.231 diplomati del 2011, provenienti da 246 istituti d'istruzione superiore, indagati ad un anno dal diploma; 12.339 diplomati del 2009, di 98istituti, intervistati a tre anni; 6.786 diplomati del 2007, di 55 istituti, contattati a cinque anni dal diploma.
I ragazzi sono contenti della scelta fatta?
Il 44% dei diplomati 2011 dichiara di aver sbagliato a scegliere la scuola fatta; dopo un anno gli stessi ragazzi rivedono il loro giudizio e si dichiarano "pentiti della scelta" nel 40% dei casi. Alla vigilia della conclusione degli studi il 56% dei diplomati 2011 dichiara che, potendo tornare indietro, sceglierebbe lo stesso corso nella stessa scuola, mentre il 44% dichiara che compierebbe una scelta diversa: un quarto dei diplomati cambierebbe sia scuola sia indirizzo, il 10,5% ripeterebbe il corso ma in un'altra scuola, il 9% sceglierebbe un diverso indirizzo/corso nella stessa scuola. Con il trascorrere del tempo il giudizio si modifica.
Prima della conclusione degli studi i diplomati meno convinti della scelta compiuta a 14 anni risultano i liceali e quelli degli istituti professionali. I diplomati professionali, invece, nel corso del primo anno successivo al conseguimento del titolo, sono i più insoddisfatti della scelta compiuta. Infine, i diplomati degli istituti tecnici risultano invece generalmente più appagati.
Quanti si iscrivono all'Università e con quali risultati?
Ad un anno dal diploma, 61 diplomati su cento si iscrivono all'Università (49 su cento hanno optato esclusivamente per lo studio, 12 su cento frequentano l'università lavorando); il 19% ha invece preferito inserirsi direttamente nel mercato del lavoro, tanto che ad un anno dal titolo si dichiarano occupati.
I restanti 20 su cento, infine, si dividono tra chi è alla ricerca attiva di un impiego (14,5%) e chi invece, per motivi vari (tra cui formazione non universitaria, motivi personali o l'attesa di una chiamata per un lavoro già trovato), non cerca un lavoro (5%).
La quota di diplomati dediti esclusivamente allo studio universitario è nettamente più elevata tra i liceali (72%; un altro 16% studia e lavora) rispetto ai diplomati del tecnico (37%) e del professionale (21,5%).
Al contrario, come è normale attendersi, i diplomati che esclusivamente lavorano sono poco diffusi tra i liceali (4%), rispetto ai diplomati del tecnico (28%) e del professionale (37%).
Quanti lavorano e con quale titolo di studio?
A tre anni dal diploma, aumenta la quota di occupati: sono dediti esclusivamente al lavoro il 24% dei diplomati, mentre è ancora impegnato con gli studi universitari il 44% (tra questi, il 21% coniuga studio e lavoro).
A cinque anni l'analisi mette in luce un apprezzabile aumento della quota di occupati: infatti è dedito esclusivamente al lavoro il 40% dei diplomati (+4 punti rispetto a quando furono intervistati a tre anni dal diploma), mentre è ancora impegnato con gli studi universitari poco più del 30% dei ragazzi. Infine, il 17% degli intervistati coniuga studio e lavoro. Chi cerca lavoro è l'8%. Rimane assai elevata, ancora dopo cinque anni dal diploma, la quota di liceali che studia - esclusivamente - all'università: 58%, contro il 27% del tecnico e l'11% del professionale.
Il voto di diploma è importante nella ricerca del lavoro.
Il voto di diploma influenza in modo rilevante gli esiti occupazionali e formativi dei diplomati.
La percentuale di differenza ad un anno dal titolo è pari a 8 punti percentuali: risulta esclusivamente impegnato in attività lavorative, infatti, il 15% dei diplomati con voto alto e il 23% di quelli con voto basso. A tre anni le quote di quanti lavorano solamente sono rispettivamente 19% e 30%, mentre a cinque 33% e 47,5%.
Se l'impegno in un'attività lavorativa pare essere caratteristica peculiare dei diplomati con voto più modesto, la prosecuzione degli studi all'opposto, è una scelta che coinvolge soprattutto i diplomati più brillanti: indipendentemente dalla condizione lavorativa, infatti, risultano iscritti all'università nella misura del 70% (contro il 51% di quelli con voto basso).
Chi ha ottenuto voti più alti continua a studiare anche a distanza di tre e cinque anni dal diploma: la percentuale è pari al 74% e 58%, contro il 54% e il 40%, rispettivamente, dei colleghi meno "bravi".
Chi si iscrive all'università e chi invece cambia idea.
I diplomati 2011 iscritti all'Università, dopo un anno, sono il 61%. Alla vigilia dell'Esame di Stato, l'82% di questi aveva dichiarato di volersi iscrivere all'università e ha successivamente confermato le proprie intenzioni. All'opposto, l'11% ha invece cambiato idea soprattutto tra i diplomati professionali (38%),
seguiti da quelli tecnici (18%); praticamente irrilevante (4%), invece, tra i liceali.
Fra chi non intendeva iscriversi ad un corso di laurea il 15% ha successivamente cambiato idea; tale percentuale sale al 35% tra i liceali, mentre scende considerevolmente tra i diplomati professionali (10%).
Fra i diplomati 2011 di estrazione borghese, contrariamente a ciò che avviene tra i giovani di famiglia operaia, è nettamente più frequente l'iscrizione all'università (78% contro 48%).
Anche il titolo di studio dei genitori influenza le scelte formative dei giovani: l'89% dei diplomati provenienti da famiglie in cui almeno un genitore è laureato ha deciso di iscriversi all'università.
Oltre un quinto dei diplomati del 2011 iscritti all'università ha optato per un corso di laurea nell'area economico-sociale (la percentuale sale al 35% tra i ragazzi degli istituti tecnici); il 20% ha invece scelto un percorso nell'area umanistica (quota che sale al 25% tra i diplomati professionali) mentre il 19% si è orientato verso una laurea in ingegneria o architettura (il valore sale al 22% tra i diplomati degli istituti tecnici e scende al 7% tra i professionali).
Il livello di coerenza tra percorso universitario prescelto e diploma di scuola secondaria conseguito, non è particolarmente elevato,anche se la scelta di un corso di laurea affine agli studi secondari superiori facilita la riuscita universitaria.
Più dei tre quarti dei diplomati del 2011 iscritti all'università frequentano regolarmente le lezioni. È noto che ogni anno di studio universitario "dovrebbe" consentire allo studente di maturare 60 crediti formativi (ogni credito, definito CFU, corrisponde a 25 ore di "lavoro", compresa la frequenza alle lezioni, le esercitazioni, lo studio a casa, ecc.).
Gli intervistati hanno dichiarato di aver ottenuto, dopo un anno dal diploma, poco meno di 34,5 crediti formativi (in media): gli studenti dei licei si dimostrano i più brillanti (in un anno hanno ottenuto in media 38 crediti), seguiti dai colleghi degli istituti tecnici (31 crediti).
Faticano decisamente a tenere il passo i diplomati degli istituti professionali, che hanno maturato "solo" 25 crediti.
A un anno dal titolo, per 12 diplomati su cento la scelta universitaria fallisce: il 6% ha deciso di abbandonare l'università fin dal primo anno, mentre un ulteriore 6% è attualmente iscritto all'università ma ha già cambiato ateneo o corso di laurea (i dati ufficiali dicono che abbandonano nei primi 12 mesi 18 studenti su cento). Dopo tre anni sale a 18 diplomati su cento la quota di insoddisfatti della propria scelta universitaria: in particolare, l'8% ha abbandonato gli studi universitari, quota quest'ultima che aumenta leggermente per i diplomati degli istituti tecnici (10%), resta in media per i professionali e diminuisce al 4% per i liceali. Un ulteriore 10% è attualmente iscritto all'università ma ha cambiato ateneo o corso di laurea.
La disoccupazione coinvolge soprattutto i diplomati liceali.
Ad un anno dal conseguimento del titolo trovano lavoro 31 diplomati su cento: questa percentuale raggiunge il suo massimo in corrispondenza dei diplomati professionali (41%), mentre tocca il minimo tra i liceali (21%).
A tre anni dal titolo la percentuale di occupati cresce al 45% (quota che oscilla tra il 69% dei diplomati professionali e il 35 dei liceali).
A cinque anni dal diploma il 57% risulta occupato, quota che raggiunge il 68% fra i diplomati professionali.
La disoccupazione coinvolge 33 diplomati su cento; una quota significativa, che si riduce tra i liceali (29%) ma che raggiunge ben il 37,5% dei diplomati professionali.
Il tasso di disoccupazione, a tre anni dal titolo, è pari al 21% ; cresce fino a raggiungere il 24% tra i tecnici mentre scende al di sotto della media tra i liceali (15,5%). A cinque anni, invece, è pari al 17% ed è più consistente in particolare tra i diplomati professionali (19%.
Tra i diplomati 2011 che risultano impegnati esclusivamente in un'attività lavorativa la tipologia di attività più diffusa risulta essere il lavoro non stabile, che coinvolge il 31% degli occupati (in particolare si tratta di contratti a tempo determinato).
La quota di assunti con contratti formativi è del 27%. D'altra parte, il lavoro stabile riguarda 19 diplomati occupati su cento: 15 impegnati in contratti a tempo indeterminato, la restante quota in attività autonome.
Elevata è la quota di chi non ha un contratto regolare (13% per il totale dei diplomati, in particolare 19% fra i liceali).
A tre anni dal diploma, tra chi è dedito solamente al lavoro il contratto formativo risulta essere quello più diffuso, con il 34,5% dei diplomati. Aumenta la quota di lavoratori stabili (che raggiunge il 32,5%) mentre si riduce la quota di precari (18%) e diminuiscono coloro che lavorano senza alcun contratto (4%).
A cinque anni, il quadro generale migliora ulteriormente; in particolare cresce fino al 60% la quota di chi lavora stabilmente. Il lavoro in nero si riduce al 3%.
L'attività nel settore pubblico risulta decisamente poco diffusa tra i diplomati di scuola secondaria superiore, nonché tendenzialmente in calo tra uno e cinque anni dal titolo: ad un anno dichiarano infatti di lavorarvi 12 diplomati su cento, a tre anni sono 8 e a cinque 6 su cento.
Circa tre occupati su quattro, ad un anno dal diploma, sono inseriti in un'azienda che opera nel settore dei servizi (in particolare del commercio, 32%); 18 su cento lavorano invece nell'industria (predomina la metalmeccanica, che assorbe il 6% degli occupati), mentre è decisamente contenuta la quota di chi lavora nell'agricoltura (circa 3%).
I diplomati che lavorano a tempo pieno (senza essere contemporaneamente impegnati nello studio universitario) guadagnano in media, a un anno dal diploma, 925 euro mensili netti.
Quanto guadagnano e soprattutto sono soddisfatti?
A tre anni dal conseguimento del titolo il guadagno mensile netto dei diplomati è pari in media a 1.084 euro (1.146 per i diplomati professionali). La retribuzione, a cinque anni dal diploma, sale lievemente: 1.169 euro.
Tra i diplomati del 2007,a cinque anni dal conseguimento del diploma emerge un grado di soddisfazione abbastanza elevato (voto medio pari a 7,2 su una scala 1-10). I diplomati si dichiarano particolarmente appagati dai rapporti con i colleghi (7,8), dal luogo di lavoro e dal grado di autonomia (7,4). Non soddisfano invece aspetti come la coerenza con gli studi fatti (5,3), le prospettive di carriera (5,6) e di guadagno (5,7), la corrispondenza tra attività lavorativa e i propri interessi culturali (5,9).
Ad un anno dal termine degli studi, sono in particolare i neodiplomati degli istituti tecnici a non utilizzare "per niente" le competenze acquisite con il diploma in misura rilevante (42%).
I diplomati nei professionali, invece, impiegano maggiormente ciò che hanno appreso a scuola: il 22,6% dichiara di utilizzare le competenze acquisite durante il percorso di studi in misura elevata, mentre per il 44% l'utilizzo è più contenuto. Con il passare del tempo invece l'utilizzo delle competenza scolastiche aumenta.


l'Unità del 20/02/2013

  • Scuola: Basta con la politica dei piccoli passi

Benedetto Vertecchi,

CONTINUA LO STILLICIDIO DI PROVVEDIMENTI (O DI ANNUNCI DI PROVVEDIMENTI) SU QUESTO O QUELL'ASPETTO DEL FUNZIONAMENTO DELLE SCUOLE e delle università. Di volta in volta si tratta - sono solo alcuni esempi del calendario scolastico, della scelta dei libri di testo o delle prove di ammissione ai corsi di laurea. Si procede all'insegna della casualità, senza tener conto che in attività complesse, come sono quelle educative, non si possono modificare alcuni aspetti senza produrre mutamenti anche negli altri. A dispetto del gran parlare che si fa dell'educazione scolastica come di un sistema, tutto si può dire dell'azione di governo tranne che sia sostenuta da interpretazioni di sistema. L'effetto è una crescente incertezza fra gli insegnanti e gli allievi, che vedono cambiare le condizioni del loro impegno senza che sia possibile individuare un disegno d'insieme. E non potrebbe essere altrimenti, se solo si considerasse che da troppo tempo alla base degli interventi di politica scolastica non c'è l'intento di sviluppare l'educazione adeguandola al mutare della domanda sociale, ma solo quello di fornire un livello minimo di servizio che realizzi il massimo beneficio col minor impegno di risorse. Sarà bene essere chiari. Adeguare l'educazione alla nuova domanda sociale non significa necessariamente abbracciare qualunque proposta incontri un diffuso consenso, senza chiedersi se tale consenso sia il risultato della generale consapevolezza della necessità di conferire certe caratteristiche al profilo degli allievi (un tempo solo bambini, ragazzi, giovani, ma ora, e sempre più, anche adulti), oppure se non si tratti di una convergenza frutto di un senso comune prevalentemente condizionato da logiche di utilità a breve termine (e non è questa l'ipotesi peggiore) o da condizionamenti operati attraverso gli apparati della comunicazione sociale. Un nuovo senso comune è quello che vorrebbe ottenere una migliore qualità dell'educazione riducendo le risorse a disposizione delle scuole. Se nel caso dell'adeguamento alla domanda c'è, anche se in modo parziale e deviato, una qualche attenzione all'evoluzione dei quadri d'intervento, quando si pretende di mettere sullo stesso piano la riduzione della spesa e il miglioramento della qualità ci si limita a esibire un'ideologia gradita a chi propugna tale riduzione in sede di decisione politica. Da troppo tempo ci siamo abituati ad affermazioni che non meriterebbero alcuna attenzione se non fossero riprese e riproposte in sede politica. Basti pensare alla disinvoltura con la quale si sostiene (ci sono forze politiche che hanno ritenuto di farne un punto qualificante della loro proposta programmatica in vista delle elezioni) l'esigenza di affermare criteri meritocratici nella valutazione degli allievi, degli insegnanti e delle scuole. Sembra non ci si renda conto del ridicolo di ricorrere ad una parola (meritocrazia) che deve la sua fortuna ad un'opera di fantasociologia (mi riferisco a un libro di Michael Young pubblicato oltre cinquant'anni fa, nel quale la parola designava uno scenario da incubo, una sorta di utopia negativa, nella quale gli individui sono apprezzati in relazione al loro quoziente intellettivo e allo sforzo che pongono nel realizzare ciò in cui sono impegnati). Ma, soprattutto, si mostra di non capire quanto siano vari i fattori che concorrono a determinare gli effetti dell'educazione, e come tali effetti non siano da considerarsi realizzati una volta per tutte, ma costituiscano solo l'approssimazione raggiunta in un momento determinato, modificabile in momenti successivi. La politiche di contenimento della spesa per l'educazione, pur imbellettate con esibizioni ideologiche dalle quali si dovrebbe rifuggire se appena le si conoscesse, sono rivelatrici della mancanza di una cultura dell'educazione. Non si capisce, del resto, come potrebbe affermarsi una cultura dell'educazione in assenza di interventi volti a promuovere la ricerca e a sostenere la conoscenza educativa, ai diversi livelli e nei diversi modi in cui è necessario che cresca la consapevolezza dei problemi. C'è bisogno di una ricerca istituzionale, di approfondimenti su tematiche specifiche, di riflessione sulla sapienza che gli insegnanti accumulano cercando soluzione per le tante difficoltà che incontrano nel loro lavoro quotidiano. Riversare sulle scuole provvedimenti abborracciati e scoordinati fra loro è proprio ciò che dovrebbe essere evitato. L'innovazione di cui c'è bisogno non può che derivare dall'affermazione di una nuova politica per la scuola, nella quale non ci sia posto per la distribuzione di perline colorate. Occorre pensare a un progetto di ampio respiro, che sostenga il lungo corso della vita che attende i nostri bambini e i nostri ragazzi. Quelli che al momento sono gli oggetti del desiderio, così come le trovate per razionalizzare questa o quella pratica nell'attività delle scuole, non possono che veder cadere la loro capacità di attrazione in tempi sempre più brevi, perché soggetti da un lato allo sviluppo della tecnologia e, dall'altro, alla pressione del mercato.


19/02/2013

  • Scuola del futuro: digitale e a misura di studente

Un gruppo di dirigenti scolastici ha dato vita al manifesto sulla scuola, una serie di proposte rivolte al leader del Pd in cui si spiega come dovrebbe essere la scuola italiana.
In un momento in cui di scuola di parla solo nei termini strillati della campagna elettorale, arrivano una serie di proposta dal basso. Un gruppo di dirigenti scolastici ha dato vita all'idea di un "Manifesto sulla scuola" rivolto in particolare alle forze politiche che si troveranno a governare dopo le elezioni. L'obiettivo è quello di rimettere la scuola e gli studenti a centro dell'attenzione del Paese: digitalizzazione, edilizia, alternanza scuola - lavoro e scuola intesa come centro di aggregazione, sono solo alcuni dei pilastri sui cui poggia l'idea del Manifesto. Il leader del Pd, Pierluigi Bersani, ha letto il manifesto e risposto al suo primo firmatario, Salvatore Giuliano, noto per l'esperienza di "Book in Progress".
LA SCUOLA DEVE FORMARE PROFESSIONALITÀ
Questo uno dei punti nodali del "Manifesto della scuola". L'alternanza scuola - lavoro deve essere fondamentale nelle classi e tutti gli studenti dovrebbero iniziare le loro esperienze lavorative già dai banchi di scuola in modo da poterle inserire nel loro curriculum vitae. Questo risolverebbe il problema delle aziende che cercano personale con esperienza e dei giovani che, appena terminato il loro ciclo di studi, di esperienza ancora non ne hanno per niente. Per farlo, basterebbe che le aziende introducano la certificazione dell'esperienza lavorativa fatta dallo studente per un periodo come tirocinio lavorativo a tutti gli effetti.
SCUOLA 2.0, PREMERE START
Se gli studenti fanno parte di quella generazione di nativi digitali, la scuola deve stare al loro passo. Un altro degli obiettivi del Manifesto è avviare, finalmente, quella rivoluzione digitale che non sta trovando pieno compimento tra le mura scolastiche. LIM, laboratori online, registri elettronici ed eBook, accanto ad un'adeguata formazione degli insegnanti, devono diventare la quotidianità per gli studenti e per i docenti stessi. Questo, non solo permetterebbe ai ragazzi di interessarsi maggiormente alle lezioni, ma di rispondere anche ad un mercato del lavoro che richiede un'accelerazione sempre più evidente e professionalità che abbiano competenze ed esperienze nell'utilizzo delle tecnologie dell'informazione.
SCUOLE AD IMPATTO ZERO E DAVVERO SICURE
In questi ultimi tempi è diventato sempre più lampante il problema relativo all'edilizia scolastica. Obiettivo del Manifesto è riportare il problema al centro dell'attenzione dei governanti con un piano di interventi che possa portare alla risoluzione del problema, come già iniziato da recenti provvedimenti legislativi. Ma non solo. Nel Manifesto si parla anche della necessità di costruire nuove scuole dotate di tutti quegli accorgimenti strutturali che la rendano verde, ad impatto zero rispettando tutte le norme sulla sicurezza e che abbia spazi adatti all'insegnamento e all'apprendimento per riportare la centralità sulla persona.
SCUOLA APERTE H24
Altra idea centrale del Manifesto in questione è una scuola intesa non solo come centro di formazione, ma anche di aggregazione. Strutture scolastiche aperte tutto il giorno che possano continuare a formare i ragazzi, ma che possano allo stesso tempo fornir loro un ampio ventaglio di opzioni a scelta. Sport, attività di volontariato, educazione alla legalità e alla tutela dell'ambiente potrebbero essere solo alcune delle scelte che gli studenti potrebbero ritrovarsi a dover effettuare in una scuola che resti aperta anche in orario extra - scolastico. Insomma, una scuola come "presidio dello Stato" in ogni quartiere.
L'APPROVAZIONE DI BERSANI
L'iniziativa intrapresa dal gruppo di dirigenti che ha dato vita al "Manifesto sulla scuola" rivolto, in maniera principale, a Pierluigi Bersani, ha trovato la sua approvazione. Infatti, il leader del Pd ha affermato che terrà conto di quanto espresso nei punti nodali del Manifesto, rispondendo direttamente a Salvatore Giuliano, primo firmatario e tra gli ideatori di "Book in Progress", l'iniziativa attraverso la quale dirigenti ed insegnanti creano libri scolastici multimediali a cui le scuole possono attingere a prezzi irrisori (circa ?3,99) e, talvolta, persino gratuitamente.


19/02/2013

  • Il pasticciaccio brutto del Regolamento per il Sistema Nazionale di valutazione

Osvaldo Roman (Retescuole)

La settimana scorsa la Commissione Cultura del Senato, stimolata da una solerte sottosegretaria, almeno forse fino alla scorso mese di maggio componente del Comitato di indirizzo (decaduto) dell'INVALSI, ha approvato un ridicolo parere favorevole allo schema di Regolamento sul Sistema nazionale di Valutazione.
Ridicolo perché fra l'altro si apre con una clamorosa contraddizione. Infatti come si può formulare un parere favorevole su uno schema di Decreto quando lo si ritiene redatto sulla base di una legge di delegificazione che, eludendo quanto prevede l'art. 17 della legge n.400/1988, "risulta priva della necessaria indicazione delle norme generali regolatrici della materia"?
Questo è il primo problema che si trova davanti un Consiglio dei ministri che voglia azzardarsi prima del voto di domenica prossima ad approvare una siffatta schifezza.
Ma ce ne sono numerosi altri che vale la pena di rappresentare.
Innanzitutto va ricordato che il suddetto Regolamento nasce da una legge (la n.10 del 26/02/2011) che si sarebbe dovuta occupare di uno snodo legislativo fondamentale oltre a quello enunciato di "individuare il sistema nazionale di valutazione definendone l'apparato". E cioè di ricostruire una normativa primaria relativa all'Invalsi e all'Indire che risultasse compatibile con il dettato del decreto legislativo n.213 riguardante gli Enti di ricerca approvato nel dicembre 2009.
Infatti dopo l'approvazione di questo Decreto alcune delle disposizioni in esso contenute risultavano non compatibili con disposizione presenti nella normativa primaria (Decreto legislativo n.286/2004, in primis).
Questa circostanza può essere agevolmente dimostrata sia per l'Invalsi che per l'Indire e in parte, compatibilmente con le caratteristiche di questa nota, lo faremo più avanti.
Tutto ciò con ogni evidenza, come confermano sia il Consiglio di Stato che la stessa Commissione cultura, non venne fatto.
E' così potuto accadere che gli Statuti dell'Invalsi prima (DM n.11 del 2/9/ 2011) e dell'Indire dopo (DM del 21/12/2012), siano stati redatti direttamente dai ministri dell'epoca, prima Gelmini e poi Profumo avvalendosi dello stato di Commissariamento dei due Enti e dell'assenza di organi deliberanti. Nel primo caso, l'Invalsi, lo Statuto venne redatto a cura del Direttore generale degli ordinamenti scolastici Carmela Palumbo, nel secondo caso, l'Indire, a cura del Commissario straordinario, nonché capo Dipartimento del MIUR, Giovanni Biondi, nominato a tale incarico con un DPCM del 3/8/2012.
Ora tralasciando ogni considerazione sulle singolari modalità di attuare una potestà statutaria che il DLgvo 213/2009 fa risalire all'art. 33 sesto comma della Costituzione, si può restare entro una valutazione del rispetto della legislazione vigente, alla luce dell'ovvia considerazione che a tali Statuti non è conferita la facoltà di modificare la legislazione primaria che regola nel momento della loro adozione i rispettivi Enti.
Ciò invece è avvenuto ripetutamente perché entrambi gli Statuti danno per scontato quel adeguamento della legislazione vigente al dettato del Dlgvo 213/09 che neppure lo schema di Regolamento, presentato alle Camere, come abbiamo visto, realizza.
Di conseguenza risulta che gli Statuti così redatti sono largamente illegittimi e questo potrà essere fatto valere in ogni momento nelle opportune sedi giudiziarie.
Solo con una stesura degli Statuti realizzata dopo che un diverso Regolamento avrà omogeneizzato la normativa primaria degli enti che compongono il SNV, ivi compreso il corpo ispettivo da riorganizzare con un apposito Regolamento, tale situazione di illegalità potrà essere sanata.
Tale omogeneizzazione e modifica dovrà consentire agli enti di disporre di organi deliberanti degli Statuti che possano operare secondo tutte le garanzie di trasparenza e di democraticità previste dagli articoli 2 e 3 del Dlgvo 213/09.
Il percorso finora adottato é quindi da invertire completamente: prima si dovrà definire un nuovo Regolamento sulla base di una nuova e adeguata delegificazione, poi potranno essere approvati gli Statuti. Con tutta evidenza si tratta di un compito che potrà essere affrontato solo nella prossima legislatura e da un nuovo Governo.
Il ministro Profumo quindi nei prossimi giorni ha il compito primario di accertare le illegittimità che caratterizzano gli Statuti esistenti per avviare l'individuazione delle modalità di formulazione e di approvazione di un nuovo Regolamento che consenta di rimediare a tali gravi anomalie.
Per facilitare il suo compito voglio segnalare alcuni esempi delle anomalie attualmente esistenti.
Al momento dell'approvazione di entrambi gli Statuti erano completamente vigenti, oltre ad una serie di altre norme, fra cui da segnalare quella che all'art.19 comma 1 della legge n.111 del 15/7/2011 ripristina l'INDIRE:
a) il Dlgvo n. 286 del 2004, di cui il Dlgvo 213/09 aveva abrogato solo il comma 1, dell'art.3;
b) gli articoli 2 e 3 del Dlgvo n.258/1999;
c) il DPR n. 415/2000 (Regolamento dell'Indire) e il DPR. n. 190/2001(Regolamento degli IRRE).
Questi due ultimi DPR che avevano perduto nel passato la loro efficacia solo perché era cambiata la denominazione e la collocazione delle rispettive competenze e funzioni, risulterebbero abrogati solo con l'approvazione del Regolamento (art.8).
Da questo quadro legislativo, pienamente operante dopo l'approvazione del DLgvo 213/09 e in larga misura anche dopo l'approvazione dello schema di Regolamento in questione, derivano alcune questioni di illegittimità degli Statuti che è opportuno richiamare.
In primo luogo per l'Invalsi.
Infatti in base all'art.5 del Dlgvo 286/04, come modificato dall'art. 1, comma 612 , lett. c) della legge 296/06 il Presidente dell'Invalsi deve essere  nominato con DPR del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, su designazione del Ministro, tra una terna di nominativi proposti dal Comitato di Indirizzo fra i propri componenti. L'incarico ha durata triennale ed è rinnovabile, con le stesse modalità, per un ulteriore triennio.
In difformità con tale previsione lo Statuto dell'Invalsi approvato con il ministro Gelmini si rifà alle disposizioni di cui al Dlgvo 213/09 e per la nomina del Presidente prevede la procedura di selezione delle candidature di cui all'art.11 di questo Decreto, la nomina del Presidente si deve effettuare con Decreto del Ministro e si prevede una durata in carica quadriennale rinnovabile una sola volta.
Il Dlgvo 213/09 non ha automaticamente modificato le norme di cui al Dlgvo 286/04 anzi all'art. 17 le ha riconfermate in blocco salva l'abrogazione prevista solo per l'art.3, comma 1.
Ne conseguiva una situazione di dualità che si sarebbe potuta risolvere proprio in sede di Regolamento di delegificazione con una opportuna previsione al riguardo. Circostanza questa che non si è neppure verificata.
Di conseguenza la nomina del Presidente dell'Invalsi così come prevista dallo Statuto risulta chiaramente illegittima.
Analoga situazione di dualità si determina per quanto concerne il Comitato direttivo dell'Invalsi di cui tratta l'art.6 del Dlgvo 286. Infatti nell'art.6 ,cosi come modificato dall'art. 1, comma 612 , lett. c) della legge 296/06 e dall'art.1 comma 5 della legge n.176/2007.
Il C.D. si chiama Comitato di indirizzo e risulta composto dal Presidente e da due esperti nel rispetto del principio di pari opportunità, in possesso dei requisiti di qualificazione scientifica e conoscenza riconosciuta dei sistemi di istruzione e valutazione in Italia e all'estero. Almeno uno dei membri deve provenire da mondo della scuola. I componenti del Comitato sono scelti dal Ministro tra esperti nel settore di competenza dell'Istituto, sulla base di una indicazione effettuata da un'apposita commissione, previo avviso da pubblicare sulla G.U. finalizzato alla acquisizione dei curricula. La commissione esaminatrice nominata dal ministro, è composta da tre membri compreso il Presidente, dotati delle necessarie competenze amministrative e scientifiche.
Rispetto a tale disposizione legislativa vigente lo Statuto attua quanto previsto dal Dlgvo 213/09. Denomina il Consiglio di indirizzo Consiglio di amministrazione e prevede ai sensi dell'art.8 del Decreto che la nomina del componenti e del Presidente si effettui con Decreto del Ministro e che la durata dell'incarico sia quadriennale. Lo Statuto per la selezione delle candidature richiama le disposizioni di cui all'art.11 del Dlgvo 213/09 che differiscono alquanto da quelle in vigore con il Dlgvo 286/04 e successive modificazioni.
Inoltre fra le difformità dello Statuto con la legislazione previgente il Dlgvo 213/09, oltre alle molte che lasciamo individuare al ministero, si deve collocare anche la previsione di indicare tra gli organi dell'ente anche l'esistenza di un Consiglio tecnico-scientifico di cui fra l'altro vengono stabilite la composizione e le modalità di nomina.
Per quanto riguarda l'INDIRE si deve osservare che fino alla presentazione alle Camere (14 gennaio 2011) di uno schema di Regolamento dell'Ansas il MIUR non aveva preso in considerazione l'ipotesi di considerare l'Agenzia, istituita i base agli artt. 7 e 8 del Dlgvo n. 300/1999, fra gli Enti da regolamentare in base al Dlgvo 213/09.
Si deve ricordare che l'Ansas, è stata istituita con la legge 296/2006 art 1 commi 610-611 che sopprimono l'INDIRE e gli IRRE.
L'Ansas venne dimenticata e sostituita dall'Indire, senza una sua contestuale soppressione, nella formulazione della legge n.10 del 26/02/2011, là dove si prevede il Regolamento sul SNV.
Essa viene successivamente soppressa con la legge n.111 del 15/7/2011 che all'art.19 comma 1 ripristina l'INDIRE
E' così potuto accadere che mentre dal gennaio al febbraio 2011 le Camere si affannavano nel formulare le loro osservazioni sullo schema di regolamento dell'Ansas (Atto di governo n.326) le stesse nel successivo mese di luglio erano chiamate ad approvare la soppressione dell'Ansas!
L'Ansas in tal modo fin dalla sua istituzione, cioè dal 2006 ad oggi, è rimasta senza regolamento e organi di gestione e sottoposta ad un continuo regime commissariale.
Quando si dice che l'amministrazione ha cura della formazione e della valutazione dei docenti!
Solo il 15 settembre 2010 essa è stata dotata di una sorta di regolamento di organizzazione provvisorio. Su tale deserto è piombata la decisione di Profumo di far approvare dal nuovo Commissario straordinario, Giovanni Biondi il nuovo Statuto dell'Indire.
Tale Statuto risulta conforme alle disposizioni previste per gli Enti di Ricerca dal DLgvo 213/09 ma non risulta compatibile con la normativa prevista per l'Indire ritornata in vigore o mai soppressa. Tali risultano essere il DPR n.415/2000 e l'art.2, commi 1,2 e 3 del Dlgvo n 258/1999.
Anche in questo caso sarebbe dovuto essere un compito del Regolamento di delegificazione istitutivo del SNV quello di modificare la normativa vigente per l'Indire uniformandola alle disposizione del Dlgvo 213/09 riguardante gli enti di ricerca.
Ciò si è invece tentato di fare con la definizione di uno Statuto che non ha il potere di modificare o abrogare la legislazione vigente che fra l'altro il DLgvo 213/09 non avrebbe potuto abrogare perché in parte rientrata in vigore solo nel 2011 con la soppressione dell'Ansas.
Se gli Statuti non sono legittimi perché danno per scontata l'esistenza di un Regolamento del Sistema Nazionale di Valutazione che all'epoca della loro emanazione ancora non esisteva, come si può varare a pochi giorni dal voto un Regolamento che ignora tutto ciò?


  • L'OCSE invita l'Italia a puntare sulla formazione tecnica e professionale

Il sistema educativo italiano, avverte l'Ocse nel rapporto annuale Going for Growth (Obiettivo Crescita), appena pubblicato, presenta un basso rendimento rispetto alla spesa sostenuta (l'espressione impiegata è "Education gives low value for money") e dovrebbe fare di più sia sul versante dell'efficacia sia su quello dell'equità per offrire migliori opportunità di formazione e di guadagno soprattutto alle persone con basso livello di qualificazione.
Nella scheda sull'Italia contenuta nel citato rapporto, l'Ocse raccomanda in particolare di proseguire nello sforzo di migliorare la valutazione nella scuola secondaria cercando di convincere gli insegnanti dei benefici che ne potrebbero trarre (non è specificato se si tratti di benefici di tipo economico legati al merito individuale o più genericamente del miglioramento delle condizioni nelle quali gli insegnanti operano: probabilmente sono fondate entrambi le interpretazioni).
L'Ocse insiste inoltre sulla necessità di rafforzare l'offerta di percorsi di formazione professionale postsecondaria, compresi quelli in apprendistato, dando atto all'Italia di essersi positivamente avviata in questa direzione con il varo di 27 istituzioni (il riferimento è agli Istituti Tecnici Superiori). La terza e ultima raccomandazione consiglia di aumentare le tasse universitarie introducendo contestualmente un sistema di prestiti per studenti con rimborso condizionato al reddito.
Il riferimento dell'Ocse al basso rendimento della spesa per l'istruzione tiene conto, verosimilmente, dei non brillanti risultati ottenuti dalla scuola italiana nel programma PISA, della tuttora bassa percentuale di lavoratori occupati in possesso di laurea o di diploma e degli elevati tassi di dispersione scolastica e di giovani "Neet" (Not in Education, Employment and Training).


18/02/2013

  • Gli studenti contro il decreto Profumo

La protesta è trasversale:gli studenti di tutti gli schieramenti hanno chiesto al ministro della Pubblica Istruzione profonde modifiche

l'Unità

Mario Castagna

Dopo le critiche delle regioni e le proteste nelle facoltà, arriva lo stop anche dei rappresentanti del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari. Il decreto di riforma del diritto allo studio del ministro Profumo sembra essere destinato ad uno stop quasi definitivo. Giovedì l'organo di rappresentanza degli universitari, eletto direttamente dagli studenti nelle elezioni del 2010, ha espresso il proprio parere negativo allo schema di decreto proposto dal ministro. Alla riunione hanno partecipato solo gli studenti delle liste di centro destra e gli studenti di Comunione e Liberazione, mentre gli studenti delle liste democratiche e di sinistra hanno addirittura disertato la riunione per esprimere con maggior forza la propria contrarietà al decreto. Lo stop è comunque ormai trasversale e gli studenti di tutti gli schieramenti hanno chiesto al ministro Profumo profonde modifiche. «La maggioranza del Cnsu ha approvato il parere necessario, nel tentativo di non risparmiare critiche, ove necessario, al ministro Profumo, ma sottolineando il proprio auspicio che si possa presto giungere all'approvazione delle riforma - ha dichiarato Marco Lezzi, componente del Cnsu, aderente al Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio, l'organizzazione studentesca di Comunione e Liberazione - se corretto così come richiesto, il decreto costituirebbe un notevole passo avanti». Venerdì è arrivata anche la notizia chela conferenza Stato-Regioni, convocata per il 21 febbraio anche per discutere del decreto sul diritto allo studio, è stata posticipata al 28 febbraio, accogliendo in parte le richieste degli studenti. Ed in quella seduta sarà ancora più difficile per il Miur procedere con l'approvazione della contestata riforma. Infatti le elezioni avranno decretato una nuova maggioranza che potrebbe anche voler modificare lo schema di riforma ed anche i rappresentanti della regione Lombardia e della regione Lazio, chiamati ad esprimere un parere, dovranno probabilmente aspettare qualche settimana per sapere chi saranno i nuovi assessori competenti. Ma le regioni sono indispettite anche dal fatto che, per il 2014 ed il 2015, il ministero abbia stanziato per il diritto allo studio solamente 13 milioni di euro l'anno. Un taglio del 90% rispetto al 2013 che impedisce agli enti locali qualsiasi politica integrativa per gli studenti universitari. Se rimanesse il taglio, per garantire l'attuale copertura delle borse, largamente insufficiente, le regioni sarebbe obbligate ad un esborso inaccettabile. Già oggi esse sono costrette a coprire i mancati stanziamenti dello stato centrale. Ma se il taglio avesse questa consistenza, per loro non sarebbe possibile garantire alcun servizio. La strada si fa quindi talmente in salita che gli studenti chiedono al presidente Errani, coordinatore della conferenza Stato-Regioni, di togliere dall'ordine del giorno della riunione del 28 febbraio la discussione sul diritto allo studio. «Chiediamo al Presidente Vasco Errani un segnale: rinvii la discussione sul diritto allo studio in modo da far partecipare il nuovo ministro - chiedono ad esempio gli studenti della Rete Universitaria Nazionale, vicina ai Giovani Democratici - il 28 febbraio infatti, a rappresentare il governo ci sarà ancora il ministro Profumo, oggi dimissionario e per quella data non più legittimato politicamente a prendere decisioni importanti. L'università è un corpo fragile, non si faccia del welfare studentesco uno strumento di campagna elettorale. Sia il nuovo governo, con un processo di partecipazione e confronto, a indicare le linee di una riforma necessaria al diritto allo studio». La palla quindi passa ora al presidente Errani, che dovrà decidere se il decreto dovrà essere discusso il 28 o qualche settimana dopo con il nuovo ministro.
 


18/02/2013

  • La sfida dell'educazione permanente

In parlamento, promossa dalla Cgil e con migliaia di firme della società civile,c'è una proposta di legge di iniziativa popolare che è ora di tirare fuori dai cassetti.

l'Unità

Fulvio Fammoni - Presidente Fondazione Di Vittorio

FINALMENTE. IN UNA CAMPAGNA ELETTORALE IN CUI SI DISCUTE DAVVERO TROPPO TEMPO DI MERITO E POCHISSIMO del ruolo della formazione, è stata avanzata da parte di Bersani una proposta concreta. Basata su investimenti, sicurezza delle scuole, ruolo degli insegnanti, interventi sulla precarietà. È esaustiva? No, sicuramente serve anche altro. Ma almeno si sfugge a insopportabili banalità e luoghi comuni e si comincia ad entrare nel merito. La differenza eclatante con gli anni del centrodestra è passare da tagli a investimenti e affrontare temi drammatici come la dispersione scolastica non con slogan, o ancora peggio abbassando di fatto l'età per il lavoro minorile. Partiamo allora da un concetto di fondo: se la piena realizzazione della persona è l'unità di misura della legittimazione dell'agire economico e della sua equità sociale, la conoscenza non può che essere un tratto fondamentale del lavoro e della società. I dati dimostrano la nostra arretratezza: ad una quota di analfabetismo strutturale si aggiunge l'analfabetismo di ritorno; è sotto la media europea la diffusione e l'uso di internet; troppo alta la quota di abbandono scolastico; basso il numero di iscrizioni all'università, ma nonostante questo troppa precarietà per i neolaureati; la formazione per e nel lavoro è agli ultimi posti in Europa nonostante un fortissimo addensamento nelle qualifiche più basse. Non è un caso, sono dati che riflettono l'arretratezza del nostro sistema formativo ma anche della qualità del modello produttivo. È per questo e tanto altro che l'aspirazione a una migliore condizione sociale per effetto di una maggior scolarizzazione sta perdendo la «sua spinta propulsiva». Amarthia Sen ricorda che proprio un nuovo modello di sviluppo economico richiede anche una solida e diffusa cultura umanistica, capace di alzare il livello di civismo della società. Poco più di un anno fa, il Presidente del Consiglio ebbe a dire: «Il 54% della popolazione ha un titolo di diploma nel nostro Paese, contro una media Ocse del 73%. È troppo poco, dobbiamo studiare di più».La realtà è ancor più grave della segnalazione del Premier. Ma cos'è stato concretamente fatto, in particolare in quel settore dell'istruzione e formazione professionale, ancora lontano da un assetto in grado di offrire una chance di qualità a una larga fascia di giovani? È cresciuta l'attenzione e gli interventi per l'istruzione tecnica ma questo indirizzo porterà buoni risultati se non sarà separato o peggio, pensato come alternativo, al settore di istruzione-formazione professionale. Tentazione questa troppo spesso ricorrente. Finalmente si apre una discussione vera a cui aggiungo almeno un tema: in Italia è non è stata ancora approvata una legge per l'educazione permanente. In queste settimane si è discusso molto di apertura delle scuole nei mesi estivi, senza neppure sfiorare il problema del loro funzionamento e della loro chiusura tutti i giorni in orario pomeridiano e serale. Quanto ci costerebbe tenerle aperte con il concorso di risorse pubbliche, private, del volontariato per avviare una formazione permanente degli adulti? Potrebbe essere una bella proposta e un sicuro vantaggio per il Paese.


  • Scuola: Snals presenta a candidati elezioni sue priorità

(Lo Snals-Confsal ha inviato a tutte le forze politiche, in vista delle future elezioni, un manifesto politico-programmatico con le sue proposte per l'istruzione. (Fonte: Ansa )

pubblicato il 15 febbraio 2013

Per il sindacato autonomo il rilancio della scuola è "un obiettivo prioritario per l'intera collettività". "Chi si candida a governare il Paese deve impegnarsi per consentirle di adempiere alla propria funzione costituzionale. Soprattutto - afferma lo Snals - deve individuarla come un 'investimento produttivo', su cui adottare misure coerenti di ampio respiro e non, come avvenuto da molti anni, un 'settore di spesa da tagliare'. Il rilancio della scuola è il solo modo - fa notare il sindacato - per dare un futuro occupazionale alle giovani generazioni, in un Paese come l'Italia, che non dispone di materie prime, la cui ricchezza è data dalla formazione di persone capaci d'inventiva e d'innovazione. Per dare delle risposte, necessariamente articolate secondo i bisogni e i soggetti interlocutori del territorio, va garantito anzitutto l'esercizio di una vera autonomia scolastica. Per far questo è necessario istituire l'organico pluriennale di istituto e di rete dando attuazione a quanto previsto dall'art. 50 del decreto sulle 'semplificazioni', convertito nella legge 35/2012.
Sul piano strettamente sindacale, lo Snals rivendica la necessità di garantire un sollecito rinnovo del contratto del personale della scuola, con un adeguamento delle retribuzioni in linea con quelle europee del settore; dare stabilità agli organici e ridurre il precariato dando continuità al piano pluriennale di assunzioni in ruolo, individuando un'equa soluzione alla questione del reclutamento che garantisca l'assorbimento progressivo del precariato inserito nelle graduatorie ad esaurimento; realizzare, dopo tanti tentativi, la riforma degli organi di governo della scuola, un'occasione per la valorizzazione dell'autonomia della scuola, della dimensione tecnico-professionale dei docenti e del ruolo fondamentale non solo del dirigente scolastico, ma anche del personale Ata".


15/02/2013

  • Regolamento valutazione, il Senato dice sì

Grazie ai voti a favore di Pdl e Lega, con il Pd contrario sino all'ultimo, il provvedimento passa ora all'esame del Governo

La Tecnica della Scuola

di Alessandro Giuliani

Grazie ai voti a favore di Pdl e Lega, con il Pd contrario sino all'ultimo, il provvedimento passa ora all'esame del Governo. Che potrebbe anche varare un decreto ad hoc all'ultimo momento. E dare il là ai maggiori poteri alla triade Invalsi, Indire e corpo ispettivo. Ma la strada per i riscontri reali è ancora lunga. L'atteso parere della Commissione Istruzione e Cultura del Senato sulla valutazione delle scuole e dei suoi dirigenti è arrivato. Ed è stato positivo. Ma, come su queste pagine già preventivato, non si è trattato di un sì all'unisono. Il Pd ha tentato sino all'ultimo, vista la delicatezza dell'argomento per le sorti della scuola pubblica italiana, di far slittare la sua approvazione alla prossima legislatura. La responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi, ha detto al ministro dell'Istruzione Francesco Profumo che "a dieci giorni dal voto, dopo oltre due mesi dallo scioglimento delle Camere, è grave e inopportuna ogni forzatura nell'approvazione del provvedimento sulla Valutazione, che richiede profondi correttivi e nella nomina, a tempo abbondantemente scaduto, dei Presidenti di Invalsi e Indire" ha scritto. E contrari a soluzioni affrettate si erano detti pure i sindacati, in particolare Flc-Cgil e Gilda degli Insegnanti. L'approvazione al provvedimento, che ora passa al Governo, è arrivata comunque con i voti favorevoli di Pdl e Lega. Si tratta, è bene ricordarlo, di linee generali che dovranno comunque essere ratificate attraverso provvedimenti ulteriori attuativi. E che difficilmente potranno in qualche modo incidere nella stipula del nuovo contratto di lavoro. Al momento, comunque, se il Governo dovesse dare seguito al provvedimento, emanando probabilmente un decreto ad hoc, l'indirizzo generale della scuola italiana dovrebbe essere segnato: nei prossimi anni cresceranno, infatti, le competenze in questo settore dell'Invalsi, dell'Indire del settore ispettivo. Saranno loro i protagonisti principali della valutazione dei scuole italiane e dei loro dirigenti.


15/02/2013

  • Scuola, da Pd piano straordinario dopo disastri di Berlusconi

l'Unità

Vannino Chiti

L'istruzione è il pilastro di un paese. Questa non è una considerazione vuota e retorica ma il presupposto per un programma di governo che voglia guardare al futuro.
Gli anni dei governi Berlusconi-Tremonti-Maroni hanno prodotto un disastro: il più grande licenziamento di massa; tagli; misure che hanno ridotto la qualità del nostro sistema scolastico, come il maestro unico, il l'abolizione del tempo pieno, le "classi pollaio".
Servono misure urgenti e una continuità d'impegno per recuperare il terreno perduto. Per il Pd l'istruzione è una priorità. Noi pensiamo che la scuola abbia bisogno di stabilità, fiducia e risorse. Bisogna contrastare l'abbandono scolastico, realizzando gli obiettivi della strategia Europa 2020′, l'abbandono deve essere inferiore al 10% mentre oggi in Italia è al 18%. Metteremo in campo un piano straordinario perché gli asili nido coprano il 33% della domanda e per rilanciare il tempo pieno: le scuole devono essere una risorsa a disposizione per l'intera giornata, dedicando spazi allo sport, alle attività di gruppo, all'insegnamento delle tecnologie.
Per il ciclo superiore, vogliamo un primo biennio d'obbligo unitario: la scelta della scuola specifica a cui iscriversi per la propria specializzazione - come avviene nel resto d'Europa - deve venire dopo. In questo quadro, è fondamentale il rafforzamento della formazione tecnica e professionale.
Ridare fiducia alla scuola significa anche garantire un organico di docenti stabile, attraverso un nuovo piano pluriennale di esaurimento delle graduatorie per stabilizzare i precari.
Anche l'università ha la necessità di un rilancio: un rifinanziamento pluriennale per raggiungere le medie europee in 5 anni; la cancellazione dell'inutile "fondo per il merito" e il finanziamento di un "Programma nazionale per il merito e il diritto allo studio", che affianchi gli interventi regionali; un contratto unico per i ricercatori che ponga fine alla loro situazione di precari; meno burocrazia e più autonomia per gli atenei; incentivi fiscali per l'assunzione di dottori di ricerca qualificati.
Il rilancio economico, sociale e etico del nostro paese passa da un'istruzione di qualità per tutti. Il Pd vuole partire da qui.

 

 

 


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